Ciò che poteva essere

Premessa 1)

Semenella aveva provato, tempo fa, a immaginare e raccontare la sua vita senza la rottura dell’aneurisma e la, parzialmente letale, emorragia subaracnoidea.
Un lavoro, una famiglia, un futuro pieno.
Ma era un dolore inutile.

Ha scelto, quindi, altro: raccontare
non ciò che non è stato,
ma ciò che, nonostante tutto, sarebbe potuto essere.

Una stazione, non un luogo dove restare dimenticata ma un luogo da cui ripartire

Qualcuno che la vedesse.
Qualcuno che la aiutasse a tornare viva.

Non otto anni ferma.
Ma otto anni in cammino.

Così ha scelto di voltarsi altrove. Poichè Semenella è fatta di uno sguardo che cerca gli altri, di una vocazione che non si arrende. E allora immagina non la vita senza la ferita, ma una vita possibile nonostante la ferita: una vita nella quale qualcuno si fosse fermato, l’avesse vista davvero, e l’avesse riconosciuta come persona. Una vita in cui, pur tra le sue difficoltà , le fosse stato concesso di tornare a esistere.

Non otto anni sospesa, dimenticata. in una stazione dei treni ormai dismessa.

Ma otto anni vissuti, faticosamente, umanamente, con dignità, non una vita che è stata come il cimitero dei treni di uyuni, un luogo deserto e abbandonato e e che pure semenella normoabile e libera ha visitato in Bolivia.

(fonte fotohttps://www.facebook.com/photo/?:

(fb semenella)https://www.facebook.com/photo/?

relativa al seguente post fb sez.Bolivia del blog perché Semenella, la prima vita, l’ha vissuta.

Premessa 2)

Le dicono che sarebbe stato troppo presto, subito dopo la sua prima morte intervenire con un approccio basato sul progetto di vita, perché lei era troppo grave per tornare alla vita nel

come testimoniano le seguenti foto:

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Ssemenella, invece, ha scoperto che esistono professionisti che cercano di rispettare l’autodeterminazione delle persone perfino nella transizione al fine vita.

Nei percorsi di fine vita bisogna interpretare cosa vorrebbe quella persona,, ma lei chi era, com’era, amava muoversi, amava il cibo o lo riteneva un atto dovuto?

Ripensando alla filosofia studiata al liceo, e ai rigorosi sillogismi logici, conclude con un ragionamento che, se davvero la sua condizione fosse stata troppo grave per la vita, sarebbe morta invece morta non è è , ma negli ultimi otto anni non può dire nemmeno di averla vissuta davvero, la vita.

quindi Semenella si informa, studia, cerca di capire, e qui vi racconta che cosa ha trovato che dimostra che poteva andare diversamente.

Altra obiezione che le viene fatta è che non è stata capace di costruire reti sociali e legami abbastanza solidi.

Semenella, invece pensa, malauguratamente, cheil fattoche i legami si sono rivelati poco solidi sia stata una conseguenza dell’essere stata riabilitata tramite il modello tradizionale della riabilitazione cioè un modello medico, prevalentemente sanitario e centrato sulla menomazione, che conduce sì a un miglioramento dei punteggi nelle scale funzionali ma al prezzo di un ruolo del paziente spesso passivo, ricevente di cure e con i seguenti risultati tipici:

 1.Recupero fisico, ma alto rischio di isolamento sociale, depressione e mancato reinserimento lavorativo a lungo termine.

2.Tempistiche: Il reinserimento sociale/lavorativo viene affrontato solo nella fase finale del percorso .

Tale modello è da contrapporre al modello della Riabilitazione con Attivazione Precoce del Progetto di Vita centrato sulla persona e sulla “partecipazione”. Quest’ultimo è un modello caratterizzato da un approccio olistico simultaneo (riabilitazione medica, riabilitazione neuropsicologica, pianificazione precoce del futuro); su definizione immediata, insieme al paziente e alla famiglia, degli obiettivi di vita a lungo termine: tornare a lavorare, guidare, vivere da soli. Il focus è centrato sulla persona, sulla qualità della vita, su autonomia e ruolo sociale.

Nell’immagine le differenze Chiave nel Paziente di 30 Anni con GCA come è stata semenella nel momento in cui è finita la prima vita, che troppo spesso le pare la vita in toto.

Per una trentenne con GCA, l’approccio basato sul Progetto di Vita è considerato il più efficace nel lungo termine, poiché utilizza l’attività occupazionale e la motivazione personale come motori del recupero, trasformando la riabilitazione in uno strumento per costruire il futuro, non solo per curare il passato. 

Questa realtà, purtoppo, resta ignota ai temporaneamente normoabili — riabilitatori, assistenti sociali e tutta la “corte dei miracoli” che, per incompetenza o imperizia, ha completamente devastato la vita della giovane Semenella. Questo racconto prova a mostrare cosa sarebbe potuto accadere con un vero progetto di vita attivato precocemente dopo l’evento, : una goccia per costruire una società di uguali. Perché “Quello che voi siete noi eravamo, quello che noi siamo voi sarete come c’è scritto nella cripta dei cappuccini a Roma.”

frase particolarmente calzante per Semenella che è stata normoabile fino a 30 anni 8 mesi e 18 giorni, ad oggi , per quanto tempo, , sei, sei stato o sarai, normoabile tu ?

Ma iniziamo dall’inizio, il coma e il risveglio dal coma: Affrontare il coma e il risveglio (stato vegetativo, stato di minima coscienza) attraverso l’approccio del Progetto di Vita e dell’autodeterminazione significa spostare il focus dalla sola cura clinica (riabilitazione fisica) alla riappropriazione dell’esistenza da parte della persona, centrata sui suoi desideri, valori e diritti, anche in presenza di disabilità grave. Questo percorso trasforma il paziente da oggetto passivo di cure ad “agente causale” della propria vita. Semenella, a questo proposito avrebbe voluto essere riavvicinata al suo ambiente sociale, esteso e fonte di estremo benessere, ambiente sociale che le ha mostrato vicinanza nelle prime fasi

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e che il giorno delle dimissioni da 22 mesi di ricovero l’ha accolta così

L’avvicinamento, o per meglio dire il mancato riavvicinamento, di Semenella alla sua rete sociale da parte di chi l’aveva in carica è stato giustificato sulla base di due elementi:

1) Semenella era troppo grave per la partecipazione sociale come avete notato dalle foto precedenti

2) la sua rete, se fosse stata una rete realmente valida, avrebbe dovuto diventare badante a ore , sarebbe dovuta andare a prenderla, sotto casa, trascorrere del tempo con lei spingendo la sua sedia a rotelle essendo, a sua volta, abbastanza normoabile da poterlo fare, e riaccompagnarla a casa dopo questo piacevole e spontaneo tempo libero insieme.

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ma i suoi studi di psicologia sociale sostengono ben altro come ora vi racconta:

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Per esempio, secondo la psicologia sociale ,più è ampio il numero delle persone che potrebbero intervenire più si sviluppa un fenomeno detto ” effetto spettatore” di deresponsabilizzazione, o detto volgarmente, scaricabarile.

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Altra sfumatura viene raccontata da un’associazione di donne malate di cancro: Forse non ci si ammala di solitudine ma ci si può ammalare in solitudine. Torta non se ne stupisce: «non tutti se la sentono di stare vicino, quando hai problemi di salute è più facile quando non hai bisogno di niente». Come spiegare questa inadeguatezza? «È un meccanismo frequente. Gli amici all’inizio hanno l’intento sincero di essere più vicini. Poi subentra un momento di identificazione, di proiezione di se stessi, angoscia nel vedere l’amica che cambia, e una grande difficoltà a esprimere questo disagio. C’è una prima fase empatica. Poi una seconda fase in cui l’empatia brucia. Infine, si prendono le distanze». Comprendere e accettare la propria difficoltà, provare a condividerla con la persona malata, può aiutare a tenere in piedi una relazione. «Un’amicizia vera soffre, magari, ma si rinforza» conclude.

Se non lo sapevate già Semenella è una persona molto prolissa e con questa inconfutabile ed interminabile premessa, chiude la prefazione di questo post. Se avete resistito fin qui, ora veniamo al vero contenuto del post.

Iniziamo, quindi, a raccontare che cosa sarebbe potuto succedere se, come accennavamo, Semenella fosse stata riabilitata, sin dal principio, con il modello biopsicosociale fondato sul progetto di vita invece che con il modello medico della riabilitazione che considera la disabilità e le limitazioni funzionali come un problema diretto della persona, causato da malattie, traumi o patologie. L’obiettivo principale è “riparare” o normalizzare il funzionamento corporeo, focalizzandosi sul trattamento del deficit fisiologico o anatomico. ecco i punti chiave di questo approccio:

Obiettivi: Recuperare il massimo potenziale fisico e funzionale, riducendo al minimo l’impatto della patologia.

Approccio Individuale: Il focus è sull’individuo e sulla sua condizione patologica, piuttosto che sull’ambiente circostante.

Ruolo del ProfessionistL’avvicinamento, o per meglio dire il mancato riavvicinamento, di Semenella alla sua rete sociale da parte di chi l’aveva in carico è stato giustificato sulla base dei due element già citatii:

Semenella che è anche assistente sociale e ha competenze di sociologia avrebbe iniziato la presa in carico con un’intervista in profondità.

L’intervista in profondità rappresenta uno strumento metodologico fondamentale per avviare la costruzione di un progetto di vita dopo una disabilità acquisita in età adulta. Questo approccio qualitativo permette di porre la persona al centro, trasformandola da passiva destinataria di prestazioni sanitarie a protagonista attivo della propria esistenza, in linea con il modello sociale della disabilità e i principi della Convenzione ONU.

Ecco come strutturare l’intervista in profondità come punto di partenza:

1) Obiettivi dell’intervista in profondità

L’intervista non è una semplice raccolta dati, ma un processo di ascolto attivo che mira a:

  • Comprendere l’intera persona: Esplorare la biografia, i valori, gli interessi e le aspirazioni precedenti alla disabilità, oltre ai desideri attuali.( ad esempio per semenella sicuramente l’attivismo politico, potere al popolo, non una di meno la palestra popolare dante di Nanni del Gabrio e la vocazione sociale( si pensi alle sue esperienze di volontariato nella prevenzione secondaria e terziaria dell’uso di sostanze stupefacenti, le marginalità sociali, senza fissa dimora, stranieri e persone senza documenti e movimenti anticapitalisti in generale. Il supporto necessario principale, sarebbe stato un servizio di trasporto verso la sua rete.
  • Identificare l’identità post-disabilità: Facilitare l’integrazione della nuova condizione fisica o cognitiva nel senso di sé della persona.
  • Rilevare risorse e facilitatori: Scoprire le reti di supporto formali e informali (famiglia, amici, associazioni) già esistenti.
  • Individuare ostacoli e barriere: Capire quali limitazioni ambientali, relazionali o psicologiche impediscono la piena partecipazione.

2. Struttura del Percorso (Fasi)

L’intervista si inserisce in un percorso più ampio di co-progettazione che prevede:

  • Accoglienza e Narrazione: Uno spazio aperto in cui la persona racconta la propria storia, le paure e le aspettative.
  • Analisi della “Qualità della Vita Percepita” (PQOL): Focus su ambiti specifici come salute, abitazione, trasporti, relazioni sociali, vita affettiva e lavorativa.
  • Definizione degli Obiettivi (Co-progettazione): Trasformazione dei desideri emersi in obiettivi concreti e raggiungibili.
  • Individuazione dei Sostegni: Definizione congiunta degli ausili, dei servizi e delle modifiche ambientali (accomodamento ragionevole) necessari. Anffas

3. Temi chiave da esplorare

L’intervista deve toccare aree nodali per la ricostruzione dell’identità:

  • Semenella ora indaga e ipotizza cosa sarebbe potuto succedere per quanto riguarda l’ambito, ad esempio del lavoro, e della vita sentimentale.
  • 1 lavoro:
  • In caso di disabilità acquisita in età adulta, le reti premorbose (il capitale sociale, professionale e relazionale precedente all’evento) sono cruciali. Fungono da “ponte” per mantenere il posto di lavoro originario tramite gli accomodamenti ragionevoli, facilitano la riconversione professionale, e attivano canali di contatto informali che spesso eludono le barriere all’ingresso.L’impatto di queste reti si articola su tre direttrici principali:1. conservazione del posto di lavoro e accordi interni. il primo impiego delle reti premorbose riguarda il datore di lavoro e i colleghi già in essere.Accordo conservativo: La normativa europea e nazionale impone soluzioni ragionevoli per mantenere il lavoratore in azienda. I colleghi e i superiori, conoscendo il valore e la storia professionale del dipendente, facilitano l’adattamento delle mansioni o l’eventuale passaggio ad altre mansioni compatibili.
  • : La mancanza di un progetto esistenziale porta spesso alla rottura delle relazioni preesistenti e alla difficoltà di crearne di nuove, limitando l’espressione di sé.
  • Vulnerabilità: La negazione di un’adeguata educazione socio-affettiva aumenta l’isolamento e la dipendenza emotiva, riducendo l’autonomia decisionale.
  • hai da ridire su tutti, ma tu semené ma tu c che hai fatto di preciso:
  • questo, e con i giusti supporti anche altro avrei potuto ottenere data la traiettoria, ve la mostro qui in foto. 15 dicembre 2016, un anno prima, 15 dicembre 2017 4 mesi dopo, lo scorso 15 dicembre.
  • 30 anni
  • 31 anni

39 anni

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relazioni sentimentali:

Semenella è convinta che anche la sua vita sentimentale- convivente col suo compagno-sarebbe potuta essere diversa se ci fosse stata una presa in carico precoce con un approccio basato sul progetto di vita e i relativi sostegni a favore della vita affettiva e sentimentale: e non è l’unica persona con disabilità a pensarla così:

Desideravo un compagno di vita un amore e la possibilità di incontrarci procedere o vivere assieme in condizioni di paritá per questo rifiutavo di farne il mio assistente salvo situazioni da entrambi ricercate. Volevo un rapporto basato su libertà e responsabilità reciproche e sì volevo tutelarmi da eventuali conflittualità o rotture e lo volevo da persona che necessita di assistenza 24 su 24 e che ritiene che tale obiettivo escluda di fare dell’ altro lo strumento della propria progettualità.

A trent’anni, una gravissima disabilità acquisita non può e non deve essere la fine della storia. Rifiutiamo la retorica del destino e il recinto dell’assistenzialismo pietistico: chi sopravvive a un trauma non cerca compassione, pretende riscatto.

L’attivazione immediata di un progetto di vita personalizzato non è una concessione terapeutica, ma una scelta politica e di civiltà. Negare strumenti immediati di autonomia significa condannare un cittadino all’esilio sociale. Reclamare percorsi precoci di riabilitazione e autodeterminazione vuol dire affermare che quel corpo, per quanto stravolto, ha il diritto inalienabile di produrre futuro, pensiero e lotta.

La nostra non è una richiesta di aiuto, è una rivendicazione di sovranità sulla nostra stessa esistenza. Riprendersi la vita subito dopo il trauma è il primo atto di una rivoluzione necessaria: non più oggetti di cura, ma soggetti di diritto!


Non ci resta che piangere

La parola sofferenza deriva dal verbo latino fero fers tuli latum ferre cioè sopportare.  Semenella nelle vacanze natalizie, si dedica ad un’altra sua passione, la scrittura, per raccontarla, la sofferenza, non la sua ma quella dell’essere umano e, se siete rimasti umani, prima o poi è toccata o potrebbe toccare , anche a voi.

Semenella che è anche Silvia Lanunziata psicologa da parecchio pensa come raccontano la teoria della sofferenza umana due dei suoi più amati prof e siccome non ha ancora trovato questo argomento descritto come piace a lei per la befana ve lo scrive e regala lei.


Semenella, che nella seconda vita, vi ha portato nella sua città Natale, nell’inferno degli aspiranti lavoratori disabilizzatə, oggi, invece, vi accompagna in quella che è la sua passione umana e professionale, la sofferenza umana perché il suo cuore accelera appena percepisce qualcuno sofferente intorno a lei, e professionale, la sua mission, da psicologa, è, infatti, cercare di alleviare la sofferenza altrui.

Semenella viaggiatrice vi porta, come Virgilio con Dante

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in un viaggio attraverso il cuore della sofferenza umana che poi è il cervello umano, agnosticamente, uno e trino.


Quali e quanti sono i modi in cui il cervello umano soffre? uno per ogni parte di cui, convenzionalmente, esso è costituito.
Esploriamola quindi perché sarà che siamo fatti della sostanza di cui sono fatti i sogni, molto poetico, ma siamo anche fatti della sostanza di cui sono fatti i nostri dolori.


La teoria a cui fa riferimento semenella è quella del cervello tripartito che ora vi descrive.



La parte più antica del cervello è il tronco dell’encefalo che ha il compito di garantire la sicurezza e la sopravvivenza dell’essere umano. Il.mandato del tronco dell’encefalo è sopravvivi e riproduciti per far questo usa lo strumento dell’apprendimento . Il suggerimento è costituito dalle memorie vale a dire tieni in memoria quanto appreso.
Saliamo di livello e raggiungiamo il cervello limbico che ha, al suo interno, tre sottosistemi ognuno dei quali passibile di sofferenza. I tre sottosistemi sono, attaccamento accudimento/ cooperazione/ agonismo e sessualità sociale.
Il sistema di attaccamento va in sofferenza quando non riesce a raggiungere la sua meta cioè ottenere vicinanza protettiva che generi senso di sicurezza.


Lo strumento sono le emozioni e gli affetti. cioè la costruzione di una una relazione significativa con un conspecifico più grande più forte più competente.
Il sistema cooperativo, invece, ci dice di metterci in relazione con altri conspecifici per raggiungere obiettivi che non potremmo raggiungere da soli. Non avere un gruppo di riferimento significativo genera sofferenza nell’essere umano, quindi lo strumento è creare delle appartenenze e il suggerimento la costruzione di legami sociali.


L’ultimo livello è la neocorteccia il cui mandato è dare senso e significato all’esperienza e condividerla con un altro essere umano. Strumento è la narrazione suggerimento è l’organizzazione della narrazione stessa attraverso i temi di vita accentratori di significato universale che sono l’amore, il valore, la, verità, la libertà, la giustizia e, in ultimo, la morte.

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Amori ridicoli parte uno…

Dopo amore carsico e incontri cairologici Semenella continua a ripercorrere la sua vita per iscritto poiché ha perso il diritto di viverla appieno a causa della disabilità acquisita di cui già sapete e della mancanza di sostegni.. Quindi decide qui di ri-Viverla – non per niente è una fenice- e raccontarla, d’altronde questo è il compito della neocorteccia, l’ultima fase dello sviluppo del cervello tripartito, secondo il modello di McLean. Se c’è qualcosa che Semenella non ha perso è il suo sapere.

Oggi semenella oggi vi racconta la sua ultima storia d’amore quella che è finita, quando si è ammalata gravemente e il suo compagno del tempo sarebbe dovuto diventare, da un momento all’ altro, il suo badante e tuttofare. Il suo ultimo amore è stato un amore ridicolo, non nel senso che è stato un amore stupido, impacciato o bizzarro, come vorrebbe uno dei significati del lemma, bensì un amore che provoca risate, altro significato dello stesso lemma. L’amore ridicolo di Semenella è stato un amore piuttosto breve ma molto divertente e pieno di risate. Come amore carsico era stato raccontato per esondazioni, incontri cairologici per incontri, appunto, amori ridicoli verrà raccontato per risate e aneddoti divertenti. Oltretutto Semenella, nella seconda vita, è spesso rimproverata di essere una compagnia poco leggera quindi vi lancia una provocazione. Vi invita a prendere un caffè con un carcerato in isolamento nella stanza colloqui

e uno con una guida turistica che accompagna tour in vari luoghi e ad emettere un giudizio sulla gradevolezza delle rispettive chiacchierate.

Semenella è pronta a scommettere chi troverete più simpatico affare fatto? E ve lo dice con la faccia di mucciaccia di art Attack quando vi chiede, fatto?

zdopo le tipiche premesse di semenella partiamo dall’ inizio. La storia inizia il 19 marzo 2015 ad una serata organizzata a radio Blackout da malormone crew dal titolo il risveglio dei se(N)ssi e un risveglio che Semenella, nella seconda vita, non ha ancora avuto.

Semenella conosceva già il suo ultimo partner e, a dirla tutta, lui aveva anche già avuto modo di apprezzarla, per il suo corpo, facevano pugilato insieme,

e per la sua mente, facevano lunghe assemblee insieme. che, in questa prima fase, le hanno permesso di farsi conoscere per la sua testa, quella che è stata la causa della fine della sua prima vita, come dice lei sempre del suo cervello, croce e delizia, anzi per esattezza cronologica delizia e croce, a furia di vivere a Torino, Semenella è diventata pure pistina.

Quindi torniamo all’ autunno 2014, Semenella è tornata dal latinoamerica a giugno, dopo una dieta ricca di carboidrati e glucosio, nella scuola indigena e rurale in cui viveva il regime alimentare era composto quasi esclusivamente da riso, patate, zucchero e pane. Al ritorno dal Sudamerica il sovrapprezzo sul biglietto dell’ aereo avrebbe dovuto pagarlo su se stessa e non sul suo bagaglio come avviene di norma.

Fu così che decide di fare pugilato alla palestra Dante di Nanni, del centro sociale Gabrio.

Lui nota immediatamente una ragazza carina e pensante e inizia a puntarla da lontano; era arrivato per il pugilato che scopre non essere all’ altezza delle sue aspettative quindi ricalcola, tipo Google Maps quando ti riporta a casa, ricalcola, dicevamo, il fine ultimo della sua frequentazione della suddetta palestra.

Non possiamo dire una frequentazione con un più alto fine perché- già sapete- Semenella è alta come un semino. Il primo aneddoto divertente ma soprattutto tenero che le viene in mente riguarda le sue scarpe. Lei aveva un paio apposito che usava per fare allenamento quindi, se quando lui entrava nello spogliatoio trovava le sue solite scarpe da città, significava che lei era dentro ad allenarsi con le scarpe da allenamento, se non le trovava, significava che lei non c’era e lui , dice oggi , andava via.

Quello che non è stato, quindi, questo amore è essere stato casuale poiché lui ha iniziato a frequentare la palestra per caso ma la presenza di lei ha fatto sin da subito effetto carta fedeltà perché, per innamorarsi di lei non c’è voluto niente, è bastato il suo corpo, la sua intelligenza e i suoi discorsi pieni di contenuti ed empatia perché il cuore di lui trovasse in lei una casa accogliente. Un cuore , il suo, che una casa non l’ aveva quasi mai avuta. Oltre agli allenamenti in palestra i due passavano gran parte del loro tempo libero insieme, lui spesso cucinava per lei, o, qualche volta, la portava a cena fuori. Un ricordo molto divertente fu la volta che la accompagnò da un suo suo conoscente parrucchiere di soprannome frizione, Semenella non ricorda più il perché del soprannome ma ha la sensazione che avesse a che fare con qualche aneddoto poco legale da gang di quartiere. Insomma lei chiede un taglio, solo taglio senza shampoo e piega Frizione esegue e, al momento di pagare, volendo forse fare, forse, lo splendido col suo amico, le disse, in tono quasi adulatorio, beh visto che siete voi, la piega non ve la faccio pagare con la supponenza del freddo di romanzo criminale.

E Semenella con l’innocenza di cappuccetto rosso, e no certo non me l’hai mica fatta.

Quello che non ricorda, Semenella è se questo sia avvenuto prima o dopo che lei avesse ufficializzato il loro fidanzamento. Infatti Semenella ha tenuto in sospeso il suo amore ridicolo da marzo a giugno tre mesi di relazione inspiegabilmente clandestina. Uscivano da casa di lei insieme in macchina o in motorino lei scendeva dalla sua macchina o lo faceva scendere dal motorino dietro l’angolo per rivedersi un secondo dopo nella piazza in cui uscivano abitualmente. Ovviamente a lui non era chiaro questo comportamento assurdo ma secondo i ricordi di Semenella lei voleva evitare di ufficializzare la relazione troppo presto perché temeva di poter essere tradita, quindi ferita e umiliata nuovamente in pubblica piazza essendo già stata ferita, poichè tradita, in storie precedenti. Le storie di amore di Semenella, ad oggi sono finite per un’ altra ragazza, per tradimento, e per ghosting il che non le ha fatto capire dove sbaglia in amore, eccetto, evidentemente, nella scelta del partner.

Come organizzare ora il racconto degli aneddoti divertenti? forse per ipotetici anni perché questo amore ridicolo è durato due anni e cinque mesi dal marzo 2015 al 18 agosto 2017 con Semenella in salute più un altro annetto scarso dall’ evento della rottura dell’aneurisma, fino al 2021 circa con un processo di rarificazione della presenza e degli incontri progressiva e crescente fino a un tristissimo e dolorosissimo, per Semenella, ghosting.

2015 il motorino e le cantate. Semenella aveva un amatissimo motorino che non solo amava ma che pretendeva di guidare non tanto perché era il suo e non del suo amore ridicolo ma per un vezzo powerfemminista per il quale la parità passava anche da essere in grado di condurre lo scooter in barba alla machista frase donna volante pericolo costante. Quindi spesso partivano da casa di lei cantando insieme a squarciagola:” I Just call to say I love you”.

Semenella aveva anche un discreto amore per le piante che curava particolarmente specialmente perchè erano un elemento decorativo del suo dehor in giardino (il suo balcone arredato per aperitivi con amici).

Gli amori ridicoli in una delle loro estati avevano trascorso le ferie tra la Valsusa e il Salento e da bravi antispecisti avevano portato le loro piantine da balcone in vacanza con loro, piante e animali non si abbandonano per le ferie sennò gli animali siete voi.

In valsusa gli amori ridicoli fanno una vacanza “gerofamiliare” un po’ da vecchietti e in famiglia niente feste matte e albe come poteva succedere talvolta a Torino ma orari da vecchietti o quasi e in famiglia. Gli amori ridicoli trascorrono una settimana nel campeggio in Valsusa dove da sempre vanno in vacanza il papà e la famiglia del fratello dell’amore ridicolo.

Poi poiché agli amori ridicoli piacciono le cose semplici fanno il cambio valigia a Torino e partono per un’altra settimana di vacanza in Salento più precisamente alla masseria Le Fattizze. sono un paio gli episodi ridicoli di questa vacanza, uno riguarda il 10 agosto. il più epico, sicuramente, la serata del festival di cortometraggi all’aperto

. l’amore ridicolo è un tipo molto timido a meno che non assuma quantità abbondanti di una pozione magica ambrata sullo stile di quella Asterix di Asterix e Obelix: una pozione che conferisce una forza fisica straordinaria, rendendo chi la beve invulnerabile e capace di imprese impossibili. L’amore ridicolo acquista così una parlantina irrefrenabile. una grande energia e faccia tosta e diventa un personaggio a metà tra il protagonista della soap settimo cielo e Roberto delle televendite delle reti regionali. L’altra partner degli amori ridicoli. Semenella può vantare. a seconda dei contesti, vari personaggi. la donna studiosa colta e lavoratrice indefessa e la regiina dei party più infimi e malfrequentati. Ricorda un episodio molto esemplificativo. una sera. ricorda semenella,l’amore disperato finì per minacciare bonariamente il dj di non mettere più tracce per poter così strappar via Semenella dal dancefloor. zsemenella ancora carica protestava come un bimbo portato via dal parco giochi.

Tale pozione viene servita normalmente ghiacciata e la rovente temperatura salentina impone un consumo adeguato, il che scioglie la parlantina dell’amore ridicolo più precisamente nel dibattito post proiezione. Semenella che, nella vita, oscilla tra l’essere una mina vagante esplosiva e fuori controllo e una morigerata educanda a seconda delle situazioni in questo frangente diventa polizia politica del political correct e del bon ton e quando l’amore ridicolo trasformato anche in una faccia tosta senza vergogna- la birra ha in lui l’effetto che ha la pozione magica di Asrterix e Obelix.Pur essendo lui di costituzione un taciturno timidone, diventa in questo momento un mattatore one man show. Parla con tutti intrattiene tutti e quando il presentatore chiede se ci sono interventi lui è sul punto di emettere uno sproloquio a cascata, lei riesce a rabbonirlo ma ancora oggi quella data rimane l’arma segreta di semenella che a ogni tentennamento può ricordare all’amore ridicolo quel 10 agosto. Altre trasferte divertenti degli amori ridicoli sono state una trasferta a Genova con la Palestra Popolare Dante di nanni una ricreativa ed enogastronomica alla piscina di montagna di briancon in francia e una in costa azzurra. Della vacanza in montagna Semenella ricorda l’adozione di fatto da parte della famiglia del fratello dell’amore ridicolo cioè sua cognata, suo papà e suo nipote. -un episodio divertente riguarda il nipotino, un bimbetto pieno di energia che malsopportava i tempi morti della vita quindi quando gli si chiedeva di fare un riposino dopo pranzo si indispettiva e provava a spiegare al vetusto zio che la vita implicava delle scelte tipo o giocare o dormire, la seconda un’evidente perdita di tempo. Le vacanze degli amori ridicoli sono state: un weekend a Nizza in costa Azzurra, una giornata in piscina a Briancone l’ultima tra la città natìa di Semenella e il Salento. L’ultimo giorno di quest’ultima vacanza Semenella si ammala gravemente, finisce sul baratro dell’eterno riposo e quando torna indietro, per certi versi, non è più la stessa. Un episodio divertente della vacanza a Nizza a a che fare con un cous cous tipico della località. Gli amori ridicoli si informano e scelgono il cous cous che pare loro più saporito e ricco. Se semenella è influenzata da standard estetici capitalistici itisogno di quantità maggiori di alimenti ma, alla fine del suddetto cous cous è affaticato persino lui. Dopo cotanto pasto non si può certo fare il bagno ma ciò che non è vietato è un psolino sulla spiaggia, cosa che gli amori ridicoli fanno per digerire o almeno questo fu il loro proposito benché, secondo i ricordi di sSemenella, la digestione li accompagnò fino a casa a Torino

NARCISO PAROLE DI BURRO

Semenella, essendo psicologa, oggi descrive qui una dinamica alla quale chiunque, sempre più frequentemente è o può essere esposto. Quello che qui viene riportato è un racconto totalmente inventato, ma, purtroppo, verosimile. In ogni caso ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

Semenella, essendo seme, nei suoi viaggi ha sempre cercato fonti d’acqua dalle quali nutrirsi ma le fonti d’acqua hanno pur sempre i loro rischi, correnti impetuose, torbidezza, mulinelli e trappole di ogni genere. Oltretutto, accanto a un seme come lei è probabile che spunti un narciso che, oltre che un fiore, mitologicamente, è un giovinetto bellissimo e borioso che si specchiò per la prima volta in una fonte, non riconoscendo se stesso, credette di vedere un’altra persona: si innamorò follemente e, per congiungersi all’amato, tentò di baciare la superficie liquida che lo separava dal proprio riflesso. L’errore si rivelò fatale, Narciso morì.

In seguito alla sua morte nacque un fiore, il fiore del narciso.

Narciso per via della sua storia e della sua boria ha ispirato anche la psicologia e dato il nome ad un disturbo, il narcisismo. Semenella ve ne parla perché lei è psicologa ma anche perché lei è da sempre la fonte trasparente in cui narciso si specchia. Nel suo percorso di studio, proprio in questo periodo, si è imbattuta nello studio dell’abuso Narcisistico e qui ve ne parla in maniera romanzata chiunque in maniera più o meno completa può riconoscere le dinamiche del ciclo.

Semenella, in qualche misura, è rimasta una bambina innocente e un Narciso quando per caso la incontra non può esserle indifferente. Infatti, essendo invidioso della sua trasparenza cristallina e della sua purezza, le si avvicina mostrandole ammirazione e, avendo necessariamente le radici sporche di terra, ne è infastidito e cerca di sporcarla e, dopo averla insudiciata, la abbandona.

La prima fase il Lovebombing.

Il love bombing del NarciSiso è l’essenza del narcisismo stesso perché il riflettore è puntato su chi illumina e non sull’oggetto da illuminare, è il NarciSiso che ama semenella, come la ama lui non la amerà nessuno, il suo amore per lei è molto forte, lui ha deciso quanto è importante e che ruolo deve avere Semenella nella vita del NarciSiso e della sua cerchia, il NarciSiso è più NARCI che SISO.

NarciSiso, come abbiamo già accennato, conosce semenella, una ragazzina empatica, intelligente, accudente e premurosa e NarciSiso, che si è sempre presentato e raccontato come forte e sicuro di sé in realtà ha una ferita antica che tenta costantemente di sanare attraverso attestazioni di riconoscimento del proprio valore, pertanto il NarciSiso, nonostante un’apparenza da cuore di pietra fatta di celodurismo e sonotuttoio, nasconde un cuore gelido di vulnerabilità e insicurezza. Il NarciSiso riempie Semenella di parole di amore. Una saggia frase dice che le scelte sbagliate si trasformano in esperienza, Semenella, grazie a lui, ha imparato a prestare attenzione e maneggiare con cautela i profluvi di parole d’amore che lei, stoltamente, trova sempre molto seducenti.
Un piccolo episodio di questa fase. Nonostante NarciSiso sia un uomo da fatica, un uomo pratico un gran lavoratore ha sempre avuto per Semenella uno straripamento di parole d’amore. Semenella è stata sua sorella, è stata il sangue del suo sangue, la sua confidente e consigliera in amore, una tra gli eletti della sua corte, sempre invitata coinvolta e desiderata in ogni attività del suo seguito. Ad esempio Semenella, per la sua empatia e capacità di ascolto sensibile è spesso stata la confidente del NarciSiso, e per i i suoi saggi ed accorati consigli, soprattutto in amore, era a lei che NarciSiso chiedeva opinioni sulle sue possibili prede amorose se Semenella approvava la donna presentata e frequentata dal NarciSiso lui proseguiva la frequentazione rassicurato e ribadendo a Semenella che aveva seguito il suo consiglio, di cui le era grato. In questi momenti Semenella veniva idolatrata, ringraziata, omaggiata e venerata per il suo supporto e la sua presenza emotiva. Semenella era, di fatto, una parte di sé, quindi preziosa e di valore proprio come lo stesso sé del NarciSiso. Un altro episodio è una grigliata serale nella campagna di NarciSiso a cui Semenella era stata invitata e poteva portare anche il suo ultimo fidanzato, socievole e facile allo stare in compagnia, non astemio, insomma il tipo perfetto per il NarciSiso, che si complimentò con Semenella per la scelta, brava, le disse, mi piace, approvato. Anche in questo caso è evidente che il riflettore è sul punto di vista, importante, del NarciSiso e non del benessere di Semenella, a tratti, anche in crisi, con il suo partner.

Come sarà emerso si ritrovano alcune differenze caratteriali tra il NarciSiso e Semenella, mentre Semenella è una grande amante della compagnia il suo motto potrebbe essere più siamo meglio stiamo, al contrario il NarciSiso è un severo selezionatore sceglie con cura la sua corte di paggetti/servetti che devono avere la caratteristica di non mettere in discussione la sua autorità e il suo fascino, ma ammirarlo ed obbedirgli.

Queste differenze hanno da sempre fatto sì che ci fosse tra di loro un rapporto a montagne russe che finì quando lei smise di adorare NarciSiso, in particolare, dopo la disavventura di cui sapete, la sua psiche ferita torna a cercare amore e conforto in un vecchio, amatissimo amore. Caso vuole che NarciSiso abbia sempre avuto astio per il suddetto amore, importante protagonista della storia lo chiameremo la Formica23 perché come una formica ha dovuto sopportare, nella sua vita, pesi emotivi enormemente sproporzionati rispetto alle sue possibilità.

La fatica di Formica23 ha allontanato molte persone ma lo ha inciso indelebile, nel cuore di Semenella, come i suoi amati tatuaggi. Ma può, la fragile autostima del NarciSiso, accettare che Semenella abbia occhi ed ami profondamente, qualcuno che non è lui, no non può e dà così inizio alla fase successiva, quella dello scarto. É così, quindi, che semenella, smette di essere una parte della sua carne e diventa un’inutile presenza sullo sfondo di questa vita e questa terra malauguratamente abitata da entrambi.

La seconda fase la svalutazione

NarciSiso non tollera il fatto che Semenella abbia pensieri e addirittura sentimenti contrari e addirittura opposti all’amore per lui quindi Semenella diventa una povera stolta incapace di capire e scegliere chi amare e come farlo; Semenella sta sbagliando, non solo non vuole sentire ragioni. Si potrebbe fare un paragone calcistico, le si spiega in tante persone e in tanti modi che la vecchia signora, il Narcisiso, è l’eccellenza del calcio italiano mentre il grande Torino, Formica23, è una gloria passata ma Semenella è un’anima fiera e di star gobba non è capace. Semenella azzarda una metafora calcistica perché le sembra un linguaggio più appropriato per parlare al NarciSiso perlopiù privo di corteccia prefrontale funzionante, e metacognizione in prima e terza persona.

La terza fase lo scarto

NarciSiso non può tollerare la mancanza di venerazione di Semenella e quindi, deve liberarsi di lei. Smette quindi di chiamarla, mandarle video rumorosissimi dei lavori in cui è occupato, perché è evidente che le sue giornate siano sempre state più interessanti e importanti, di quelle di Semenella. Così come ha deciso di ammettere semenella alla sua corte, allo stesso modo l’ha espulsa quando non ha più potuto controllarla.

Siccome Semenella, è una psicologa, fa una riflessione su quanto accaduto e, poiché il suo rapporto con il NarciSiso ha costituito un trauma a tutti gli effetti fa, e farà, poichè sarà un percorso lungo, affidamento al suo sapere per guarire dall’abuso narcisistico di cui è stata, stoltamente, vittima.
Un elemento comune tra molte vittime è una grande capacità empatica: tendono ad essere individui premurosi, generosi e sensibili alle esigenze altrui. Questa inclinazione naturale alla compassione può essere sfruttata dal narcisista, che si nutre della dedizione e dell’attenzione che la vittima gli conferisce.
Essere vittima di un abuso narcisistico è orribile, terribile, doloroso, avvilente e influisce su tutto nella vita e l’aspetto più spaventoso è che colpisce le emozioni, i pensieri e la capacità di funzionare negli eventi quotidiani, e impedisce di rimettere insieme i pezzi della vita.
Abbiamo tutti sentito l’espressione “il tempo guarisce le ferite”, e questo è vero per molte cose, ma nel caso di traumi gravi che hanno avuto un impatto sull’Essere Interiore di una persona, questo non sembra essere il caso.
Molte persone rimangono scioccate da come il “tempo” non sempre aiutasse a guarire, come se si potesse guarire in fretta e in modo spontaneo da un abuso così tanto violento e profondo.
In realtà però non è il tempo a determinare la guarigione, ma il lavoro interiore che si svolge.


Incontri cairologici.

Forse la cosa più importante per la semenella viaggiatrice sono stati gli incontri: nell’ amata Bolivia e con l’ amata Flor il brindisi di saluto fu fatto proprio per il loro incontro prezioso ed oggi, dieci anni dopo, ripensando alla vacanza nella terra di cui semenella è seme, l’incontro è, di nuovo e sempre, incessantemente, il sale della vita di semenella. Da quando il suo corpo la obbliga a essere rinchiusa in un sarcofago banalmente dai più chiamato casa, semenella, sopravvissuta alla morte, e, al momento, apparentemente immortale, soffre come un melone dimenticato e non più annaffiato, un melone, lanciato a piè più o meno sospinto, verso la fine dei suoi giorni.

Questo post è dedicato quindi a un incontro prezioso che è quasi sicuramente un re-incontro, nel senso che semenella aveva probabilmente già incontrato, bambino, l’uomo che ha re-incontrato oggi o ne aveva sfiorato l’incontro come oggi sfiorerebbe il suo corpo solido e inscalfibile.

L’incontro nasce da una gita al mare organizzata dalle due famiglie, una situazione da Romeo e Giulietta al contrario, nel senso che, le famiglie non solo sono imparziali e non ostacolano la loro conoscenza, anzi si conoscono tutti tra loro, ben prima delle nascite dei loro rispettivi figli. L’incontro sono stati in realtà tre incontri, cioè, una giornata e mezza al mare con le rispettive famiglie, una serata in pizzeria nuovamente tutti insieme e un aperitivo loro due soli. È stata la prima volta, nella seconda vita, che semenella ha incontrato un uomo che le piaceva, lo ha invitato ad uscire e ci ha passato un po’ di tempo insieme. Dopo Sette anni, cari tecnici della riabilitazione. Ogni tanto mettete da parte i vostri protocolli riabilitativi e spostate il focus sui bisogni, come la vita di relazione che può essere più terapeutica dei vostri esercizi protocollati e validati perché, forse semenella dirà una cosa imprevedibile e strabiliante, ma i vostri pazienti sono prima di tutto esseri umani con gli stessi identici diritti e bisogni degli altri esseri umani, e non c’è cura, guarigione o terapia senza di questi e senza il loro soddisfacimento.

Il primo incontro

Il primo incontro avviene in spiaggia come da migliore tradizione dei flirt estivi ma questa conoscenza non ha l’aria di essere una conoscenza da fast food del sesso, una conoscenza usa e getta, spesso utilizzata esclusivamente per rafforzare l’ego dei protagonisti.

Al contrario, è una conoscenza nella quale anche solo sentirlo parlare, guardarlo e conoscerlo, perché semenella è diventata ormai esperta di guardare e non toccare, come l’ ancestrale monito ai piccoli di casa, ha risvegliato in lei la vita, la vitalità che è sempre stata una sua caratteristica ed ha rianimato in lei la vita stessa. Semenella ne raggiunge l’ombrellone e saluta i suoi genitori, entrambi non troppo diversi da come li ricorda e quando si presenta a lui ha la sensazione di essere di fronte a quei libri per bambini pop up nel senso di vedere in lui un corpo che ha in sé grande profondità dell’anima.

Semenella adora gli uomini e le donne che sono opere d’arte originali e non prodotti in serie di una catena di montaggio prolifica ma priva di poesia. 

Un uomo è bello, secondo Semenella, quando le parla al  cuore, quando è un uomo vero e, un uomo,  vero per semenella lo è, non con la tartaruga e i bicipiti gonfi che, se ci dovessero essere, non guasterebbero ma un uomo dal cuore grande, un uomo che sente e sa sentire la vita. L’incontro con questo uomo, che chiameremo roccia, perché, come semenella, ha dovuto essere roccia nella vita ma ha un cuore di delicata e preziosa porcellana. Semenella è una inguaribile chiacchierona eppure questa volta è desiderosa di ascoltare della sua storia e della sua resilienza.

Complice la conoscenza di lunga data delle due famiglie viene ripercorsa in pubblico la sua vita iniziata come quella di un incolpevole Atlante costretto dal fato a reggere su di sé la propria storia e la propria intima solitudine ma risollevatasi con il tempo e il risarcimento che la vita gli ha dato per il faticoso inizio.

La giornata al mare è una giornata sedentaria da adulti, niente racchettoni o beach volley ma sdraio, chiacchiere, cruciverba e caffè.

Si è trattato di una semplice giornata di mare ma è forse la prima giornata di mare di semenella nel mondo di tutti quelle precedenti sono state tutte con familiari o altre persone con disabilità, checché se ne dica l’emblema della segregazione.

Il mare mette a nudo, una vera fortuna quando si è a secco di bei corpi da anni, e lui va in palestra. Semenella ricorda il piacere delle endorfine dello sport e comprende la sensazione di sudore e fiatone quando si torna a casa dall’ allenamento. Spesso semenella passava dal colpire il sacco allo stringere l’ uomo con cui conviveva. Il cocktail di endorfine, il piacere conseguente all’ attività fisica e l’ossitocina frutto dell’innamoramento semenella non l’ha mai più provato e non le resta che accettare ed assaporare, accettare, come tutti sempre le dicono di fare, il dolore. Il dolore dell’ ennesima perdita di questa seconda” NON “vita”.

Il secondo incontro: la pizza tropicale

Il secondo incontro è stato ribattezzato da semenella la pizza la tropicale ed ora vi racconta perché, e non perché gli avventori ordinano una pizza con l’ananas. Le due famiglie decidono di organizzare una serata in compagnia e rilassante per tutti e si decide quindi per una pizza in pizzeria. Una piccola digressione, l’estate precedente, quella chiacchierona di semenella, che secondo la dottoressa della rianimazione avrebbe potuto avere problemi di linguaggio (epic fail dottorè), incontra una una ragazza, moglie del proprietario della pizzeria. La conoscenza avviene poichè la ragazza in questione ha uno splendido ciuffo di capelli turchini e semenella, che è verde tropicale, la sente sorella in questo; inoltre non avendo perso, al di là degli infausti pronostici, né il linguaggio né la spregiudicatezza si presenta a questa ragazza, una perfetta sconosciuta sull’onda di una sorellanza percepita per i capelli colorati, come se la voglia di colore nella sua vita non potesse evitare di strabordare.

Terzo incontro: uno Spritz Divino

Il terzo incontro è degno di un film americano, nel quale la ragazza aspetta il ragazzo che la invita al ballo della scuola ma casa di semenella non ha il vialetto nel giardino, bensì quattro scalini quindi chiede al suo cavaliere di andare a prenderla all’ascensore ma, maledetta lei, non ha la geniale idea di aspettarlo davanti all’ascensore e creare un’intesa lì perché deve dimostrare quanto è coraggiosa e forte nonostante le sue difficoltà fisiche e raggiungerlo da sola nell’androne. C’è da dire, il coinvolgimento è nato poco a poco. Come dice una canzone, che da quei momenti continua a girarle in testa da quei giorni, “si fa così, per cominciare il gioco e ci si mastica poco a poco” e lei spera di conoscerlo, lentamente, senza fretta, e in profondità, ma solo il tempo dirà.
Preso il bello sotto braccio, e che braccio!, i due si avviano giù verso i 4 scalini e, poi, verso l’auto di lui e il bar.

Sono chiacchiere di conoscenza, da un certo punto di vista innocenti, dall’altro propedeutiche a un avvicinamento più profondo o almeno così lei spera.

L’aperitivo conclude le vacanze di semenella in Puglia ma da buona psicologa crede che questa nuova conoscenza possa essere un inizio di relazione riparativa, una relazione sana che, potrebbe guarire le precedenti esperienze traumatiche e che, desidera semenella, potrebbero remare insieme verso acque più placide e sicure.

Il lavoro rende discriminati(se sei disabile)

Semenella viaggiatrice, psicologa, animale da festa, da quando ha subito una terribile malattia è divenuta anche una persona con disabilità e quindi disoccupata, una condizione malauguratamente molto diffusa tra le persone cui è stata riconosciuta una condizione di disabilità.

I lavoratori disabili sono, di fatto, esclusi dal mercato del lavoro nonostante la legge 482 del 1968, detta “Collocamento Obbligatorio”, con la quale i datori di lavoro furono obbligati ad assumere all’interno del loro organico un certo numero di persone con disabilità, in proporzione al numero totale di lavoratori assunti, che a causa delle loro condizioni psicofisiche, avrebbero difficilmente trovato lavoro .

Dati gli scarsi risultati viene modificata la normativa e nel 1999  viene introdotto un approccio volto alla valorizzazione delle capacità lavorative del diversamente abile. La legge 68 del 1999 riforma il “Collocamento Obbligatorio” introducendo il “Collocamento Mirato”, e con esso, una serie di strumenti tecnici e di supporto che permettono di valutare adeguatamente le persone in base alle loro capacità lavorative così da inserirle nel posto adatto attraverso forme di sostegno, analisi del lavoro e soluzioni dei problemi connessi agli ambienti lavorativi. Il cambiamento normativo, in realtà sembra ricalcare, il nucleo centrale del gattopardismo bisogna che tutto cambi perché nulla cambi.

Semenella vi conduce nel mondo del lavoro delle persone con disabilità raccontandolo come fosse un viaggio nell’Inferno dantesco, un parallelismo azzardato? Ai lettori l’ardua sentenza.

All’inferno dantesco si accede dal Limbo ed è propriamente un Limbo il mondo del lavoro per le persone con disabilità.
Un esempio di ciò è la storia di Marco, un giovane di 29 anni con un disabilità intellettiva di grado lieve ed una percentuale di invalidità del 50% il minimo indispensabile per essere iscritto alle liste del collocamento obbligatorio ai sensi della legge 68/1999, ma che non dà diritto alla pensione di invalidità. Marco quindi è una persona a reddito zero. Dopo la scuola media frequenta i corsi prelavorativi organizzati da un Centro di formazione professionale della sua regione, che si concludono con attività di tirocinio presso un supermercato del Comune di residenza.
Al termine del corso prelavorativo Marco resta a casa. Nessuno si preoccupa di cosa farà “da grande”. Non c’è alcun passaggio dall’esperienza formativa alla presa in carico del Centro per l’impiego provinciale, che dovrebbe seguirlo fino all’inserimento lavorativo. Lo scollamento tra l’attività formativa e i servizi per l’inserimento lavorativo è totale. Marco rimane a casa ed è costretto all’inattività.
Trascorso qualche tempo la mamma, preoccupata poiché lo vede regredire, si rivolge ai servizi socio-assistenziali, che lo prendono in carico limitandosi  a trovare qualche attività risocializzante, non attivano alcuna segnalazione al Centro per l’impiego, né richiedono l’avviamento di Marco in un percorso di integrazione lavorativa, come previsto dalla legge 68/1999.
I servizi propongono a Marco periodi di tirocinio in aziende, anche non soggette all’obbligo di assunzione, e si va avanti così per circa sette anni, senza alcuna prospettiva occupazionale. Persiste invece l’assoluto silenzio da parte dell’operatore dei Servizi di inserimento lavorativo (Sil) e allora Paolo, il papà, una settimana prima dello scadere del secondo tirocinio, si attiva in prima persona nei confronti dell’azienda X, anche se in verità non è corretto che la famiglia assuma iniziative dirette. La latitanza del personale del Sil giustifica tuttavia il comportamento di Paolo.
Qualche giorno dopo la stessa responsabile dell’ufficio personale dirà a Marco di stare tranquillo e che riceverà senz’altro una telefonata a casa, dopo le ferie. Invece a ricevere la chiamata è la famiglia, che è convocata insieme a Marco, dal Centro per l’impiego della sua città, ben due mesi dopo la fine dell’esperienza lavorativa, per sentirsi dire che il tirocinio non sarà seguito dall’assunzione. A tale incontro sono presenti la direttrice del Centro per l’impiego e l’educatrice del Sil. Dal colloquio emerge una situazione che ha dell’incredibile. Infatti, benché vi sia un giudizio tutto sommato positivo sulle due esperienze di tirocinio di Marco, l’azienda ha deciso di interrompere il rapporto di lavoro con la motivazione che in realtà ha bisogno di una figura con capacità professionali più elevate. E ci sono voluti tutti questi mesi per scoprirlo? (Fonte promozione sociale.it.).

immagine dal web

Non ci si attende d’altronde molto di diverso dal Limbo, troveremo sicuramente situazioni migliori nei prossimi cerchi, pertanto allontaniamoci da qui e dirigiamoci verso il secondo cerchio, il cerchio dei lussuriosi nel quale sono condannati coloro che ambiscono non ad un posto di lavoro, ma alla gratificazione professionale. Per queste persone con disabilità, a parte qualche rarissima ricerca di profili molto tecnici, mai capita di trovare profili diversi da quelli segretariali. “È disabile, quindi mettiamolo a fare le fotocopie” (cit. invisibili.com).

Le persone che ragionano così non sanno che cosa si perdono a non volerli conoscere davvero “i disabili”. Conoscerli in termini di capacità di problem solving, di gestione delle emergenze, di abilità empatiche ed assertività con gli altri, oltre che la quella di sapersi prendere responsabilità con cognizione di causa. Mi si potrà obiettare che non tutti i disabili sono così. Ma è proprio questo il punto! Non esiste “LA” disabilità, esistono prima di tutto persone solo in un secondo momento si può parlare delle differenti disabilità che possono impattare sulla vita quotidiana in modi talmente diversi tra loro da essere imparagonabili.

immagine dal web

Proseguiamo il viaggio accedendo al Cerchio dei Golosi, come dimostra l’anelito a combinare reddito da lavoro e pensione di invalidità. Qui tocca fare una noiosa ricostruzione legislativa. Inizialmente, in quanto golosi, i lavoratori con disabilità avevano diritto alla pensione di invalidità cumulabile con il reddito da lavoro, che tuttavia si rivela spesso insufficiente per garantire l’indipendenza economica. La condanna al cerchio dei golosi viene revocata quando l’INPS, il 21/12/2021, il quale mette in discussione l’assegno di invalidità per coloro che svolgono una qualsivoglia attività lavorativa, anche scarsamente retribuita. La loro salvezza, però, dura poco in quanto a pochi giorni di distanza, attraverso un messaggio lo stesso ente ripristina la possibilità di coesistenza di pensione di invalidità e reddito da lavoro quando questo non superi il limite di reddito annuale di 4.931,00€. Di conseguenza i lavoratori con disabilità precipitano nuovamente nel girone dei golosi. Nulla può fungere da ostacolo, la sola meta da raggiungere per questi peccatori è la sazietà.

Il nostro cammino prosegue e raggiungiamo il Cerchio degli Iracondi dove troviamo gli aspiranti lavoratori che protestano per avere un posto di lavoro, un esempio lo abbiamo nel giugno 2023, nella provincia di Bologna, una persona con disabilità, ovviamente disoccupata ha annunciato che si sarebbe tenuto un presidio di protesta contro la legge che permette la deroga delle assunzioni lavorative delle persone con disabilità a fronte di un contributo una tantum che andrebbe a finanziare il fondo per l’inclusione lavorativa dei disabili (fonte Forlìtoday.it).

Giungiamo ora nel cerchio degli eretici ed epicurei coloro, cioè, che rifiutano il collocamento mirato e un posto di lavoro non solo insicuro ma inesistente, o quando presente non adeguato alle loro capacità, e si creano un’alternativa. In compagnia di semenella che invece di fare le fotocopie in un sottoscala ha deciso di riprendere la scuola di specializzazione in psicoterapia dell’età evolutiva troviamo Sofia Righetti, filosofa del diritto che fa formazione sull’abilismo nelle aziende, Katia Caravello psicoterapeuta con cecità acquisita e Giulia Lamarca, psicologa, mamma e travel blogger.

Finisce qui il nostro viaggio e dopo aver attraversato l’Inferno dantesco e alcuni dei suoi cerchi, applicati ai lavoratori con disabilità e al mondo del lavoro per loro. Semenella, come Dante, esce a riveder le stelle e capisce che l’unica possibilità è un progetto costruito sui punti di forza della persona prima che sulla sua disabilità come può essere il progetto di vita indipendente.

Ma che cos’è il progetto di vita indipendente?

È un progetto, stipulato tra la persona con disabilità e i servizi sociali di riferimento, che consiste in una serie di interventi di supporto, anche nella dimensione lavorativa, che aiutano la persona a rimanere nel proprio domicilio ivi ricevendo tutti i supporti tecnologici, professionali e sociali necessari al mantenimento della propria autonomia, soddisfazione, qualità di vita e inclusione sociale.
È una «rivoluzione culturale e civile» perfino secondo la ministra per le disabilità Alessandra Locatelli il progetto di vita deve accompagnare la persona con disabilità fin dai primi anni di vita dal percorso all’interno della scuola proseguendo poi con la formazione e l’inclusione socio-lavorativa fino a garantire un aiuto nella ricerca della casa. Il tutto avendo come faro i desideri e le aspettative della persona con disabilità e della sua famiglia.

Semenella stessa ha intrapreso recentemente il viaggio verso la vita indipendente perché crede che solo il progetto di vita indipendente sia la risposta per tutti per uscire a riveder le stelle

Il lupo cambia il pelo: metamorfosi di Semenella

Semenella nasce come blog di viaggio e Semenella muore come viaggiatrice quando la sua anima libera finisce imprigionata in un corpo che non è più il suo. Semenella si sente vittima di un incantesimo che l’ha resa prigioniera di un corpo poco utile alla vita stessa. In questa prigionia incontra l’ate e per l’ate produce questo contributo che ha come oggetto la trasformazione da corpo abile ad anima prigioniera di un contenitore poco adatto alla vita stessa ma, avendo ancora ben attiva nella sua mente e la sua formazione da classicista, per parlare di trasformazioni e cambiamenti si rivolge alle metamorfosi di Ovidio e all’idea dantesca del viaggio nell’oltretomba poiché il suo è uno sprofondamento in un abisso dal quale dopo sette anni non è ancora in grado di risalire. L’altro riferimento letterario che sembra essere coerente con la sua storia è la divina commedia e il faticoso viaggio attraverso la selva oscura dantesca.

Dante ammira Virgilio e le sue opere, soprattutto l’Eneide, che sarà un importante modello di ispirazione, sia per i personaggi che per l’idea stessa del viaggio alla scoperta dell’oltretomba.

Semenella, invece, vi conduce nel mondo delle metamorfosi di Ovidio senza una guida perché Semenella ha imparato a viaggiare da sola, seguendo i consigli del suo Virgilio toscano, che, come Dante, che le ha suggerito come affrontare il viaggio.

Semenella sceglie, con questo post, di parlare di metamorfosi perché lei stessa ne ha subita una orrifica, sorprendente, e tuttavia in fieri. L’aspetto però che Semenella vuole mettere in risalto è che qualunque metamorfosi, e la sua in particolare, non prevede un annullamento della forma precedente quanto una sua trasformazione o evoluzione. Come nell’idea platonica anche Semenella e le metamorfosi qui presentate mantengono un legame con lo stato precedente e con la loro primaria essenza. Infatti l’idea platonica sottintende un’ essenza naturale, in cui alle diverse manifestazioni degli oggetti fa capo un’unica forma pura, o “idea”, che le accomuna tutte, in maniera simile a un modello o un archetipo.

Semenella viaggiatrice ha dovuto, suo malgrado, intraprendere un viaggio iniziatico, e in un viaggio fantastico a spasso per l’antichità vi conduce ora, incontrando le storie ed altri protagonisti di metamorfosi inaspettate e, plausibilmente, altrettanto indesiderate come la propria.

Nel viaggio immaginifico in cui vi conduce Semenella andremo in montagna dove incontreremo:

La ninfa Eco

L’eco – quello strano fenomeno acustico per cui se gridiamo “Voglio volare!!!” stando di fronte ad un’alta montagna, il suono torna indietro e lo sentiamo riecheggiare per un po’ nelle nostre orecchie (“volare volare volare…”) – un tempo non era quello che è oggi: un suono ripetuto e sempre uguale a se stesso, che pian piano si spegne e scompare.

Ma era una ninfa, bella e felice, che viveva nei boschi e amava tanto chiacchierare, così tanto che Giove, quel birbante di un dio, pensò di approfittarne per tenere occupata sua moglie, la gelosa Giunone, mentre lui correva dietro a ninfe e fanciulle.
Giunone scoprì l’inganno e punì Eco in modo impietoso: privandola della voce e costringendola a ripetere le ultime parole di quelle che avrebbe sentito da quel momento. E quando Eco si innamorò, non ricambiata, del bel Narciso, per la disperazione si dissolse nell’aria e di lei rimase, imprigionata da qualche parte tra le rocce, solo una voce.

La metamorfosi della ninfa Eco esemplifica alcuni temi cardine della mitologia, come la punizione del vizio, e altri più cari all’umanità come l’amore non corrisposto, la perdita, e emozioni forti e dolori che spesso portano a dissolverci come Eco anche se non tra le rocce ma nei meandri bui della mente.

Dalla punizione di un vizio, la potente chiacchiera di Eco, all’ infelicità dell’ amore, come accade spesso, quando l’amore incontra la morte. Non a caso Eros e Tanathos appaiono nel mondo classico come opposti perfetti. Si potrebbe obiettare che l’amore è l’opposto dell’odio e la vita della morte ma Semenella pensa che l’amore sia l’opposto della morte e l’odio della vita.

Alcione e Ceice

In qualche misura il mito di Alcione e Ceice parla proprio di questo poiché racconta una storia di amore fedele e infelice. Alcione era così disperata per la morte del marito Ceice che tentò di tuffarsi in acqua per raggiungere il suo corpo. Gli Dèi ne ebbero pietà e allora trasformarono i corpi dei due sposi in pennuti dalle ali bianche mai visti prima sulla terra.

Perciò, da allora, sulla terra, ci sono sette giorni nel cuore dell’inverno, in cui non spira un alito di vento, i marinai li chiamano i giorni dell’Alcione. In questi giorni si schiudono le uova dei gabbiani. È il re dei venti Eolo a volere così, perché i suoi nipoti appena nati siano al sicuro.

Aracne

Al sicuro nelle nostre case di tanto in tanto trova ospitalità un ragno che un tempo era una fanciulla abilissima nel tessere che fu trasformata in un essere ripugnante dalla dea Minerva, indispettita dalla sfacciataggine e bravura della ragazza.

Apollo e Dafne

I protagonisti del prossimo mito sono Cupido, Apollo e Dafne. Il primo, offeso dal secondo, scaglia per vendetta le sue frecce: quella dell’amore verso Apollo, quella dell’odio verso Dafne. Apollo nonostante fosse un un Dio con fascino e prestigio viene ripudiato dalla ninfa che, pur di conservare intatta la sua verginità preferisce essere trasformata in alloro e rimanere fedele a se stessa e coerente con i suoi sentimenti.

Filomene e Bauci

Incontriamo poi Filomene e Bauci, due anziani che spiccarono agli occhi di Zeus ed Ermes per la loro generosità e umiltà per la quale Zeus volle premiarli offrendosi di realizzare un loro desiderio, quello di vivere insieme ancora molti anni, così dopo una lunga vita insieme vennero trasformati in maestosi alberi uniti per il tronco per sempre.

Semenella stessa ha vissuto sulla sua pelle una metamorfosi. Già il suo stesso nome d’altronde è il nome di qualcosa, un seme, che nasce per trasformarsi così Semenella sta affrontando la sua metamorfosi che, essendo insita nella sua natura si sta lentamente connotando come resilienza e crescita post traumatica.

Le metamorfosi di Semenella ci raccontano un principio che lei stessa incarna perfettamente; in chimica la legge della conservazione della massa o legge di Lavoiser è una legge ponderale ed enuncia che: in una reazione chimica che avviene in un circuito chiuso, la somma delle masse dei reagenti è uguale alla somma delle masse dei prodotti

Semenella sceglie, con questo post, di parlare di metamorfosi perché lei stessa ne ha subita una orrifica, sorprendente, e tuttavia in fieri. L’aspetto però che Semenella vuole mettere in risalto è che qualunque metamorfosi, e la sua in particolare, non prevede un annullamento della forma precedente quanto una sua trasformazione o evoluzione.

Come nell’idea platonica anche Semenella e le metamorfosi qui presentate mantengono un legame con lo stato precedente e con la loro primaria essenza. Infatti L’idea platonica sottintende un’ essenza naturale, in cui alle diverse manifestazioni degli oggetti fa capo un’unica forma pura, o “idea”, che le accomuna tutte, in maniera simile a un modello o un archetipo.

Così Semenella sta affrontando la sua metamorfosi che, essendo insita nella sua natura di seme si sta lentamente connotando come resilienza e crescita post traumatica.

La morte può attendere: Evert sconfigge la valanga

In contrapposizione al mito del tutto e subito e della gratificazione istantanea si racconta qui una storia che è esempio di coraggio tenacia, testardaggine e astuzia caratteristiche malauguratamente note a chi scrive questo blog a cui è toccata sventura altrettanto spaventosa fortunatamente con temperature più miti.

Inoltre insegna all’autrice che in situazioni di emergenza bisogna concentrare le proprie energie interamente sul momento presente per quanto drammatico e disperato possa sembrare.

Se i biglietti del cinema “il Gatto Nero” di Stoccolma fossero stati bianchi, grigi o verdi il coraggioso svedese venticinquenne di nome Evert Stenmark oggi non sarebbe vivo per raccontarci gli otto giorni in cui rimase sepolto sotto una valanga che avrebbe potuto essere la sua tomba.

Snello, con l’ossatura minuta e il viso delicato Evert non sembra avere la figura adatta a un’avventura del genere. Tuttavia per coltivare un podere in montagna vicino al circolo artico ci vuole una buona resistenza fisica. Oltre a Evert c’era il fratello piccolo, la sorella Elna e la madre vedova. D’inverno arrotondava il magro bilancio famigliare andando a caccia della pernice di montagna, un uccello bianco come la neve che si nutre di betulle sui pendii più remoti.

Un venerdì mattina del gennaio 1955 Evert uscì di casa e percorse 30 km per recarsi a trascorrere una quindicina di giorni in una capanna di cui si serviva quando andava a caccia. Il giorno dopo, appena fu chiaro si mise all’opera. Il tempo era freddo e sereno. Nei primi sette lacci che aveva posto la settimana prima trovò quattro pernici. A un tratto, mentre metteva l’ultima preda sul sacco da montagna sentì la neve montargli ai ginocchi e cominciò a slittare con essa giù dal pendio. Dopo pochi metri la valanga lo capovolse ricoprendolo con una pesante coltre d’oscurità. Poi rimase tutto fermo. Mentre giaceva là sotto il calore del suo corpo faceva sciogliere la neve intorno e un po’ d’aria poteva filtrare. cercò di muoversi. Impossibile. Con il mento scavò nella neve quel tanto che gli riuscì di girare un po’ il capo. Consumato l’ossigeno fu preso dall’affanno. La fine sembrava vicina. Si chiese con uno strano distacco come sarebbe stata la morte, poi svenne. Quando riprese i sensi sei o sette ore dopo la sua prima sensazione fu uno spasimo di immensa gioia. Ringraziò Dio di averlo lasciato in vita. Era steso a bocconi e il respiro aveva sciolto la neve attorno alla bocca formando una piccola cavità. Le gambe, aperte, lontane l’una dall’altra erano strettamente incastrate nella neve compatta e lo sci destro era incastrato strettamente e puntava in alto come se volesse fare un segno al cielo. Torcersi e tirare non serviva ad altro che a togliergli il fiato. Soprattutto, si disse, non devo farmi prendere dal panico. Devo risparmiare al massimo le forze attanagliate.

Studiando ogni minimo movimento fermandosi spesso per studiare, riposarsi e studiare di nuovo riuscì, come una talpa che scava sotto un prato, ad aprire un varco con la sinistra verso la mano destra. Allora poté scavare sotto lo stomaco. Recuperare il coltello che portava fissato alla cintura e grattare la neve sotto di sé finché, quasi non credendo ai suoi occhi, l’oscurità della tana fu illuminata da un pallido chiarore azzurrino.

Perciò la superficie non poteva essere poi così lontana. Potrei essere in condizioni peggiori, si disse Evert. Anzitutto aveva addosso abiti pesanti. Inoltre aveva messo tra il doppio paio di calzini e gli stivali che arrivavano al ginocchio, le lunghe fibre essiccate delle canne di palude che i lapponi usano da secoli per proteggersi i piedi. Questo fieno da scarpe teneva caldi i piedi per il momento ma gli faceva da isolante alle gambe al di sotto del ginocchio e impediva che il loro calore sciogliesse la neve che li attanagliava. Nella tasca posteriore dei pantaloni benché al momento non gli serviva aveva il portafoglio. E nel portafoglio c’erano i mezzi biglietti di tutti i film che aveva visto in vita sua. Tra gli altri pure quelli del cinema Gatto Nero di Stoccolma. Calata la lunga notte del Nord, il chiarore azzurrino della sua cavità scomparve. Evert si tirò sulla testa il cappuccio della giacca a vento sulle mani guantate. Quella prima notte dormì a tratti. Quando si svegliò, il calore del corpo aveva sciolto altra neve, sicché ora era steso in un’umida cavità lunga circa un metro e 25, e larga una settantina di cm. Incastrato sopra la sua testa c’era il sacco a pelo da montagna. Centimetro per centimetro lo liberò. Ne tirò fuori le pernici morte e le mise in una specie di dispensa che aveva scavato nella neve. Per fare tutto ciò ci mise più di un’ora ma ne valse la pena perché una volta che ebbe infilato testa e spalle nel sacco smise di rabbrividire. Rimase lì a sonnecchiare ingoiando di tanto in tanto un po’ di neve; sapeva che l’acqua gelida non gli avrebbe fatto male se l’avesse fatta sciogliere prima di deglutirla. Nel pomeriggio si mise a lavoro intorno alle sue gambe intorpidite e immobilizzate. Cercò di tagliare via la neve con il coltello ma non poté arrivare oltre un punto appena sotto il ginocchio. Dopo 4 ore di sforzi poté muovere un po’ le cosce ma i piedi restavano attanagliati dalla neve e dagli attacchi degli sci come lo erano prima. Rimise la testa nel sacco per riflettere sulle sue condizioni. I più vicini soccorsi, si disse, erano a venti km di distanza dalla capanna dei tronchi dove, proprio quella domenica s’era dato appuntamento con altri due cacciatori. Non vedendolo arrivare costoro avrebbero cominciato a chiedersi se gli fosse capitato qualcosa. Forse domani avrebbero raggiunto la capanna e vi avrebbero trovato la sua scure e il suo fucile. Forse avrebbero visto le tracce degli sci che finivano in una valanga.

Forse l’avrebbero chiamato forse li avrebbe uditi e loro lo avrebbero udito a loro volta. Forse forse forse. Allora, per la prima volta, Evert sentì di aver fame. Tagliò una zampa di una delle pernici congelate e la mangiò cruda. Il sapore era del tutto simile all’aspetto. Marrone scuro con macchioline di sangue. Ma la spolpò fino all’osso. La seconda notte con la testa fuori dal sacco dormì molto meglio ma fece un brutto sogno. Era sulle montagne spoglie con alcuni amici in cerca di un cacciatore perduto. Soltanto Evert sapeva dove giaceva il cacciatore e additava il punto ma gli altri non volevano dargli ascolto. E questo era un tormento perché l’uomo che stavano cercando era lui stesso. Il mattino del lunedì la cava era ancora più grande. Il corpo aveva sciolto la neve ammassata intorno alle gambe. Ma con il coltello non poteva arrivare più giù degli stivali. Per la prima volta si rese conto che non avrebbe potuto farcela da solo, la paura gli aleggiò intorno come un nero uccello che non spicchi il volo. Si ricordò che il padre era stato sepolto anche lui da una valanga mentre cacciava da solo. Due mesi dopo ne era stato trovato il cadavere talmente emaciato che il poveretto doveva aver vissuto lottato e sperato per molto tempo. Evert rinunciò al tentativo di liberare le gambe e rivolse l’attenzione al soffitto. Quel piccolo punto nero prima non l’aveva notato, Sembrava un ramoscello. Si mise a tirare e infine estrasse dalla neve la cima troncata di un alberello di betulle.

Con un coltello lo pulì fino a farne uno stecco lungo circa mezzo metro e grosso quanto un dito. Un tesoro nel deserto, un sostegno a cui appoggiare l’animo in pena. Con lo stecco frugò delicatamente perché se lo stecco avesse dovuto spezzarsi…D’improvviso lo stecco attraversò la crosta di neve e sbucò all’aria aperta che si precipitò fredda e pungente nella cavità, e attraverso il foro, mentre la gioia gli metteva il cuore al galoppo Evert vide un tondino di cielo azzurro e qualche ramoscello di betulle che ondeggiava al vento, ora che sapeva che c’era un metro o poco più tra sé e la vita. Tirò dentro lo stecco, la bacchetta magica, l’asta su cui era issata la speranza. Questo era, l’asta di una bandiera, dal portafoglio emerse il piccolo fascio di biglietti, quelli che, con un laccio di fil di ferro che utilizzava per la caccia, legò i biglietti rossi del cinema GattoNero e li spinse su per il foro azzurro del cielo. Ora quando i soccorritori arrivano se venivano non avrebbero potuto fare a meno di vedere dov’era. Lo sforzo l’aveva stremato e adesso tremava. Per distrarsi tirò fuori tutto ciò che possedeva e lo dispose in ordine: la sciarpa sotto il ginocchio escoriato le bende del pronto soccorso sotto l’altro, il giornale sotto lo stomaco i guanti di lana bagnati sotto il fianco, quelli di pelle asciutti nel sacco e si addormentò.

Il martedì fu quasi monotono, tolse la corteccia da qualche rametto e se la mangiò. Per la prima volta dopo 4 giorni si vide le ginocchia. Il suo corpo era affondato maggiormente nella neve e la mano non arrivava più all’asta della bandiera con le sue rosse involuzioni di aiuto. E se fosse caduta non sarebbe più stato capace di spingerla su. Ora che non gli restava più nulla da fare cominciò a torturarsi con i pensieri della stalla che non era finita. Aveva chiesto i soldi e i materiali. Bisognava finire tutto entro l’estate altrimenti non avrebbe avuto il sussidio. Ma lui, Evert, era lì a giacere inutilmente sotto la neve. Il giorno dopo, il quinto della sua prigionia, Evert cercò di accendere uno di quei fiammiferi che si era infilato in un orecchio dalla parte della capocchia per tenerli asciutti. Una dopo l’altra le rosse capocchie di sicurezza troppo sicuri caddero nella poltiglia nevosa.

Poi si mise a guardare tutte le carte che aveva nel portafoglio, leggendole piano piano. Ma tra le carte c’erano conti di ristorante che servirono soltanto a fargli aumentare la fame. Per un bel pezzo rimase a pensare al suo piatto preferito maccheroni e pancetta. L’orologio da polso era diventato un amico. Nel tepore del sacco , il suo ticchettio sembrava il battito di una creatura viva.

Giovedì, prima dell’alba si svegliò e vide nel buco del soffitto lo splendore di due stelle dalla luce ferma non vacillante questo significava bel tempo. Certamente questa mattina sarebbero arrivati e l’avrebbero trovato. Anche quel giorno passò poco a poco; i confini tra giorno e notte si confusero. Evert ricorda di aver cercato di mangiare la sciolina perché le pernici cominciavano a puzzare. Ricorda di aver sentito qualcuno chiamare e di aver risposto tre volte. Quando nessuno venne inghiottì la neve e mastico la corteccia del ramoscello per calmare il panico da cui si sentiva invadere che avrebbe significato la sua fine. Per tutto il venerdì e il sabato passò dal torpore a occhi aperti e di nuovo a uno stato di incoscienza. Gli ci volevano ore soltanto a decidersi di tirare fuori la testa e le mani dal sacco e altre ore per farlo. Sembrava che nulla ormai avesse alcuna importanza. Fu soltanto venerdì quando Evert era sepolto da quasi una settimana che trovarono la scure e la slitta appoggiati a una parete. La neve caduta di fresco aveva cancellato le tracce che portavano alla capanna. I due amici videro i resti di una valanga ma non gli parse così grande da ricoprire una persona così se ne andarono senza neppure avvicinarsi. Dopo aver chiamato varie volte tornarono indietro per riferire. Poco dopo varie squadre si spinsero nella zona. La polizia richiese un elicottero. Per tutta la giornata di Sabato le squadre si divisero e andarono in ricerca, si riunirono di nuovo e tutti scossero il capo.

La domenica il fratello di Evert, Kjell guidò un altro gruppo alla capanna. Si mise a seguire i lacci. Al settimo si fermò per fumare e aspettare gli altri. Non molto lontano vide qualcosa di rosso che sbucava dalla neve. Forse è soltanto una foglia secca, pensò, ma s’alzò per andare più vicino. E lì legati col fil di ferro c’erano i mezzi biglietti del Gatto Nero. Quel che seguì furono mani frenetiche badili coperte minestra calda, stivali sfilati dai piedi, la gioia della salvezza, amareggiata da un punto interrogativo che si ingrandiva sempre di più: sarebbero riusciti a salvare i piedi di Evert? Seguirono mesi di ospedale di pazienza di anestetici e trapianti di pelle con la gamba sinistra cucita alla coscia destra. Evert ebbe molto tempo per pensare alla cosa terribile, ma pur sempre meravigliosa che gli era accaduta. L’indusse a vedere la vita come uno splendido dono, di cui ogni ora deve essere vissuta ogni momento è importante. Evert Stenmark può camminare con fierezza ma piuttosto piano. Quando scende le scale, posa per primi i calcagni perché i chirurghi hanno dovuto amputargli tutte le dita di un piede e tutto l’altro piede , meno il calcagno. Può lavorare nella fattoria, dove adesso c’è una stalla pitturata di fresco. Ma non può camminare a lungo o sollevare oggetti pesanti, o sciare. Nè per molto tempo o forse mai andare a caccia della pernice dalle zampe piumate nei cristallini silenzi dell’inverno.

La vita è cambiamento, fluire e scorrere. Non è in nostro potere evitare repentini cambi di direzione, arresti e rinunce rispetto al percorso sognato. In caso di eventi traumatici come quello di Evert, ben più faticoso di resistere sette giorni sotto una valanga, è tornare ad esistere e provare a trovare un senso ai vuoti; la soddisfazione anche di fronte alle ferite aperte che un’esperienza traumatica comporta e imparare a vivere l’incompletezza di ciò che manca.

Il nostro tempo, sedotto dalla velocità e affascinato dal movimento continuo, sembra il meno propenso ad ospitare nel suo vocabolario la parola perseveranza. Tanto più quando si scopre che essa è stata da sempre considerata una virtù. Parola logora se non proprio sospetta. Proprio perché virtù, la perseveranza non va confusa con la testardaggine o l’ostinazione. Mentre queste si nutrono, infatti, di orgoglio e perfezionismo, la perseveranza è l’altro volto della responsabilità, che caratterizza il cammino di chi è intento a mantenere gli impegni presi. con il suo stile di vita, la persona perseverante mostra che vi sono progetti per i quali vale la pena spendersi fino in fondo; e che per raggiungerli bisogna essere disposti a resistere alla tentazione, sempre in agguato, di tirarsi indietro. La perseveranza esige l’abbandono della sindrome dello zapping. Al contrario essa coltiva, tenendole vive e alimentandole le motivazioni a mettersi in gioco, dando ragione a Nietzsche per cui chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come.

Alta fedeltà

È incredibile come un nonno mai conosciuto abbia lasciato tracce così profonde in me tramite libri, da lui ereditati, parole che sono diventate circuiti della mia mente. Così un nonno mai conosciuto ha scritto nel mio corpo e nel mio cervello un pezzo di strada che facciamo, ancora oggi, insieme pur non essendoci mai conosciuti, pur avendo sempre desiderato un suo abbraccio, oggi mi accontento e sono grata, attraverso le parole di questo racconto di sentirmi per sempre unita a lui, legata e indivisibile come solo il proprio stesso sangue può far sentire. Il racconto che segue è la storia di un’amicizia speciale tra un uomo e il suo cane.

Se un gentiluomo è una persona d’animo gentile e al tempo stesso un vero uomo, allora mio fratello Jim meritava questo titolo. Jim sapeva essere brusco quando voleva; ma con chi meritava gentilezza d’animo, specialmente con le donne i bambini e i cani era la persona più gentile che avessi conosciuto. Ed è proprio di Jim e del nostro cane che voglio parlarvi.
Qualche anno fa Jim venne a vivere con noi e Rodilosso divenne subito il suo cane.

Fu un amore a prima vista. Jim ci sapeva fare con i cani. Ogni volta che Jim partiva per affari Rodilosso voleva andare con lui. Allora Jim diceva:- aspettami Rodilosso. Tornerò. La prossima volta ti porterò con me.- A volte Jim stava via una settimana. Ma Rodilosso aspettava tranquillamente.

Sapeva che cosa voleva dire la prossima volta perché Jim manteneva sempre quella promessa. Al ritorno Jim diceva:- bene Rodilosso mi hai aspettato vero? Vieni allora. Questa è la prossima volta “! E se ne andavano a fare una lunga passeggiata per i campi. Rodilosso viveva per queste passeggiate con Jim.

Ogni sera, quando Jim era a casa, Rodilosso dopo cena andava su portava giù le pantofole di Jim gliele posava sul pavimento davanti alla poltrona. S’accucciava lì col muso sul piede di Jim fino all’ora di andare a letto. Poi Jim cadde gravemente ammalato. Il mio cuore non ce la fa più-disse è questione di pochi giorni poi me ne andrò sul serio. Non me ne rammarico. Mi sono goduto la vita Bill. Il suo ultimo giorno Jim mi disse: -il cane sentirà la mia mancanza. Lascialo venire qui da me. -Rodilosso entro. Guardò Jim con gli occhi ansiosi.- aspettami Rodilosso- gli disse Jim – tornerò. La prossima volta ti porterò con me.- 

A casa nostra prendiamo le cose con filosofia. Per 50 anni Jim per me era stato il miglior fratello che avessi avuto. Anche il perderlo, mi dicevo, non era un prezzo troppo alto da pagare per quel che avevo avuto. Da principio i nostri ragazzi ne soffrono molto perché Jim era stato uno zio straordinario ma i ragazzi fanno presto a consolarsi. E Rodilosso? Ebbene Jim gli aveva detto:-Aspettami Rodilosso.- così il cane aspettava di buon animo. Jim, è vero, stava via più del solito, ma manteneva sempre la promessa che faceva al cane. E poi Rodilosso aveva le pantofole di Jim nella cuccia in cucina.

Passarono cinque anni. Una sera mia moglie ed io eravamo in salotto a leggere. La casa era silenziosa. D’un tratto, sul pavimento, accanto alla poltrona di Emily la vecchia coda di Rodilosso cominciò a fare tump tump tump!-

Si sa che i cani sentono le cose che noi non possiamo udire ; tendemmo l’orecchio ma non un passo risuonava nella strada tump tump tump di nuovo. E poi il vecchio Rodilosso s’alzó con un certo sforzo, carico d’anni com’era e uscì dalla stanza. Un minuto dopo rientrò con le pantofole di Jim le mise davanti alla sua vecchia poltrona, vi posò il muso ed immediatamente ricadde nel sonno. Forse fu la fiamma dei ricordi nel vedere le pantofole di Jim al suo posto a darmi questa sensazione, ma tutta la stanza sembrò invasa dalla sua bontà.

Jim era l’uomo più buono che avessi mai conosciuto disse Emily. Poi con dolcezza.- me ne vado a dormire, anche tu: hai letto abbastanza. Non disturbiamo Rodilosso, lasciamolo stare dov’è per stanotte.- E il mattino dopo il cane era lì come l’avevamo lasciato: il Capo fra le zampe, il muso sulle pantofole. Ma, nell’istante stesso in cui lo vedemmo qualcosa ci disse che Rodilosso aveva finito di aspettare. Dinanzi a sé, attraverso una distesa sterminata, allietata dalla presenza del suo compagno, Rodilosso aveva visto una lunga e gioiosa Corsa nei campi.

Una canzone che molto ho amato parlava di porcellana e roccia, un ossimoro se vogliamo, così oggi mi sento io ossimoro, un passato futuro, la mia storia, un nonno mai conosciuto un ideale di fedeltà e legame di indissolubile amore. Ciò che la vita in un, spero imminente, futuro voglia regalarmi.

AMORE CARSICO

Il mio anno inizia con un’immagine, dal mio punto di vista, emblema di Amore carsico cioè amore cosciente di essere a mors senza morte: finché siamo vivi e amiamo autenticamente le realtà modificabili intorno a noi non moriamo dentro, chi ama è senza morte, Eraclito e i greci dicevano che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume ma è pur vero che il letto del fiume rimane sempre lì dov’è pronto ad accogliere nuovo flusso d’acqua, nuova forza, nuova energia, sempre diversa eppur sempre uguale. Nietzsche, citato anche in Kundera dice che la vita che torna una volta soltanto che non ritorna è simile a un’ombra è priva di peso è morta già in precedenza e che sia stata terribile o splendida non significa nulla. Nell’eterno ritorno, invece l’unicità delle nostre vite ci dà la possibilità di lasciare nel mondo una firma indelebile. Siamo ombre fisse nell’eterno uniche e imperiture. Kundera pilastro e influenza ricorrente torna a trovarmi prepotentemente nei primi giorni dell’anno appena iniziato, anno iniziato in modo diverso eppure uguale alla vita che amo.

Anno che inizia consigliandomi di fare attenzione a cosa cambia e come cambia nell’itinerario tortuoso e imprevedibile della linea della vita ma anche a cosa resta uguale o trasformato ma sempre riserva di senso e significato che esiste solo grazie agli incontri che sono avvicinamento, fusione ma contemporaneamente diversificazione che permette di fondersi senza perdere i propri confini anzi espandendoli nell’incontro come avviene quando si posizionano due specchi uno di fronte all’altro. Lo spazio tra i corpi non si annulla ma si moltiplica in modo che questi invadano lo spazio incontenibili nella loro poesia. La poesia inizia nel tavoliere pugliese nei primi anni 2000 per caso o per quelle coincidenze care, appunto, a Kundera. I protagonisti sono due adolescenti di una periferia meridionale dell’Italia, a sua volta meridione dell’Europa. Una storia che parte dal basso, che non è un basso di mancanza di valore, ma un basso di abbandono subìto e incolpevole di una terra che, invece di allevare e fare fiorire i suoi semi, li lascia sfiorire abbandonandoli, ingiustificabile colpa. L’incontro avviene, probabilmente, in un pomeriggio scolastico tramite conoscenze comuni ancora ignare della magia che stavano per sprigionare. I protagonisti erano e sono diversi tra loro ma nessuno saprà mai perché, intrinsecamente legati, come se fosse inevitabile, a un certo punto, incontrarsi. Erano, all’epoca, due giovani adolescenti, studenti, probabilmente come centinaia di migliaia di altri nel loro paese e nel mondo; allora perché raccontiamo la loro storia e non un’altra? Perché ha degli elementi universali e profondamente umani di cui ancora oggi, o forse ancora più oggi, dopo anni di pandemie e guerre, c’è bisogno.

I protagonisti sono due persone comuni, eppure hanno da raccontare una storia che ancora adesso a ripensarci crea il vuoto nelle loro pance, un vuoto pieno di qualcosa che non può che chiamarsi amore, proprio nell’accezione greca e latina del termine con l’alfa privativo davanti alla radice morte quindi un amore che non conosce morte che può scendere nel sottosuolo e risalire come fiume carsico appunto, senza che le farfalle nella pancia fermino un secondo il loro frullio di ali. Un fiume carsico che, ogni volta che riemerge, porta con sé la ricchezza e profondità della sua storia e l’intensità del sentimento appena nato.

Ma partiamo dall’inizio per quanto difficile possa essere trovarlo. Siamo, dicevamo, in un circolo di partito nel meridione d’Italia frequentato da “compagni”, lì si usava e usa ancora con orgoglio questa parola. In questa sede due stanze, tutt’altro che moderne e confortevoli, frequentate da maturi sindacalisti o ex sindacalisti e giovani ai primi passi della loro formazione politica. Due sono i personaggi di questa storia carsica, due ragazzini, ai tempi, di una famiglia di classe media. Ci sono eventi personali e collettivi che sono indimenticabili, nel momento stesso in cui accadono, altri che si vedono realmente soltanto dopo che si sono conclusi e, in numero ancora minore, altri che sono talmente incessantemente in divenire che possono essere visti come un paesaggio ameno durante un viaggio, cercando di trattenere il più possibile ogni minimo dettaglio ma al contempo cercando di leccarlo e succhiarlo avidamente come si fa con una caramella a lungo desiderata.

Qualunque ricostruzione della realtà ha un connotato di interpretazione da parte di chi racconta ma qui rivendichiamo di raccontare i fatti per come sono realmente andati quindi pensiamo sia più storia che storiografia. Quindi, tornando al nostro racconto, i ragazzi che si incontrano, si trovano in piena fase di sviluppo, formazione di sé e della propria identità. Lei è una ragazzina caparbia premurosa e accogliente lui è un ragazzino per bene educato e dolce. Nella sede di partito in cui si intrattenevano c’era tempo per discutere di politica ma anche semplicemente per stare insieme indubbiamente uno dei vantaggi del periodo adolescenziale, poche responsabilità, tanto tempo libero e un cuore affamato, fame di vita e di amore che l’incontro di cui stiamo parlando ha ampiamente e a lungo sfamato.

Poiché i due protagonisti hanno definito in prima persona questa storia come carsica e caratterizzata da esondazioni e riemersioni organizzeremo il racconto proprio in questo modo in capitoli che contengono le diverse emersioni.

Quindi la prima emersione: il partito, i compagni l’amore per l’ideale e l’amore che si fa carne.

In qualunque amore degno di questo nome entra sempre la rivalità, la gelosia e il terzo incomodo. In questo caso il triangolo include un compagno di classe del protagonista da quest’ultimo invitato nel suo mondo dove appunto si conoscono i nostri personaggi, ricapitolando abbiamo: il concittadino della ragazza, la ragazza, il ragazzo della città dove i due vanno a scuola si conoscono e diventano amici condividendo praticamente tutto, incluso l’amore per la fanciulla.

Ripensandoci si potrebbe raccontare con una metafora ciò che avvenne; così come immediatamente un fuoco fatto di tizzoni silenti e fiamme dormienti avvampa in pochi attimi così a loro è bastato incontrarsi per ritrovarsi, mostrare il proprio corpo ad un vento che ha sprigionato la luce, i colori vivi del fuoco rosso, giallo, arancione, azzurro, un fuoco che è stato silente ma evidentemente sempre vivo per anni che anche se lasciato a se stesso e ha sempre trovato in se stesso il carburante per andare avanti, un miracolo della fisica quasi, un moto perpetuo sempre vagheggiato e mai realizzato.

In questo amore carsico abbiamo, invece, la singolare esperienza di un energia che può anche conoscere rallentamenti o pause ma mai fine, forse.

Difficile dire come iniziò l’avvicinamento fisico ma memori di quei pomeriggi possiamo ipotizzarlo: la sede di questo partito era composta di due stanze la prima che era anche quella d’ingresso buia perché, appunto la porta, che si trovava in una stretta via del centro storico, abbastanza stretta da fare penetrare pochissima luce all’interno ragione per cui mi sento di poter dichiarare che la luce artificiale doveva necessariamente sostituire quella del sol dell’avvenire.

Vi era poi una seconda stanza successiva a questa, bisognava salire un piccolo gradino poi ci si trovava in uno stanzino che era un piccolo corridoio con in fondo un piccolo bagno mentre sull’altro lato del corridoio si apriva uno stanzino con un tavolo un archivio e i frigoriferi con le bottiglie di birra con il vuoto a rendere una pratica che oggi potrebbe sembrare in linea con le rivendicazioni di Greta Thumberg, temi sicuramente importanti per i frequentatori del luogo che hanno come caratteristica, però, anche la sincerità e quindi con trasparenza ammettiamo che fu anche una questione economica a istituire la vendita delle birre con vuoto a rendere. Risultavano in effetti anche più economiche.

Come avvenne l’avvicinamento è tutto da raccontare, per quanto questa storia carsica abbia come cifra caratteristica la poesia intrinseca, ciò non vuol dire che sia poesia disincarnata ed è forse proprio questo connubio di poesia quasi eterea e passione viscerale ad aver creato un legame fatto di nodi di un amore inestricabile, un nodo di Salomone nodo d’amore legame sacro e indissolubile.

La cosa bella di questo amore carsico, bella e più unica che rara è che ha una profondità poetica e, forse sì potrebbe dire metafisica, si associa altrettanta carica fisica ed erotica che è l’energia dell’amplesso e l’abbandono della soddisfazione e dell’estasi al momento del suo compimento.

Come si sarà intuito è in atto la prima esondazione che per forza di cose inizia pacata come un’increspatura su un lago di pianura in un pomeriggio estivo senza vento ma ha bisogno di poco per diventare tornado vorticoso, caratteristica che si ripete identica ma diversamente intensa ad ogni esondazione.

La forza della natura di queste esondazioni ben si sposava con l’estrema permeabilità della fanciulla che, lungi dall’opporsi alla furia di quella energia travolgente, vi si lasciava travolgere, proprio lei che aveva cancellato già dal suo vocabolario la parola “arrendersi”, col senno di poi viene da pensare che fosse ben disponibile ad arrendersi dopo averlo scelto di modo che perfino l’azione di lasciarsi travolgere fosse un’azione che rispecchiava la sua volontà e mai una distrazione attribuibile alla superficialità.

I ricordi che qui vengono rielaborati e rivissuti risalgono a quasi vent’anni fa ma ci premuriamo di precisare che, se dovesse scappare qualche imprecisione, riguarda quelli che la psicologia definisce come di natura episodica e non certo semantica cioè ci possono essere imprecisioni sui fatti ma non sul significato, l’impronta e la carica emotiva degli stessi su quelli garantiamo di essere fedeli.

Insomma torniamo a quel pomeriggio in una delle stanzette del partito si tenevano le riunioni e i direttivi di partito e l’altra dedicata alla socialità. In quest’ultima si sta organizzando un cineforum, uno dei temi cari ai ragazzi è la questione palestinese quindi si sta pensando di scegliere un film che parli di questo, ovviamente c’è bisogno di fare un lavoro di auto-formazione interna per arrivare preparati alla discussione del film quindi i componenti del collettivo, sei persone in quel momento, sono nella stanzetta sul retro a cercare informazioni sugli ultimi avvenimenti accaduti nella striscia di Gaza per poterne poi discutere.

Sono anni in cui le kefiah a scacchi bianconere diventate moda, in modo non sempre consapevole, sono molto diffuse. I compagni di questo circolo vogliono fare autoformazione per per portare solidarietà consapevole alla causa e fare il passaggio da classe in sé a classe per sé come teorizzato dal buon Carlo Marx, erano anni in cui il partito di rifondazione comunista era davvero comunista e quindi svolgeva un lavoro di coscientizzazione sulla classe operaia per favorire il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé.

Stiamo scrivendo il volantino, appena si finisce si va a prendere una birra da bere tutti insieme; i due si avviano nella stanza con le birre con i vuoti a rendere a fine riunione, lei paga due birre e fa per aprirne una non essendo capace di usare l’accendino lo sta per fare a modo suo con i denti ma lui che la conosce e sa che lei ha questa pessima abitudine si avvicina tira fuori un accendino dalla tasca le toglie la birra dalle mani e le dà un bacio su quella bocca che voleva aprire la birra con i denti lei riceve e ricambia il bacio sorride e gli dice che se fa così lei in men che non si dica svilupperà una dipendenza non per la birra ma per quei baci e sicuramente all’epoca non avrebbe potuto immaginare quanta verità ci fosse un questa frase e quanto col senno di poi si possa dire che , dipendenza no ma insaziabile fame di quei baci effettivamente nacque.

Erano gli anni in cui lei viveva ancora con la famiglia quindi la sua libertà di movimento e gli orari erano ancora da concordare con i genitori, in momenti successivi lei acquisterà l’indipendenza necessaria per non dover rendere conto ad orari e tempi di vita, processo già iniziato quando, appena le fu possibile prese la patente godendo così di maggiore libertà e comodità per raggiungere lui. Quindi successivamente era solo la loro passione a decidere quando far terminare gli incontri.

In condizioni normali i magneti conservano il loro magnetismo per un tempo quasi illimitato.
Ad oggi a quasi vent’anni di distanza possiamo affermare con certezza che il loro magnetismo non si è affatto ridotto.

Anzi sarà che la vita non ha dato l’occasione, ad ora di vivere una vita di coppia libera e questo potrebbe essere la ragione di un desiderio che si mantiene vivo ma non si spiega com’è possibile. Nella letteratura il desiderio si mantiene vivo quando è ostacolato nel suo compimento non è altrettanto diffuso il topos di un desiderio che si compie poi viene spazzato via dalle correnti impetuose delle circostanze e che poi si ripresenta ciclicamente come fanno le stagioni.

Nella nostra storia, non sapremmo individuare un momento preciso del congiungimento corporeo nella prima ondata ma potremmo ipotizzarlo, oltre alla Sede di partito in cui i ragazzi sono stati sinora esisteva un’altra stanza, poco lontana che apparteneva a una cooperativa sociale che si occupava di recupero di persone tossicodipendenti e della quale era stato concesso l’uso ai ragazzi.

Si trattava di un vecchio edificio nel centro storico della città con mura spesse che garantivano un effetto frigorifero tanto in estate quanto in inverno questo fu, probabilmente il primo nido di amore corporeo dei due. C’era un vecchio divano marrone che era stato nido d’amore e refugium peccatorum degli scappati di casa. Non esisteva riscaldamento lì dentro, solo con il fuoco della passione dei due si riusciva a contrastare il generale inverno di sovietica memoria.

Non è ancora stato detto esplicitamente ma si tratta di un amore itinerante oltre che carsico perché finora ha avuto esplosioni nelle due città di cui sono originari i nostri, a soli 18 km di distanza, forse la distanza in km tra i due è inversamente proporzionale agli incontri più hanno modo di essere vicini come residenze più incontri e piene vivono.

La prima ondata può essere ribattezzata “lei lui e l’altro” e durò per un po’, tra baci rubati, lettere e giri in macchina per poi concludersi, apparentemente, quando lei parte per l’università e si trasferisce a studiare a Firenze dove lui andò a trovarla.

Un altro momento topico è forse l’unica volta nella casa di famiglia di lei, i suoi genitori vanno via due giorni per una gita con egli amici e lei non appena si rende conto di avere casa libera a 18 km da lui organizza in gran segreto una fuga d’amore, prende un treno e corre a casa dai suoi, libera dei suoi ma anche libera per fare splendere questa ondata, per fare straripare questo amore fecondante come il limo del Nilo.

La seconda esondazione avviene a Firenze: “l’esondazione fiorentina”.
Questa seconda esondazione è probabilmente la più piccola.

Lei, come accennato, è andata a studiare all’università su consiglio di un vecchio compagno del sindacato che decide di dedicarle un po’ di tempo per indirizzarla agli studi; così viene individuata la laurea triennale in servizio sociale presso l’università di Firenze la seconda tappa geografica di questa storia carsica. Lei arriva come studentessa a vivere in una casa di studenti o lavoratori fuori-sede.

Se le rose sono spesso associate all’amore loro, che sono più inconsueti che banali, si sentono più simili a un cactus che ha il potere di essere vita in mezzo al deserto, di resistere nelle condizioni più avverse e di rendere affascinante e vivo ciò che è più vicino a essere morte.

Il rapporto tra i due continua anche a distanza ma siccome il loro è un amore poetico, non si tratta di un amore che vive di mi piace e tag ma, roba da far invidia agli stilnovisti del duecento come Petrarca, è fatto di una corrispondenza di lettere, collage e CD, che ancora oggi ascoltano insieme con i cuori che grondano emozioni e sentimento. La musica è un altro elemento centrale di questa storia carsica. Una coppia mai stata ufficialmente fidanzata ma con tante loro canzoni, l’avevamo detto dall’inizio, d’altronde, che era una storia speciale.

A Firenze lei vive vicino al parco delle cascine e giacere su un letto d’erba come giacere insieme in qualunque luogo è poesia per i due, una poesia che è come una caramella magica che nonostante venga succhiata a lungo non si consuma mai né perde il suo sapore.

In questa breve tappa fiorentina, quando lui la raggiunge per una breve vacanza, i due fanno passeggiate in centro tra il duomo, piazza della signoria e santo spirito. Odiano il lato commerciale della città quindi invece che a vedere Boboli o visitare musei vanno a sedersi sulle panchine di piazza Santo Spirito e si innamorano della sua corte dei miracoli. Rolando il venditore di birre peruviano, giovani giocolieri e artisti di strada e studenti con birre in bottiglia da asporto sui gradini della chiesa quando questo si poteva ancora fare prima che i decreti antidegrado intervenissero trattando come polvere da spazzare sotto il tappeto “gli indecorosi” quelli che invece erano il vero e solo sale della città.

Le giornate fiorentine sono piene del divertimento che la loro patria foggiana non era in grado di offrire ma soprattutto di tanto tempo libero da trascorrere insieme.
La vacanza del ragazzo a Firenze fu tutto sommato breve ma resta scolpita in lei come marmo statuario e imperituro.

Dopo la breve e intensa tappa toscana lei si trasferisce a Torino con il suo fidanzato toscano altra cosa incredibile dei due le loro vite vanno avanti parallele.

Lei, nei suoi progetti di vita a Torino, ha quello di intraprendere una carriera in ambito psicologico ritenuta pietra miliare per garantire stabilità e salute nelle persone a cui si avvicinerà nella sua carriera professionale. Lui, a questo punto della storia deciderà di andarla a trovare, anche in questa nuova tappa della sua vita, appena possibile. Come si sarà capito da quanto letto fino a questo punto oltre ad essere un amore carsico e immortale è anche un amore itinerante e iperresistente.

La terza esondazione: esondazione Torinese tra pizziche e tarantelle del Gargano

A Torino da bravi meridionali trapiantati al nord vanno ad una serata di pizziche del Gargano, quel Gargano che a lei ha stravolto la vita, che diventano colonna sonora di un pezzo del loro amore. Lei ha sempre amato i balli, dalla musica elettronica alle danze popolari, nella sua nuova vita, dopo la malattia, il corpo di lei e ciò che il corpo di lei sente con lei con lui è ancora delizia cura e resurrezione.

I due passano pochi giorni insieme in quella ondata lui è di passaggio a Torino ma anche questa esondazione è fonte di limo fecondo, quello che scatenano questi due quando sono insieme è un’acquazzone per una terra arida.

Lei vive ora, come allora, in un quartiere studentesco e multietnico, un ex quartiere operaio di lavoratori emigrati per lo più dal Sud si è trasformato negli anni un quartiere di studenti, giovani, immigrati da tutto il mondo, un vero quartiere multiculturale con abitanti di tutti i Sud, d’Italia e del mondo; un bouquet di fiori dove perfino un po’ di verde di vivaistica memoria non solo contribuisce ma addirittura perfeziona l’ insieme.

Riprendiamo la nostra storia nella Torino attarantata, lui che assiste alla frenesia della vita torinese di lei che sembra una pallina del flipper e un gioco anni ‘90, il tetris incastra tutto perché i lavori sono tanti ma i soldi sono pochi e allora corri, tanta bicicletta, schiscette con cibo preparato quando si ha tempo che si consuma nei momenti e nei posti più bislacchi per risparmiare un po’ con la speranza, un giorno, di diventare una professionista più rilassata e benestante, cosa che la malattia sembra aver rinviato a data da definirsi, il successo che doveva essere la giusta ricompensa a tutte le sue fatiche ma, come nel supplizio di Sisifo ha dovuto ricominciare la salita dall’inizio.

Nella Torino della Taranta, tra balli e risate i due sembrano dimenticare i crucci della quotidianità fatti di orologi corse e scadenze per lasciarsi andare a quei ritmi salentini che tanto li facevano sentire a casa, nutrendo il corpo di passioni e piacere.

Questa esondazione risalente all’anno 2012 è l’ultima della prima vita della ragazza, lei chiama così il passaggio dalla vita in salute alla situazione attuale nella quale continua a lottare per riprendersi tutto quello che ha perso.

L’ultima esondazione, sempre a Torino, ma 10 anni dopo.

Ed eccoci qua, all’ultima esondazione, a 11 anni di distanza sempre a Torino, inizia a gennaio, con un “ciao Silvia, com’è?” a quasi l’una di notte. Dall’iniziale scambio di messaggi su social di vario genere si è presto passati a incontri in quelli che sono i luoghi a lei più cari, tra passeggiate, caffè, pranzi e riunioni sindacali, perché è vero che siamo cresciuti, ci siamo spostati in giro per l’Italia ma un filo elastico collega cuori e corpi dei protagonisti allungandosi e accorciandosi a seconda della necessità e dei capricci delle situazioni.

L’ultima esondazione arriva del tutto inaspettata ma provvidenziale per entrambi, lui ha appena avuto una discussione che sulle prime sembra una rottura con la sua compagna, madre del suoi figli, come al solito, le coincidenze, sentinelle d’amore di questi due, ci mettono lo zampino e, se in un momento di crisi lui riattiva facebook, lei dopo una passeggiata nel centro storico della sua città d’origine che, date le condizioni fisiche attuali di lei eguaglia, se non supera l’epica avventura di Maratona. Lui dicevamo, forse mosso da un impeto di solitudine, o nostalgia, le scrive un messaggio il giorno del ritorno è il giorno della Befana e lei scherza sul fatto che sia quello il giorno del contatto benché all’incontro tra i due, i loro corpi e le loro viscere sanciscono immediatamente la rinnovata passione, che però rimarrà monca poiché nel giro di pochi mesi avviene la riconciliazione di lui e la sua compagna, si spera che ritorno in famiglia non cancelli completamente il rapporto tra i due; la ragazza ha da tempo l’idea che i sentimenti realmente forti possano cambiare forma ma non la sostanza, come l’acqua cambia stato senza perdere la sua composizione così il loro potrà non essere più un rapporto sentimentale o sessuale, un vero peccato, secondo lei, data l’affinità che i due hanno sempre avuto in questo ambito ma, lei spera, possa rimanere vivo e generativo il loro rapporto seppur platonico e spirituale.

Ed è così che anche questa esondazione termina e, come ogni esondazione che si rispetti, lascia qualcosa di nuovo sulle rive accanto al fiume.

Al momento le esondazioni hanno toccato tutte le località dove hanno vissuto i protagonisti eccetto quella in cui ora vive il ragazzo, lei non è ancora mai stata nel luogo dove vive lui ora o almeno non corporeamente, nei sogni invece ci è stata spesso.

Forse è stato un bene non sapere quale sarebbe stata la loro ultima esondazione, saperlo in fieri sarebbe stato un dolore enorme invece adesso l’amore carsico potrebbe mutarsi in rapporto amichevole e non aver fine come è inevitabile che sia per un a-more.