La finta savia e il XVIII Dicembre

Nelle storie ci si imbatte per sbaglio, o forse il modo più bello di apprendere, qualunque cosa si apprenda, è relazionale.

Metro, calda mattina di Luglio. Una famiglia latina chiede a quale stazione scendere per visitare il centro città. In particolare vorrebbero visitare una delle piazze centrali, dove si affaccia il Palazzo Reale e un’antica residenza dalle tre anime, come una matrioska, all’interno lo strato più antico.

Una ragazza indica la fermata della stazione principale dei treni.

Qualche minuto dopo sale un ragazzo, giovane, ben vestito. Ha in mano una bustina di carta trasparente, dentro dei fogli, quello che potremmo pensare essere un curriculum. Va nella medesima piazza, dove c’è anche un ufficio per i giovani, che avrebbe l’ambizione di orientarli verso opportunità e invece, nella migliore delle ipotesi, potrà fornire un po’ di consolazione.

Chiede alla ragazza qual è la fermata più vicina per la suddetta piazza. La ragazza tentenna, dice di non essere del posto e cita due stazioni. La conversazione si estende ad altri passeggeri e si concorda che la piazza è probabilmente al centro tra le due stazioni principali.

A quel punto la metro giunge alla fermata XVIII dicembre. Il signore latino chiede che cosa è successo in quella data. Una delle ragazze risponde in spagnolo, il signore ascolta. La moglie gli fa notare che abbiamo cambiato lingua, nel mentre.

Nessuno lo sa, non stiamo facendo una bella figura come giovani di un paese industrializzato. Sembra un po’ la solita scenetta da candid camera, in cui la giovani generazioni non conoscono i più banali avvenimenti storici del paese. Il ragazzo dice di essere rumeno e un po’ si auto-assolve. Ma una delle ragazze non ci sta e allora inizia un articolato processo di deduzione. E di racconto. Suppone che la data sia riferita al periodo pre-unitario e quindi probabilmente legato alla storia di quel periodo e di quel regno, che, diciamolo, non era ancora l’Italia. E racconta alla famiglia, ormai rivelatasi peruviana, di Cusco per l’esattezza, dell’Italia pre-unitaria, dell’annessione e della nascita della Repubblica. E auto-assolvendosi pure lei, che in fondo la storia del regno di Sardegna non è mica quella di casa sua.

Nell’era non digitale la cosa sarebbe pure finita qua. Due nozioni storiche la famiglia peruviana le aveva avute, la ragazza aveva salvato la faccia della gioventù italiana, non più ignorante e tutti vissero felici e contenti. Ma ai tempi della 4G è tutto diverso. Il ragazzo rumeno, con la complicità di Gooogle, smentisce.

Il XVIII dicembre, a Torino, si è consumata una strage fascista, una rappresaglia (ma come si dice strage in spagnolo?, qua la finta savia si deve proprio arrendere).

Il prequel

E’ la sera di una nebbiosa domenica di Dicembre, il 17 appunto, Francesco Prato si sta recando a trovare la sua fidanzata.

Faceva il bigliettaio del tram, viveva in una pensione in Corso Spezia, nel quartiere operaio di Barriera Nizza ed era un comunista. Lo descrivono come di “temperamento audace, battagliero, insofferente d’ogni sopruso e d’ogni prepotenza, incuteva timore agli stessi fascisti. Ovunque si trattava di difendere dei compagni o delle istituzioni proletarie dalle violenze delle camicie nere, il Prato si trovava in prima linea”. Il fascismo si stava consolidando in Italia, e a Torino si era già reso protagonista di aggressioni ed intimidazioni. Il clima era teso. Per questo Francesco Prato aveva in tasca una rivoltella quando cadde nell’imboscata di tre fascisti che gli spararono ferendolo a una gamba. Prato sparò a sua volta, uccidendo due dei suoi aggressori e riuscendo a fuggire. Si rifugia prima in casa di alcuni compagni e poi viene fatto espatriare in Unione Sovietica dove morirà, in un gulag.

Alcune versioni sostengono che i fascisti fossero stati assoldati dal padre della fidanzata di Prato, contrario alla relazione. Non ci direbbe nulla di nuovo sul machismo fascista.

Nel mentre al Teatro Alfieri i fascisti festeggiano la costituzione di una nuova squadra, con personalità politiche influenti, attrici e numerose squadre fasciste provenienti da Parma.

La strage

Il XVIII dicembre Torino si sveglia invasa da << gruppi di camice neri provenienti da altre città: essi erano armati di pistola, di manganello e avevano a tracolla una coperta arrotolata […] altri gruppi di fascisti forestieri appollaiati persino sui predellini e parafanghi di alcune automobili saettanti, brandivano pugnali, pistole, e gridavano per terrorizzare i passanti. Ci parve di capire la vera ragione dell’affluenza a Torino di squadristi da altre località  […] i caporioni fascisti, per giustificare il massacro che si apprestavano a scatenare contro gli antifascisti torinesi, prendevano a pretesto la batosta che il nostro compagno Prato aveva inferto ai loro sgherri »

Alle 11.30 una cinquantina di fascisti fa irruzione nella Camera del Lavoro, dove bastona il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, l’anarchico Pietro Ferrero. Poi li lascia andare.

Verso l’una, dopo aver cercato Carlo Berruti e averne devastato la casa, entrano nell’ufficio delle Ferrovie di corso Re Umberto, prelevano Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, e il socialista Carlo Fanti, li caricano in una macchina scoperta e li portano in aperta campagna, nella zona di Nichelino e gli sparano alla schiena.

Nel primo pomeriggio i fascisti fanno irruzione in un’osteria in via Nizza 300. Perquisiscono i presenti e trovano la tessera del Partito Socialista ad Ernesto Ventura. Gli sparano e lo feriscono. Leone Mazzola, gestore del locale, prova a protestare. Viene trascinato nel retrobottega dove i fascisti credono di trovare indizi della sua appartenenza comunista. Lo uccidono. L’indagine rivelerà che era un monarchico, probabilmente anche informatore della polizia politica.

Giovanni Massaro era nell’osteria di Mazzola ma riesce a fuggire, rifugiandosi nella sua casa, non lontana. Viene inseguito e ucciso. Il cadavere viene abbandonate nelle campagne in fondo a via S. Paolo e viene ritrovato solo qualche giorno dopo. Massaro aveva 34 anni, era un operaio con problemi psichiatrici che gli avevano fatto perdere il lavoro.

La giornata di sangue non è ancora finita.

E’ già sera, Matteo Chiolero, simpatizzante comunista è a cena con la sua famiglia, sua moglie ed una bimba di 2 anni. Bussano alla porta, va ad aprire ed è freddato con tre revolverate al petto.

I fascisti vanno poi a cercare Andrea Chiomo. Chiomo aveva 25 anni, era comunista ed aveva ucciso un fascista l’anno prima. Ne era uscito assolto ma sapeva che la rappresaglia non si sarebbe fatta attendere. Lo trovano in casa di amici, lo trascinano via e lo ammazzano crudelmente.

Alle dieci di sera Pietro Ferrero, anarchico, segretario della Federazione degli operai metalmeccanici di Torino è davanti alla Camera del Lavoro.

Era stato in giro tutto il giorno, era già stato malmenato alla Camera del Lavoro la mattina e ne era probabilmente scosso. Poco prima aveva incontrato Andrea Viglongo e Mario Montagnana, redattori de “L’Ordine Nuovo” che lo avevano invitato a fermarsi da loro: le strade di Torino per quelli come loro non erano sicure.

Ferrero va invece verso la Camera del Lavoro, occupata dai fascisti. Lo vedono, lo catturano, lo torturano e poi lo uccidono. O forse morì per le torture. Poi bruciano la Camera del Lavoro e impediscono ai pompieri di intervenire finché non ne resta molto.

 

 

A mezzanotte i fascisti irrompono in casa di Erminio Andreoni, 24 anni e lo prelevano davanti alla moglie ed al figlio di un anno. Lo portano nella campagna vicina e lo uccidono a colpi di pistola. Poi tornano nella casa e la devastano.

Irrompono poi in casa di Matteo Tarizzo, 34 anni. Dopo aver lavorato come operaio alla FIAT aveva aperto una piccola officina in via Madama Cristina.Lo portano fuori dalla sua casa e lo uccidono a bastonare. Gli lanciano copie de “L’Ordine Nuovo”.

In quel primo giorno ci furono, o meglio si è venuto a sapere, di otto morti e quindici feriti.

La strage, in realtà, non è ancora finita. Continuerà nei due giorni e nelle due notti successive.

La metro, però, apre le sue porte. La finta savia, il ragazzo rumeno e la famiglia peruviana sono arrivati a destinazione. Scendono, si salutano, si separano.

La finta savia si accorge che sta sorridendo. Che la malinconia che si trascina dietro da settimane si è alleggerita un po’. Pensa a Marcos, marionettista argentino, fintamente scontroso. “Ci sono i turisti e ci sono i viaggiatori”, le aveva detto. La differenza è tutta qui: se si va alla ricerca della Storia o di tante piccole storie che leggono o costruiscono la Storia. Pensa a Flor, ai brindisi agli incontri. Perché la Storia, alla fine, non è fatta che di incontri.

Pensa che, a volte, si può essere viaggiatori anche senza muoversi dalla propria quotidianità. Perché viaggiare, in fondo, è un’attitudine.

Esattamente come incontrare.

 

 

 

(si ringrazia anarchopedia per la dovizia di particolari)

Decolonizzare ancora un po’. Sull’inaugurazione della statua di Juana Azurduy

E’ stata inaugurata ieri, a Buenos Aires un’enorme statua di Juana Azurduy, eroina dell’indipendenza boliviana.

La statua, del peso di 25 tonnellate ed alta 12 metri sostituisce quella di Cristoforo Colombo. “A tutte le donne che lottano per la propria liberazione, questo è un modo di decolonizzarci da una dominazione”, dice Evo dal sontuoso palco di inaugurazione.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/16/foto/argentina_morales_e_la_kirchner-119174968/1/#1

E poi a firmare accordi per il commercio e la sicurezza delle frontiere, quelle stesse frontiere che significano spesso, per i boliviani, stigma ed esclusione.

Evo e Cristina sono un simbolo, soprattutto a guardarli dal Vecchio mondo, che è sicuramente meno rassicurante ma non è uno sguardo ideologico quello che si meritano, nè loro nè tantomeno i loro popoli.

E alla voce dei loro popoli, in questo caso nelle vesti di Mariana Gómez, ricercatrice del CONICET e Florencia Trentini, dottoressa in Scienze Antropologiche, è necessario dare spazio. Per questo è stato tradotto quest’articolo a firma delle due studiose apparso su notas.org.ar

Buona lettura

Polemica indigena per l’inaugurazione del monumento di Juana Azurduy

Mercoledì è stata inaugurata la statua di Juana Azurduy, dietro la Casa Rosada. dove precedentemente era situata la figura di Cristoforo Colombo. Un fatto che, tra le altre cose, ha significato dibattiti, polemiche e diverse posizioni di diverse organizzazioni indigene.

Tre anni fa il governo nazionale annuncià che la statua di Cristoforo Colombo sarebbe stata sostituita con quella di Juana Azurduy. Questo scatenò una forte polemica con il governo della città di Buenos Aires che lo riteneva un intervento illeggitimo del governo nazionale sul patrimonio e sullo spazio pubblico della città. A metà del 2014 si giunse ad un accordo perchè la statua fosse trasferita alla Costanera Norte.

Sicuramente, al di là delle dispute riguardo alla giurisdizione, le figure di Colombo e di Azurduy rappresentano una contesa simbolica. Il primo è chiaramente legato alla conquista ed al genocidio sui Popoli Originari, mentre la seconda è associata alle lotte per l’indipendenza della Nostra America. Quindi, simbolicamente, non è la stessa cosa che l’una o l’altra siano posizionate accanto alla Casa Rosada.

Il monumento è stato donato dalla Bolivia (un milione di dollari) e per questo motivo l’inaugurazione si è svolta durante la breve visita di Evo Morales nel nostro paese, dove sono stati firmati una serie di accordi e di negoziazioni in materia di cooperazione energetica e dove si sta svolgendo la “Festa dell’Integrazione”, che continuerà fino a Sabato 18, con la presenza di vari artisti musicali, una sfilata delle comunità latinoamericane e una fiera delle culture.

L’idea di rimpiazzare Cristoforo Colombo con Azurduy è stata interpretata in diversi modi da parte di diverse organizzazioni indigene. Nel 2013, quando fu annunciato il trasferimento del monumento a Colombo, l’ENOTPO (Incontro nazionale delle organizzazioni territoriali dei popoli originari), legato al governo, dichiarò attraverso un comunicato che appoggiava la decisione della presidenta, perchè la figura di Colombo rappresentava il genocidio e lo sterminio etnico dei Popoli Originari. E considerava questo passo come un passo in più verso uno stato plurinazionale.

Nel comunicato si sosteneva che “è fondamentale rivedere il cammino della colonizzazione in termini materiali e simbolici. Il patrimonio statale non è un’eredità immanente del passato, bensì attraverso di esso si costruisce e ricostruisce politicamente la storia del nostro popolo. E’ per questo che è importante togliere i quadri dei perpetratori di genocidi e non considerare come un momumento Colombo”.

D’altra parte, di fronte all’inaugurazione anche la Confederazione Mapuche di Neuquén ha diffuso un comunicato dal titolo “Pane e circo nella Casa Rosada, dedicato a noi Popoli Indigeni”, nel quale denunciano che ci sono autobus e biglietti aerei per portare rappresentanti delle comunità a questa “festa popolare”, per “applaudire acriticamente ciò che accadrà in essa”.

Per la Confederazione, questa è un altro dei “numerosi atti simbolici e retorici, carichi di demagogia e rassegnazione”. Quindi sostengono che “questa volta ci renderanno parte di una celebrazione, mentre la situazione di saccheggio ed espulsione dai territori comunitari non si arresta. Come prova di questa situazione più di un contingente passerà di fronte all’accampamento Qopiwini nell’Avenida 9 de Julio y Avenida de Mayo, come crudele mostra di questo intento di nascondere il sole con le mani”.

Al tempo stesso sostengono che “la politica statale di non riconoscere la nostra pre-esistenza come nazioni originarie, fino al punto che alla stessa Juana Azurduy sottraggono la sua origine indigena e la mostrano come un’eroina dell’Alto Perù o come una valorosa guerrigliera boliviana. E’ che il “crogiolo di razze”, nazionale e popolare, è un argomento forte per amalgamare tutte le differenze e annegare nel “mestizaje” più di 30 popoli nazione che reclamano diritti rispetto alle loro identità e ricchezze culturali.

Qopiwini, l’organizzazione che da cinque mesi porta avanti l’accampamento in Avenida de Mayo y 9 de Julio, chiedendo che vengano rispettati i diritti umani ed i diritti collettivi dei Popoli Indigeni, ha convocato, dal canto suo, una marcia diretta verso l’inaugurazione per consegnare al presidente Evo Morales una lettera e per invitarlo a visitare l’accampamento e che sia messo al corrente delle rivendicazioni che i diversi Popoli Originari portano avanti nei confronti del governo nazionale.

Queste diverse posizioni possono sembrare contradditorie ma si fondano sulle politiche attuali riguardo ai Popoli originari del nostro paese e alle diverse modalità in cui le organizzazioni indigene si posizionano rispetto ad esse (accettandole, rifiutandole, negoziandole).

Da un lato, la statua di Juana Azurduy nel patio posteriore della Casa Rosada ha una carica simbolica specifica, motivo per cui non celebrare questo cambiamento significherebbe non riconoscere che una figura che rappresenta le donne latinoamericane luchadoras che lottarono per l’indipendenza dei nostri popoli simboleggia qualcosa di completamente differente rispetto alla figura più rappresentativo del genocidio che è stata “la conquista” dell’America.

Senza dubbio, a pochi metri da dove oggi si inaugura questa nuova statua si trova ancora in piede e ben ferma la statua di Julio Argentino Roca, simbolo del genocidio su cui si è fonda questa nazione. Anni fa lo storico Osvaldo Bayer ha provato, senza successo, a sostituirlo con la figura della “donna originaria”.

Al tempo stesso è impossibile negare che questo atto simbolico avviente mentre molti rappresentanti indigeni si trovano nelle maglie del sistema giudiziario, mentre un cacique è prigionero a Tucumàn per aver difeso il suo territorio, mentre i qom, pilagà, wichi e nivaclè presidiano accampati da cinque mesi denunciando ciò che accade nella provincia di Formosa, solo per nominare alcuni episodi specifici che esemplificano la violenza che i Popoli Originari soffrono nel nostro paese quando si mettono a lottare per difendere i proprio territori e a reclamare i propri diritti.

Certamente smettere di considerare monumenti o togliere quadri di gente che ha commesso genocidi non è poco. Però, se qualcosa abbiamo imparato da questo governo in tema di diritti umani è che il livello simbolico deve essere accompagnato da politiche concrete di riparazione e di riconoscimento delle violenze e dei genocidi perpetrati dallo stato nel corso della storia.

Mariana Gómez, doctora en ciencias Antropológicas e investigadora del CONICET

Florencia Trentini, doctora en ciencias Antropológicas – @flortrentini

…morimos para despertar en el sueño del otro

Non ho avuto il piacere di conoscere Elio Ortiz durante i miei mesi nelle terre guaranì, ma ho sempre sentito parlare di lui, complice anche la recente uscita del film “Ivy Maraey”, in cui recita.

Elio Ortiz era un guaranì isoseño, vale a dire la zona della Bolivia che confina con il Paraguay. E’ stata una figura importante per tutto il popolo guaranì, con il suo lavoro di recupero, diffusione e condivisione della cultura, della tradizione e della cosmovisione guaranì.

Ha scritto vari libri e saggi, per bambini ed adulti, in guaranì ed in castigliano, molti a quattro mani con Elías Caurey. Il più conosciuto, e riconosciuto, probabilmente, il “Dizionario etimologico ed etnografico della lingua guaranì parlata in Bolivia”. Questo lavoro non soltanto raccoglie e trascrive le parole della lingua guaranì, ma le inserisce in un contesto socio-culturale. Oltre all’etimologia se ne spiega l’utilizzo, il significato condiviso, si tratti della festa comunitaria dell’arete guazu o degli usi del cupecì (albero diffuso nel Chaco) nella farmacopea tradizionale.

La modernità, poco a poco, sta raggiungendo anche gli angoli più isolati del mondo ed è così che il popolo guaranì si trova ad essere esposto ad una doppia minaccia; da un lato l’eredità di una decennale discriminazione, che significava punizioni per il semplice fatto di parlare la propria lingua e che portava a nascondere la propria identità, dall’altra una cultura occidentale e consumistica allettante ma ingannatrice.
Il rischio di perdere la propria identità e cultura, per l’uno o l’altro motivo, è reale e può essere combattuto solo attraverso la conoscenza, la condivisione e l’orgoglio per la propria appartenenza culturale.

Ed il primo veicolo della cultura è senza dubbio la lingua, anch’essa a rischio di estinzione se non valorizzata. Per questo verso la fine degli anni ’80 vennero creati i primi progetti di bilinguismo, perché l’istruzione pubblica parli la lingua del territorio, perché essa venga preservata e tramandata ed al tempo stesso perché coloro che nella vita quotidiana utilizzano principalmente il guaranì possano continuare a farlo in tutte le istituzioni dello stato (oggi) plurinazionale. Il progetto di bilinguismo prese il nome di “Tata Endi”, “il fuoco che mai si spegne”, il fuoco che rimane sotto la cenere, che le donne ogni mattina riattizzano, per potervi porre la “caldera”, la teiera. Il Tata Endi è diventato metafora del popolo guaranì, che nonostante la strage di Kuruyuki ha continuato ad esistere, a lottare, ad alimentarsi sotto la cenere, a resistere. Così la lingua, dimenticata, nascosta, è tornata ad ardere.

Il lavoro di Elio Ortiz, quindi, è stato soprattutto politico, poiché da sempre la lingua è laboratorio di annientamento dell’oppresso, tentativo di cancellarlo, di assimilarlo, di renderlo innocuo e debole, come la storia dimostra (è il caso del Paese Basco durante il regime franchista, senza andare troppo lontano né dover uscire dall’Europa, né andare troppo indietro nel tempo). Politico perché ogni passo di protagonismo, ogni voce guaranì che si alza, è un passo in avanti nel processo di autodeterminazione.

In un’intervista Elio Ortiz parla del doppio lavoro di ricerca degli intellettuali guaranì, verso l’interno, la propria comunità ed al tempo stesso verso l’esterno, alla ricerca di quella interculturalità che, per Elio Ortiz è inevitabile ed arricchente, perché il guaranì non odia il “karai”, il bianco, benché questo per secoli, ed ancora attualmente, sia stato il peggior oppressore.

Ed è così che descrive “Ivy Maraey”, una storia di interculturalità. Il film di Juan Carlos Valdivia racconta la storia di un viaggio, desiderio di un regista occidentale di conoscere la cultura guaranì, per poterne fare un film, ricerca di quanto di più “indigeno” ed “incontaminato” si possa ritrarre, ricerca, soprattutto, di se stesso. Elio Ortiz lo accompagna percorrendo il Chaco, visitando ed incontrando amici, conoscenti e parenti, descrivendo l’accoglienza ed al tempo stesso la diffidenza guaranì. E’ un viaggio attraverso le differenza, le curiosità e le paure che sono inevitabili (ma non per questo dovrebbero spaventarci) quando si incontra il nuovo, il diverso.

Il giovane gringo vaga alla ricerca di un film, di risposte e forse, soprattutto, della Tierra Sin Mal. Nella cosmovisione guaranì la Tierra Sin Mal è un luogo fertile, dove tutto cresce, un luogo puro dove fermarsi, un luogo ricco di frutti e di pace, il luogo, in definitiva, a cui tutti e tutte siamo destinate. In una scena del film si ascoltano queste parole: “Moriamo per vivere, moriamo per volare, moriamo per vivere, moriamo per sognare, moriamo per brillare, moriamo per svegliarci nel sogno dell’altro”.

Immaginando Elio nella sua Tierra sin Mal, immaginandolo svegliarsi nei nostri sogni, soprattutto in quelli che non avvengono di notte, ma che indirizzano le nostre giornate.

La despedida dalla Bolivia

Concepcion, ore 10.30 del mattino. Saggiare, verificare, ben sperare. Prudenza ma sembra di stare meglio. La notte e ls giornata anteriore a letto tra i mal di pancia. Senza saldo, anzi no, senza corrente elettrica tutto il pueblo. Fosse mai che ti convincessi a chiedere aiuto, a chiedere ai ragazzi di comprarti carta igienica o una bottiglia d’acqua. Debole e lentamente avventurarsi fuori. Sperare che la corrente torni presto per avvisare quelli del bus e del couch che è tutto rimandato. Guardare un film nell’ attesa. Ah, no. Manca la corrente. Torna la corrente, non torna la voglia di vivere. Alle sei e mezza di pomeriggio sto di nuovo dormendo. Ma in fondo è un bene. Sono riposata per affrontare il viaggio. Dall’ autobus dicono che non c’è problema, dal couch pure. Tutto tranquillo.

Santa Cruz, ore 16.30 cambia l’aria. Scrivo a Malu, mi dice “letto” ma perché allora non risponde? Vabe’ rimandiamo il problema. All’officina del bus chiedono se voglio partire domani. Uno si lamenta che il mio posto è partito vuoto. Con la mia consueta diplomazia faccio notare che il biglietto è aperto, quando parto parto. “Qualche problema?”, chiedo. Non c’è il mio biglietto fino alla frontiera, dicono. Ma il signor Roly Menacho, st’infame, m’ha venduto un diretto, pure lo spuntino mi davano. Scoprirò in Argentina che la truffa è frequente.

Santa Cruz, ore 19.30. Si sente urlare. Una rissa, enorme, tra partecipanti e spettatori. Sbircio da lontano, arriva la polizia dell’immigrazione. Sì lo so che sono irregolare, sì lo so che devo pagare la multa. Ecco, prego. Grazie. Ridacchiano commentando la rissa. “Che succede?”, chiedo. “Se menano”, rispondono. Ah, ecco, grazie. Lasciali fare è il senso.

Santa Cruz, ore 20.30. Si parte. Andiamo a Yacuiba, vicino alla frontiera. Il mio viaggio “diretto” sarebbe dovuto arrivare a Jujuy alle 14.00. #staytuned Il signore dell’autobus che, ovviamente, non è più il latitante Roly Menacho, mi da una busta con un numero di telefono ed un nome. Il mio contatto a Yacuiba. Aria di clandestinità…

Yacuiba, 5.30 del mattino. Pioviggina, fa freddino ed è buio La terminal è già attiva per fortuna. Del signore della busta, ovviamente, non c’è traccia. Aspetto un po’, bevo un tè. Chiamo. Il signore chiede dove sono, dice che vengono a prendermi. Arriva una signora, dice che non c’è fretta, aspettiamo un altro autobus da Santa Cruz, con altri passeggeri, poi andiamo. Chissà dove.

Yacuiba, 6.30, forse. La signora torna, andiamo. Non ci sono altri passeggeri. Saliamo sul taxi. Scendiamo alla frontiera. Il tassista vuole che gli paghi la corsa. Scendono le Madonne in processione, i Cristi e pure il padreterno. Si lo so, mamma, e che ci vuoi fare. Pago, minacciano di riportarmi alla terminal. Attraverso la frontiera, a piedi. Siamo dall’altra parte, il signore del nome sulla busta mi stacca il biglietto ufficiale. Altro taxi che mi porta alla terminal da cui parte l’autobus. Pago, e che te lo dico a fare.

Pocito (?), 10.00 del mattino (24 ore fa partivo da Concepciòn). Parte l’autobus per Jujuy. Primo controllo. Sbirri gentili, rapido controllo dei documenti. Buon viaggio e scusate per il disturbo. Prego. Secondo controllo. Tutti giù dall’autobus, scarica valigie, raggiungi banco dei controlli, Apri valigie, chiacchiera con lo sbirro. Le foglie di coca possono passare. Perquisizione. Grazie ed arrivederci. Terzo controllo. Documenti. Sbirro giovane, simpatico. Domande di rito sul viaggio. Su di me chiede “Soltera?”. Pausa. “Casada?”. “No, cansada”. Rispondo. Ridiamo entrambi, io piuttosto fiera della mia freddura. Il controllo prosegue. Le valigie le sbirciano loro senza nemmeno “scenderle” dall’autobus. Noi scendiamo, documenti, zainetto controllato. Grazie e arrivederci. Rimango a chiacchierare con gli autisti. Chiedo, così, per scrupolo, a che ora arriviamo a Jujuy. Alle sei. Ancora nessuna notizia, ovviamente, dei couchsurfer.

Manca poco a Jujuy, esce il sole. Adiòs, Bolivia, maldita y querida, bienvenida Argentina.

Ruta del Che

Amaro il destino quando fa di un famoso rivoluzionario un prodotto commerciale che attraversa indenne le mode. Se l’immagine di Korda è finita nelle camerette e sulle magliette di centinaia di migliaia di adolescenti, non potevano scampar la i luoghi dove trascorse i suoi ultimi mesi, giorni, istanti.

L’arrivo a Vallegrande sa di modernità. Attraverso i vetri del costosissimo taxi (in ottica comparativa, non assoluta), vedo la città, le strade, l’asfalto, i segnali stradali, addirittura i bidoni dell’immondizia appaiono attraverso la pioggerellina che sta cadendo. L’offerta turistica è completa: museo del Che, la Higuera, la Fosa del Che ed il mausoleo, la Fosa di Tania. Qualcuno sostiene che la gente si faccia pagare persino per raccontare i suoi ricordi.

Uomo pubblico, la vita dedicata al l’ideale, è impossibile un’esperienza privata, personale, unica, vera. Ciò nonostante permane l’emozione di vedere gli stessi paesaggi, guardare lo stesso cielo, l’ultimo che videro i suoi occhi liberi.

Ad accompagnarmi Santos, taxista dagli occhi sorridenti e dalle tante parole. La prima sosta è a Pucara’, piccolo paesino in cui non successe sostanzialmente niente. Qui fu catturato Leon, che disertò. Qui ci fermiamo a mangiare, 10bs pranzo completo.

Il percorso rispetta l’ordine cronologico degli eventi: la Quebrada del Yuro, dove ci fu l’imboscata in cui il Che venne ferito e fatto prigioniero, la Higuera dove fu condotto e giustiziato, la Lavanderia dove fu esposto perché il mondo sapesse, e la fossa in cui fu interrato e dove rimase occultato per oltre vent’anni.

Alla Quebrada si arriva attraverso un sentiero, a piedi, che parte da casa di Santos. Mi mostra delle foto storiche ed altre comuni, poi iniziamo la discesa. Costeggiamo un campo di mais, il sole è diretto, poi il sentiero diventa più boscoso, l’aria umida, nonostante i 2000 e passa metri. A poche centinaia di metri la casa de la enana. Il Che scrive: “Alle 17.30 Inti, Aniceto e Pablito vanno a casa della vecchia che ha una figlia a letto e l’altra mezza nana. Le danno 50 pesos raccomandandole di non dire assolutamente niente, ma ci sono poche speranze che mantenga la promessa”. Raccontano che no, non furono la nana e sua madre a “vendere” il Che, ma un contadino che si chiamava Pedro Peña, a cui offrirono un milione di bolivianos, dice Santos, gliene diedero solo cento. Secondo alcune versioni era un altro il nome del contadino, secondo altre non fu nemmeno un contadino, ma l’esercito stesso si infiltrava fingendosi contadini, per raccogliere informazioni e delegittimare la guerriglia. Molti aneddoti sembrano poco verosimili ma non possono non fiorire leggende intorno ad una leggenda.

Ancora qualche centinaio di metri e raggiungiamo il campo di patate di Pedro Peña. Era una notte di luna, quel 7 Ottobre e si riconobbero perfettamente le 17 sagome dei guerriglieri. Poco lontano, in linea d’aria, c’è la caverna dei guerriglieri, l’ultimo accampamento, da dove il Che ed i suoi andavano a comprare mais o qualche pollo dalla nana.

Quella notte, si diceva, i guerriglieri attraversarono il campo di patate, Pedro Peña li vide ed andò ad avvisare l’esercito all’Higuera. Fu così che si preparò l’imboscata. La Quebrada è una gola, un canale tra due coste della montagna. L’esercito dispose un accerchiamento ampio, su tutti i “cerros” intorno. All’una del pomeriggio inizia il combattimento, iniziano gli spari, il Che dà ordine di prendere posizione. Non credo sapesse di essere accerchiato. Venne ferito, si fece riconoscere. Disse di non sparare, che per la Bolivia valeva più vivo che morto. Qui, secondo Santos, il Che avrebbe detto “chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”. Gli legano le mani dietro la schiena, poi lo trascinano a piedi, ferito, dice Santos per lo stesso sentiero che abbiamo percorso, fino alla strada. Dice che passarono dal cortile della sua casa e che lui, che aveva sei anni, se lo ricorda. Sono scettica, insisto chiedendogli, ma la sua versione non cambia: sette guerriglieri scortati da cinquecento (!) soldati si inerpicano su quello stretto sentierino fino alla strada.

Riniziamo la risalita, Santos dice che sono 4 km, forse più realisticamente due, visto che è ripido ed impieghiamo un’ora. Ci si immagina i guerriglieri carichi di peso, digiuni da giorni, sotto un sole altrettanto caldo, il Che con la sua asma e senza le sue medicine.

Risaliamo in macchina diretti all’Higuera che è, francamente, un po’ kitsch: il busto del Che, murales brutti, e la escuelita. Ci apre una signos sdentata che rimane a chiacchierare con Santos. Non ci azzeccano nulla con l’atmosfera che avrei voluto. Nella stanza messaggi, bandiere, magliette, foto tessere. Un cerotto. Tra la tomba di Jim Morrison e Ponte Milvio.

Siparietto ludico all’uscita, il tassista non c’è, ci sono una trentina di uomini che mi chiacchierano al bar dove pensavo di prendere un mocochinchi. Chiedo a dei ragazzi, che pure mi avevano rivolto la parola, di un altro bar. È l’unico, ed il mio tassista è lì a bere chicha. Mi unisco a loro, mi offrono un paio di bicchieri di birra e mi invitano a fermarmi per la grigliata che faranno. Sono titubante, credo possa essere divertente, oltre che antropologicamente interessante ma alla fine mi decido a tornare a Vallegrande, prima che il mio tassista sia completamente ubriaco.

A Vallegrande il Che arriva già morto, in elicottero. Arriva anche la stampa di tutto il mondo. Viene portato nella lavanderia dell’Hospital Nuestra Señora de Malta, che continua ad essere l’ospedale di Vallegrande. Il Che resta esposto due giorni, poi il suo corpo sparisce. Bruciato, si vocifera, perché non ci siano lapidi da visitare, eroi da celebrare. Fa uno strano effetto entrare nell’ospedale, c’è un bel sole, il cielo azzurro è terso ed ogni tanto c’è un vento dolce che fa risaltare il silenzio. Il silenzio ed il vento, come una presenza, atmosfera rarefatta e sospesa. Alla lavanderia si arriva dal fianco, chissà dove è atterrato l’elicottero. Molti dicono che non sembrava neanche morto, con gli occhi aperti che sembravano seguirti. Scattiamo le foto di rito, ci allontaniamo senza riuscire davvero ad andar via. C’è il silenzio, come ricercata presenza, ed il vento. Ed il sole ed il cielo limpido. Hasta siempre, Comandante, ma ancora non trova pace il tuo corpo ferito e stanco.

Ti tagliano le mani, ti portano fuori dall’abitato, alle spalle del cimitero. Qui oggi sorge il mausoleo, raccolta di foto, dall’infanzia alla morte, lapidi commemorative dei 17 e degli otto morti tra l’8 ed il 10 Ottobre.

L’ultima tappa è “la fossa di Tania”, dove un tempo è stata interrata la guerrigliera che ora, come il Che, riposa a Cuba. La nostra guida, che oggi non è Santos, dice che il fiume portò via il suo corpo dopo la battaglia di Vado del Yeso. Dopo sette giorni venne ritrovata e le donne di Vallegrande, con “espíritu de mujer” ne chiesero il corpo per darle sepoltura nel cimitero. L’esercito accettò, salvo poi trasferire in segreto i resti qui. La guida ci chiede se abbiamo domande, il tassista che si è imbucato, che non conosceva nessuno dei luoghi e che ha lo stesso taglio di capelli di De Niro in taxi driver, è interessato a sapere se il Che fumava canne; io provo a chiedergli della sua fama, di come si rapporta, e si rapportò, la gente di qui al Che. A quanto pare oggi è mezzo santo, la gente sa che lottava per i poveri, può capitare che gli dica una preghiera o gli si accenda una candela, specie per gli ammalati, visto che il Che era medico. All’epoca non lo conoscevano, il Che stesso scrive: “Continua sempre la mancanza di reclutamento contadino; è un circolo vizioso: per ottenere questo reclutamento è necessario che la nostra azione si faccia sentire permanentemente in un territorio popolato, e per fare questo abbiamo bisogno di altri uomini”. Santos dice che in molti lo temevano, i guerriglieri pensavano che se li avessero incontrati li avrebbero costretti ad unirsi a loro. Mi chiedo che fine facessero i comunicati al popolo boliviano; i guerriglieri boliviani erano militanti del Partito Comunista a cui la scelta di rimanere nella guerriglia costò l’espulsione. Qui ci scontriamo un po’ con la guida. Lui sostiene che la rottura con il partito comunista boliviano deriva da una lotta per il comando tra il Che e Monje. La faccenda, secondo le mie fonti, è più complessa. Quando Monje incontra il Che per discutere la questione porta tre punti: avrebbe rinunciato alla direzione del partito, chiedendo in cambio se non l’appoggio la neutralità; si sarebbe occupato dei rapporti con altri partiti sudamericani per ottenerne il sostegno ed avrebbe assunto egli stesso il comando della guerriglia. Il Che, su questo punto, è irremovibile: sarà lui a condurre le offensive. Sul rapporto con gli altri partiti sudamericani è francamente scettico, mentre reputa un “grave errore” la sua attitudine col partito. Qui, e siamo al 31 di Dicembre, c’è un momento di stallo, Monje si ritira per discutere con i suoi e poi parla ai guerriglieri, ponendo l’alternativa di restare o seguire le direttive del partito. Tutti i boliviani decidono di restare. Il giorno dopo Monje parte, annunciando le sue dimissioni dal partito. Probabilmente non è (solo) il comando a portare alla rottura dei due, ma la politica non interventista dell’Urss e dei partiti politici latinoamericani, solidali alla guerriglia ma contrari alla lotta armata. Non si poteva, sostiene inoltre la guida, accettare che uno straniero comandasse la guerriglia boliviana. Il Che, a tal proposito scrive “per quanto riguarda le notizie circa la presenza di presunti combattenti provenienti da altri paesi americani, per ragioni di segreto militare non forniremo cifre, chiariamo solo che qualunque cittadino, che accetti il nostro programma minimo perseguente la liberazione della Bolivia, è accolto nelle file rivoluzionarie, con gli stessi diritti e doveri dei combattenti boliviani, che, naturalmente, costituiscono la stragrande maggioranza del nostro movimento. Ogni uomo che lotti, armi in pugno, per la libertà della nostra patria, merita e riceve il glorioso titolo di boliviano, indipendentemente dal luogo di provenienza. Questo è il nostro modo di interpretare lo spirito dell’autentico internazionalismo rivoluzionario”.

Sembra stizzita la nostra guida e chiude rapidamente il discorso. Risaliamo sul taxi e resta solo da attendere la partenza della flota. Venire a cercare il Che in questi luoghi, in tanti lo abbiamo fatto e continueremo a farlo. Al tempo stesso bisogna continuare a cercarlo nei suoi diari, nei suoi discorsi, nei suoi suggerimenti per le letture.

Querida presencia, vento nel silenzio in Bolivia, silenzio nella frenesia di una vita che ha troppa, troppa fretta lontano da qui.

Lagunillas – II parte

Lagunillas 2

(Segue)

Il territorio fa parte degli ambiti di intervento dell’APG, la Asamblea del Pueblo Guarani. Piset, si chiama, Producción, Infraestructura, Educación, Salud e Tierra y Territorio. Complesso e centrale il rapporto del e della guarani con questo elemento, semplici le parole di Luís Miguel per spiegarlo. Yaity, casa di una signora anziana, o meglio patio, o meglio ancora aia. Nelle comunità la casa è un edificio, più o meno grande, di fango o legno o in muratura ma la vita avviene fuori. Li si cucina, si mangia, si lavano i panni. Qui si ricevono le visite, si avvicinano sedie e si invita a sedersi. E mentre siamo seduti in semicerchio, il silenzio rotto dallo scorrere del Parapety, l’occhio che raggiunge il cielo e le nuvole all’orizzonte scostando gli alberi, qualcuno dice qualcosa sull’ampio spiazzo e Luís Miguel dice che il guarani vive così, che è abituato a vedere la natura intorno a se’, che in città non si vede nulla, solo muri, mentre qui si possono alzare gli occhi e vedere gli uccelli volare nel cielo. Spettacoli e rumori a me sconosciuti, come il ragliare degli asini e il gracchiare di uno stormo di pappagalli verdi che si alza in volo, al nostro passaggio, da un campo di mais.

Anche Doña choquita ci mette a sedere nella sua aia; siamo tanti, perché oltre a noi dell’equipe c’è lo mburuvicha di Kurupaiti, doña choquita e suo marito ed un ragazzo, ex studente della Tekove, che abbandonò quando divenne mburuvicha qua e che non ricordo bene che funzione rivesta al momento. La chiacchierata è lunga ed io mi annoio perché ci capisco ben poco con tutto questo guarani. Andiamo a visitare la comunità,’ l’architettura tipica prevede la scuola, il Posto di Salud e la cancha; al ritorno ci regalano delle pannocchie e ci offrono del latte munto davanti ai nostri occhi, qui che il latte è quasi esclusivamente in polvere.

Lo mburuvicha di Kurupaiti ci invita a pranzo, ha cacciato il giorno prima un cerbiatto che accompagniamo con il consueto riso, pannocchie e un’insalata. Prepariamo sotto la tettoia dove c’è il fuoco con le donne di casa, tomando mate arricchito da cedron e poleo, anche queste regalo di Doña choquita.

Da qui si va a Tenta Piau, letteralmente casa nuova, in castellano Pueblo Nuevo. Lo mburuvicha non è affatto contento di riceverci, per di più nella cancha, che è giusto di fronte a casa sua, ci sono le olimpiadi dei bambini, come in tutta la Bolivia e la presentazione finisce in tempo per la partita della squadra, suppongo, di suo figlio.

Controvoglia ci fermiamo ancora al Puesto de Salud, dal Doctor Limón. È provocatorio tutto il tempo, scettico; spiega il suo lavoro e critica quello degli altri, Gerencia, ospedale di Lagunillas, velatamente anche il nostro. È, come dice Sandra, “bien politico”, ed è questo a cui sembra destinato. Ci parla di un incarico che lo aspetta. Ci mostra il suo splendente Puesto, le cartine delle comunità di referenza, le carpetas familiares ben ordinate.

Nulla da eccepire riguardo ai contenuti che, poi, sono quelli del governo. Sono almeno tre i programmi che conosco nell’area della salute: MiSalud, il Bono Juana Azurduy e l’istituzione dei Safci.

“Mi Salud”, di fatto, garantisce l’assistenza sanitaria ai bambini fino a 5 anni, alla donna in stato di gravidanza e agli anziani oltre i 60 anni. Per il resto della popolazione la salute è a pagamento e cara.

Il Bono Juana Azurduy, prende il nome dall’eroina della guerra d’indipendenza che, tra una battaglia e l’altra, ebbe modo di fare quattro figli. Si tratta di un aiuto economico per ogni bimbo minore di cinque anni.

Infine, il Safci, che vuol dire Salud Familiar Comunitaria Intercultural. La salute, quindi, come benessere completo, vale a dire benessere fisico, accesso ad una buona alimentazione ed ad una casa in buone condizioni, accesso all’acqua potabile e, più in generale, ad un ambiente non contaminato, rispettando le cosmovisioni dei popoli indigeni, per i quali la la salute è armonia con la famiglia, la comunità, la natura che li circonda. Si deve, dunque, descolonizzare, poiché lo sfruttamento della terra è alieno alle culture originarie. Culture originarie che sono depositarie di conoscenze millenarie, anche in tema di salute. Che coesistano e collaborino medicina tradizionale e medicina occidentale. Comunitaria perché si ricerca attivamente la partecipazione delle comunità, che definiscano le proprie esigenze, che collaborano tramite il proprio responsabile di Salud, si promuove la nascita di comitati a livello municipale. Stanno nascendo nuovi posti di lavoro statali per dottori ed infermieri. Rientra nella salute, il diritto ad una vita dignitosa, l’accesso all’educazione.

Il cammino è ancora lungo, “il processo di cambio” è irto di ostacoli e contraddizioni, la propaganda è serrata, acritica, entusiasta. Ma i cambiamenti sono reali, gli investimenti nell’ambito della salute pure. La visione, la dichiarazione d’intenti è la seguente: un sistema di salute universale, gratuito, interculturale, “equitativo”, partecipativo. E fossero pure solo belle chiacchiere, nel nostro bel mondo sviluppato neanche quelle ci hanno lasciato.

Lagunillas – I parte

(stay tuned)
Lagunillas 1

Alla vigilia del mio primo viaggio in Bolivia, seduti sugli scalini di casa “sua” Nicco mi ha regalato uno dei consigli di viaggio più preziosi. “Sei bianca e turista, accettalo”. Oggi, a distanza di tre mesi, so che aveva ragione, so che merita aggiungerci “e donna” e so che la mia faccia parla per me. “Choca”, dai capelli chiari, occhi chiari. Decisamente poco boliviana, ancor meno Guarani. Nonostante ciò, o forse si potrebbe dire ironia della sorte, a Kuruyuki andiamo a visitare la promotora de salud che chiamano doña choquita perché, appunto, è castana.

Una premessa, per dare alle premesse la stessa dignità delle parentesi.

La visita, questa settimana, è al municipio di Lagunillas e ad alcune delle sue comunità. È un ingresso nuovo per l’equipe che, dicevamo, si occupa di promuovere la salute attraverso la metodologia dell’epidemiologia comunitaria che, non ricordo se lo dicevamo, vuol dire coinvolgere i comunari stessi nel riconoscere, analizzare e trovare soluzioni ai problemi ed ai bisogni della salute. La conseguenza, logica ma voluta, è il coinvolgimento e la partecipazione della comunità, la coscientizzazione dei popoli indigeni.

In queste terre di colonizzazione l’ultima, in ordine di tempo, è quella della cooperazione internazionale, con i suoi progetti, le sue priorità e modalità organizzativa, i suoi, talvolta, aiuti. Nemmeno la lingua è garanzia di affidabilità perché, si racconta, è stato parlando guarani che si è ingannato le donne, le si è sterilizzate a loro insaputa.

Ed allora la prima fase del lavoro consiste nel presentarsi, raccontare il proprio lavoro, i propri obiettivi e la propria metodologia; con le famiglie si utilizza uno strumento medico, la misurazione della pressione, quale occasione per chiacchierare un po’. Ma prima di visitare le famiglie si visitano le autorità, i dottori dell’ospedale del municipio e quelli del Puesto de Salud che, generalmente, ci offrono ospitalità.

Così ci fermiamo all’ospedale di Lagunillas, piccolo pueblo dove la guerriglia del Che aveva un importante base di rifornimento e di contatti, l’albergo ristorante di coco peredo. Incuranti proseguiamo verso la comunità di Yaity, che verrà qui ricordata perché il Rio Parapety la divide in due. Il fiume è alto, potente, non ci azzardiamo a passare in là. Non così pavide alcune comunarie che incontriamo mentre sono in visita a casa di parenti al di qua del fiume. Donne, giovani e meno giovani, e bambini. Gli uomini, durante il giorno, sono spesso assenti, specialmente in zone come queste, dove si lavora per l’impresa o come a Chimbe, dove si lavora per il patrón. Qui i padroni sono stati “scacciati”, a quello che mi dicono con decreto ministeriale, nel 2010. Le famiglie che incontro, di fatto, sono state schiave fino all’altro ieri. Spesso, nella jeep, si indicano le terre dei padroni, se ne ricorda il nome, si racconta di come due proprietari confinanti hanno ceduto un po’ di terreno ciascuno per battere lo sterrato su cui camminiamo, ci si aggiorna su dove si sono trasferiti ora, già che gli hanno tolto la terra ma non i soldi.

“El dinero lo puede todo”, penso, quando, per lasciare le comunità, attraversiamo il campo dell’impresa petrolifera. La strada e la natura sono immerse nell’oscurità, poi, all’improvviso, luci a giorno, artificiali ed eccessive. E tutto sembra perfettamente funzionante, i container allineati e puliti, sembrano caldi, me li immagino con l’acqua, mentre i bambini, qui, hanno la pancia gonfia, probabilmente parassiti, dovuti all’acqua del fiume che bevono. Il dottore di Tenta Piau ci racconta che avevano portato una cisterna d’acqua, quelle grandi da 20000 litri, e quando hanno provato a guardarci dentro ci hanno trovato una rana. E così si sono resi conto che l’acqua proveniva un bacino naturale poco distante. O delle case di Kuruyuki, che, grazie a non si quale progetto, sono nuove e in muratura, hanno le installazioni pronte, rubinetti e tutto ma manca una parte di tubature di cui nessuna istituzione si assume l’onere. E così, come spesso accade, le possibili migliorie si deteriorano prima ancora di essere utilizzate. Penso all’alimentazione degli operai dell’impresa, a quanto economico, in generale, deve essere il proletariato boliviano. Ed all’ironia macabra del cartello che ci accoglie all’ingresso, “Rispetta l’ambiente – Total”.

Sandra, invece, riflette sulla sbarra ed il posto di controllo, “come fosse loro la terra”; altri padroni, altro sfruttamento. “Mujeres Creando”, collettivo boliviano di donne, lo scrive sui muri “Né le donne né la terra sono territorio di conquista”.

(Segue)

Oltre le gabbie c`è di più…

Le parole a farmi compagnia, nel sacco a pelo nel Puesto de Salud di Yaity, nella zona di Lagunillas. Non ho sonno ma le donne sono gia’ tutte a dormire; spengo la luce, chiudo la porta e mi butto giu’ anch’io. E nell’oscurita’, fuori dalla nostra finestra, si sentono le voci degli uomini. La verita’ é che vorrei essere li. Me li imagino cocheando e chiacchierando. Dormono nel patio, nella tende da campeggio che hanno montato. Come l’altra volta, gli uomini a giocare a carte e cocheare, le donne a cucinare e mateare. E’ pur sempre vero che si tende a confermare ciò che si vuole vedere, ciò nonostante continuo a fremere come sempre mi capita quando non accetto né posso cambiare le cose. L’altro giorno con Guido, che faceva lo splendido cercando la giusta misura tra tenergli testa e la dimensione culturale. E così quando mi chiede quando torniamo in Italia gli rispondo tra tre mesi, e che c’è tempo per organizzarsi. Ma non dico molto quando dal piercing alla lingua si passa ad allusioni poco ambigue. Così come non riesco a dire ciò che penso a Lorenzo, quando mi chiede scusa per telefono per essersi presentato ubriaco all’una e mezza fuori dalla mia porta. Mi dice che non me lo merito, di essere trattata così. Da chota, da puttana. Vorrei dirgli che se proprio dovessi scegliere tra santa e puttana non avrei dubbi. Non vorrei essere quella che ti aspetta a casa mentre sei al bar ad ubriacarti con gli amici, alle riunioni di lavoro, o a crescerti i figli mentre ne dissemina altri in giro di cui non ti occuperai. Non mi sorprende né mi sento offesa se l’ultima notte prima di partire ti ubriachi con i tuoi amici e ti capita di desiderare affetto o compagnia. Una buona dormita andrà bene lo stesso, e siamo gli stessi di prima. Tutto questo vorrei dire e continuo a provarci quando capita l’occasione, quando mi si chiede di me e della mia vita. Parlo della mia storia di amore e di rabbia, di com’è vivere con me, di come cerco di cambiare qualche sfumatura nei rapporti con gli uomini, siano amici, compagni di vita o di ideali. E racconto del sogno di trovare la felicità ed un senso, negli affetti, nel lavoro e non necessariamente e non solo, in un amore ed in dei figli. Ed accolgo di nuovo le confidenziale di una donna tradita costantemente, senza neppure la consolazione delle scuse e del pentimento. Così é e così sarà, forte, quest’uomo, di una cultura che non permette alla donna di andar via e non esige nulla all’uomo. Per i figli si va avanti, per un’idea di famiglia che è pura ipocrisia, sconosciuta non solo la felicità ma anche solo un minimo di rispetto. Le voci si stanno aquietando fuori, il rumore delle tende che si chiudono e qualcuno che ancora parla al telefono. Riprende a piovere, mi chiedo che ne sarà di noi. Il viaggio è stato avventuroso, il cammino in brutte condizioni. Bisognava attraversare alcune quebradas, letti di fiumiciattoli durante le piogge, pietre altrimenti. I ragazzi scendevano e né saggiavano la profondità. Entrandoci dentro, quasi fino all’inguine, e testando con i piedi la consistenza del fondo, la forza della corrente e suggerendo il percorso al conducente.

Misurando la profonditá dell'acqua

Misurando la profonditá dell’acqua

Solo una volta abbiamo rischiato di capovolgerci su un lato, ma io ho pensato solo che ci saremmo piantati lì aspettando tempi migliori. Sarà la pioggia a decidere che cosa si farà domani; io voglio solo andare a guardare il Parapety, che scorre proprio qui davanti, separando la comunità. “Fiume in cui sono morti molti”, vuol dire ed arriva fino a Camiri. Al di là delle vicende storiche, che non conosco, si dice che in molti continuino a morire, perché ubriachi, in questo fiume.

Rio Parapety

Rio Parapety

Si sta come d’autunno…

Un abbraccio, lungo, bello, caldo. Inaspettato, consueta nei suoi occhi è la timidezza. Un invito a pranzo, impossibile da rifiutare. Gli occhi che temo lucidi, i messaggi su facebook, sul telefono. Mi sento come un albero d’autunno, ad una ad una le foglie, gli e le studentesse, cadono e mi lasciano nuda e vuota. Non verso la fine della loro vita come le foglie d’autunno vanno, ma verso la vita come le gocce del fiume. Racconta un libricino che ad un abuelo guarani, un nonno, un saggio, chiedono che cosa ne pensi della modernità che entra nelle comunità, dei cambi che porta l’istruzione. Risponde che “ci sono acque che vanno verso le sponde , altre nel mezzo del fiume, alcune in superficie, altre in profondità, però tutte vanno unite nello stesso senso. L’acqua che si divide dal resto diventa fango e marcisce”. Questo voglio pensare, che continuare a scorrere è vita, che “il fiume che prosegue incontra nuovi paesaggi” e che tutti noi che siamo passati da Tekove e qui ci siamo innamorati di un’idea e delle persone concrete che ne sono il respiro siamo parte di un tutto. Uniti come le acque del fiume marciamo nella stessa direzione, ognuno ed ognuna con un percorso proprio.
Viviamo negli occhi degli altri, nei loro passi, pensieri, sogni ed emozioni.
Non sarei esistita se non mi avessero visto, cercato, accolto.
“Querida amiga”, mi dicono, segreti e sentimenti profondi e preziosi mi regalano. Occhi, sguardi. Il silenzio sacro dei Guarani mi insegna un linguaggio che va oltre le parole.
Un amore delicato, pacato, potente.
Quell’amore così diverso da quello che ho sempre conosciuto. Non chiedere all’altro nient’altro che la sua semplice presenza, diceva qualcuno. O ancora meno, un ricordo, un’orma, un solco.
Abituata che gli affetti nascono dal dirsi chi si è, chi si è stati, come lo si è diventati continua a sorprendermi l’affetto nato dalla pura e semplice condivisione, il compartir. Il guarani ha un’espressione per designare il “tiempo para compartir”, ara kavi.
Forse per questo il silenzio in cui è immersa la scuola e’ doloroso, perché è nostalgia della condivisione, del “ñieee” in coro delle ragazze, degli urli da ranchero dai dormitori, dal suono della chitarra e del violino, delle zappe e del machete, dei piedi nudi sulla terra nella danza, delle risate di timidezza e di gioia.
Un abbraccio lungo, caldo, inaspettato. Me lo porto, insieme al resto, sotto le coperte. A riscaldarmi e a farmi compagnia, ora che arriva l’autunno e l’albero spoglio attende una nuova fioritura.

Any given Sunday

La domenica è sostanzialmente un giorno inutile. O inesistente. La domenica è il giorno del pigiama, di pranzi e cene poco elaborati e consumati direttamente a letto. La domenica puó essere un giorno difficile o di riposo assoluto. La domenica non si esce mai di casa, recita un assioma.

Pasqua è spesso lontana da casa, ma quando è a casa è un super pranzo di famiglia. Spezzatino di agnello con i carduncell, pastiera e tentativi di riprodurre la torta alla ricotta di nonna, che come la sua non viene mai.

La domenica, da un mesetto a questa parte, è il giorno della cancha. Il che vuol dire svegliarsi già frementi, scalpitare fino a quando non si parte tutte e tutti verso il campo. Le ore passano tentando di non mostrare segni di eccitazione, partecipando alla riunione di valutazione o al pranzo nascondendo i fremiti, tentando di mantenere un minimo di concentrazione per le attività e le interazioni della vita normale.

Questa Domenica di Pasqua è quindi doppiamente strana; attendo un sontuoso pranzo di Pasqua che non ci sarà mai. Penso di cucinare, poi mi ricordo che non ci sarò a pranzo ed ho il terrore di essere intrappolata in qualche modo.

Un’altra cosa bella di queste domeniche è che alcuni ragazzi tornano apposta per giocare, e non ragazzi qualunque, alcuni dei più cari. Ed è ancora un abbraccio, quando vedo Luìs Clarìn, occhi che sorridono ed affetti che si riconoscono.
Sostenitori ridottissimi, le ragazze sono già tutte partite, i ragazzi sono rimasti, quasi tutti per giocare. Siamo in pochi a bordo campo, manca Elias, penso che non ce l’abbia fatta a venire, invece arriva. Ancora sguardi, che rendono innecessarie le parole, che dicono ciò che forse è in altri modi inesprimibile.

Clarìn fa la formazione, i ragazzi si cambiano e Lorenzo “direttore tecnico” non ufficiale da quando l’hanno operato di appendicite, chiede una foto con la squadra. Bianco-arancio la maglia della Tekove, biancorossa quella degli avversari gutierreñi, sostenuti da un forte (e scordinato) tifo. L’arbitro dopo poco non ci capisce più nulla ed un’altra squadra, che ha già giocato, presta la sua casacca gialloverde. La maglia, dunque. Mi hanno raccontato che è della squadra dei colleghi di lavoro del padre di Cecilio. Ce l’hanno prestata per una partita, poi è rimasta. Così è nato il mio sogno, che con un benefit tra i sostenitori dello sport popolare si possa regalare una divisa alla Tekove.

I nostri avversari sono giovanissimi, rapidi e leggeri. Noi siamo un po’ acciaccati: Sebastian, il dottore e poi pure Clarin hanno dolori vari. Segniamo quasi subito, quasi subito ci rimontano. Riusciamo a mettere il secondo, dopo aver sofferto e rischiato tanto. La difesa è zoppicante, il portiere a volte solo ed insicuro. Subiamo pure una traversa ma siamo testardi e continuiamo a risalire. E alla fine lo infiliamo il terzo, che ci fa respirare un po’. Il secondo tempo, da qualche partita a questa parte, è diventato sempre più concitato, ormai non ci sediamo più, nel secondo tempo ci muoviamo a bordo campo con i giocatori. Saliamo e scendiamo con loro, quasi entriamo in campo, neuroni specchio attivissimi. Questi ragazzi non si allenano, non giocano mai insieme, hanno un turn over da far invidia a Mc Donald’s ma sono testardi e lottano. L’arbitro fischia tre volte (o forse due, qua non è così detto).
S’è vinto. L’esultanza è, al solito, più implicita che pacata. Nessuna differenza rispetto a quando si perde. Ma a sto giro s’è vinto, pugno contro pugno all’uscita del campo con il “direttore tecnico”, qualche commento. Qualcuno fa i complimenti a Luis Miguel, instancabile, generoso, realmente bravo. Migliore in campo, gli dicono. Tutti, risponde il “direttore tecnico”, perché tutti eravate in campo. Lo spirito della Tekove è questo qui, si gioca tutti, si fanno tutti i cambi, si invitano gli studenti appena arrivati senza neppure conoscerne il nome. E poi si urla “verde”, dal bordo campo, per il colore della casacca (a sto giro undici uguali non si sono trovate) o li si chiama per numero.

Lentamente andiamo via, disperdendoci e ritrovandoci. C’è Guido, inaspettata, piacevole, sorpresa. Mangio con loro, da loro; porto del cibo che forse non era per loro e forse davvero sto esagerando in questi giorni. Ma mia madre me l’ha sempre detto, casa mia è sempre aperta a tutti, anche se questa non è esattamente casa mia.

E’ che si sono momenti, e ragazzi, con cui mi sembra davvero di stare vivendo qualcosa di profondo. Non importa quanto durerà, non importa se non ci rincontreremo mai. Ogni giorno mi stanno cercando, da lontano e da vicino. A volte pure troppo. Squilla il telefono mentre sto già cercando senza successo di dormire. L’una e mezza del mattino. Uno dei ragazzi; se può vedermi, parlarmi. Mi spavento, penso sia successo qualcosa. E’ ubriaco, dice che sono appena tornati da fuori. Mi dice di una rissa, momenti di silenzio, di stallo. Buonanotte, gli dico, prima che la situazione diventi ancora più patetica, penso. E si torna a dormire. La mattina si mettono in viaggio presto, non li vedo andar via. Un giorno mi racconteranno, spero, che è successo quella notte. Non mancano mai, sempre nuove, queste storie di Tekove.

(segue)