Casa de la libertad

La casa della libertà suona, per un italiano, abbastanza inquietante. A Sucre, invece, la libertà è quella conseguente alle guerre di indipendenza, che iniziarono, per l’appunto, a Sucre e finirono, per l’appunto a Sucre. Il “primo grido libertario” dell’America Latina, nel 1809, nasce tra i membri dell’Audencia de Charcas, dell’università e tra i settori indipendentisti della popolazione, . Tra gli animatori del processo indipendentista, sostiene la guida, i criollos, figli di spagnoli ma nati sul suolo americano e, per questo, esclusi da molte cariche e privilegi.

Casa de la Libertad, cortile interno

Casa de la Libertad, cortile interno

 E sempre in questa casa, che fu dei gesuiti e poi sede dell’università Francisco Xavier, venne firmata la dichiarazione di indipendenza, nel 1825. Sedici anni che ne fanno il processo d’indipendenza più lungo dell’America Latina.
Le sale del museo ricordano e raccontano le storie dei protagonisti, troppo spesso più amati da morti che da vivi.
Il caso più emblematico, senza dubbio e quello di Doña Juana Azurduy, meticcia, destinata al convento, scelse invece di sposare la causa indipendentista. Con suo marito Manuel Ascensio Padilla, ed i loro figli, abbandonano la vita agiata nelle proprietà di famiglia di lui, che era criollo, e si uniscono all’esercito “libertador”. Il valore militare di  Doña Juana Azurduy è riconosciuto, tra gli altri, da Simon Bolívar, ma ciò non impedisce alla donna di morire in estrema povertà e solitudine. Anche le sue richieste di far parte del Congresso vennero respinte, in quanto donna e meticcia. Suo marito, invece, non riuscì a vedere l’indipendenza della Bolivia, perché fu  fatto prigioniero ed ucciso,  nella battaglia di La Laguna. Doña Juana Azurduy e Manuel Padilla iniziarono a combattere unendosi a Manuel Belgrano, che, resosi conto dell’assenza di un qualsivoglia stendardo da innalzare in battaglia, creò una bandiera biancoceleste. Dopo la battaglia di Vilcapugio, Belgrano, durante la ritirata, nascose la bandiera nella chiesa di Titiri, dietro un quadro. Questa bandiera venne poi ritrovata 75 anni dopo ed è l’antenata dell’attuale bandiera argentina. O per lo meno, questo raccontano la leggenda e la guida.
Infine José Antonio de Sucre. Valoroso militare, uomo di fiducia di Bolívar, scontento dagli sviluppi politici post indipendenza, tornò a vivere in Ecuador. Invitato ad una riunione da Simon Bolívar, fu vittima di un’imboscata da parte di coloro che temevano un suo ritorno in politica.
E infine, la stanza dei presidenti. Dall’enorme statua dedicata a Bolívar, al ritratto di Evo. La bandiera della Bolivia (rossa come il sangue versato, gialla come le ricchezze della terra e verde come quelle forestali) e la Whipala, la bandiera “indigena”, esposte alle spalle della statua di Bolívar, e la rappresentazione dello stato è compiuta, il carajo turista contento.
Simon Bolìvar nella stanza dei presidenti

Simon Bolìvar nella stanza dei presidenti

Ma il ritratto preconfezionato, l’autocelebrazione ed, in definitiva, la narrazione che uno stato fa di se stesso è istruttivo. Permette di interrogarsi sulla fase storica, sull’enfatizzato e sul taciuto, sul permesso e sul dimenticato.
Interrogarsi, perché restano domande, che, nel día a día, cercano risposte. Tante quante le persone con cui riesco a parlare, siano cambas, collas o carajos.

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También la lluvia

Tambien la lluvia è l’intreccio di due storie, quella di una troupe spagnola che arriva in Bolivia per girare (l’ennesimo) film su Cristoforo Colombo e le sua conquiste, e quella di Daniel, indio reclutato attore, abitante di Cochabamba, tra gli animatori della guerra dell’acqua del 2000.

La storia della colonizzazione è interessante, non solo perché permette di conoscere aneddoti ovviamente sconosciuti, ma anche perché mostra il tentativo (forse necessariamente fallito) di trovare un personaggio buono in tutto questo.
La storia della guerra dell’acqua rimane più sullo sfondo, ma è abbastanza interessante il divario tra la comprensione e la condivisione sul piano dei principi e l’azione (o inazione) conseguente.
È un film, neanche un capolavoro probabilmente, ma vuole far emozionare e ci riesce (ammesso che io, in questa situazione, possa essere un metro attendibile).
Di sicuro mi lascia con la sensazione che tutto davvero si ripeta, incessantemente. Che questa terra continua ad essere terra di saccheggio e sfruttamento. Più ricca appare questa terra, maggiore è la minaccia su queste genti, dice Galeano; e più povera è, più diventa appetibile per gli europei, dice Tambien la lluvia. E più profondi i suoi bisogni, più infami i tentativi di farne commercio, dice la guerra di Cochabamba. Per fortuna, le guerre, ogni tanto, si vincono pure.

Sucre

Sucre è l’inizio del viaggio, senza guida, io e la mia America. Certo che mi sento una privilegiata, non solo Nicco è stato la mia “Bolivia for dummies”, ma mi ha anche riempito di consigli per il viaggio. E lo ha fatto facendomi ridere, seduti sugli scalini di “casa sua” a bere birra e farsi mangiare dalle zanzare.

Il mio quaderno di viaggio dice che la felicità non è la destinazione, ma il viaggio. E iniziamo dal viaggio, dunque, che si era preannunciato come  parecchio pericoloso, a causa della strada sterrata, soggetta a smottamenti, specie se piove. In più Francesco ha sentito che ci sono stati 25 morti nella zona per una frana. Mi fido delle rassicurazioni al terminal dell’autobus e parto. Meno male, perché Nicco poi mi dice che si era trattato di un alluvione, niente a che fare.
Il viaggio è lungo, quindici ore, durante le quali un giorno rovente si spegne in una notte buia e fredda. Si inizia a salire, prima tappa Monteagudo, paesaggisticamente molto bella, specialmente se si guarda le montagne di fronte e non il dirupo sotto di se’. L’arrivo a Monteagudo è bellissimo, siamo in cima al monte che abbiamo fiancheggiato. E qui donne, bambini, venditori, una trafila lunghissima perché sono stati venduti due biglietti uguali, e un signore non vuole saperne di spostarsi, e una signora vuole due posti vicini. Mi metto io vicino al signore, cedendo i due posti vicini. La notte avanza, l’autobus arranca più volte, l’aria si raffredda. Facciamo una fermata surreale, una casa che è anche ristorante, nel nulla più totale. Il bagno è una latrina in cemento, con una tenda, o forse un lenzuolo, come porta. Quando risaliamo il signore al mio fianco inizia a parlare. È interessante, senza dubbio, ma c’è sempre il timore di non riuscire più a fermarli, sti boliviani. Parliamo della Bolivia, lui è un agronomo, l’ha girata molto e ne sembra innamorato. Anche lui parla dell’istruzione come mezzo di sviluppo del paese, del processo di cambiamento in atto dall’elezione di Evo, dalle etnie e le lingue parlate. Riusciamo comunque ad addormentarci senza bisogno di convenevoli.
L’arrivo a Sucre è sotto una pioggia battente, ma il sole arriverà. Quando piove fa anche freddo e nascosta nel cappuccio non vedo granché. Quando ormai mi sono decisa ad andare al museo dell’arte indigena smette di piovere, ma ormai sono diretta al mirador, ed inizio a familiarizzare con il nuovo paesaggio.
Mirador, La Recoleta. Sucre

Mirador, La Recoleta. Sucre

Sucre col sole è finalmente la città bianca e luminosa. A quanto pare, gli spagnoli che vennero qui erano del sud della Spagna, e riproposero qui la pittura bianca, che usavano per allontanare il sole. A questi quasi 3000 metri io, invece, lo inseguo come una lucertola.
Nel mio girovagare senza meta ripercorro spesso le stesse strade, come se l’istinto che m’aveva guidato una volta, riconfermasse le sue scelte. In piazza Cochabamba sto per sedermi a riposare, ma c’è della musica che arriva da quello che ha tutta l’aria di essere un oratorio.
Dentro ci sono delle ragazze che ballano, con delle gonnelline che ho visto da qualche parte su un manifesto; ci metto un po’ ad accorgermi che hanno scritto qualcosa sulla maglia. Poi lasciano il posto agli uomini, stivali ricoperti da grandi sonagli e cappelli che a me sembrano da ranchero. I passi sono molto energici e vengono chiamati, come per le donne, con un fischietto e dei gesti da chi sta conducendo.
Mi sembra di capire che siano i cavaleros di San Simon di Sucre, non ho capito molto di più.
Sucre è già più occidentale, ci sono i ragazzi coi piercing, i giovani turisti occidentali, zaino e abbigliamento tecnico, ci sono bar per la sera, con happy hour e proiezioni di film.
E poi c’è un’anziana signora, che mi ferma perché ha bisogno di aiuto col suo cellulare. Il suo castellano è stentato, credo parli quechua, e mi accorgo poi che non è in grado di leggere né di scrivere.
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Gli opposti coesistono, e le contraddizioni non mancano. L’abito tipico, con le gonne a strati e il grembiule, la riga in mezzo e le due trecce, è di derivazione spagnola. Un’imposizione, dice Galeano, un desiderio di assomigliare alle donne spagnole, dice una guida al museo che visiterò il giorno dopo.
Sucre è architettura coloniale, molte chiese in stile barocco mestizo, nel quale si mescola stile europeo ed elementi indigeni. Sucre sono giorni solitari ma sereni, è l’emozione dell’esplorazione e della scoperta.

Camiri

A Camiri andiamo perché c’è una riunione della APG, la assemblea del popolo guarani, alla quale, ovviamente, non partecipiamo.

Abbiamo modo, però, di parlare della storia e del popolo guarani più volte durante la giornata. Già nel cammino verso Camiri, Aurelio ci parla della situazione attuale. La sensazione è che vi sia molta consapevolezza e molta aspettativa rispetto al processo di cambiamento in atto, benché non manchino critiche alla politica di Evo.
Quello che mi è parso di capire è che il Chaco si senta in una qualche misura abbandonato da Evo, benché alcuni riconoscano che il processo di cambiamento sia talmente tanto profondo da richiedere molto tempo per essere concluso.
Il fatto è che Evo è si il primo presidente indigeno, ma qui di etnie indigene ce ne sono 36, e le più conosciute sono la quechua, l’aymara e la guarani.
Si tratta di popolazioni molto diverse, così come molto diversi sono i territori che abitano. I racconti di questi giorni descrivono i popoli delle Ande come abili e devoti al commercio, con mentalità imprenditoriale e dedizione al lavoro. I Guarani, invece, vengono descritti come incapaci di programmare, disinteressati all’accumulo di ricchezza e, quindi, più lontani dalla maniera occidentale. Si racconta che i guarani siano capaci di vendere il proprio mais alle stesse persone da cui lo compreranno mesi dopo, finita la propria scorta.
Il “presidente indigeno” proviene dall’altra parte, e qui è molto sentita la differenza tra collas (quelli del l’occidente ) e cambas (quelli dell’Oriente). Il timore, il risentimento o talvolta l’accusa, è che Evo si occupi solo, o comunque prevalentemente, degli interessi di quelle zone, che sono anche il suo maggior bacino elettorale.
E  al popolo guarani, che ha fatto della voce “terra e territorio” una delle proprie priorità, non può che incutere timore l’idea di utilizzare la parola “campesino”. In effetti, la scelta di questo termine indica che le terre devono essere rese produttive, e se questo non accade lo stato se ne riapproprierà e le re-distribuirà.
E chi coltiverà, allora, la terra dei guarani? E che ne sarà del territorio, che va protetto e non solo sfruttato?
Nel primo pomeriggio il panorama si allarga. Siamo nella Piazza di Camiri, il caldo del primo pomeriggio è asfissiante, inseguiamo l’ombra sulle panchine. Fernando mastica coca, una piccola manciata di foglie a cui aggiunge, dopo un po’, una punta di bicarbonato. Mi è stato spiegato che quest’ultimo favorisce lo scioglimento degli alcaloidi contenuti nelle foglie di coca, potenziandone l’effetto.
Fernando è un’enciclopedia. Ci racconta la storia dell’APG e le sue linee guida, la marcia di Kuruyuki, ma parliamo anche di storia del Sud America, di Simon Bolivar, del Che che voleva pagare il silenzio di suo padre, che però ha rifiutato questi soldi.
Un regalo molto bello, di cui mi sono appropriata, sono degli schemi che ci ha fatto per descrivere il sistema di vita socio culturale produttivo, il sistema di governo a spirale e la base filosofica della teoria politica per la ri-costituzione della nazione guarani.
Mi capita di sentire i brividi più volte mentre ascolto. Non solo perché ci parla di processi rivoluzionari in atto o perché la storia, tanto idealizzata, è scritta in questi volti ed in questa sierra, ma anche per il privilegio di essere qui, ora. Di poter ascoltare, imparare, come non si impara da nessun libro.
La propria stessa cultura si impara e si trasmette. Questo ruolo è stato spesso delle donne, in casa. Ed è proprio dal fuoco alimentato in casa che prende il nome il primo progetto per la protezione della lingua guarani.
“Tata endi”, il fuoco che mai si spegne, come questa lingua piena di poesia, che le donne trasmettevano e proteggevano all’interno delle proprie case.

Palmarito

Che i luoghi possano essere associati ai colori, non è cosa nuova. Il fatto è che mi sembra che Palmarito i colori li porti già un po’ nel nome. Almeno, mi sembra, che già prima di vederla Palmarito fosse gialla e verde, come le stoffe africane, come un quadro di Gaguin. Palmarito è anche un po’ azzurra, come il paesaggio che si vede arrivandoci, dove i boschi ricoprono le montagne che diventano azzurre incontrando il cielo.

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Da queste parti si usa molto il verbo “charlar”, al contrario della Spagna dove, specie per questioni di lavoro si usa di più “hablarlo”, “comentarlo”. Qui, invece, si charla, si chiacchiera. Ci si prende tempo per affrontare le cose, tempo e pacatezza.
Non dovrebbe stupire, quindi, ma forse far sorridere, se quando chiediamo a Tarcisio perché stiamo andando a Palmarito ci risponde partendo dall’1700. Il mio sunto occidentale, passibile di errori, è che sono stati ritrovati documenti di un compositore italiano barocco, tale Zipoli, toscano ma sudamericano d’adozione, e che da li sia iniziato un lavoro di riscoperta, che ha portato ad una collaborazione con l’orchestra di Prato e la nascita della scuola di musica di Palmarito.
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Lo so, ancora non s’è capito che ci andavamo a fare. Ad accompagnare due maestre per le prove del coro in vista dell’arrivo dell’animatore di questa collaborazione.
L’ingresso a Palmarito avviene quando una bambina viene ad aprirci un cancello di tronchi di legno; attraversiamo Palmarito vecchia e Palmarito nuova, vedo per la prima volta le costruzioni nelle quali si conserva il mais. Non ne ricordo il nome, né in spagnolo né in guarani, ma sono simili a palafitte, per proteggerlo, suppongo, dagli animali.
Palmarito è storicamente importante, ci racconterà qualche giorno dopo Fernando, perché da qui parti’ la marcia del ’92 verso Kuruyuki, per commemorare la battaglia del 1892. Il centenario è stata una tappa importante nella storia del popolo guarani, ma manteniamo uno straccio di cronologia.
Tra le foto non scattate qui c’è la campana che suona per chiamare a raccolta, lo sguardo timido e basso delle ragazzine al nostro arrivo, un’anziana signora e la sua espressione altera e umile, i bambini che giocano a calcio sotto la tettoia e i telefonini dalle mille lucine messi a caricare nella scuola, che ha la luce grazie ad un generatore.
E, nel buio, tornare a casa…a guardare il cielo. E, se l’ho già detto non importa, il tempo è circolare, non esiste passato, presente e futuro in guarani. Ma, poiché mi piace essere incoerente, questo lo raccontiamo un’altra volta.

Istantanee

Gutierrez e’ intendere il senso dell’espressione “zona rurale”. Era così “prima”, nella famosa frase “qui prima era tutta campagna”. A Gutierrez non c’è l’acqua che esce dai rubinetti, ne’ tutte le comodità della città. Ma a Gutierrez ci sono le stelle, o certe volte la luna e le nuvole. E, seduti nel prato, su sedie di plastica, e’ un po’ come essere al cinema. E, invece delle immagini, scorrono le nuvole. Spesso, ultimamente, ho letto ed ascoltato l’idea che esistano due tipi di fotografie, quelle che si scattano con la macchina fotografica e quelle che si scattano con gli occhi. Io e Nicco che guardiamo il cielo nella notte nel frinire degli insetti, e’ una di queste. Un’altra, di Gutierrez e non solo, e’ quel particolare movimento che si fa con la mano o con uno straccio, per allontanare i moscerini. Il braccio e’ fermo, piegato, l’avambraccio parallelo al corpo, e solo la mano ed il polso disegnano un otto davanti al viso. Spesso si vedono mamme con il bimbo sul fianco fare questo movimento; altre volte sono le mamitas del mercato, inutile tentativo di scacciarli dagli alimenti.

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Gutierrez e’ il mate amaro, offerto dagli uruguaiani, qualcuno di passaggio, qualcuno invece no. Gli uruguaiani mi raccontano del mate, della sua ritualità. Non si serve il mate che sta servendo un altro, offrire il mate e’ accoglienza ed invito. Ognuno ha il suo modo di servirlo, ma il processo è identico. Si mette poca acqua fredda così “gonfia”, poi acqua bollente su una piccola parte della montagnetta di erba che si è fatta. Poi quando “la cannuccia” fischia e fa le bolle si riserve, spostando l’erba in senso orario (o anti-orario, dipende) di un quarto di giro. Se chi lo serve è bravo, il mate “nunca se lava”. Florencia dice che il modo in cui si serve il mate è una buona metafora di come è fatta una persona. Non so se imparerò mai a servire il mate, per il momento la mia sfida è imparare a berlo amaro, qualcuno direbbe, come la vita. In questo momento, però, mi permetto di dissentire.

Il mondo nuovo

L’illusione del mondo globalizzato, il demone della reperibilità e la risposta  immediata a ogni effimera curiosità ci abituano a pensare che nulla sia sconosciuto o quanto meno inimmaginabile. L’idea e che le parole, le immagini possano davvero sostituire l’esserci. La sensazione appena arrivata, invece, e’ stata quella di pensare che senza essere li non l’avrei mai capito. Al tempo stesso camminavo avvolta in un senso di curiosità ed irrealtà. Sapere le cose non equivale ad esserci immersi.

La prima cosa che ho imparato e che niente è scontato.
Un cartello all’aeroporto di Santa Cruz avvisava che l’acqua sarebbe stata chiusa in una fascia oraria che non era quella in cui sono arrivata. Ma niente da fare, riempire il secchio dalla tanica per sciacquarsi la faccia dopo il lungo viaggio. Strano viaggio, con un giorno infinito seguendo il sole e una notte corta che mi accoglie a Santa Cruz.
La prima cosa che ho sentito e stata l’aria di mare, curioso in un paese che non solo non ha il mare ma che fa dell'”accesso al mare” una delle sue battaglie.
Il primo – e fino ad ora l’unico- mezzo di trasporto l’ambulanza del Vicariato di Camiri. E stretti li dentro io, Pancho, nostro choffer, Nicco, mia guida a sua insaputa e traduttore di latinoamerica raggiungiamo il nostro albergo. Io, è risaputo, adoro leggere significati e segni nelle coincidenze, e che sia di nuovo un Nicco, come a Madrid, a condurmi nei miei primi passi in un mondo nuovo non può che emozionarmi.
Le prime strade che calpestiamo sono quelle di Santa Cruz, s’era detto. Santa Cruz, al momento, è immagini di strade con venditori assiepati, spesso seduti ad offrire la propria mercanzia, la più varia. Un caldo che quasi toglie il fiato, che si fronteggia con ombrelli, teli e succo di tamarindo. Ogni banco è pieno di bambini, di ogni età. Molte famiglie mangiano, pollo e riso, in piatti o sacchetti di plastica. Compriamo palo santo, un legno che viene bruciato e usato per curare dolori fisici e del cuore, dopo aver recitato una frase che serve ad allontanare il male e far rimanere il bene. E tre Padre Nostro e un’Ave Maria.
Ci lasciamo guidare, e da una porta stretta tra due case, circondata da venditori, arriva una musica. Entriamo e ci troviamo in un bar, dove incontreremo Marcelo, un signore di Oruro che insiste per offrirci una birra e chiacchierare con noi, insegnandoci brindisi e raccontandoci aneddoti. In questo bar inizio a capire che da queste parti ogni volta che si incontra lo sguardo  ci si saluta, anche in un bar tra sconosciuti. Poi iniziamo a cercare un posto dove sbloccare il mio telefono, che qui non va. Ed è come varcare un confine. Attraversiamo la città, passando per la parte nuova e palesemente, a tratti ostentatamente, ricca. Tra gli edifici e le villette in stile occidentale, assegniamo il premio all’indimenticabile complesso in stile Sud-tirol, come prontamente lo descrive Nicco. Che farsene di tetti spioventi dove la neve non esiste? E la fine del cammino e’ l’entrata nel tempio della cultura occidentale, il Cine-center, il centro commerciale di Sabato pomeriggio. Chiunque sa da sempre la pervasività dell’immaginario occidentale, e yankee in particolare, ma, come sopra, altra cosa e’ vedere realizzata questa colonizzazione culturale. Scansata la coda per i film, ci sediamo in un bar a bere una birra, mentre intorno a noi si guarda – credo – Real Madrid- Barcellona in tv.
Infine, mentre torniamo in albergo, il Taruma’, dal nome di un albero storico che cresce nel patio, ci imbattiamo in una festa, organizzata – ci dicono – tutti i sabati, dove mi invitano a ballare sulla musica dei “New Tormenta”.
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Se arrivare a Santa Cruz e’ pensare che un altro mondo non solo è possibile, ma già esiste, con tutte le sue contraddizioni, molto stupore deve ancora venire, lasciando la città per andare nel Chaco, terra di storia e di poesia.

Semenella

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero”.

Che a dirla tutta non ho mai nemmeno capito se Baricco mi piace o no. Nel dubbio propenderei per il no. Ma non importa, quello che volevo dire è che secondo me ci sono sue espressioni felici, guizzi accattivanti, musicalità indovinate e destinate a cristallizzarsi nella memoria. Questa, per me, e’ una di quelle.

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero”.

La prima cosa il mio nome, dunque. È un nome che risale ai tempi in cui nasceva un sogno. Di fuga, di scoperta, di libertà. Struggente e patetica l’adolescenza. E in quei giorni, in cui sognavo di attraversare l’oceano e raggiungere la maggiore età, passavo i pomeriggi tra il collettivo e la sezione di una città (d’arte) di provincia. Oltre a quell’atmosfera e a quell’arredamento da dopoguerra, alle Peroni piccole con il vuoto a rendere e alle carte consumate da molte mani, quel luogo era la seconda casa di molti compagni, dal cuore rosso e dall’italiano incerto. Uno in particolare resta nei miei ricordi come il custode di un luogo, di una storia, di un ideale. La sua, di storia, inizia quando, ancora bambino, inizia a lavorare nella “carovana facchina”, a scoprire la politica e l’ideale nei soprusi di ogni giorno, negli scioperi per i diritti, nella fede nel partito e nelle difficoltà ad accettare un mondo che cambia, un movimento che si contrappone, si allontana, si scontra. Anche noi, nei primi anni 2000, eravamo i gruppettari, perché noi nel partito non ci volevamo stare, pur essendone energia e linfa vitale. Ma non credo di sbagliarmi nel dire che a lui, burbero e irascibile, testardo e disponibile, quella schiera di adolescenti esuberanti piacesse un bel po’. Per le discussioni politiche e per le schermaglie di cui era spettatore tanto quanto protagonista, per la testardaggine e per le partite a tressette, dal prevedibile epilogo. L’avanzare dell’età non aveva minimamente intaccato la memoria del giocatore, e la logica e l’esperienza rendevano ogni mossa ovvia e ineccepibile. Al contrario, il suo compagno di squadra era esposto all’ira ed alla traiettoria delle carte, che puntualmente volavano all’indirizzo del malcapitato, quando il suo gioco era frainteso o la risposta ad esso francamente indifendibile. Ma la tenerezza di quest’uomo rude e dai modi spicci io la sento nel soprannome che mi aveva dato, Semenella. Semenella vuol dire semino, piccolo seme, o almeno a me, che pure il dialetto l’ho imparato in quegli anni lì, così sembra di ricordare. Il suono, invece, resta chiarissimo. Le prime due e sono mute, forse la fonetica della mia lingua le scriverebbe con la dieresi, e la a finale nemmeno si pronuncia. Un codice fiscale, come molte delle parole della mia terra, un suono chiuso e un po’ ruvido, come i campi quando d’estate il fuoco li brucia per purificarli e prepararli a un nuovo raccolto. Un piccolo seme perché piccola ero, e sono. Più nessuno mi chiama così, Nnill se ne è andato qualche anno fa e il piccolo seme già era stato trasportato lontano dal vento. Sono passati più di dieci anni da quei pomeriggi, e per quanto ancora mi sembri un sogno, tra pochi giorni un nuovo vento, ancora più forte, porterà un sempre piccolo seme ancora più lontano. E mi piace la metafora del seme perché porta con se la speranza di una semina sempre possibile, di un raccolto a cui lavorare con dedizione., l’ambizione che le radici continuino a ramificarsi e i frutti a succedersi.
Un piccolo seme, un grande zaino e che il sogno abbia inizio!