Ed è solo Sabato notte…

(Premessa: anche Córdoba avrà un disegnetto, al momento è incompleto e impresentabile. Impresentabile lo resterà ma mi è presa voglia di disegnare. Il disegnetto darà ordine a questo post).

Un mate, per iniziare. Passandosi il mate si condividono le prime chiacchiere, poi le strade. Mili mi accompagna in giro per il centro, e intanto racconta. Ma a Córdoba arrivo già preparata dai racconti di Marcos.

La Cañada è uno dei luoghi caratteristici di Córdoba, un canale che un tempo segnava il confine ovest della città. Oggi è un quartiere ricco di bar culturali ma ospita anche la fiera degli artigiani ed una “casa tomada”, una casa presa dagli artigiani. Ho sentito varie storie, dell’occupazione contro la speculazione e dei tentativi di sgombero con un incendio o con le squadracce. Non ricordo come le chiamano ma di fatto è pratica frequente utilizzare semi criminali che fanno giustizia sommaria con l’aiuto e su mandato della polizia. Dell’incendio sento anche un’altra versione, cioè d una candela che appicca il fuoco e si propaga ai libri custoditi poco lontano. Di fatto sembra che prima ci fosse una casa ed ora c’è una tettoia, un paio di tende e si sta costruendo. Il lunedì si lavora, il martedì ci sono i laboratori di serigrafia, il mercoledì di percussioni. È uno spazio giovane ma pieno di entusiasmo. Quando passo di li mi fermo a chiacchierare con Matias, artigiano dalle mille esperienze. Mi accompagna in giro per il centro, al mercato (sempre i mercati come specchio dei luoghi) e mi racconta dei suoi viaggi, della famiglia guarani con cui è rimasto un anno, del sentiero per giungere alle rovine ed entrare gratis dopo le cinque in Perù, di un amico che aiuta a costruire una casa nella sierra. Dice che faranno le empanadas, in realtà troviamo una zuppa, che mangiamo quando già si sta montando la fiera. Lui ha ben poco, gli hanno rubato lo zaino, ci fermiamo a comprare del filo di metallo per fare dei fiori da vendere mentre si passeggia, o da scambiare con una sigaretta o qualcosa da bere. Mi fa vedere il suo “ufficio”, il luogo dove mette il panno per vendere. O meglio gli uffici perché di pomeriggio il sole si sposta e lui pure, attraversando la strada. Ci fermiamo a salutare gli altri che lavorano. Tra le migliaia di braccialetti ed orecchini, simili spesso tra loro, nella feria si vedono creazioni originali: giocattoli in legno, spade e fucili, vestiti, tessuti. C’è musica nella fiera, pagliacci, bambini col primo accenno di rasta e la murga che, mi spiega Matias, è un genere di musica che consiste nel cantare testi ironici su motivi conosciuti. C’è una mezza rissa e tentativi pacifisti di fermarla. C’è la banda della Cañada, ritmi in levare e tanta fricchettonaggine. “Tana”, mi sento chiamare. “Tana” è come chiamano le italiane in Argentina. “Tana”, mi dice Chamba, che in realta si chiama Salvador, è di San Salvador, viveva nella calle San Salvador e poi c’è n’era un’altra, che completava le “quattro volte Salvador” ma non la ricordo più. Chamba pure ha mille storie da raccontare, dei cocktail fruttati che ti stendono sotto il sole dei Caraibi, delle detenzioni lampo che sembrano villeggiature, con i poliziotti che vanno a recuperanti cibo e ti comprano artesania. Mi chiede com’è la situazione in Italia e quando sto per iniziare a lamentarmi dice “così è per chi ha sempre avuto il letto e poi si ritrova a terra. Chi è sempre stato a terra, invece…”. Ma ora mi sta chiamando perché sono da sola Matias è in giro, ci si inizia a chiedere che si fa stasera. Matias voleva andare ad un concerto rock, o meglio fuori perché nessuno ha i soldi per entrare. Io confesso che voglio andare a sentire la Mona e in qualche modo li convinco. Prima però andiamo a recuperare del cibo, c’è una pizzeria qui dietro che gli regala sempre pizza. Nel mentre passano dei giovani cordobesi a cui scrocchiamo delle sigarette, anche se fumo solo io. Quattro ne chiede, noi siamo tre, ed una per il bambino che da questo momento io porterò in grembo. La ragazzina con cui parliamo sogna di partire in viaggio dopo la promozione, è all’ultimo anno. “Lavora un anno, risparmia e compra un biglietto per il Messico”, le dice. “È più facile scendere che salire”, le dice. Vive de la calle, le dice, non en la calle. Artesania, giocoleria, così si sopravvive. Noi europei l’università e i soldi di mamma e papà.

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Ripartiamo, cerchiamo un colectivo e qualcosa da bere, compriamo del liquore al dulce de leche per il bambino, ci rassegniamo a prendere un taxi; il tassista ci chiede se abbiamo dei documenti, c’è un posto di blocco che ferma tutti i taxi, poi arriviamo al barrio. Il tassista ci dice le strade da evitare al ritorno, la polizia presidia il palazzetto dello sport, ci sono nastri di plastica per il prefiltraggio. Lasciamo l’artesania di Matias al chiosco che vende choripan, il piatto tipico di Córdoba e ci inmergíamo nella zarria cordobese. Voglio andare avanti, come al mio solito e li perdo dopo tre passi. Sono sola, senza cellulare, che comunque mi servirebbe poco e volevo giusto evitare questa situazione. La Mona canta “yo también estuve preso” io vago e mi fogo e mi dispero un po’ ma li ritrovo. Qui si palesa la mia incapacità di ballare, il mio senso del ritmo in latinoamerica è insistente, ci prova una ragazza, poi un ragazzo, faccia di uno che non vorrei far arrabbiare. Continua a dirmi che “si sente”, la musica, e “no” continua a ripetermi. A un certo punto sorprendo un tipo ad indicarmi ed a ridere. Senza speranza. Pensiamo di lanciarmi sul palco per chiedere una canzone, esito, discutiamo con due tipe (nemmeno loro vorrei farle arrabbiare), Chamba mi da della cagasotto. Il concerto finisce, parliamo con un musicista, chiediamo la scaletta che non c’è ed usciamo. Mangiamo un choripan, Matias regala un braccialetto all’uomo del chiosco per il favore ricevuto. Con Chamba parliamo dei complessi sulla magrezza, maledetto occidente, dell’età che avanza. Mi dice di non lamentarmi di nessuna delle due cose, che l’età è esperienza e che è bello avere esperienza.

Ritorniamo verso il centro, Matias prova a vendere senza successo e con scarsa convinzione qualche fiore; non sappiamo che ora è mentre siamo seduti sul muretto della Cañada. Non ho il cellulare, non abbiamo orologi, è una bella sensazione. Lo saluto e vado a dormire. Ed è solo Sabato notte…

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Salta

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..°° Calle, Turismo y libertad

C’è un mondo in strada, un mondo che non entrerà mai nei musei, che spesso non entra nemmeno nelle narrazioni ufficiali ma di fatto accade ben poco nelle case, o accade troppo in poche stanze.
A prescindere da queste banalità, osservare e camminare per le strade racconta l’oggi quanto i musei racchiudono ieri. Le strade di Salta sono vissute da turisti, dagli artisti e dai lavoratori della strada, da viaggiatori e sicuramente da salteños che, però, non ho avuto modo di conoscere. La strada può essere ufficio, senza porte né orari, che apre quando se ne ha voglia e quando è necessario. Alcuni hanno la propria etica del lavoro: non si lavora la domenica, non si lavora più del necessario, il lavoro serve per vivere, che siano poche ore per poter impiegare il resto del tempo, semplicemente, a vivere. Le spese possono essere davvero poche, il cibo, gli ostelli, dei figli da mantenere, i trasporti. I vestiti non serve comprarli, gli ostelli sono pieni di cose dimenticate da gringos sbadati. Con qualche lavoretto o baratto ci si procura ciò che manca. L’efficiente progresso ed il discorso dominante a cui siamo abituati è una vita di sacrifici per un benessere futuro, una fila di rinunce aspettando un paradiso che (non) verrà. E intanto la vita se ne va, senza tempo per ciò che emoziona: gli altri. Mi dice che sembro libera Marcos, come me lo dissero Santi e Carmen, io che ho centinaia di catene, personali, familiari, sociali. Questo, o meglio il ritorno, sarà il momento della verità, si scoprirà quanta paura mi fa la libertà, se saprò sottrarmi al dover fare per essere (amata).

Daniél, il violinista

In strada avevo conosciuto Juan e Floro, artesanos, che stavano vivendo in una casa occupata, dove una giovane coppia affitta posti letto a 15 pesos. Un enorme acchiappasogni rende riconoscibile la casa, ma nessuno mi apre. Così voleva la Serendipity. Ma andiamo con ordine e torniamo alle strade, che ospitano, oltre ad artesanos, malabaristas (giocolieri), venditori e lustrascarpe, i turisti. Il turismo, si dice, sta cambiando il volto di Salta, la cortesia ed i sorrisi sono interessati, la cultura e la storia si fanno commercio, si moltiplicano negozi di artigianato moderno e bar tutti uguali. La differenza principale tra i callejeros ed i turisti è che i primi costruiscono relazioni, comunità, vincoli, solidarietà; i secondi ne sono spesso incapaci, non si guardano, non si incontrano, non lasciano spazio all’inatteso, troppo occupati a mettere bandierine sul percorso programmato. Non sempre, forse, si decide fino in fondo se essere turisti o viaggiatori. A Salta sono arrivata da turista, due notte in ostello e proseguire, ma gli incontri cambiano le cose, se si è pronti ad accogliere un pomeriggio al parco a prendere mate e sole. Liberarsi dallo stakanovismo del turista, creare legami, conoscere la cultura, la musica, le abitudini, che non entrano in un museo. Immaginarsi salteñi, rifiutare la maratona. Rivaluto la mia attitudine ai tempi di Rio, di cui non ho mai trovato l’anima, perché non la stavo davvero cercando. Nessuna carissima escursione, né la “vera esperienza da gaucho”, né il treno delle nubi, ma la possibilità di immaginarsi a restare.

..°° Serendipity

Con la parola Serendipity mi ero incontrata una decina d’anni fa, per un disco della PFM e per un incontro intenso ed, appunto, inatteso. La parola Serendipity deriva da Serendippo, antico nome dello Sri Lanka, dove è ambientata una favola, che narra di un re che manda i tre principi suoi figli a conoscere il mondo. Sono istruiti ma gli manca la saggezza dell’esperienza. I tre principi fanno scoperte inattese ed utili, trovano una cosa mentre ne stavano cercando un’altra, riuscendo a cavarsela in molte situazioni. Non è la fortuna degli stolti ma un’attitudine a incontrare ciò di cui si ha bisogno e che si desidera, tipica degli audaci e degli scaltri. Al tempo stesso, torna Kundera, sempre lui, e le sue coincidenze. Quelle che fanno sì che io accetti di fermarmi proprio nell’ostello che mi sta “vendendo” la ragazza alla Terminal di Salta, che nessuno mi abbia aperto alla casa dell’acchiappasogno; al tempo stesso convincono Anna Chiara a passare da Marcos, che vive nello stesso ostello, invece di andare a casa come era tentata di fare. E così entra una ragazza e ci salutiamo, mi sembra di notare una somiglianza ma in viaggio può capitare spesso. Ed invece è Anita davvero, ci abbracciamo e cambia il profumo dei giorni. Sono giorni di chiacchiere, condivisione, di racconti, di quello che sono, di come lo sono diventata, degli amori e delle pene, delle aspettative. Sono giorni di sole, pomeriggi al parco e mate amaro e dolce, giornate senza tempo, cucina, tagli di capelli e manualidades, risate, serenità e qualche emozione. Sono le marionette di Marcos per la pedonale, le canzoni della Mona e le chacareras, è un pomeriggio di primavera fuori stagione, prima che arrivino le nuvole.

Viaggiando come vagabonda, come mi direbbero i ragazzi della scuola, bisogna avere una strategia. Intendo dire, qualcosa che dica quando partire e quando restare, un segnale. Salta è inequivocabile. Mercoledì entrare alla Terminal mozza il fiato, non è oggi. Ma si stanno preparando le nuvole, discussioni accese intorno ad un tavolo ed a tre bicchieri di vino (ed uno di Fernet), discussioni che sono metacomunicazione, capirò poi.

La serata continua, io, Anita, Guille e la sua chitarra rock anni ’70 in giro per il centro, incontriamo il Mago che ci mostra i suoi trucchi. Ma vado a dormire triste, pensando che domani sarà ora di andare. Mi sveglio con la stessa sensazione, il cielo è grigio, l’aria è fredda. Non ci sono dubbi: è ora di andare.

..°° Musica

Ci sono delle costanti, come la cumbia, onnipresente ma meno prepotente che in Bolivia e poi ci sono le novità come Carlitos la Mona Jimenez, istituzione popolare, tanto da essere stato dichiarato patrimonio nazionale. La Mona suona tutti i Venerdì a Cordoba, dicono le statistiche che aumentino i furti all’approssimarsi dei concerti della Mona e del quartetto, perché i ragazzi dei quartieri fanno di tutto per mettere insieme i soldi del biglietto. Raccontano che dei ladri siano entrati in una casa per rubare ma che si siano resi conto dalle fotografie di essere entrati in casa della madre di Carlitos, e che abbiano desistito. Dicono che si siano seduti a chiacchierare con lei, tra le foto di Carlitos bambino. Molte canzone del quartetto parlano d’amore, ma anche della vita della gente del barrio, della povertà, della strada. Marcos ha una marionetta della Mona che riscuote grande successo. Mi racconta come è iniziata con le marionette. Era con un amico ad una fiera, faceva ancora l’artigiano. L’amico pure, ed aveva fatto delle marionette che però nessuno usava. Così, per noia o per caso, lui ha iniziato a muoverle e immediatamente si è formato il capannello di gente. Così ha iniziato a prodursi le sue marionette, con pezzi di legno trovati in giro, filo di ferro, comandi. Si fa aiutare per i vestiti, perché non sa cucire. Racconta che con l’amico si scherzava, all’idea di poter dividere il palco con la Mona, ma la realtà a volte supera la fantasia e quel palco l’hanno diviso come una foto testimonia, nonostante Marcos non ami le foto. Non è semplice tradurre culturalmente questo personaggio, mi faccio prestare le parole da un prezioso amico che dice che sembra Cocciante con vestiti più gay ma credo che forse solo la musica neomelodica a Napoli possa rendere l’idea. O almeno a me così viene da pensare.

..°° Storia e Pop Culture

Imparare la storia dalle persone e non dai libri espone ad errori ma permette di conoscere non solo ciò che accadde ma come venne e viene rappresentato. Complessa la storia di questo immenso e ferito paese, cautamente cerco di mettere insieme pezzi. Ascolto della dittatura, dei desparecidos e delle nonne che ancora li cercano, dei bambini rapiti e cresciuti nelle famiglie dei militari o di conniventi con la dittatura, della richiesta, ancora attuale, di “Juicio y Castigo”, ancora sui muri. Ho ascoltato di una legge che impone il test del DNA in casi sospetti, le implicazioni che comporta vedersi la vita distrutta, scoprire di aver amato e di amare i propri rapitori, il rifiuto della propria identità, l’accettazione, il dolore. Ho ascoltato dei centri di detenzione clandestina, luoghi dell’orrore a volte nel centro della città, come a Cordoba, ad un passo dalla Chiesa, nella piazza centrale, dove la vita continuava a scorrere, ignara o impotente. Ho ascoltato della crisi del 2001, la povertà ed il baratto, lo scambio di beni di prima necessità come mezzo di sussistenza. Ho ascoltato della classe medio-alta, che si lamenta, perché si fa una legge per regolarizzare le donne delle pulizie e loro erano abituati a questa moderna schiavitù; ho sentito dire che se sono i ricchi a lamentarsi non c’è da preoccuparsi, vuol dire che le cose vanno nella giusta direzione. Che sono loro a lamentarsi e ad essere danneggiati dalla “cacciata del dollaro”, dalla svalutazione della moneta che rende più caro viaggiare all’estero. “Todos con Kristina, si legge sui muri, ma non è così semplice. Ascolto della Ley de Medios, che per la prima volta ferma l’egemonia ed il monopolio della famiglia Clarin nell’informazione; perfino le cartiere erano loro. Ascolto delle Malvinas, con cui si può scherzare con un inglese, perché i popoli non paghino le colpe dei governi. Dell’istruzione, ancora troppo classista, dell’aborto ancora condannato se non in caso di stupro. Di Peròn, Menem, in un paese che ha nella sua storia recente una cinquantina d’anni di dittatura. E’ un paese complesso, dove sono tutti discendenti di europei, anche se il volto tradisce tratti indigeni. Ma questo è un altro paragrafo.

..°° Musei e Popoli Indigeni

In Bolivia esistono 36 popoli indigeni, e questa nozione non deriva solo dalla quantità di tempo passato in questo paese ma rivela anche in che modo i discorsi costruiscano la cultura. La retorica boliviana è quella dello stato plurinazionale e questa plurinazionalità è legittimata, per quanto non abbia cancellato le discriminazioni, passate e presenti, verso i popoli indigeni. In punta di piedi mi interrogo sull’Argentina ed i suoi popoli originari. I musei ne sono pieni, sia a Jujuy, quello delle culture indigene o il Vicente Lopez o il Pajcha o il MAAM ed il Museo di Antropologia di Salta. Ci sono i guaranì, i wichi, i popoli andini; ci sono vasi, tessuti, corredi delle tombe, perfino le mummie. Un passato glorioso, l’ambita antichità per il nuovo continente. Ciò che è antico è prezioso e degno di attenzione e così acquistano dignità turistica gli edifici che testimoniano la colonizzazione e, specularmente, le culture precolombine. Mi chiedo, con umiltà, che succeda fuori dai musei; tutti sono figli di europei, poliziotti e lavoratori della strada hanno più spesso tratti indigeni, solo prime impressioni, suscettibili di rettifica. Né i discorsi egemoni né le condizioni materiali sembrano rendere giustizia a questi popoli millenari, alla loro saggezza e spiritualità, al parto verticale e rispettato, alla medicina naturale dei curanderi, alla cosmovisione indigena che ricerca e pratica l’armonia con l’ambiente, venendo tacciati di pigrizia se non lo sfruttano intensivamente come fa l’uomo bianco, contaminando l’acqua del parco naturale Calilegua, al confine tra le province di Salta e Jujuy, o convincendo gli abitanti del Chaco ad accettare il disboscamento per installare coltivazioni di soia, che non diminuiranno la malnutrizione e che produranno profitti e qualche posto di lavoro ad alto tasso di sfruttamento. Con la complicità di Kristina, percHé il mondo che sogniamo, purtroppo, non è nemmeno qui.

A fuoco lento…

Tra le mille idee incompiute ne rispolvero una, nata nella cucina di Casa Niceflower e proposta alla mia scettica spalla, Gianni (o Pinocchio, eterno dilemma). L’idea in questione era tenere un blog di cucina, quasi più di moda dei selfie. E multiculturale, dato il viaggio imminente.

Da Salta parto mangiando empanadas caseras, divise quasi equamente con un cane della Terminal, e nel Carnevale di emozioni di questa partenza, riportarne la ricetta risulta una dignitosa scorciatoia.

Premessa d’obbligo: si è usata di qualche scorciatoia pure per la preparazione, ma dove non è arrivata la pratica sopperiamo con la teoria.

Innanzitutto, sembrano esserci due teorie sulle empanadas: in Cile è la sfoglia la parte fondamentale, il ripieno è scarso e per questo ricevono critiche; qui, al contrario, è il ripieno ad essere fondamentale, tanto che la sfoglia si può comprare al supermercato, come noi facciamo.

Iniziamo dunque dal ripieno, nel nostro caso pollo e verdura nella stessa quantità. Le empanadas possono essere anche di formaggio o di carne. In quest’ultimo caso tagliata a piccolissimi pezzi ma non macinata. Sono i dettagli, in cucina, a fare la differenza. Torniamo al pollo, nel nostro caso già cotto, altrimenti va lessato. Meglio il petto, sfilacciato ed ovviamente senza pelle. La verdura: una cipolla, un peperone verde, una carota grattugiata, un dente d’aglio, a cui va tolta l’anima perché sia più digeribile. L’aglio, tra le altre cose, è anticoagulante. Dice Marco che quando ci si taglia affettando l’aglio le ferite tardano a chiudersi e che si passa apposta aglio sui coltelli per fare male, storie da carcere. Un filo d’olio nella pentola e poi cipolla e peperone, la carota dopo, perché cucina prima. Alcuni tritano la cipolla nel mixer, noi si preferisce a pezzi grandi, così piace a Francisca. Si fa andare un po’, la cipolla come punto di riferimento. Si aggiunge il pollo e dopo un po’ un pomodoro, a pezzi grandi. Un pizzico di bicarbonato per togliere l’acido. Non è la stessa cosa dello zucchero, che solo lo nasconde. Dettagli, accortezze. Intanto si lessano due uova, poi si sbucciano bruciandosi la punta delle dita, perché la fame non permette di aspettare e sono pur sempre le tre o giù di li. Il ripieno deve raffreddare un po’, un freezer aiuta ma si sa che non si fa. Dettaglio fondamentale, che stavo dimenticando: le spezie. Il preparato per empanadas contiene pepe bianco, noce moscata ma soprattutto il cumino, fondamentale.

La sfoglia, che nel nostro caso è già pronta, si fa con acqua, farina ed un po’ di sale. Si stende in dischetti, si aggiunge una cucchiaiata di ripieno. Non bisogna essere taccagni, ma nemmeno esagerare, che poi scoppia l’empanada. Per la chiusura bisognerebbe fare la “repulga” ma non siamo in grado quindi usiamo un metodo alternativo. Innanzitutto si prepara una tazza di acqua tiepida, ci si bagna la punta delle dita e poi si passano i bordi dell’empanada. A questo punto si uniscono i due lembi, facendo pressione perché diventino “una cosa sola”. Questo sarebbe il momento della repulga, nel nostro caso ci passiamo una forchetta e sono carine lo stesso.

Le empanadas sono pronte per essere infornate, non c’è un tempo dice Marco, si controlla la cottura. Con mia grande sorpresa i forni qui hanno due porte, con quella più in basso si cuoce la parte superiore delle empanadas.

Quindi ci si siede e si aspetta, intorno al tavolo del patio in questo pomeriggio primaverile, sotto questo caldo sole, prima delle nuvole, improvvise ed inattese. Ogni tanto Marco va a “chequear” las empanadas che mangiamo ancora calde, troppo calde, mentre, che si sappia, bisogna aspettare un po’.

Il ripieno è avanzato, sarà ancora pranzo e ancora cena, per me e per il già citato, e grato, cane. Le empanadas che mangio sul colectivo in partenza sono più di una semplice cena, sono qualcuno che si prende cura di me. Più abituata all’altro lato dello specchio, assaporo il sollievo di affidarsi a qualcun’altro, l’abbandono e la fiducia, seppur temporanei.

Di nuovo a macinare kilometri, di nuovo despedidas e nuovi inizi. Salta la linda ha dato più di quello che ci si aspettasse da lei, non è semplice separarseme. Ma questa è un’altra storia.

Empanadas Caseras

“Ma così che cosa vedi?”

13-16 Maggio

Tocca scomodare l’odiato Freud per parlare di Jujuy. In realta’ Jujuy é stata, al tempo stesso, brama di Occidente e resistenza alla pianificazione necessaria nel mondo occidentale.
Una doccia calda sotto la quale ridere e scodinzolare, la sicurezza di una casa sicura, la prevedibilita’ della tua cultura.
La gente, innanzitutto, é cortese. Da’ informazioni e suggerimenti volentieri, sa essere empatica.
Primo impatto: la modernità. Asfalto, segnaletica, porte a vetri. Terminal nuovissima. Tanto che ancora non c’è il wi-fi ma Pablo, il ragazzo dell’edicola, ha una connessione alambrica. Non so che significhi ma non importa. È gentile, simpatico, disponibile. Contatto Malu, mi da’ l’indirizzo, mi scrive di far presto che c’è il flan della nonna. Ho voglia di piangere. Pablo dice che mi è cambiata la faccia, è vero, sto sorridendo. Posso finalmente rilassarmi dopo gli ultimi giorni di tensione e denti stretti.

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Il taxi è giallo come ci si aspetta che i taxi debbano essere, accendo una sigaretta, come uno non si aspetta che dovrebbe essere. Malu mi corre incontro, ci abbracciamo mentre Coco e Canela abbaiano intorno a noi. È cambiata l’aria dalla riservatezza e timidezza guarani’.
Sorseggiamo un mate, chiacchieriamo prima della doccia. L’ultima calda era stata a Camiri il 25 Aprile. Ricordare la data dell’ultima doccia calda, dover disimparare a gettare la carta igienica nel cestino.
Aún así, sempre ti amerò, querida Bolivia.

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Ma siamo in Argentina, si mangia milaneza e torta di spinaci dell’orto, si beve vino ed una bevanda gassata alla mela in voga da queste parti; si dorme in un letto caldo, senza paura degli insetti e della sporcizia. Riappaiono i supermercati, il Wi-Fi e si inizia a dimenticare il senso d’attesa ogni volta che si attraversa un gruppo di ragazzi per strada. Stabili, invece, il cochlo ed il locro, le brigate in motorino in tre o quattro, i bagni ad uno, anzi due pesos con il diritto ad un po’ di carta igienica arrotolata. Spunta il mate da passeggio, thermos sotto il braccio o negli uffici. Il Che ed Alberto ben esemplificano la profondità di quest’abitudine. Hanno appena raggiunto una vetta di quasi 5000 metri, in Perù, il camion si ferma per qualche problema. Nell’attesa i due accendono “un fuoco asfittico ma sufficiente a scaldare l’acqua ricavata da un pugno di neve. Lo spettacolo di noi due che sorbivamo la strana bevanda doveva apparire agli occhi degli indios tanto interessante quanto per noi i loro vestiti, perché non smisero un momento di avvicinarsi e chiedere per quale ragione mettessimo dell’acqua in quello strano artefatto”. Ma stavamo dimenticando Freud, in uno di quei famosi lapsus freudiani (maledetto humour inglese). La resistenza è una forma di opposizione inconsapevole così come la mia a fare qualcosa di utile in queste giornate. Un piccolo museo sulle culture indigene, una passeggiata in bicicletta nei dintorni di Jujuy, una passeggiata per il centro, qualche incombenza ed una dolce indolenza. Jujuy è immersa in una natura mozzafiato e varia, che non conoscerò. Non dispongo dell’energia sufficiente per pensare, organizzare. Svegliarsi presto, essere operativi, efficienti. E quando ci provo o sono svogliata o sbaglio tempi e modi. Non mi dispiacciono, però, questi giorni atipici, recuperando energia e inseguendo i miei capricci. E nel mezzo di una riunione di mburuvicha guarani argentini che discutono di come affrontare una compagnia petrolifera che vuole perforare nel parco nazionale di Calilegua, nelle loro comunità, so di essere nel posto giusto. Unità, organizzazione, lotta, territorio. Una comunità che fa politica, un’assemblea più giovane di quella boliviana; donne mburuvicha per niente timide; giovani donne che sono guide del sentiero naturalistico guaranì, assistenti sociali, professoresse di informatica e forse un giorno volontarie di Tekove. Tessere relazioni, condividere esperienze, generare vincoli e complicità. Viaggiare è anche questo, soprattutto questo. “Ma così che cosa vedi?” chiedono al giovane Ernesto che arriva a Jujuy dopo di viaggio filato di un’intera giornata. “Una domanda che resta senza risposta, perché é retorica, non prevede nessuna risposta, perché è vero, che cosa vedo io, per lo meno non mi nutro allo stesso modo dei turisti e mi sembra strano guardare i depliànt pubblicitari, per esempio di Jujuy: l’altare della patria, la cattedrale dove fu benedetto lo stendardo patrio, le decorazioni del pulpito e la miracolosa Vergine di Rio Blanco y Pompeya, la casa dove morì Lavalle, il Consiglio della Rivoluzione, il Museo della Provincia, ecc. No, non è così che si conosce un paese, una forma ed interpretazione della vita, quello è solo la lussuosa coperta, la sua anima si trova nei malati dell’ospedale, in chi sta al commissariato e nel pedone ansioso con cui si entra in confidenza, mentre il Rìo Grande giù in fondo mostra il suo alveo turbolento. Ma tutto ciò è lungo da spiegare e non so nemmeno se verrebbe realmente compreso”.

La despedida dalla Bolivia

Concepcion, ore 10.30 del mattino. Saggiare, verificare, ben sperare. Prudenza ma sembra di stare meglio. La notte e ls giornata anteriore a letto tra i mal di pancia. Senza saldo, anzi no, senza corrente elettrica tutto il pueblo. Fosse mai che ti convincessi a chiedere aiuto, a chiedere ai ragazzi di comprarti carta igienica o una bottiglia d’acqua. Debole e lentamente avventurarsi fuori. Sperare che la corrente torni presto per avvisare quelli del bus e del couch che è tutto rimandato. Guardare un film nell’ attesa. Ah, no. Manca la corrente. Torna la corrente, non torna la voglia di vivere. Alle sei e mezza di pomeriggio sto di nuovo dormendo. Ma in fondo è un bene. Sono riposata per affrontare il viaggio. Dall’ autobus dicono che non c’è problema, dal couch pure. Tutto tranquillo.

Santa Cruz, ore 16.30 cambia l’aria. Scrivo a Malu, mi dice “letto” ma perché allora non risponde? Vabe’ rimandiamo il problema. All’officina del bus chiedono se voglio partire domani. Uno si lamenta che il mio posto è partito vuoto. Con la mia consueta diplomazia faccio notare che il biglietto è aperto, quando parto parto. “Qualche problema?”, chiedo. Non c’è il mio biglietto fino alla frontiera, dicono. Ma il signor Roly Menacho, st’infame, m’ha venduto un diretto, pure lo spuntino mi davano. Scoprirò in Argentina che la truffa è frequente.

Santa Cruz, ore 19.30. Si sente urlare. Una rissa, enorme, tra partecipanti e spettatori. Sbircio da lontano, arriva la polizia dell’immigrazione. Sì lo so che sono irregolare, sì lo so che devo pagare la multa. Ecco, prego. Grazie. Ridacchiano commentando la rissa. “Che succede?”, chiedo. “Se menano”, rispondono. Ah, ecco, grazie. Lasciali fare è il senso.

Santa Cruz, ore 20.30. Si parte. Andiamo a Yacuiba, vicino alla frontiera. Il mio viaggio “diretto” sarebbe dovuto arrivare a Jujuy alle 14.00. #staytuned Il signore dell’autobus che, ovviamente, non è più il latitante Roly Menacho, mi da una busta con un numero di telefono ed un nome. Il mio contatto a Yacuiba. Aria di clandestinità…

Yacuiba, 5.30 del mattino. Pioviggina, fa freddino ed è buio La terminal è già attiva per fortuna. Del signore della busta, ovviamente, non c’è traccia. Aspetto un po’, bevo un tè. Chiamo. Il signore chiede dove sono, dice che vengono a prendermi. Arriva una signora, dice che non c’è fretta, aspettiamo un altro autobus da Santa Cruz, con altri passeggeri, poi andiamo. Chissà dove.

Yacuiba, 6.30, forse. La signora torna, andiamo. Non ci sono altri passeggeri. Saliamo sul taxi. Scendiamo alla frontiera. Il tassista vuole che gli paghi la corsa. Scendono le Madonne in processione, i Cristi e pure il padreterno. Si lo so, mamma, e che ci vuoi fare. Pago, minacciano di riportarmi alla terminal. Attraverso la frontiera, a piedi. Siamo dall’altra parte, il signore del nome sulla busta mi stacca il biglietto ufficiale. Altro taxi che mi porta alla terminal da cui parte l’autobus. Pago, e che te lo dico a fare.

Pocito (?), 10.00 del mattino (24 ore fa partivo da Concepciòn). Parte l’autobus per Jujuy. Primo controllo. Sbirri gentili, rapido controllo dei documenti. Buon viaggio e scusate per il disturbo. Prego. Secondo controllo. Tutti giù dall’autobus, scarica valigie, raggiungi banco dei controlli, Apri valigie, chiacchiera con lo sbirro. Le foglie di coca possono passare. Perquisizione. Grazie ed arrivederci. Terzo controllo. Documenti. Sbirro giovane, simpatico. Domande di rito sul viaggio. Su di me chiede “Soltera?”. Pausa. “Casada?”. “No, cansada”. Rispondo. Ridiamo entrambi, io piuttosto fiera della mia freddura. Il controllo prosegue. Le valigie le sbirciano loro senza nemmeno “scenderle” dall’autobus. Noi scendiamo, documenti, zainetto controllato. Grazie e arrivederci. Rimango a chiacchierare con gli autisti. Chiedo, così, per scrupolo, a che ora arriviamo a Jujuy. Alle sei. Ancora nessuna notizia, ovviamente, dei couchsurfer.

Manca poco a Jujuy, esce il sole. Adiòs, Bolivia, maldita y querida, bienvenida Argentina.

San Josè, Chiquitania

L’essenziale deve essere invisibile agli occhi, ma porto con me ben più dell’essenziale ed il superfluo pesa. Sono scettica rispetto alla possibilità che un mototaxi carichi e trasporti me, il mio zaino da 50 litri con annesso sacco a pelo ed un sacchetto. Il giovane conducente non si scompone e mi porta ad una pensione.

San Jose’ de Chiquito, che negli anni è cresciuto molto, rimane piccino. Un pueblo a metà tra l’antica vita del campo e la “modernità” portata dal turismo. Le ricerche della Chiesa durano un paio di minuti, ci vuole poco a trovarla. La particolarità di San Jose’ è che si tratta dell’ unica chiesa in pietra tra quelle delle missioni. Ho la fortuna di vederla mentre cala il sole, si staglia nitida, elegante, le sue luci che rompono l’oscurità. Il museo è semi-chiuso, perché dentro c’è un concerto, è l’ultima giornata del Festival di Musica Barocca e Rinascimentale. Rimango un po’ ad ascoltare, senza troppe emozioni e disturbata, a tratti, da un giovane del pueblo. Sì, Guido, c’avevi ragione tu, sono molestosos i boliviani.

Mi fermo a cenare aspettando l’inizio del concerto successivo, sperando in una qualche emozione.
L’entrata dell’ensemble Louis Berger è una processione festosa, i suoni sono allegri e non convenzionali, rispetto all’eleganza algida della musica sacra. Il direttore dell’ orchestra racconta e spiega. Il museo di San Javier contiene molti strumenti musicali originali in condizioni più o meno buone e con molta determinazione hanno ottenuto di poterne fare delle copie, riproduzioni. La funzione delle copie è duplice, non permettere che si perda la memoria con il deteriorarsi degli originali e restituire il suono antico, sporco e genuino della musica che venne prodotta. Due sono i personaggi chiave di questo storico obiettivo, il padre Piottr, che ha ricercato, ristudiato e ricreato i lavori di un geniale (dicono) compositore, Domenico Zipoli.
Quello che ci aggiunge l’ensemble è far risuonare questa musica così come era stata pensata. Non ci sono voci basse tra gli indigeni e così si usa un grande strumento a fiato per riprodurre suoni bassi, non c’era la possibilità di costruire trombe e così si usano trombe marine. Il direttore ce ne spiega l’origine. L’aggettivo marino deriva da una contrazione di “mariano”, perché lo suonavano le suore tedesche nelle celebrazioni per la Vergine Maria. Non rilievo lo stesso divertimento, che condivido con il direttore, nel pubblico, quando ci spiega che, all’epoca, era malvisto che le suore suonassero la tromba.
La tromba marina sembra uno strumento a corde, ma si suona con un archetto e sfrutta la cassa di risonanza che amplifica i colpi che una parte di legno produce. Lui l’ha spiegato meglio di cosi, tant’è che il pubblico era sorpreso a sapere che si trattava di uno strumento a fiato, a corde, a percussione.
Il concerto finisce, in processione, sul piazzale antistante alla Chiesa, l’orchestra esce di scena suonando, portandosi dietro perfino un piccolo organo a pedali.

A San Jose’ ci sono due musei quello della Chiesa, con le pitture murarie originali e quello antropologico, sulle culture ayorea e chiquitana. Il museo è minuscolo, ma molto interessante come ripete Carolina. Carolina è una volontaria, restauratrice formatasi proprio qui a San Jose’, innamorata del suo pueblo e del suo lavoro, anche se lavora nell’ostello che condivide il patio con il museo.

Mi mostra la parte chiquitana, la maschera del bianco indossata a Carnevale, i bastoni degli anziani, le foglie intrecciate di Sao’, con le quali si costruiscono ventagli per il fuoco e per le estati altrettanto infuocate.
Della cultura ayorea c’è un marsupio in garabata per trasportare i bambini, dei sandali in legno, utensili per il campo, frecce e lance, ornamenti di piume di uccelli, azzurre e rosse, e di pelle di tigre, che ancora abitano la zona. Zona rinomata anche per il legno, robles quello usato dai chiquitani, chituriki e cuchi dagli ayoreo. Gli ayoreos hanno mantenuto un po’ più a lungo il vestito tradizionale, fatto di garabata’, simile al filo con cui si intrecciano braccialetti, ma già non lo usano più. I chiquitanos usavano il tipoi, mi tornano in mente i balli alla Tekove, specie il sarao, che scopro essere di queste parti.

Chiedo delle forme organizzative chiquitane, oggi l’autorità massima è l’alcalde, prima era il Casique Mayor. È una forma di governo rappresentativa ed elettiva, con varie cariche minori. Per la prima volta, intorno alla prima festa del paese, è stata eletta una donna tra i Casique. Le autorità si riuniscono di domenica, nella “Casa del bastón”, dove fanno riunione e festa, bevendo aguardiente, acqua e distillato. Vado a cercarli, ma, sfortunatamente, è chiuso.

San José è anche ricca di bellezze naturalistiche e storiche, come il parco archeologico di Santa Cruz la vieja, immerso in un parco naturale. Mi avventuro a piedi, sono solo due km, nei quali sopporto la paura dei cani, delle vacche, delle tigri e delle vipere. Il paesaggio è bellissimo e ripaga della paura. In ogni caso, per il ritorno, mi faccio tirar su da una benestante famiglia cruceña che mi riporta, nel suo bel SUV dai sedili in pelle, a San José. La chiacchierata è sulle bellezze naturalistiche della Bolivia, della pericolosità di Santa Cruz, colpa, sostengono, dei brasiliani (sono venuti tutti quelli cattivi), dei colombiani, anzi no, i colombiani no, quello è più che altro narcotraffico, ed i collas. Insomma, cruceños brava gente. Poi passiamo vicino ad una vecchia casa del pueblo, ormai abbandonata. Si nota la maniera di costruire tipica, fango, paglia, rami di legno. La signora la indica alla famiglia, “vedi, dice che erano cosi le case prima”. Sono così, signo’, “sono”. E in quella paglia si annidano le vinchugas, che trasmettono il chagas. Tantissimi da queste parti ce l’hanno, si trasmette anche da madre a figlio o figlia. È la malattia più comune, cronica. Non si guarisce dal chagas, che finisce per attaccare il sistema cardiocircolatorio, può costringere a Un pace-maker. Non è un interessante segno dei tempi che furono, è ancora un grido d’accusa, non solo ai vostri soldi ma anche alla vostra ignoranza.

Eat the rich, bianchi, rossi o a pallini.

Ruta del Che

Amaro il destino quando fa di un famoso rivoluzionario un prodotto commerciale che attraversa indenne le mode. Se l’immagine di Korda è finita nelle camerette e sulle magliette di centinaia di migliaia di adolescenti, non potevano scampar la i luoghi dove trascorse i suoi ultimi mesi, giorni, istanti.

L’arrivo a Vallegrande sa di modernità. Attraverso i vetri del costosissimo taxi (in ottica comparativa, non assoluta), vedo la città, le strade, l’asfalto, i segnali stradali, addirittura i bidoni dell’immondizia appaiono attraverso la pioggerellina che sta cadendo. L’offerta turistica è completa: museo del Che, la Higuera, la Fosa del Che ed il mausoleo, la Fosa di Tania. Qualcuno sostiene che la gente si faccia pagare persino per raccontare i suoi ricordi.

Uomo pubblico, la vita dedicata al l’ideale, è impossibile un’esperienza privata, personale, unica, vera. Ciò nonostante permane l’emozione di vedere gli stessi paesaggi, guardare lo stesso cielo, l’ultimo che videro i suoi occhi liberi.

Ad accompagnarmi Santos, taxista dagli occhi sorridenti e dalle tante parole. La prima sosta è a Pucara’, piccolo paesino in cui non successe sostanzialmente niente. Qui fu catturato Leon, che disertò. Qui ci fermiamo a mangiare, 10bs pranzo completo.

Il percorso rispetta l’ordine cronologico degli eventi: la Quebrada del Yuro, dove ci fu l’imboscata in cui il Che venne ferito e fatto prigioniero, la Higuera dove fu condotto e giustiziato, la Lavanderia dove fu esposto perché il mondo sapesse, e la fossa in cui fu interrato e dove rimase occultato per oltre vent’anni.

Alla Quebrada si arriva attraverso un sentiero, a piedi, che parte da casa di Santos. Mi mostra delle foto storiche ed altre comuni, poi iniziamo la discesa. Costeggiamo un campo di mais, il sole è diretto, poi il sentiero diventa più boscoso, l’aria umida, nonostante i 2000 e passa metri. A poche centinaia di metri la casa de la enana. Il Che scrive: “Alle 17.30 Inti, Aniceto e Pablito vanno a casa della vecchia che ha una figlia a letto e l’altra mezza nana. Le danno 50 pesos raccomandandole di non dire assolutamente niente, ma ci sono poche speranze che mantenga la promessa”. Raccontano che no, non furono la nana e sua madre a “vendere” il Che, ma un contadino che si chiamava Pedro Peña, a cui offrirono un milione di bolivianos, dice Santos, gliene diedero solo cento. Secondo alcune versioni era un altro il nome del contadino, secondo altre non fu nemmeno un contadino, ma l’esercito stesso si infiltrava fingendosi contadini, per raccogliere informazioni e delegittimare la guerriglia. Molti aneddoti sembrano poco verosimili ma non possono non fiorire leggende intorno ad una leggenda.

Ancora qualche centinaio di metri e raggiungiamo il campo di patate di Pedro Peña. Era una notte di luna, quel 7 Ottobre e si riconobbero perfettamente le 17 sagome dei guerriglieri. Poco lontano, in linea d’aria, c’è la caverna dei guerriglieri, l’ultimo accampamento, da dove il Che ed i suoi andavano a comprare mais o qualche pollo dalla nana.

Quella notte, si diceva, i guerriglieri attraversarono il campo di patate, Pedro Peña li vide ed andò ad avvisare l’esercito all’Higuera. Fu così che si preparò l’imboscata. La Quebrada è una gola, un canale tra due coste della montagna. L’esercito dispose un accerchiamento ampio, su tutti i “cerros” intorno. All’una del pomeriggio inizia il combattimento, iniziano gli spari, il Che dà ordine di prendere posizione. Non credo sapesse di essere accerchiato. Venne ferito, si fece riconoscere. Disse di non sparare, che per la Bolivia valeva più vivo che morto. Qui, secondo Santos, il Che avrebbe detto “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”. Gli legano le mani dietro la schiena, poi lo trascinano a piedi, ferito, dice Santos per lo stesso sentiero che abbiamo percorso, fino alla strada. Dice che passarono dal cortile della sua casa e che lui, che aveva sei anni, se lo ricorda. Sono scettica, insisto chiedendogli, ma la sua versione non cambia: sette guerriglieri scortati da cinquecento (!) soldati si inerpicano su quello stretto sentierino fino alla strada.

Riniziamo la risalita, Santos dice che sono 4 km, forse più realisticamente due, visto che è ripido ed impieghiamo un’ora. Ci si immagina i guerriglieri carichi di peso, digiuni da giorni, sotto un sole altrettanto caldo, il Che con la sua asma e senza le sue medicine.

Risaliamo in macchina diretti all’Higuera che è, francamente, un po’ kitsch: il busto del Che, murales brutti, e la escuelita. Ci apre una signos sdentata che rimane a chiacchierare con Santos. Non ci azzeccano nulla con l’atmosfera che avrei voluto. Nella stanza messaggi, bandiere, magliette, foto tessere. Un cerotto. Tra la tomba di Jim Morrison e Ponte Milvio.

Siparietto ludico all’uscita, il tassista non c’è, ci sono una trentina di uomini che mi chiacchierano al bar dove pensavo di prendere un mocochinchi. Chiedo a dei ragazzi, che pure mi avevano rivolto la parola, di un altro bar. È l’unico, ed il mio tassista è lì a bere chicha. Mi unisco a loro, mi offrono un paio di bicchieri di birra e mi invitano a fermarmi per la grigliata che faranno. Sono titubante, credo possa essere divertente, oltre che antropologicamente interessante ma alla fine mi decido a tornare a Vallegrande, prima che il mio tassista sia completamente ubriaco.

A Vallegrande il Che arriva già morto, in elicottero. Arriva anche la stampa di tutto il mondo. Viene portato nella lavanderia dell’Hospital Nuestra Señora de Malta, che continua ad essere l’ospedale di Vallegrande. Il Che resta esposto due giorni, poi il suo corpo sparisce. Bruciato, si vocifera, perché non ci siano lapidi da visitare, eroi da celebrare. Fa uno strano effetto entrare nell’ospedale, c’è un bel sole, il cielo azzurro è terso ed ogni tanto c’è un vento dolce che fa risaltare il silenzio. Il silenzio ed il vento, come una presenza, atmosfera rarefatta e sospesa. Alla lavanderia si arriva dal fianco, chissà dove è atterrato l’elicottero. Molti dicono che non sembrava neanche morto, con gli occhi aperti che sembravano seguirti. Scattiamo le foto di rito, ci allontaniamo senza riuscire davvero ad andar via. C’è il silenzio, come ricercata presenza, ed il vento. Ed il sole ed il cielo limpido. Hasta siempre, Comandante, ma ancora non trova pace il tuo corpo ferito e stanco.

Ti tagliano le mani, ti portano fuori dall’abitato, alle spalle del cimitero. Qui oggi sorge il mausoleo, raccolta di foto, dall’infanzia alla morte, lapidi commemorative dei 17 e degli otto morti tra l’8 ed il 10 Ottobre.

L’ultima tappa è “la fossa di Tania”, dove un tempo è stata interrata la guerrigliera che ora, come il Che, riposa a Cuba. La nostra guida, che oggi non è Santos, dice che il fiume portò via il suo corpo dopo la battaglia di Vado del Yeso. Dopo sette giorni venne ritrovata e le donne di Vallegrande, con “espíritu de mujer” ne chiesero il corpo per darle sepoltura nel cimitero. L’esercito accettò, salvo poi trasferire in segreto i resti qui. La guida ci chiede se abbiamo domande, il tassista che si è imbucato, che non conosceva nessuno dei luoghi e che ha lo stesso taglio di capelli di De Niro in taxi driver, è interessato a sapere se il Che fumava canne; io provo a chiedergli della sua fama, di come si rapporta, e si rapportò, la gente di qui al Che. A quanto pare oggi è mezzo santo, la gente sa che lottava per i poveri, può capitare che gli dica una preghiera o gli si accenda una candela, specie per gli ammalati, visto che il Che era medico. All’epoca non lo conoscevano, il Che stesso scrive: “Continua sempre la mancanza di reclutamento contadino; è un circolo vizioso: per ottenere questo reclutamento è necessario che la nostra azione si faccia sentire permanentemente in un territorio popolato, e per fare questo abbiamo bisogno di altri uomini”. Santos dice che in molti lo temevano, i guerriglieri pensavano che se li avessero incontrati li avrebbero costretti ad unirsi a loro. Mi chiedo che fine facessero i comunicati al popolo boliviano; i guerriglieri boliviani erano militanti del Partito Comunista a cui la scelta di rimanere nella guerriglia costò l’espulsione. Qui ci scontriamo un po’ con la guida. Lui sostiene che la rottura con il partito comunista boliviano deriva da una lotta per il comando tra il Che e Monje. La faccenda, secondo le mie fonti, è più complessa. Quando Monje incontra il Che per discutere la questione porta tre punti: avrebbe rinunciato alla direzione del partito, chiedendo in cambio se non l’appoggio la neutralità; si sarebbe occupato dei rapporti con altri partiti sudamericani per ottenerne il sostegno ed avrebbe assunto egli stesso il comando della guerriglia. Il Che, su questo punto, è irremovibile: sarà lui a condurre le offensive. Sul rapporto con gli altri partiti sudamericani è francamente scettico, mentre reputa un “grave errore” la sua attitudine col partito. Qui, e siamo al 31 di Dicembre, c’è un momento di stallo, Monje si ritira per discutere con i suoi e poi parla ai guerriglieri, ponendo l’alternativa di restare o seguire le direttive del partito. Tutti i boliviani decidono di restare. Il giorno dopo Monje parte, annunciando le sue dimissioni dal partito. Probabilmente non è (solo) il comando a portare alla rottura dei due, ma la politica non interventista dell’Urss e dei partiti politici latinoamericani, solidali alla guerriglia ma contrari alla lotta armata. Non si poteva, sostiene inoltre la guida, accettare che uno straniero comandasse la guerriglia boliviana. Il Che, a tal proposito scrive “per quanto riguarda le notizie circa la presenza di presunti combattenti provenienti da altri paesi americani, per ragioni di segreto militare non forniremo cifre, chiariamo solo che qualunque cittadino, che accetti il nostro programma minimo perseguente la liberazione della Bolivia, è accolto nelle file rivoluzionarie, con gli stessi diritti e doveri dei combattenti boliviani, che, naturalmente, costituiscono la stragrande maggioranza del nostro movimento. Ogni uomo che lotti, armi in pugno, per la libertà della nostra patria, merita e riceve il glorioso titolo di boliviano, indipendentemente dal luogo di provenienza. Questo è il nostro modo di interpretare lo spirito dell’autentico internazionalismo rivoluzionario”.

Sembra stizzita la nostra guida e chiude rapidamente il discorso. Risaliamo sul taxi e resta solo da attendere la partenza della flota. Venire a cercare il Che in questi luoghi, in tanti lo abbiamo fatto e continueremo a farlo. Al tempo stesso bisogna continuare a cercarlo nei suoi diari, nei suoi discorsi, nei suoi suggerimenti per le letture.

Querida presencia, vento nel silenzio in Bolivia, silenzio nella frenesia di una vita che ha troppa, troppa fretta lontano da qui.

Lagunillas – II parte

Lagunillas 2

(Segue)

Il territorio fa parte degli ambiti di intervento dell’APG, la Asamblea del Pueblo Guarani. Piset, si chiama, Producción, Infraestructura, Educación, Salud e Tierra y Territorio. Complesso e centrale il rapporto del e della guarani con questo elemento, semplici le parole di Luís Miguel per spiegarlo. Yaity, casa di una signora anziana, o meglio patio, o meglio ancora aia. Nelle comunità la casa è un edificio, più o meno grande, di fango o legno o in muratura ma la vita avviene fuori. Li si cucina, si mangia, si lavano i panni. Qui si ricevono le visite, si avvicinano sedie e si invita a sedersi. E mentre siamo seduti in semicerchio, il silenzio rotto dallo scorrere del Parapety, l’occhio che raggiunge il cielo e le nuvole all’orizzonte scostando gli alberi, qualcuno dice qualcosa sull’ampio spiazzo e Luís Miguel dice che il guarani vive così, che è abituato a vedere la natura intorno a se’, che in città non si vede nulla, solo muri, mentre qui si possono alzare gli occhi e vedere gli uccelli volare nel cielo. Spettacoli e rumori a me sconosciuti, come il ragliare degli asini e il gracchiare di uno stormo di pappagalli verdi che si alza in volo, al nostro passaggio, da un campo di mais.

Anche Doña choquita ci mette a sedere nella sua aia; siamo tanti, perché oltre a noi dell’equipe c’è lo mburuvicha di Kurupaiti, doña choquita e suo marito ed un ragazzo, ex studente della Tekove, che abbandonò quando divenne mburuvicha qua e che non ricordo bene che funzione rivesta al momento. La chiacchierata è lunga ed io mi annoio perché ci capisco ben poco con tutto questo guarani. Andiamo a visitare la comunità,’ l’architettura tipica prevede la scuola, il Posto di Salud e la cancha; al ritorno ci regalano delle pannocchie e ci offrono del latte munto davanti ai nostri occhi, qui che il latte è quasi esclusivamente in polvere.

Lo mburuvicha di Kurupaiti ci invita a pranzo, ha cacciato il giorno prima un cerbiatto che accompagniamo con il consueto riso, pannocchie e un’insalata. Prepariamo sotto la tettoia dove c’è il fuoco con le donne di casa, tomando mate arricchito da cedron e poleo, anche queste regalo di Doña choquita.

Da qui si va a Tenta Piau, letteralmente casa nuova, in castellano Pueblo Nuevo. Lo mburuvicha non è affatto contento di riceverci, per di più nella cancha, che è giusto di fronte a casa sua, ci sono le olimpiadi dei bambini, come in tutta la Bolivia e la presentazione finisce in tempo per la partita della squadra, suppongo, di suo figlio.

Controvoglia ci fermiamo ancora al Puesto de Salud, dal Doctor Limón. È provocatorio tutto il tempo, scettico; spiega il suo lavoro e critica quello degli altri, Gerencia, ospedale di Lagunillas, velatamente anche il nostro. È, come dice Sandra, “bien politico”, ed è questo a cui sembra destinato. Ci parla di un incarico che lo aspetta. Ci mostra il suo splendente Puesto, le cartine delle comunità di referenza, le carpetas familiares ben ordinate.

Nulla da eccepire riguardo ai contenuti che, poi, sono quelli del governo. Sono almeno tre i programmi che conosco nell’area della salute: MiSalud, il Bono Juana Azurduy e l’istituzione dei Safci.

“Mi Salud”, di fatto, garantisce l’assistenza sanitaria ai bambini fino a 5 anni, alla donna in stato di gravidanza e agli anziani oltre i 60 anni. Per il resto della popolazione la salute è a pagamento e cara.

Il Bono Juana Azurduy, prende il nome dall’eroina della guerra d’indipendenza che, tra una battaglia e l’altra, ebbe modo di fare quattro figli. Si tratta di un aiuto economico per ogni bimbo minore di cinque anni.

Infine, il Safci, che vuol dire Salud Familiar Comunitaria Intercultural. La salute, quindi, come benessere completo, vale a dire benessere fisico, accesso ad una buona alimentazione ed ad una casa in buone condizioni, accesso all’acqua potabile e, più in generale, ad un ambiente non contaminato, rispettando le cosmovisioni dei popoli indigeni, per i quali la la salute è armonia con la famiglia, la comunità, la natura che li circonda. Si deve, dunque, descolonizzare, poiché lo sfruttamento della terra è alieno alle culture originarie. Culture originarie che sono depositarie di conoscenze millenarie, anche in tema di salute. Che coesistano e collaborino medicina tradizionale e medicina occidentale. Comunitaria perché si ricerca attivamente la partecipazione delle comunità, che definiscano le proprie esigenze, che collaborano tramite il proprio responsabile di Salud, si promuove la nascita di comitati a livello municipale. Stanno nascendo nuovi posti di lavoro statali per dottori ed infermieri. Rientra nella salute, il diritto ad una vita dignitosa, l’accesso all’educazione.

Il cammino è ancora lungo, “il processo di cambio” è irto di ostacoli e contraddizioni, la propaganda è serrata, acritica, entusiasta. Ma i cambiamenti sono reali, gli investimenti nell’ambito della salute pure. La visione, la dichiarazione d’intenti è la seguente: un sistema di salute universale, gratuito, interculturale, “equitativo”, partecipativo. E fossero pure solo belle chiacchiere, nel nostro bel mondo sviluppato neanche quelle ci hanno lasciato.