Ojos de Papel

Quel giorno arrivò l’autunno.
Senza preavviso e, forse, troppo presto.
Se ne accorse che era nel letto, l’inquietudine con cui si era addormentata ancora giaceva tra le lenzuola stropicciate.
Tirò su le coperte. Faceva freddo ed il cielo era plumbeo.
L’inquietudine non aveva un nome, ma una strada da percorrere in fretta.
Era avvenuto tutto senza parole, lontano dalle parole, e ostinatamente la spingeva là.
Lui era sorpreso ed annichilito quanto lei. La tensione era calata sulla notte, li aveva lasciati tutti e tre soli e spaesati.
Senza parole, era stato un abbraccio a renderle poi inutili.
La partenza diventata necessaria. Inevitabile.
La tv era accesa nella cucina sgangherata dell’ostello. “Muchacha ojos de papel adonde vas, quedate hasta el alba, muchacha pequeños pies no corras màs…” Spinetta cantava in un vecchio programma tv.
Cantava per loro. Ignaro della poesia che spargeva su loro, su quella stanza, su quel momento fugace e intenso.
Un mate, altri abbracci. Inesigenti.
Trovarsi, giusto in tempo per perdersi. E non rivedersi mai più.
Pochi istanti, sufficienti a incidere un ricordo.

E poi mesi dopo. Un oceano nel mezzo. Una vita nel mezzo.
Pensava ad altro, era altrove.
E all’improvviso di nuovo la stessa canzone. Per caso tra le righe di un articolo.
E si insinua una leggera nostalgia, non di qualcosa che sarebbe potuto essere ma di un incontro intenso, per quanto fugace.
La stanchezza si impossessava inclemente del suo corpo. “Cuando todo duerma, te robare un color”.
Di nuovo autunno, di nuovo di malavoglia.
La ascoltò ancora una volta. Sorrise di sé vedendosi sorridere.
Di quanti piccoli istanti è composta una vita, di quante piccole emozioni si compone.

“No corras màs, tu tiempo es hoy”. Non può fermarsi, non può smettere di correre e di cercare la sua strada.
Ma domani, ora fa freddo. Spegne il pc, tira su le coperte.
E’ ancora sola, solo gli incontri del cammino, come luci di una notte stellata, a farle compagnia.
“…hasta que el sol, muchacha, te haga reir..”

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Terni, Bari e la scuola che punisce: Ci volete schiavi, ci avrete ribelli

Settembre, inizia l’anno scolastico, anche per chi ne è già fuori da un po’ ma non smette di scandire la vita in anni accademici.

E mentre si rimette in moto il sempre più provato sistema dell’istruzione italiana arriva una notizia.
Dieci giorni fa. Siamo a Terni, l’episodio che porta alla sospensione del professor Franco Coppoli risale a Marzo 2014, quando alle porte della sua classe si sono presentati, senza alcun mandato, poliziotti e cani anti-droga.
Il docente rifiuta di farli entrare, minaccia di denunciarli per interruzione di pubblico servizio e continua la lezione.
Il che, a rigor di logica, tornerebbe pure. Un docente che vuole fare lezione in una scuola.
Ma ciò che appare evidente ai più diventa motivo di sanzione disciplinare nei confronti del docente. I Cobas, ai quali Coppoli appartiene, sostengono nel loro comunicato che non si possano militarizzare le istituzioni educative, che queste operazioni sono contrarie al senso più profondo della scuola ed, al tempo stesso, irrilevanti ai fini della repressione dello spaccio e dei consumi. Non si siedono su quei banchi cartelli della droga ma giovani adolescenti che sperimentano nuove condotte, che di tutto gioverebbero fuorché di incontrare repentinamente il meccanismo di controllo-patologizzazione che tanto caratterizza questa società.

Stesso settembre, solo qualche giorno più tardi. Questa volta siamo a Bari, appare un’altra notizia. “Scuola Santarella, Digos ai cancelli: La polizia identifichi gli studenti“. Siamo nella scuola Santarella, istituto tecnico del quartiere Japigia. La situazione, stando ai titoli dei giornali, è la seguente: la scuola è frequentata da vandali, che distruggono i locali e terrorizzano i docenti che si riuniscono quindi in assemblea e chiedono l’intervento della polizia e maggiore sicurezza.

Approfondendo un po’, viene fuori che genitori, studenti e studentesse stavano protestando da qualche giorno contro il trasferimento di alcune classi alla succursale “Gentile”, ritenuta non idonea per via delle strutture fatiscenti. Il preside sostiene che la condizione attuale è dovuta ad atti di vandalismo, che il problema trascende le strutture e si è convertita in una questione di ordine pubblico. Sono stati accesi dei fumogeni nei corridoi, si dice, sono stati aggredite tre persone tra il personale e quindi, “per tutelare cose e persone” bisogna prendere misure drastiche. Ci vuole “polso, forza”, dice una docente in un’intervista. “Siamo bravi sulla didattica”, dice un’altra, “ma non ci si può chiedere di occuparci di violenza, criminalità, bullismo”. Aggiunge che ci sono ragazzi/e che vengono da famiglie “tarate” ma al tempo stesso che loro scovano talenti nascosti e incentivano l’autostima dei ragazzi. Ah, bé.

Dall’assemblea sindacale dei professori, delle professoresse e del personale non docente arriva la soluzione. Una tesserina con nome cognome e fotografia per ogni alunno/a, con l’obiettivo di “accertare che i ragazzi che mettono piede dentro la scuola sono effettivamente studenti ” (parole di Antonella Vulcano, della segreteria provinciale della Flc Cgil Bari), soprattutto per quanto riguarda gli e le studentesse del primo anno che i docenti ancora non conoscono. Sembrerebbe di capire che quelli/e del primo anno sono i “cattivi/e”. O forse la ratio è un’altra. In effetti, oltre ai cartellini identificativi è prevista un’altra misura: la Digos ai cancelli per intervenire in caso di incidenti. O per identificare chi si rifiuta di essere schedato mentre sta andando a scuola, come è accaduto questa mattina quando due studenti/esse si sono rifiutati di fornire le proprie generalità. Infine, immancabili alleate del controllo sociale, verranno installate le telecamere.

La risposta a emergenze sociali, degrado e strutture fatiscenti è maggiore controllo, maggiore “sicurezza”. Ed i meccanismi repressivi e di controllo (pre-filtraggio, sospensioni, perquisizioni senza mandato), sperimentati negli stadi e adottati nelle strade, vengono introdotte anche a scuola, una scuola che diventa sempre più simile ad un’istituzione totale.

Basaglia sosteneva che l’istituzione totale togliesse al malato anche la libertà di ribellarsi, poiché questo stesso atto di ribellione veniva attribuito alla malattia, e spogliava il malato, la persona, del suo potere, della possibilità di opporsi alla propria prevaricazione. La scuola delle identificazioni e della sorveglianza opera nello stesso modo: lo studente che utilizza i mezzi di cui dispone per opporsi ad una società che lo spersonalizza, lo prevarica e lo condanna è un delinquente, e come tale va trattato. Lo stesso concetto di educazione pubblica, gratuita ed universale nasce nel Settecento, nella Prussia del despotismo illuminato con il fine di evitare le rivoluzioni che avvenivano in Francia e di creare un popolo disciplinato, docile, obbediente. Un popolo di sudditi.

Il contrario esatto delle pedagogie libertarie, difficili se praticate ingenuamente, ma che riconoscono al discente il potere di partecipare al proprio percorso educativo, di scegliere tempi ed argomenti in base al proprio interesse, alla propria motivazione, alle proprie necessità. Educare, insegnare è molto più che trasmettere concetti. E’ permettere la crescita, supportarla, fare strada alla ricerca di sé rimuovendo ostacoli e fornendo sostegno emotivo in questo percorso di scoperta, eccitante e spaventoso. “Non è la didattica che cambia il delinquente che ti sta buttando la cattedra appresso, che gli cambia la testa”, dice una professoressa. Verissimo, ma come si può pensare che il ruolo del/della docente si limiti alla trasmissione di concetti e teorie? “Perché la scuola” dice citando una frase letta tempo fa,”è per tutti ma non è vero che tutti sono per la scuola”.
Forse non sono per la scuola, secondo questa professoressa, gli studenti e le studentesse che portano sui banchi la loro vita, i loro dolori e loro frustrazioni, le loro difficoltà, le loro emozioni, le loro famiglie “tarate”. Forse non sono per la scuola quei due ragazzi o ragazze, a cui va la più totale solidarietà, che hanno rifiutato di farsi identificare ed hanno scelto di resistere ad un sistema che li vuole zitti e docili, passivi e remissivi.

“Un potere che agisca su una comunità”, dice ancora Basaglia, “deve tendere a mantenere in atto uno stato di conflitto per rispettarne ogni singolo membro. Ogni potere che tenda a eliminare le resistenze, le opposizioni, le reazioni di chi è a lui affidato, è arbitrario e distruttivo, sia che si presenti sotto l’effigie della forza che sotto quella del paternalismo e della benevolenza”.

Le cattedre smettono di volare quando si ampliano gli spazi di libertà, partecipazione, comunicazione.
Le cattedre continuano a volare con le sospensioni, le perquisizioni, la violenza (dell’istituzione).

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La colomba e l’elefante

Se penso a Frida io penso al dolore, al tradimento, all’amore che si sgretola sotto il peso della fiducia tradita. Così mi ha accompagnato Frida nella vita, una Frida “llorona”, pronta all’assassinio dei suoi figli come unica via di uscita, estrema e terribile, di un cuore frantumato. E del tutto inconsapevole torna una Frida in lacrime, lacrime fluo, su sfondo rosso sangue, una Frida che sembra essere ricordo e invece è ancora attuale. Frenci è stupita quando le racconto gli ultimi anni, senza saperlo né volerlo, Frida ha ancora un senso.

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Così attraverso le Scuderie del Quirinale. “E’ mia sorella” urla la Frida del film, Panzòn ha oltrepassato il segno. La reazione, nell’adattamento cinematografico di Julie Taymor della vita di Frida di è l'”Autoritratto con i capelli tagliati”. Frida taglia i capelli che Diego tanto amava, e non lascia spazio a dubbi poiché lo scrive nel quadro stesso: “Mira que si te quise fue por tu pelo, ahora que estás pelona ya no te quiero”, “Guarda che se ti ho amato è stato per i tuoi capelli, ora che sei senza capelli non ti amo già più”. Frida, soprattutto negli ultimi dieci anni, è diventata un’icona, un fenomeno commerciale, un simbolo. Proto-femminista, le si dice, rivoluzionaria, sessualmente liberata, anticonformista. Mi delude un po’, invece, questa donna forte e fragile. Per anni l’ombra di Diego, che segue nei suoi viaggi, che asseconda nei suoi progetti, che sostiene nei suoi ideali rivoluzionari, che sopporta nella sua libertà sessuale, arrivando ad amare le sue amanti, forse a cercare rifugio in un mondo femminile, dato che quello maschile l’aveva tanto delusa e umiliata. Per Frida non esiste che Diego. Lei stessa non esiste senza Diego. Quel Diego che giudica l’esclusività sessuale come borghese, che difende la propria libertà ed incoraggia quella di Frida, nei confronti di altre donne. Meno libertario sulle esperienze eterosessuali di Frida. Sicuramente anticonformista e radicale lei per la sua epoca. Ma spesso la sua libertà sessual-sentimentale sembra un rifugio, una conseguenza del dolore di non poter essere la sola, l’unica, nel cuore e, soprattutto, tra le braccia di Diego. Diego, dal canto suo, le regala questo ruolo di unica vera donna della sua vita. Regalo inutile e scomodo, perché dichiarare l’amore senza praticarlo permette sì di auto-rappresentarsi come amanti devoti ma soprattutto di legittimarsi qualunque nefandezza. La Frida che ho iniziato ad amare poi è quella che si intravede all’ombra di Panzòn. Quella che si intravede quando lui le lascia libera la mente, le mani, il cuore. Così appare il suo genio, il suo sguardo. La pittura di Diego è spesso iconografica, ricercatamente grandiosa, quasi arrogante: il popolo in armi, la bandiera con la falce ed il martello, Frida distribuendo volantini, Zapata, Lenin e gli operai, le manifestazioni con lo striscione “Tierra y libertad”. Frida è più sottile e più arguta. Deride gli Stati Uniti, rappresentando una vetrina della tanto odiata Detroit, e la auto-rappresentazione identitaria del popolo statunitense, sembra criticare il modo di produzione capitalistico in “Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti”, a sinistra la cultura ancestrale americana, la natura e la madre terra fertile e femmina, la piramide di Teotihuacan, a destra i grattacieli, le ciminiere, le fabbriche. Stesso paesaggio urbano, questa volta è il caso di New York, è rappresentato in “Il mio vestito è appeso là”; qui la satira si fa ancora più tagliente ed il vestito di Frida è appeso ad un filo che sovrasta due colonne. Su quella di sinistra, esplicito, un water.

Ma la Frida più rivoluzionaria e profonda è, ai miei occhi, duplice: è uno sguardo all’interno, verso se stessa e la sua storia, con una sincerità e una trasparenza sconcertanti ed emozionanti (Henry Ford Hospital, Le due Fride, La colonna spezzata, tra gli altri) ed uno alle origini, di sé in quanto appartenente alla sua cultura.

Ed appaiono così gli abiti tradizionali messicani, gli animali e la frutta con la simbologia della tradizione popolare, le leggende ed i racconti, le divinità e la cosmovisione dei popoli originari. In questi quadri Frida non deve dimostrare nulla a nessuno: né il suo talento e la sua indipendenza a Diego ed al mondo degli artisti, né la profondità delle sue idee politiche, né nient’altro. Questo è il diario di Frida, il diario del suo popolo (metà, dato che era lei stessa una mestiza), anni prima dello stato plurinazionale di Evo Morales, ben prima che si iniziasse a parlare di riconoscimento dei popoli indigeni, delle discriminazioni subite ed attuali dei popoli originari.

Il diario di Frida è intriso di dolori. La mostra volge al termine con una serie di foto, i disegni dei suoi stati emotivi, i quadri dal tratto sempre più incerto. Ma l’ultima parola su Frida è affidata a Rafael Alberti, poeta spagnolo rifugiatosi in Argentina durante la guerra civile spagnola e poi tornato in Europa dopo la caduta di Franco, trasferendosi però a vivere a Roma. Mi sono chiesta il perché della scelta de “La Paloma”, in che modo i curatori la reputassero esemplificativa di Frida e della sua vita. Rafael Alberti parla di una colomba che si sbaglia, che confonde il Nord con il Sud, il grano con l’acqua, il mare con il cielo. Che Frida abbia confuso il dolore con l’amore, la libertà sessuale di Diego con il rispetto, le parole ascoltate con i sentimenti dimostrati? Frida era senza dubbio la colomba, quella colomba che aveva sposato l’elefante. E il gioco delle sovrapposizioni procede. “La Paloma” di Rafael Alberti è stata poi musicata e interpretata, tra gli altri, da Sergio Endrigo e dal cantautore catalano Joan Manuel Serrat, che la cantò in castigliano suscitando le ire dei suoi fan. Ed ancora una colomba, o forse meglio un passero era quello di Mikel Laboa. Un passero che, per essere passero, deve volare via, e per rimanere deve subire una mutilazione, il taglio delle ali. Ma l’amore ama il passero, e lo lascia andare via, atto di amore supremo. Non è previsto ritorno nella canzone, diventata poi grido di libertà sotto il regime franchista. E’ ineluttabile la fine dell’amore. Ne “La Paloma”, però, vibrano dolenti le note della delusione. Non si tratta di un amore tragicamente destinato a infrangersi sulle ali della libertà; si tratta di un errore, un equivoco, un fraintendimento. Si è sbagliata la colomba. Potessi evitare le ire di Frida riscriverei il finale della sua storia di amore. E immaginerei che ad un certo punto, forse dopo il tradimento di Diego con Cristina, lei gli dicesse queste parole. La colomba, che ha sposato l’elefante, si sbagliava. Non può essere così l’amore, Frida querida, né per te, né per me. “…Si porque te quiero, quieres, Llorona, Quieres que te quiera más, Si ya te he dado Mi Vida, Llorona, ¿Qué más quieres? ¿Quieres más?”