…nella casa degli specchi

“Ma non ti senti sola?”, “Ma non ti manca la tua famiglia?”. Qualche volta è capitato che me lo chiedessero. Ed ero sincera quando rispondevo che, in realtà, ero dove volevo essere. Che succede di pensare a ciò che amo, ma, al tempo stesso, Tekove, e il viaggio, mi hanno sempre riempito la testa ed il cuore. In questa settimana, invece, qualche momento di nostalgia. Non so, in realtà, se chiamarla nostalgia. Kundera dice che la nostalgia e il dolore (àlgos) del ritorno (nòstos). Il dolore degli esuli che non possono tornare. Non è questo, so che tornerò e, forse come mai prima, sento vicino quello che è lontano. Sento la forza dei legami forti, e pure di quelli deboli. E questo è merito delle persone belle che ho avuto la fortuna di incontrare e di quelle grazie alle quali esisto. Ne riconosco la pazienza, la stima, l’affetto. Non mi sento sola, perché le persone che amo ci sono, ci continuano ad essere, anche qui. Però, quando arrivano i momenti di sconforto, ed arrivano, penso alla mia vita. Alle piccole abitudini, cucinare ascoltando musica e bevendo il vino della vineria di via Nizza, le strade di San Salvario ed il mercato; le serate matte, quando il mattino non è l’inizio di un nuovo giorno ma, ben che vada, la fine. I concerti ed il pogo, le biciclette da Carmen e le serate a fare chiusura. Le cene ad urlarci addosso, tutti con la voglia di parlare. Le strade da “attraversare”, a volte di corsa, il cuore e la testa. L’adrenalina, la rabbia, la forza di stringere i denti ed andare avanti. Siamo un paese sviluppato, non ci manca cibo, acqua o luce, ma sappiamo che vuol dire resistere e reagire, e pagare, o vedere pagare ad altri a noi vicini, il prezzo dei sogni. La mia terra, amara ed amata, i fratelli di una vita, percorrendo sempre strade diverse ma rimanendo sempre lì. Più di una volta ho sentito, qui, la necessità di condividere chi sono, le mani, le voci, le menti, le emozioni che mi hanno costruito. A volte ci si sente incompresi, o meglio incomprensibili, col timore di svelarsi. A volte sembra che la sola e semplice condivisione dicano più di mille parole, e qualcosa di me, di profondo, arrivi e penetri negli altri.

Sempre stata testarda, Capatosta, come un libro che mi regalò mia mamma da bambina e sognatrice cinica, di quella stoffa che porta la gente a dirti che è così perché sei giovane, crescendo capirai. Sindrome di Peter Pan a parte, giovane non dovrei esserlo quasi più, ma così resto. Non ho mai amato le regole, le imposizioni, i divieti e gli obblighi. Ironico che poi me ne metta io, e di rigidi. Ma non è questo il punto, ora. Il punto è che ho sempre provato a portarlo nel lavoro, io che quasi sempre lavoro con le persone. Ci ho tentato con i bambini ed ora con gli adolescenti. Sì, anagraficamente i ragazzi e le ragazze della Tekove sono un po’ più che adolescenti, alcuni sono genitori a loro volta, ma spesso sono giovani ed acerbi. Per inciso, come se non ce ne fossero abbastanza di incisi, Tekove mi insegna, come mai prima, che essere in grado di riprodursi ed avere dei figli sono due cose che non hanno nulla in comune. Dicevamo, Tekove e le regole. Tutto inizia all’inizio di questa settimana. Avevo già accennato al caso di una studentessa che ha appena partorito e, sulla quale, avevo sentito due versioni. Quella dei “grandi” è che si è deciso, tutti concordi, che torni a casa ad occuparsi di suo figlio, per tornare alla scuola il prossimo anno. La versione dei compagni e delle compagne di studio, invece, era che la ragazza era stata cacciata contro la sua volontà. Al momento sono almeno tre le ragazze che hanno avuto da poco un bambino, e tre o quattro quelle attualmente incinte. Svariate altre, ed altri, hanno figli dall’uno ai dieci-dodici anni. Molte madri sole, alcune che studiano con l’appoggio del compagno (poche volte marito) e delle rispettive famiglie. Insomma, il punto è che la ragazza che ha partorito vuole tornare a scuola, ci viene con il bimbo, con la mamma. La direzione, però, è contraria al suo ritorno. I compagni di corso si dicono disponibili ad aiutarla, la madre pure, affitterebbe perfino una stanza a Gutiérrez perché lei possa allattarlo durante le pause della lezione. Una famiglia benestante, ovviamente, una delle pochissime. Lei è una madre sola, il figlio, a quanto dicono, è frutto di una relazione temporanea con un uomo sposato. Questo, ovviamente, non manca di essere giudicato dai più retrogradi. Insomma, per averci un figlio così, da un uomo sposato, e mettersi maglie scollate e ad avere avuto (così fanno intendere) una cotta per un volontario italiano anni fa, non si può che essere considerate un po’ puttane. Di sante, fino ad ora, non ne ho viste granché. Insomma, parte la bambola. I ragazzi (dico ragazzi perché mi capita di parlarne soprattutto con maschi) sono furiosi. Furiosi secondo la pacatezza che li contraddistingue. Dicono che gli si riempie la testa di discorsi sul termine “comunitario”, che vuol dire che le decisioni le prendono le comunità, sulla partecipazione, sulle assemblee ed invece c’è molta arbitrarietà, troppe regole che loro nemmeno conoscono e che apprendono infrangendole. Io, figurarsi, mi accendo. Li appoggio, gli dico che noi volontari siamo qui per questo, per poterli aiutare, per poter mediare, perché abbiano uno spazio loro, perché possano essere ascoltati senza giudizio e senza paura di ritorsioni. Quest’ultima considerazione mi nasce dalla storia di Ivana, che un giorno racconterò, e dalle storie di aborto provocato. I ragazzi e le ragazze il giorno dopo entrano in massa in direzione, chiedendo spiegazioni, esigendo che la ragazza rimanga. Temo di aver creato la tempesta, ma poi mi sembra che non sia dipeso da me. Comunque, la persona a cui si rivolgono, che è una suora generale che viene a fargli lezione una settimana al mese, si fa venire una crisi di nervi, si sente minacciata e viene convocata d’urgenza una riunione generale nel salone. A quanto dicono i ragazzi, non c’è possibilità di dialogo. La decisione la prenderanno loro, anzi, forse è già presa. Ovviamente, sto dalla loro parte. Ma come si fa a parlare di libertà di un popolo se, per prima questa scuola, non forma uomini e donne libere? Ma dov’è la coerenza tra quanto insegnato e quanto praticato? Ma quante regole per questi uomini e donne, per molti versi, già adulti? E quello che voglio praticare con loro, infantile idealista, è la mia personale, ignorante, pedagogia libertaria. Contraria ai castighi per i ritardi, all’assistenza obbligatoria, alla richiesta di permesso per uscire dall’aula. E, da persona adulta e razionale, spiego in più occasioni che non c’è problema se vogliono mandare un messaggio, o uscire a parlare un attimo, o dormire, ma che mi si dica. Cercherò di comprendere le loro necessità. Bene, simpatica storiella. Poi arrivi un giorno in classe e non c’è nessuno. Arrivano mezz’ora in ritardo, qualcuno chiacchiera fuori come se non ci fossi (non s’era davvero accorto che c’ero, mi dirà poi). E quindi mi altero un pochino e infiocchetto parole sulla disponibilità, la correttezza, il rispetto e blah blah blah. Bene, le volte successive siamo tutti puntualissimi e mi illudo che il metodo funzioni. In fondo qualcosa gli starò comunicando essendoci sempre, per prestargli il computer e per fare ricerche su internet alle sette del mattino e per insegnarli a cambiare la foto profilo e di copertina su facebook. Ciò che semini raccogli, o qualche similare profana concezione del Karma. Fino a Venerdì. Rimaniamo bloccati ore a cercare di decidere che cosa si farà nella lezione, perché non voglio imporlo (mi faccio ridere da sola), tanto che arriva l’ora della pausa e del “refrigerio”. Erano giorni, mi sembra, che non ce n’era, ed oggi invece c’è. Dato che abbiamo iniziato 40 minuti in ritardo chiedo ad uno di loro di portarne per tutti e continuare. Lui ne porta un paio, poi esce di nuovo, credo, a portarne altri. Invece no, lo vedo ripassare a mani vuote ed in un’altra direzione. Va a riprendere il telefono in carica o farselo prestare da un’amica, non ricordo. Gli dico che penso che questa cosa non sia poi così urgente e gli chiedo di rientrare. Ne esce un altro, per andare a prendere una sedia. Non torna e vado a cercarlo. E’ appoggiato allo stipite della porta del comedor, aspettando una compagna che gli avrebbe dovuto prestare del paracetamolo e non so che…Mi altero e gli dico che ora si va in classe, e bestemmie varie. Mi sfogo un po’, li rimprovero e penso che il metodo libertario abbia bisogno di tempo per funzionare.

(segue)

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Descanso

Samaipata, in quechua, vuol dire “riposo tra le alture”. Decisamente a proposito, dato che il viaggio era iniziato a Uyuni alle 9.30 del Giovedì mattina e finirà a Samaipata alle 13.30 del Venerdì. L’arrivo è sotto una pioggerellina fina, dicono che sia il rifugio dalla calura cruceña, Samaipata. Per me è la città dei cani, comunque numerosi ovunque. Sarà perché mi trovo in mezzo ad abbai incrociati e quasi finisco con un morso nel polpaccio. L’adrenalina non mi permette di usare la frase che mi ha insegnato Beti, più paurosa di me “San Roque, San Roque, que no me mire y no me toque”. Ma Samaipata è molto di più.

E’ l’ostello che raggiungo su consiglio di un negozio fricchettone. Al Jaguar Azul si arriva percorrendo una discesa che parte dal mercato e sembra condurre ad una discarica. E’ uno sterrato con prato, pozzanghere, pietre per guadarle e scalini di copertoni. Si apre ad un cancelletto di legno, altra scalinata di pneumatici, questa volta decorati con tronchi di legno e si arriva all’ostello, che è anche camping. C’è molto prato, per le tende, una zona giorno semi-aperta, dove c’è la cucina, e un’amaca. L’umanità del Giaguaro sarebbe possibile scritturarla per un film. Javi e Julie sono una coppia, lui spagnolo, lei francese. Lui giocola con le clave, lei è figlia di sessantottini. Sebastian è cileno, si busca la vida come può, fa il volontario nell’ostello e produce bigiotteria con filo e ferro per provare a tirare su due lire. Ne guadagna un po’ grazie ad i regali alle amiche. Poi c’è Erwan, francese, non so bene che faccia nella vita, a parte suonare musica elettronica. Poi ci sono Ruyer e Marc, catalani, indipendentisti. Ruyer lavora in una cantina, Marc prepara cocktail. E poi Gustavo, attempato argentino trasferitosi in Bolivia, anche lui sembra vivere come può. Lavora alla Isla del Sol, a Copacabana, fa il volontario qui e lavora nel ristorante del padre del proprietario dell’ostello. E’ fissato con la psicoanalisi, in particolare con Lacan. Ci becchettiamo un po’ ma quando questo accade sembra sbronzo, quindi lascio perdere. L’ostello promuove la vita comunitaria, si cucina e si mangia insieme. Credo sia anche un modo per sopravvivere di una cricca di spiantati. Samaipata è un paesino, umile e turistico, ma i dintorni sono pieni di attrattive: c’è il parco Amborò, un rifugio per animali tenuto da una signora di mezz’età, immagino fricchettona pure lei, il Fuerte, le cascate. Qui vicino c’è la ruta del Ché, i luoghi della guerriglia in Bolivia, fino alla sua tragica morte. Samaipata vive di turismo, artigianato, produzione di miele e propoli, vivai. Il tempo a disposizione è poco, decido per il forte e le cascate. Il mood è economico, quindi si cerca un taxi economico che ci porti al Forte, nelle poche fasce orarie in cui si possa accedere, perché stanno facendo dei lavori per sistemare la strada. E fanno bene. Troviamo un taxi che ci porta su per 15 bs a testa, solo andata. Abbiamo in mente, io ed Erwan, che mi accompagna, di riscendere a piedi, ma saremo smentiti. El Fuerte, rovina pre-incaica, si trova ad 8-9 km dal centro di Samaipata, dei quali quasi tutti su questa strada interna. Il terreno è argilloso, dire che non dà sicurezza è un eufemismo. Ma, ad ogni modo, si arriva in cima. E’ ancora nuvoloso ma presto smetterò di desiderare il sole. Samaipata è nella selva, quella del Ché, circondata da montagne e da nuvole. Siamo in un paesaggio incantato, le nuvole sotto di noi. Il percorso è ben organizzato, in legno, con miradores e una flora mai vista, sorprendente. Credo che la natura, in questo luogo, superi l’opera umana, nonostante quest’ultima sia ben tenuta ed antica. Si visita la Roca esculpida, interamente scavata nella roccia; si vedono tracce dei cinque templi, le nicchie destinate alla conservazione delle mummie. Poi c’è il settore abitativo-amministrativo, dove ci sono le case incaiche, una casa colonica spagnola, la piazza con i magazzini ed il mercato. Ma soprattutto, la natura. Le piccole piante carnivore, i fiori dai colori insoliti. Iniziamo la discesa e dopo poco ci tira su un pick-up. A bordo un signore brasiliano, residente in Bolivia ed un tot di gente che è venuta a trovarlo. Vive a Santa Cruz, e lì stanno andando. Esattamente la strada che dovremmo percorrere, in qualche modo, per arrivare alle cascate. Ci lascia lì davanti, altro viaggio nel cassone, vento tra i capelli ed impressionante vista della selva. Las Cuevas sono dietro un cancello, ingresso 10 bs, percorso naturalistico e tre cascate. Le piante, i fiori, le farfalle sono impressionanti. Sembra di essere in un documentario sulle piante tropicali. Risaliamo il fiume, che fa una pozza, con una piccola cascata, poi un’altra, con cascate più grandi, ed infine la terza, dove facciamo il bagno. L’acqua è fredda, ma piacevole. Si può poi risalire la cascata, e guardarla dall’alto. E risalire ancora un po’ il corso del fiume.

La particolarità di Samaipata è l’eterogeneità di culture riscontrabile nei suoi abitanti. I tratti somatici sono spagnoli od europei, quechua e guaranì. Alcuni europei, mi sembra di capire, sono arrivati relativamente recentemente, ma molti sono qui da secoli. E’ il primo luogo dove si vedono occhi chiari, ad esempio. E’ diverso da quanto ho visto finora; non è la Paz, moderna ed indigena, né Santa Cruz, in maniera diversa occidentale e tradizionale. Non è nemmeno Oruro o Potosì, altipiano freddo e lavoratore. Né Sucre, turistica e giovane. E nemmeno, manco a dirlo, il mio Chaco, rurale e rovente. Infine, il viaggio verso Gutierrez. O meglio, l’attesa nell’ufficio della trufi. Un autista abbastanza giovane conversa con me. E mi racconta della sua infanzia, leggende sugli spiriti e superstizioni antiche che si mescolano con le moderne. Gli ufo, ad esempio. Che qui si chiamano Ovnis, objetos volantes no identificados. O il duende, spirito maligno che mette incinta le donne. A volte, le leggende, possono pure servire.

Il dado

Se l’ara è spazio ed, al tempo stesso, tempo, il Salar è la sospensione di entrambi, oppure è pienospazio e pieno tempo. Ogni spazio ed ogni tempo qui si incontrano e possono finalmente fermarsi ed essere. Se il tempo non è una retta lineare né un circolo, se è uno e mille, il Salar è la somma di tutti gli spazi, di tutti i tempi. Per chi vive in conflitto con il tempo che passa rapido ma non basta mai, per coloro i quali lo spazio è ogni volta nuovo luogo di semina ed al tempo stesso teatro di nomadismo, è come trovare la casa del tempo e dello spazio, dove vivono tutti i tempi e gli spazi incontrati e che potenzialmente, o realmente, si incontreranno. Non è mai troppo tardi, o troppo presto, non è mai lontano ed è subito casualmente ed inevitabilmente vicino. Da nessun’altra parte sarebbe possibile, solo qui tutto è possibile. E questa sospensione e compresenza del tempo e dello spazio fa sì che tutto rimanga qui e che tutto venga via con noi. Probabilmente non ci incontremo mai più, ma c’è un dado da tirare ed il gioco continua. Ma il Salar e i nostri occhi, i nostri sorrisi, sono nel movimento nel dado, nelle sue rotazioni, nell’istante in cui rimane in bilico e poi cade, svelando il suo gioco. E non ci siamo già più.

Miscellanea

La Misiòn (il film) : contatto e sopraffazione. La disputa tra spagnoli e portoghesi, i gesuiti aiuto e sostegno degli indios ma a quale prezzo? Dov’è la spiritualità di questi luoghi? E se non c’è più ed è rimasto il cattolicesimo retrogrado e prevaricatore, che cambia da una colonizzazione spada e cannone? Che nemmeno ci si può opporre, con faccia brutta, a chi si prodiga per noi. Riconoscenza, sudditanza, di nuovo Basaglia. Le forme di potere sono molte, a volte subdole o inconsapevoli. Non è ancora tempo per smettere di cercare la libertà.

Kronos e Kairos: Il tempo esterno ed il tempo interno. Primo brindisi di Attilio alla Tekove, la Bolivia come luogo per farli coincidere. E se il tempo non è solo tempo ma anche spazio come l’ara guaranì? Al Salar sembra essere così. Nel mezzo del deserto, sale a perdita d’occhio e cielo interminabile, tempo e spazio coincidono o forse spariscono. Kronos e Kairos si allineano, come fenomeno astrale. E non è più internet, né telefono. Non serve più nulla, è pace, è riposo.

Le storie condivise: Sarà la neocorteccia che mi dà tutte queste emozioni. A quanto dicono, come ultima evoluzione del cervello umano le dobbiamo la possibilità di costruire storie e significati con altri membri della nostra specie. Ed ora non sto parlando di processi di costruzione di identità collettive, o di storie che attraversino o cambino altre vite. Intendo piccolissime frasi, parole, che riassumono emozioni condivise. Non importa nemmeno sapere come siano nate esattamente, perché prendono vita propria. E così, non si sa di preciso perché, finiamo ad immaginare un finale alternativo del Sabado Intercultural, in cui, all’improvviso, si spengono le luci ed entrano tutte le persone che, per un attimo, non me ne vogliano, diventano personaggi. Solo le scrivo per ricordarle, per ricordare chi le ha condivise con me, e per condividerle una volta ancora.

¿Qué es la felicidad Santi?

Di nuovo in un nuovo alojamiento. Muy linda la family.
E quando scrivevo questo, non sapevo fino a che punto. Un nuovo attacco di altitudine, mate di coca e pastiglia. Facciamo merenda, chiacchieriamo. Decidiamo di fare aperitivo, mentre aspettiamo la cena. Non sappiamo ancora quanto tempo passeremo a questo tavolo. L’ostello è spartano, le basi dei letti sono in pietra, la luce c’è per poche ore. La nostra stanza è la due, sette letti e sei persone. Compaiono sei Schneider in lattina, una Potosì da mezzo litro, credo, e due bottiglie di vino. Si raccontano storie, si ride. Sono seduta vicino a Santi, di nuovo, e parliamo. Altre due bottiglie di vino, siamo incontenibili, nonostante la sveglia sia prevista per le quattro e mezza. Poi usciamo a fumare, si gela davvero. Poi continuiamo a parlare in bagno, argomenti che è meglio che Edison non senta. Carmen va via. Santi si apre. Mi racconta tanto di sé. Piccolo e già grande. Mi racconta della sua vita, del suo amore, della difficoltà di vivere con un padre così ingombrante. Gli dico che è fortunato ad avere un padre così ma che ha meriti e talenti solo suoi. Mi racconta del nonno, secondo padre, morto poco tempo fa, della sua (di Santi, non del nonno) mentalità imprenditoriale, del commercio su facebook, delle peleas con altri ragazzi. Praticano arti marziali, lui e suo padre, e non smettono di ridere quando scoprono della mia boxe. Sa che cosa vuol dire essere ricco, ed essere povero, frequentare le classi alte e le basse, i piccoli delinquenti. […]

Questo viaggio, al momento, si divide in tre parti. Gutiérrez-Santa Cruz, una despedida. Uyuni, la poesia e Samaipata, al momento l’ignoto.
Santa Cruz, il mercato. Il pane e il cunapé, il poro per il mate e l’artigianato in paglia e metallo. I micro ed il sole. E la despedida. Io vado e lascio alla terminal Lalo e Beti. Ma come sarà tornare alla Tekove senza di loro, è presto per dirlo.

Uyuni: ricordo perfettamente il momento in cui tutto è iniziato. C’è il sole, siamo davanti all’agenzia e capiamo di essere capitati insieme. Ci studiamo, chiacchieriamo, non sappiamo che saremmo diventati coinquilini. Serenità, emozioni, brividi. Tre parole. Impresionante, il paesaggio. Inolvidable, il compleanno di Carmen e questa tre giorni. Challamos, abbiamo bevuto, per la nostra jeep e la nostra temporanea, profonda amicizia. Una foto scattata con gli occhi. Il paesaggio, giallo e azzurro, riflesso negli occhi di Santiago.

Che cos’è la felicità Santi? Vivere il momento, sapere che non tornerà e che per questo è prezioso. Non avere orologi, sveglie, telefoni. Tutto è qui ed ora, e riempie l’anima.

Come essere felici senza il viaggio?

Dentro il quadro

4.3.14

Nessuno si sveglia. Probabilmente nessuno ha nemmeno messo la sveglia. Ci sveglia il sole, ed i rumori. Fuori si sta challando la nostra jeep. La challa è una benedizione indigena, si fa con petali di fiori, festoni ed alcol. Per l’oggetto da benedire e per il proprietario.

La jeep challada

La jeep challada

Si parte, con un po’ di ritardo. L’ultimo saluto è ad un cucciolo di lama che la padrona di casa sta allattando con il biberon. Per provare l’esperienza, un boliviano.

Prima tappa la Laguna Negra o Turkeri, siamo ad oltre 4000 metri. Ecco perché mi costava tanto risalire la salitina della laguna. Seconda tappa il Vulcano Oyaguei, ancora attivo. Potrebbe eruttare “en cualquier momento”? chiedo stuzzicando Freddie. Siamo alla frontiera con il Cile, il vulcano stesso è metà dell’uno e metà dell’altra. Tra la vegetazione di questi luoghi, un’erba che sembra muschio, ma poi è dura, si chiama areta e si usa per accendere il fuoco. Molte rocce in questa parte, saliamo per vedere com’è il deserto da lassù e tornano utili le poche nozioni di arrampicata. Puntare i piedi, cercare appigli, distribuire il peso.

Guardando il Vulcano Ollague - Foto di Carmen

Guardando il Vulcano Ollague – Foto di Carmen

Abbiamo tempo per questa sosta perché nel mentre abbiamo un problema con la ruota. Freddie tutto-fare ritira fuori la sua tuta da lavoro e la ripara. Santiago ripara la radio, a quanto pare è un genietto dell’elettronica. Si riparte. Ora è tutto verde e bruno, pietre ed immancabile cielo azzurro.

Laguna Edihonda: fenicotteri rosa in una laguna bianca. Cartelli che annunciano inesistente wi-fi. Altri che proibiscono ai fenicotteri di volare. Vento, altitudine e coca. Poi ci fermiamo per mangiare. Nomadismo, che meraviglia. Un po’ come una casa di bambole, dal retro della jeep appare la cucina. Cotolette, verdura, pasta (sempre con la funzione di pane), mela. Continua la chiacchierata iniziata con Santi alla laguna. I viaggi, i sogni, il senso della vita, la religione, l’umanità, la felicità.

Il demone della reperibilità

Il demone della reperibilità

Divieto di volo? Fenicotteri avvisati!

Divieto di volo? Fenicotteri avvisati!

Laguna Honda: Sembra sprofondata, sarà solo più profonda? [Non ho idea di che volessi dire quando ho scritto questa frase]. Pianifico i viaggi successivi: Samaipata? Ruta del Ché?

Si sale ancora. 4300 m, poi la pampa di Silori, 4700. Poi El Arbol de Piedra, la Laguna Colorada. La macchina si anima, si parla di amore, di relazioni sentimentali. A volte sembra di poter girare un film, un road movie. Una macchina in viaggio, delle storie. Condividere, lo spazio ed il tempo. Ara, come dicono i guaranì, in entrambi i casi.

Laguna Colorada

Laguna Colorada

Oruro

Dovevo accorgermene dal viaggio che sarebbe stato complicato. Per fortuna la stanchezza ed il sonno abbastastanza profondo non mi hanno fatto rendere conto del tutto del fatto che abbiamo rischiato la vita più volte e che ad un certo punto ci siamo fermati perché la strada era bloccata. Mi sono accorta che qualcosa non andava alle 8 di mattina, a Cochabamba, perché dovevamo essere ad Oruro alle 10. Arriveremo all’una. 

Ad Oruro fa un gran caldo, non vedo l’ora di lanciarmi nel Carnevale. Ma si inizia ad intuire il leit-motiv della due giorni. Rincorrere cose, attendismi e necessità di coordinare più teste. Con un po’ di insofferenza da parte mia. In questo momento si tratta di aspettare gli olandesi, che in realtà sono anche il nostro gancio per dormire. Nostro perché ho reincontrato Attilio. Ci raggiungono quindi al Terminal. Marius e Ronel, un ed una olandesi, Milton di La Paz e Nair sua cugina di Oruro. Il piano, al momento, è dormire in tenda da qualche parte. Lasciamo gli zaini al deposito e saliamo verso la Virgen. 

Oruro, mi dice Nair, si sviluppa tutto intorno a questo cerro, sul quale troneggia, imponente e un po’ inquietante, un’enorme statua della Vergine col bambino, bianchissimo su un cielo celeste e limpido. Per arrivare in cima bisogna salire una scalinata e di nuovo il battito del mio cuore si può vedere ad occhio nudo, Ho portato le foglie di coca, le pastiglie per l’altitudine ma, a causa di un malinteso con Attilio sono rimaste entrambe nello zaino. Milton ci dice che qui su è meglio salire di giorno, perché di notte ci sono assalti e furti. Non finirà meglio di così. 

Riniziamo a scendere, le gambe tremano, sintomo ancora sconosciuto dell’altitudine, suppongo. Entriamo nella città, ora il Carnevale si sente, e si vede. I costumi, il trucco, le acconciature sono meravigliosi e non stento a credere che richiedano un anno di lavoro. Inizio a sentire l’aria della festa ed i morsi della fame, dato che sono le quattro del pomeriggio. E finalmente, succede. Ci propongono di mangiare charquekan da me ribattezzato Jackie Chan, o Shere Kan. Si mangia con le mani, e nel piatto ci sono patate intere bollite, mais, un uovo sodo e carne di lama essiccata. 

Finalmente ci dirigiamo verso la parada. La sfilata è lunga 4 km, lungo i quali sono montate gradinate, a pagamento. Girovaghiamo per le strade (ovviamente non abbiamo comprato posti a sedere), tra le bancarelle i bagni chimici e le costanti spruzzare di schiuma. Data l’assenza di doccia, quando non ti prendono negli occhi, sono pure piacevoli. E comunque, il divertimento sembra essere proprio mirare agli occhi. 

Sono quasi le sette quando mi fermo a prendere un gelato e la signora del negozietto mi racconta della tragedia. E’ caduta una passerella, di quelle che permetteva di attraversare la parata dall’alto, travolgendo alcuni musicisti e alcuni spettatori. I morti sono due, poi quattro, poi sei. Oltre 70 i feriti. Solo la mattina dopo Milton mi dirà che, se non avessimo fatto tardi, avremmo potuto essere nei paraggi, sulle gradinate. La parata prosegue, nonostante un minuto di silenzio e quattro o cinque giorni di lutto nel dipartimento. 

La festa qui prosegue, il livello alcolico si alza vertiginosamente, le lattine di birra sono raccolte in enormi contenitori, la puzza e i fiumiciattoli di piscio iniziano ad apparire e le bande di fricchettoni infestano l’aria. Qui si vede, davvero, il Sud America che ho sempre sognato. Hippies, alternativi, artigiani di tutto il mondo uniti, sono qui con le loro bancarelle di filo e argento, i didgeridoo e l’armonica a fiato. E dieci anni fa avrei tremato d’emozione, che era il mio posto, che era la vera vita. Ora sono contenta di aver conosciuto la vera Bolivia, le comunità, la storia scritta nei libri e quella custodita tra i sorrisi ed intuita negli occhi di Ibana, Guido, Angel, Benito, Florinda, Roxana e tanti altri. Sono ospite, turista, bianca e se questa terra la sto amando e ne sto capendo qualche frammento lo devo solo a loro. 

Non il giardino d’avventura e di anno sabbatico dei ricchi europei, così com’era stata riserva di oro e materie prime dell’Europa coloniale, né il tentativo di girovagare a costo zero di chileni ed argentini. La Bolivia, per me, ora, è la modernità che irrompe nell’assenza totale di comodità e diritti umani (bisogni, si potrebbe dire), è un senso di colpa antico ed attuale, quando dici che vai in viaggio a chi non ha soldi per tornare a casa o per andare a Camiri, da dove inizia un viaggio di studio. 2o bolivianos costa, circa due euro. 

E’ forse per questo che mi sento un po’ stranita mentre la gente balla come se fosse il parco Lambro, come se si stesse compiendo una magia, un trance rituale. Solo “Cariñito”, cantata e suonata da una ventina di sconosciuti mi regala attimi di pura felicità. 

Allo stesso modo il furto della mia macchina fotografica mi sembra quasi un inevitabile karma, come se l’universo dovesse riequilibrare i privilegi dell’uomo bianco sull’indigeno. Sì, mi rendo conto che è solo un misero tentativo di accettare che sia stata vittima di un abile (fino a un certo punto) ladro di strada. Quando, un paio d’ore dopo, anche Marius si accorge di essere stato derubato mi sento meno sola, la tragedia sempre meno evitabile ed una casa calda è quanto di meglio si possa desiderare. Dormiamo a casa di Nair, notte tormentata con numerosi risvegli, in ricordo della macchina fotografica ed anticipando le reazioni dei boss. Puoi andare lontano quanto vuoi ma non sparisce il bisogno di compiacerli e non deluderli. Anche Milton è mattiniero, e usciamo a fare la spesa per organizzare la colazione-brunch. Adoro l’America Latina e la sua frutta. Assaggio i guayaba, piccoli, gialli e succosi, simili a fichi d’India. Milton ci prepara il guacamole, che mangiamo col pane di Oruro o di Cochabamba. Oppure spalmiamo la palta (avocado) o il dulce de leche sul pane. 

Nel mentre la casa si risveglia, ed iniziano ad apparire cugini e zie varie, molti in post sbronza, assolutamente accettata e legittimata. Il re degli sbronzi sembra essere il capofamiglia, tornato a casa barcollante alle sei della mattina, teneramente rimproverato dalla moglie.

In molte culture il Carnevale è la festa degli eccessi, dove tutto è permesso, dove il popolino insulta e “tortura” il padrone, come abbiamo visto in Lucani e come, penso, dovesse essere pure qua. Ora è solo eccesso, furto, gente svenuta e barcollante. 

Torniamo alla faccia bella del Carnevale, con un po’ di fatica, da parte mia, ad abbandonare questa nuova famiglia orurese. E di nuovo ci infiliamo sugli spalti, il sole picchia forte, i colori abbagliano e le musiche echeggiano. E in men che non si dica è ora di partire. 

Il treno ci aspetta, ci porta verso una delle più grandi meraviglie della natura, il Salar de Uyuni.

Lasciare Oruro significa despedirse da una delle più belle frasi mai usate per descrivere una sbronza. “En calidad de condor”, ci dicono dei ragazzi di La Paz. Perché le ali aperte del condor ricordano el pobre borracho che torna a casa sorretto o portato a spalla da più sobri amici. 

 

 

Oruro, un tempo avevo una macchina fotografica

Oruro, un tempo avevo una macchina fotografica

Sollevando il tappeto…

Potrebbe essere disegnata come un pendolo questa oscillazione tra lo scrivere, il condividere e lo sparire. E’ che all’improvviso, dovevo essere solo qui. Tagliate le comunicazioni, quindi. Smesso di scrivere, anche solo per me. Smesso di fare, per esserci davvero. Tiempo pa’ mi, solo l’attimo, ed è serenità. Un po’ c’entra quel senso del dovere che mi schiaccia ovunque vado, che mi obbliga a fare le cose controvoglia. Permettendomi di non farlo mi regalo serenità. Fiduciosa nella comprensione, torno più piena di racconti e pensieri. In un certo senso è stato come assorbire, e lasciare che giungesse in profondità. Perché si riuscissero a vedere la necessità della scuola, le sue contraddizioni, i bisogni dei ragazzi e delle ragazze, quello che proprio non va. La scuola, e la popolazione guaranì, prima di arrivare qua, sono tanta illusione ed un po’ di idealizzazione. Un popolo che lotta per il riconoscimento, che ha un’organizzazione assembleare, l’Assemblea del Popolo Guaranì, che ha come priorità di intervento la produzione, le infrastrutture, la salute, l’istruzione, la terra ed il territorio; che ha ottenuto il bilinguismo nelle scuole, che ha delle proprie autorità nelle comunità, che ha fatto una marcia di due settimane, a piedi, per commemorare la sconfitta di Kuruyuki, dove il popolo guaranì vide morire 5000 persone. E da quel palco si parlava di identità, giustizia, riscatto, una lotta da portare avanti non più con arco e frecce ma con matite e quaderni”, per il futuro della gente guaranì. E così nasce una scuola, completamente gratuita per i giovani dalle diverse etnie indigene, che forma infermieri, tecnici di salute ambientale, assistenti sociali comunitari, che si impegnano a tornare nelle comunità per prendersene cura. Sono giovani scelti dalle comunità, di scarse risorse economiche, che arrivano da tutto il paese. Sono guaranì, guenagè, chiquitanos, qualche colla. Un lavoro immenso, durato decenni ed ancora in atto, dalle prime campagne di vaccinazione, con l’obiettivo di coscientizzare, di aumentare il protagonismo ed il potere. Per la partecipazione, la crescita collettiva. Poi, come sempre, c’è la realtà. Non vuol dire non vedere i meriti di tutto ciò, vuol dire continuare a camminare.
“Le ideologie sono libertà mentre si fanno, oppressione quando sono fatte”, diceva Basaglia citando Sartre. Vuol dire che anche le verità più rivoluzionarie, quando di realizzano possono appiattirsi nella routine e ricreare privilegi, disparità, ingiustizie.
Un mondo di liberi ed eguali non l’ho ancora visto, non fa eccezione la Tekove. Ci sono le differenze economiche, quello che mangiano i ragazzi non è quello che mangiamo noi. O meglio sì, perché ci portano vassoi dalla cucina, ma quasi sempre abbiamo già qualcos’altro e allora mangiamo doppio o avanziamo cibo. Da noi c’è frutta, a volte un po’ di formaggio o mortadella. Le ragazze fanno i turni, e spesso vengono a cucinare con noi, lavano i piatti e puliscono. Rientra nei compiti che si dividono il Sabato. Giovedì, prima di partire hanno chiamato due ragazzi perché ci aiutassero con gli zaini. Noi abbiamo case con scarico del wc, acqua calda (alcuni, alcune volte) e verande. Non ho mai visto i loro dormitori, ma penso siano ben meno comodi. Non saprei essere di meglio, di sicuro, di chi ha scelto di vivere qui la sua vita, ma l’essere estranea mi permette di vedere ciò che altri occhi non vedono perché c’è da sempre e sempre ci sarà.
Ci sono le regole, alla Tekove, ed il controllo. E’ una grossa responsabilità prendersi cura di 50-60 ragazze e ragazze in età prevalentemente adolescenziale, tempeste ormonali, identità in formazione ma io preferisco sempre gli strumenti alla disciplina. La maggior parte delle attività sono obbligatorie, si passa lista e si registrano assenze, che poi diventano castighi. Le ragazze alle dieci e mezza devono essere in camera, dopo di che si chiude chi è fuori ha una falta. I ragazzi non hanno orario ma di solito vanno a dormire alle undici. Tre ritardi a lezione sono una falta. E’ incoraggiato il riferire ai responsabili se qualcuno sta facendo qualcosa di sbagliato (delazione, mi piacerebbe chiamarla), tipo bere, fumare, non rientrare a dormire. Si cerca di limitare le uscite fuori, è per questo che c’è una piccola rivendita all’interno. Molte regole sembrano fatto perché nulla sfugga al controllo, specie i rapporti tra maschi e femmine. Ma allora com’è che fanno sesso lo stesso, le donne rimangono incinta e tutto prosegue come se nulla fosse? Quasi tutto, perché le madri poi lasceranno la scuola per un po’, per stare con i neonati, i li porteranno con sé a scuola, con la concentrazione che ne consegue. Gli uomini rimangono qui, studiano, giocano a pallone, ballano. A volte flirtano con altre ragazze. Ci è stato raccontato che una ragazza è stata allontanata per partorire e non tornare immediatamente, mentre l’altra versione è che tutti concordavano fosse meglio starsene un po’ con bebé.

Poi c’è l’aborto. Qui è illegale, mal visto dalla stragrande maggioranza della popolazione, condannato come atto immorale, condannato dalla religione. E accade così che una ragazza venga allontanata dalla scuola per aver abortito illegalmente, condotta immorale ancora più grave dato che si stanno formando professionisti della salute. E’ il compagno di lei che fa denuncia, portando documentazione sanitaria, lei dice di essere stata violentata, si ribatte che non è possibile perché vivevano insieme da tre mesi. E sebbene si possa immaginare che sia un tentativo in extremis, perché solo lo stupro permette ai più moderni di valutare l’aborto, bisognerebbe ricordare che non solo perché si vive insieme non ci può essere violenza, sia essa fisica, psicologica, sessuale. In ogni caso la ragazza le tenta tutte, viene a parlare con uno zio, ma inutilmente. E’ espulsa. Parlando poi con altre compagne si sente che lei aveva lasciato questo ragazzo e che lui le avrebbe promesso “se non torni con me giuro che ti faccio cacciare”. Si o si. Fosse vero, avrebbe vinto.

Le regole non si mettono in discussione, neppure quando le si è infrante per primi si rinuncia a “vendere”, come qualcuno dice, l’altro. Perché le ragazze hanno la chiusura della porta ed i ragazzi no? “Perché noi rimaniamo ancora un po’, mangiamo qualcosa…” Le ragazze no perché devono rimanere magre?, chiedo. Non ridono.

Neanche la vita fuori dalla scuola è perfetta. La Kuruyuki di quest’anno è la più discussa, molti assenti per divergenze di opinione, soldi del governo per ripagare le terre dei guaranì. Ma qualcuno si alza e dice: “Oggi le paghiamo con i soldi, ma quelle terre ci sono state tolte col sangue”.
Oggi i bianchi sono lì, a ricevere soldi, intramontabili sfruttatori.

Il bilinguismo, mi dice Guido, è più politico che reale. Si insegna a scuola, i bambini lo studiano ma non lo parlano Lo ascolta, dice lui, quando sua madre parla con i parenti in visita.

L’assemblea del popolo guaranì, a cui Flor voleva partecipare, non è mai iniziata. Descrive gente ubriaca, uomini.

Cosa succede al popolo guaranì? E’ in atto un processo di cambiamento che farà perdere identità e fratellanza? E che fare con questi giovani devoti e rispettosi? Una volta dicevamo al padre che era difficile farli interagire, partecipare in classe. Che fanno fatica ad esprimersi in pubblico. E ci è stato risposto che è un bene, perché sennò potrebbero diventare presuntuosi. Ribadisco la stima e riconosco l’età e la mentalità, accettando, contemporaneamente, il dubbio di essere io quella che non ha capito nulla.

Ma continuo a sognare, a cercare, oltre la retorica.
Non ne ho idea, ma sono sicura che si può continuare a camminare.

Di vita piena ed altri interrogativi…

Tekove Katu, in guaranì, vuol dire vita piena. Nomen omen, il nome che rispecchia il contenuto. E non solo di emozioni, condivisione e belle idee è piena la vita degli studenti e delle studentesse. Di impegni, di lavoro, di fatica (per me che li guardo, per loro è normalità). La giornata per alcuni, e per molti, inizia alle quattro, cinque della mattina. Alcuni hanno il turno di pulizia, per altri credo sia un’abitudine. Li sentivo, senza capire perchè, quando vivevo accanto ai dormitori dei ragazzi. Poi c’è la prima lezione, alle sette, poi una pausa alle otto e mezza, poi alle nove si rinizia. Poi altra pausa, refresco, qualcuno è già in turno per la cucina. Il pasto di solito è una zuppa, con patate, carote, qualche raro pezzo di carne; un’insalata di patate, carote rosse e cipolla, un uovo. Riso bianco, oppure con i già citati ingredienti. Riso e fideo (pasta, servita in bianco, con la stessa funzione del riso), pomodori. Pane, che fanno loro, in turni pure quello. Cinquecento ne hanno fatto la settimana scorso. Il refresco che ho provato io è mais bollito, con zucchero e cannella. Si beve e si mangia, perché il mais cotto resta sul fondo e si mangia con il cucchiaio. Qualche volta banane, poca frutta, in questa Bolivia piena di frutti buonissimi. A Gutiérrez il camion della frutta arriva una sola volta a settimana. A mezzogiorno si pranza, poi si rimette a posto e poi si lavora un po’. Non sempre, non tutti, ma capita. Come qualche giorno fa, quando si è iniziato a scavare per far arrivare l’acqua dal bagno della casa del padre ai dormitori. Dopo aver tagliato il prato a colpi di machete, si intende. Una piccola trincea, scavata a suon di zappate da ragazzi e ragazze alle due del pomeriggio di un giorno infuocato. O come Giovedì, noi in partenza e loro che urlavano dal fondo del campo, dove stavano, suppongo, zappando. Il cuore, in frammenti. Poi c’è di nuovo lezione, un’altra pausa, di nuovo lezione. Qualcuno prepara la cena. Suona la campana, si mangia. Nel mentre si lavano i propri vestiti, se stessi, anche se non c’è acqua, ci si dipinge le unghie. I capi di studio decidono poi il resto. Se la sera si studia, o si guarda un film. Il Giovedì pomeriggio si gioca a calcio, prima i ragazzi, poi le ragazze che intanto guardano, ciarlano e ridono. Il Sabato c’è “lavoro” di mattina, dopo una riunione in cui ci si dividono i compiti e si vedono le esigenze del momento, quali riparare un tetto, sterminare petos… Il sabato pomeriggio si fanno le prove per il Sabado Intercultural. Alle 22.30 si chiude la porta delle ragazze, chi è fuori si becca una “falta”. Anche tre ritardi sono una “falta” e ci si guadagna un bel fazzoletto di terra da zappare (4 metri x 4, o 5 metri per 5, non ricordo. C’è pure la possibilità di fare del lavoro volontario, di Domenica. Qualche Domenica fa si iniziava alle sei del mattino. La Domenica si fa anche assemblea di autovalutazione della settimana. Poi, ovviamente, si fa quello che è necessario al momento, raccogliere e spaccare legna, spostare un materasso, ammazzare un maiale, riparare un rubinetto.

Il cammino dell'acqua

Il cammino dell’acqua

Tutto ciò mi riempie di emozioni contrastanti. A volte vedo nei ragazzi e nelle ragazze della Tekove una vera esperienza di autogestione; le assemblee, i delegati, la divisione del lavoro, la vita collettiva e la condivisione. Poi però capita di accorgersi che i rapporti di potere non sono stati eliminati ma sostituiti e che non è il regno dell’orizzontalità. I rappresentanti non mi sembrano a rischio di essere destituiti, non si è tutti uguali. E questo si basa su deduzioni, racconti, ipotesi. Ad esempio, l’altra sera ci sarebbe dovuto essere il dibattito, il tema che “provocatoriamente”, forse, avevamo scelto era “libertà-autorità-potere”, ma si pensò di sostituirlo con un film. Si chiamano i rappresentanti, si chiede la loro opinione e di confrontarsi con gli altri. E viene fuori che no, in quanto capi di studio possono decidere loro. Funziona così. Accettiamo, incassiamo e proiettiamo. Non mi è passata la voglia, però, di parlare con loro di libertà, autorità, potere. Fargli vedere “L’attimo fuggente”. Probabilmente esagero io, che vorrei seminare semi di rebeldìa, che non accetto il loro conformismo, che vorrei parlare di pedagogia degli oppressi, di pensiero critico e che li vorrei liberi. Dalle regole che si auto-impongono, dal controllo reciproco tra di loro e ancora più rigido delle autorità.
Basaglia diceva che non per aver tolto le catene ai malati psichiatrici, essi sarebbero stati più liberi, se al contempo fosse stata introiettata l’autorità. Il paziente libero è quello che mette in discussione lo psichiatra, che fa vacillare le convinzioni di entrambi. La libertà è l’esercizio continuo del dubbio, è dialettica, è movimento.

Saremmo pronti ad accettarlo? Qual è il mio ruolo qui? Serafico rispetto o inopportuna scintilla?
In punta di piedi svelare un po’ di me…

Charagua

Charagua è casa di alcuni dei ragazzi, uno dei più cari. Voglio vedere com’è, immaginarli lì, bambini, chiedermi come sarà “essere nato a Charagua”, quali sono i colori dell’amore per loro, le piante e il cielo e il fiume e il mercato. Da quello che ho capito nessuno è veramente di Charagua, ma di comunità vicine. Ciò che Charagua non è. Vicina. Sono 3 ore e mezza da Gutiérrez, la maggior parte delle quali su strada sterrata, guadando fiumiciattoli purtroppo ruscelli, scansando vacche e soprattutto saltando ad ogni fosso. Noi siamo in quattro nel retro della movilidad, e non ci stiamo. L’arrivo ha il sapore della libertà, i nostri corpi tornano a distendersi. Al principio mi sembra una metropoli, ma ha solo una piazza più grande di Gutiérre, un mercato ed il fiume. Che poi in realtà sono due dita d’acqua, ma è di nuovo aranciato, verde e celeste.

 - Il fiume

Charagua – Il fiume

Il sole picchia forte ed è il Chaco, querido. Il ritorno è più sereno, ci fermiamo a far merenda, a cercare gasolina (si compra, come qualunque altra cosa, a casa delle persone), in quello che sembra essere stato nascondiglio del Ché e in una comunità vicina a Gutierréz.

Sulle tracce del Ché?

Sulle tracce del Ché?

Benzinaio

Benzinaio

Poi, finalmente, Gutiérrez, la cena di pollo in piazza ed un vinito. Si avvicinava la partenza di Flor.