Io non dubito, io sostengo. A fianco a V. e a tutte le donne vittime di violenza

La notizia è di ieri e si diffonde rapidamente sulla stampa cilena.
V., 23 anni, denuncia il suo (recente) ex Tea Time, leader del gruppo Los Tetas, di violenza fisica e psicologica, pubblicando a testimonianza (sempre è della donna l’onere di provare la violenza) delle foto in cui appare livida e ricoperta di ematomi.

La band all’inizio tiene un profilo basso, condannando la violenza “contro le donne e contro qualunque persona” e dando solidarietà alle donne che denunciano ma, al tempo stesso, chiedono tempo perché la situazione si chiarisca. Rettificano dopo poche ore, cacciando Tea Time dal gruppo. La band era in procinto di firmare con la Universal per il nuovo album, difficile momento per un caso mediatico di questo tipo.

Intanto altri nomi della musica cilena esprimono la loro solidarietà a V.: Anita Tijoux, Mon Laferte, Alex Anwandter

Quest’ultimo ha scritto una nota bella ed intensa, nella quale denuncia il caso di V. e la violenza contro le donne come un caso non isolato, come un fatto da cui non si salva nessun ambiente, neanche quello più culturale e progressista

Buona lettura

***

Ieri si è diffusa accusa lunga e molto dettagliata nei confronti di Tea Time (Camilo Castaldi dei Los Tetas), da parte della sua ragazza che ha subito sue ripetute violenze.

Per favore prendetevi il tempo di leggere questa testimonianza coraggiosa e terribile

Questo tipo di violenza è estremamente comune e non estranea ad ambienti teoricamente liberali come il mondo della musica. La musica, come la maggioranza dei settori, è dominata dagli uomini. Questo non è specchio di una supposta superiorità di talento, ma solo uno degli innumerevoli riflessi del machismo che invade ogni area della nostra vita. Ad esempio si può far caso a come si attribuisce il successo di Javiera Mena al suo produttore (uomo) o come ogni volta che racconto delle donne che suonano nella mia band e che mi chiedono se sono coriste, come se la loro partecipazione non potesse che essere accessoria e secondaria.

Los Tetas, un gruppo di uomini con un nome già di per sè misogino – una misoginia tipicamente travestita da pseudo-trasgressione – hanno pubblicato, come risposta a questa accusa, un comunicato ripugnante, riflesso fedele di come la società risponde quando una donna rivela di essere stata abusata: dubitano della veridicità dell’accusa.

Tutto ciò ha un nome: doppia vittimizzazione. Si chiama così perché non solo la donna deve sopportare terribili episodi di violenza e tortura come quelli descritti nella testimonianza ma, una volta che ha trovato il coraggio di denunciarlo, e nonostante tutta la pressione sociale, deve attraversare un altro dolore: il suo dolore è negato. “Se lo sarà inventato”. “Chissà che avrà fatto lei”. “La giustizia si esprimerà”

Con che faccia chiediamo prove evidenti davanti a tale testimonianza? Davanti a queste foto? Bisogna sorprendere Tea Time mentre la sta picchiando? Avere foto mentre la picchia? Basta?

E su questo, una considerazione personale: questo è il punto in cui la gente parla di presunzione di innocenza. “Non possiamo sapere se è vero”

Però questa presunzione di innocenza è sempre per l’UOMO. Presumere l’innocenza dell’uomo vuole dire presumere che la donna si stia inventando tutto. Che è colpevole di mentire, detto in altre parole.

E mi chiedo per quale dannato motivo qualcuno farebbe una cosa del genere. Esporsi pubblicamente, in questo modo, lasciarsi coinvolgere in qualcosa di così spiacevole.

Questa è una cultura, amiche/i.

Non conosco una sola donna che non sia stata molestata, in un modo o nell’altro. Ne conosco alcune che sono state abusate o violentate.

E’ il sistema giudiziario che deve presumere la innocenza. Noi, tutte le volte che presumiamo la innocenza di uomini accusati di aver picchiato, abusato, violentando, stiamo creando e appoggiando questa cultura.

La cultura che protegge gli abusatori di donne e che mette in dubbio la parola delle donne abusate. Quando assumiamo che una donna che ha il coraggio di denunciare gli abusi subiti dice la verità, creiamo un ambiente che le sostiene.

Io stesso questa mattina sono stato spinto da due o tre persone a non coinvolgere gli altri membri de Los Tetas in quello che sto per scrivere ora.

Però credo che è importante e io dubito di loro, dubito perché voglio mettere in discussione il contesto in cui alberga questa violenza. Dubito che fossero totalmente ignoranti rispetto a tutto ciò. Lo dubito perché conosco la nostra cultura, perché attraverso il loro comunicato si sono allineati con un abusatore, perché credo nelle donne, perché ho visto la ragazza di Tea Time in un backstage, ci siamo fatti delle foto insieme (nella cupola del Rock, a proposito del fatto che il machismo attraversa anche gli ambienti artistici).

Questo va al di là di Tea Time e dei Los Tetas, non per discolparli, ovviamente. E’ un clima. Dobbiamo resistere collettivamente alla tentazione di mettere in dubbio la veridicità di qualcosa che tutti/e sappiamo essere ovunque

Questa è una persona che ha avuto paura per la sua vita, gente. Appoggiamola.

Grazie per il tempo che avete dedicato a leggermi,
Alex

P.S. Due piccole note
1) Il discorso del furto degli strumenti musicali (di cui V. accusa Tea Time nella sua nota, NdSemenella) è grave, però è un altro fatto. Non è necessario rendere invisibile il machismo dando invece la colpa a un “delinquente” o roba del genere
2) Una quantità impressionante ha condannato Tea Time dandogli del “frocio” per insultarlo. Credo che possiamo insultarlo senza usare insulti omofobi. Si capisce che volete dirgli stronzo di merda o il peggior insulto possibile, però lo state facendo usando la parola più tipicamente usata per insultare una persona non eterosessuale. Il linguaggio crea la realtà e voi state associando tale imbecille all’essere gay. Si può fare di meglio. Grazie.

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Un anniversario, una sentenza, una resistenza

Un anniversario

3 Gennaio 2008. Fundo Las Margaritas, comunità Yeupeco Vilcùn,  Aracaunìa, Cile.

Wallmapu, territorio mapuche, se la storia fosse dei popoli e non degli eserciti.

Matias Catrileo ha 24 anni. E’ uno studente di Agronomia all’Università di Temuco, dopo aver studiato per un po’ a Santiago. Matias pensava che la storia era dei popoli e non degli eserciti e voleva profondamente che il suo popolo tornasse ad autodeterminarsi, a ricostruire la propria nazione, “ad essere mapuche nella nostra terra”.

Per questo il 3 Gennaio Matias era nel Fundo Las Margaritas, partecipava alla riappropriazione delle terre sottratte ai mapuche ed ora di proprietà dei latifondisti.

Ci furono scontri con la polizia, lanci di pietre, qualche balla di fieno incendiata. La polizia, con un atto smisurato e innecessario – lo dicono perfino le sentenze – sparò sui manifestanti. Matias venne colpito con tre colpi di un mitragliatore Uzi che gli perforano i polmoni e lo portarono alla morte in pochi minuti. I manifestanti che erano con lui continuarono la ritirata portandosi dietro il corpo, per non lasciarlo nelle mani dei carabinieri, per evitare che venissero alterate le prove. A sparare fu il carabiniere Walter Ramirez, condannato a 3 anni e un giorno di libertà vigilata, il crimine era “violenza innecessaria con risultato di morte”.

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  • Santiago, Giugno 2014 –

Accanto alla storia di Matias Catrileo andrebbero raccontate quelle di  Jaime Mendoza Collío e di Alex Lemun, e troppe altre, in un tristissimo e lungo elenco. Storie fotocopia di un potere che occupa, uccide, se ne va via impunito. Storie che risalgono agli stessi anni, il 2008, il 2009.

Ma anche storie attuali, perché l’ultimo giovane che ha ricevuto 100 colpi e che ha subito 12 operazioni fino ad oggi, è stato aggredito poco prima di Natale ed è ancora ricoverato in ospedale. Un incidente, hanno detto. Brandon sta ancora lottando.

Una sentenza

Cordoba, Argentina. Il 27 Dicembre Ruben Leiva e Lucas Chavez, poliziotti cordobesi sono condannati all’ergastolo per l’uccisione di Fernando Pellico, 18 anni, detto Güere.

Luglio 2014. Güere e suo cugino Maximiliano Peralta stavano guardando una partita in casa di amici. E’ finita la coca cola per il fernet, e i due partono in motorino per andare a comprarla. Incontrano la pattuglia di Ruben Leiva e Lucas Chavez, che apre il fuoco contro di loro. Güere viene ucciso sul colpo, Maximiliano viene ferito a una gamba, arrestato e per alcune ore trattenuto con il divieto di comunicare con l’esterno. L’ennesimo caso di gatillo facil di Cordoba.

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  • Fonte: https://www.facebook.com/holamafia/

Due anni dopo, due poliziotti pagheranno. Ma sarà sempre infinitamente poco, sarà sempre terribilmente inutile, perché c’era un diciottenne, labbra assetate di vita e vento in faccia su un motorino, che solcava la notte. E ora c’è solo il vuoto.

Una resistenza 

Oggi 3 Gennaio diventano 12 i giorni di sciopero della Machi Francisca Linconao, 59 anni, autorità ancestrale e spirituale del popolo mapuche.

Machi Francisca si trova in custodia da nove mesi, accusata di aver partecipato all’uccisione di Luchsinger e Mackay,  marito e moglie, morti in un incendio nel latifondo di cui erano proprietari.

La lotta della Machi Francisca, che è il ponte tra la dimensione spirituale e materiale per il popolo mapuche, nonché la massima autorità per quanto riguarda la salute, si è scagliato contro le grandi imprese forestali, riuscendo ad evitare che venissero tagliati illegalmente alcuni alberi in una zona di raccolta di piante medicinali utilizzate in cerimonie spirituali e di cura. “Per la prima volta una donna ha fermato lo stato cileno”, dice il sito di informazione mapuche Mapuexpress.

La richiesta è quella degli arresti domiciliari, sia perché è ancora in attesa di una sentenza, sia perché , secondo la cosmovisione mapuche è necessario per la sua sopravvivenza che sia vicina al rewe, il luogo a cui appartiene il suo spirito,

L’ostacolo principale a che questo avvenga sta nel fatto che la machi Francisca sta venendo giudicata secondo la legge “Antiterrorista” e non secondo il procedimento ordinario, per il quale le è stata già concessa la possibilità di attendere la sentenza ai domiciliari.

La legge antiterrorista, infatti, prevede la misura carceraria preventiva, per quanto esponenti degli organismi dei diritti umani, come Enrique Morales, medico della Commisione dei Diritti Umani del Collegio Medico, sostengano che non si possa applicare la legge antiterrorismo ogni volta che vi sia un conflitto tra il popolo mapuche e lo stato cileno, poiché si tratta di una protesta sociale.

 La mobilitazione in sostegno alla Machi Francisca sta diventanto sempre più impellente ed imponente: organizzazioni dei diritti umani, attivisti mapuche, attiviste femministe e lesbofemministe cilene e latinoamericane stanno cercando di diffondere la solidarietà e farle attraversare i confini dello stato cileno.

In particolare la Rete di radiofoniste femministe e lesbofemministe “estende l’appello a continuare le azioni di sorellanza e solidarietà, attivando le reti e partecipando a questa trasmissione radiofonica che renderà visibili le cause della detenzione di un’autorità ancestrale e di altri comuneros mapuche, con particolare enfasi per la situazione di violenza istituzionale contro le donne nel Wallmapu (territorio mapuche)”.

La giornata radiofonica può essere ascoltata a questo link radiokurruf.wordpress.com e sarà ritrasmessa su varie emittenti radiofoniche, tra cui Radio Onda Rossa.  

(Maggiori informazioni qui -> http://www.mapuexpress.org/?p=14790)

 

 

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Luchìn. Aprire le gabbie dell’ingiustizia.

11 Settembre 2016, 43esimo anniversario del golpe nel Cile di Salvador Allende.

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(fonte: bbc.com)

Quest’anno è dedicato, su queste pagine, a Victor Jara e al suo bimbo Luchìn. Complice, felicemente, la nuova versione che Ana Tijoux, rapper, femminista, compagna e tante altre meraviglie, ha fatto uscire proprio pochi giorni fa.

Victor Jara non ha bisogno di grandi presentazioni, la sua musica e la sua vita hanno attraversato dolcemente l’oceano. Figlio di un contadino e di una donna con ascendenze mapuche, cresce ascoltando le canzoni popolari cantate da sua madre, intorno ai fuochi nel poblado. Cantautore, musicista, poeta, è membro del Partito Comunista Cileno.

La mattina del golpe Victor è all’Università e lì viene fatto prigioniero insieme ad altri studenti e docenti. I prigionieri vengono portati nel poi tristemente famoso Estadio de Chile e, dopo essere stato torturato, viene ucciso, le sue canzoni bandite.

Nel 2003, durante le commemorazioni del golpe, viene dedicato a Victor Jara lo stadio che fu teatro della sua morte.

In un paese, come il Cile, ancora così diviso sulla sua storia, ancora incapace di punire i colpevoli e assicurare giustizia, l’esempio di Victor Jara rimane presente. E respira.

Non è la morte che rende immortale il cantante ma la sua musica, la sua militanza, il contenuto politico e sociale delle sue canzoni.

Luchìn parla di un bambino che Victor e la moglie Joan conobbero in seguito ad un’esondazione del fiume Mapocho, fatto che mise in pericolo le vite dei bambini e delle famiglie del poblado di Barrancas, attuale Pudahuel.

Per rispondere all’emergenza, si decise di far rifugiare le famiglie all’interno delle sedi universitarie. Una di queste era la facoltà di Danza, dove lavorava Joan, la moglie di Victor. Quello sembra essere un momento rivelatore, in cui entrano in contatto mondi così diversi, come quello dell’università e quello dei poblados.

Luchìn, in particolare, era un bimbo di circa un anno, molto piccolo e denutrito per la sua età. Era coperto di fango e giocava con un pallone di stracci. Il suo arrivo colpì moltissimo i Jara e una loro collega e amica, Eugenia Arrieta, detta la Quena. Luchìn era malato di pleurite, la sua famiglia era molto povera e aveva come unico oggetto di valore il cavallo citato nella canzone. Luchìn venne curato, sfamato durante quell’emergenza e venne poi adottato dalla Quena.

 

 

Ma Luchìn è diventato, soprattutto, un simbolo. Il simbolo delle genti dei poblados, classi popolari poverissime, quelle che si sfamavano cucinando insieme la olla comun, la pentola comune, a cui ognuno contribuiva mettendo una cipolla, una patata o una manciata di pomodori.

Luchìn, nella versione e nel video di Ana Tijoux è il simbolo dell’ingiustizia, della disuaglianza, dell’oppressione e dello sfruttamento.

Perché, come sempre, la musica di Ana Tijoux non è solo memoria, ma anche soffio sulla brace, perché il fuoco delle lotte sociali non si spenga, perché non esistano più Luchin.

A noi, tutte, il compito di aprire le gabbie.

“Si hay niños como Luchín
que comen tierra y gusanos
abramos todas las jaulas
pa’ que vuelen como pájaros”

“Se ci sono bambini come Luchìn, che mangiano terra e insetti, apriamo tutte le gabbie, perché volino come passeri”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uno cade, mille si alzeranno.

Felipe, la mia guida durante il “Free City Tour di Santiago” raccontava ad interessat* turist* che i mapuche vivono a Sud, con i loro vestiti tipici e la loro cultura. Che quasi mai vengono in città.

I mapuche sono in città e più precisamente sono sotto il palazzo della Moneda, perché il 1 di Ottobre José Mauricio Quintriqueo Huaiquimil è stato investito ed ucciso da un trattore durante l’occupazione pacifica di un terreno, terra ancestrale che il popolo mapuche stava tentando di riprendersi.

Lo stesso giorno viene convocata una manifestazione sotto La Moneda e queste sono le immagini di quel pomeriggio. Ad accoglierli la solita brutale violenza poliziesca, a contrastare le forze dell’ordine e la loro arroganza la rabbia, il dolore, e la determinazione del popolo mapuche.

Cariche, idranti ed una ventina di persone ferite ed arrestate.

La terra è dei mapuche e mai si arrenderanno. “Mai la farete finita con il nostro popolo”, urla un’anziana signora ai carabinieri schierati che poi la malmeneranno, “uno cade mille si rialzeranno”.

E intanto la repressione si sposta poi sui territori.

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Il governo cileno invia forze speciali nella regione di Arauco. La Arauco che cantava Violeta Parra.

“Arauco tiene una pena más negra que su chamal
ya no son los españoles los que les hacen llorar
hoy son los propios chilenos los que les quitan su pan
levántate Pailahuán”

“Arauco ha un dolore, più nera del suo chamal (indumento mapuche)
non sono più gli spagnoli quelli che li fanno piangere
oggi sono i cileni che gli tolgono il loro pane
Alzati Pailahuán”

Ma che freddo fa….

Alla domanda “Que tal está Iquique?” la donna seduta acanto a Don Mauricio risponde “Gelato”.

Un passo indietro. Don Mauricio non so esattamente chi è, è venuto a prendere una donna con cui ho fatto amicizia nel viaggio, grazie ad uno scambio di posti ed agli occhietti sorridenti di Fernando, suo figlio di circa un annetto. Mi accompagnano loro verso l’ostello dopo che li ho aiutati con i bagagli, o meglio il trasloco.

Dicevamo che la risposta è che Iquique è gelato. Confermano, quando entro all’ostello-scuola di surf (malauguratamente nessuno degli ospiti corrisponde allo stereotipo del surfista; ma dove sono gli stereotipi quando servono?). Confermano, dicevamo: sono i giorni più freddi dell’anno. Sono in maglietta, è l’una di notte ed in effetti dopo una mezz’oretta in terrazza è meglio mettere una felpa. Gelato.

Iquique è una specie di sosta per cambiare i cavalli, per avvicinare Puno a Santiago, per accorciare le distanze di questo immenso continente, dove in un paese, come il caso del Cile, può essere contemporaneamente primavera inoltrata, onde che si infrangono sulle tavole dei surfisti, e rigido inverno, in quello che descrivono come l’incantevole sud, dove gli spagnoli faticarono ad avventurarsi; forieri di civiltà, esportatori di progresso, dovettero arrendersi al clima inospitale ed alla resistenza mapuche.

Cambia il paesaggio risalendo il Cile lungo la costa; sembra di avanzare in una lingua di terra, a ponente il Pacifico e la costa rocciosa, a levante il deserto e le sue montagne. Questo paesaggio, con qualche variazione, mi accompagnerà fino ad Iquique.

II deserto

A principio la terra è scura, nera la costa, neri i cerros; arida e desertica, in lontananza il paesaggio umano fa pensare alla mineria, con i suoi impianti di raffinazione dei metalli, di scarico di scarti di lavorazione. Avrei voluto fare almeno due tappe in questa zona, Antonfagasta, per la guerra del Pacifico, con la quale la Bolivia perse l’accesso al mare, e Chuqicamata, dove ci sono le miniere.

Il Pacifico

Il Cile è il maggior esportatore di rame, proveniente dalle zone che un tempo erano boliviane. Le miniere sono importanti per l’economia del paese, ma ciò che mi fa desiderare questa deviazione, che non farò, sono, di nuovo i racconti del Ché.

È qui che avviene l’episodio rappresentato ne “I diari della motocicletta”, quando il Ché scaglia una pietra contro i caporali. Nei suoi appunti scrive di “una bellezza senza grazia, imponente e glaciale”, non indifferente alle “vite dei poveri eroi dimenticati di questa battaglia, in cui muoiono miseramente fra le mille trappole che la natura tende in difesa dei propri tesori, senza altro ideale che non sia ottenere il pane quotidiano”.

La guerra del Pacifico, e la seguente ridefinizione dei confini, invece, continuano ad essere centrali nella costruzione identitaria e politica dei cittadini di entrambi i paesi e nel rapporto tra loro.

A Casa del tio Pancho, lo choffer guaranì che venne a prendermi a Santa Cruz, lo diceva la porta. “Diritto al mare”, c’era scritto, sul legno di una casa autocostruita nella rurale Gutierrez.

In Cile ne parla per primo Felipe, la già citata guida del Free City Tour; ammette che non corre buon sangue col popolo boliviano, sostiene che “loro ancora portano risentimento per quella storia del mare”, e lo fa con l’arroganza tipica dei forti con deboli. Racconta ai turisti che da tempo vanno avanti le trattative tra i due governi, che secondo lui il governo cileno tratta per tenere buono quello boliviano ma che mai si arriverà a cedere il mare.

Rafael, che conosco in ostello e con cui vado a pranzo al mercato di Iquique, ribadisce che il Cile è un paese diviso e che questa è la versione della destra, dei pinochetisti. Secondo lui, e la gente di sinistra, va restituito il mare alla Bolivia, vanno riconosciute le proprie responsabilità e riparate le proprie colpe. Non riesco ad immaginare, però, gli abitanti di questa ipotetica “salida al mar” diventare improvvisamente boliviani, poveri e discriminati come purtroppo avviene, tanto in Cile quanto in Argentina.

Il mare di Iquique, invece, è il mare dei surfisti. È bassa stagione, e vedo forse un Iquique più vera. Passeggiare per le sue strade vuol dire poter scegliere il paesaggio: voltando la testa da un lato si opta per le montagne ed il deserto, dall’altro per il mare. Gioco a perdermi e finisco vicino al porto, attraverso la strada per scattare qualche foto al mare, alle spalle dei venditori di pesce, che provano a vendermi la loro mercanzia. “No”, li interrompe uno di loro, “viene a fotografare gli uccelli”. Oltrepasso i banchi del pesce e li vedo, gli uccelli. Sono tantissimi, sono pellicani dal becco lungo e striato. Accanto a loro prendono il sole un paio di leoni marini. Mi sembra di essere al circo o allo zoo, non qui, a due passi dalla strada e dai grattacieli.

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La natura meravigliosa e terribile, qui dove l’ultimo terremoto è di pochi mesi fa. A Iquique, come a Santiago, le parole raccontano le sfumature e la normalità della terra che trema. C’è l’allerta tsunami, e l’allarme, più grave, quindici minuti per raggiungere il cerro. C’è il terremoto, ed il “temblor”, il tremore, suo fratello minore meno spaventoso e più comune. Faccio a tempo a sentirne uno poco prima di lasciare Iquique. Non ci facciamo mancare niente.

Se di Valparaiso mi era piaciuta il suo non essere imbellettata ad Iquique questo vale ancor di più. A parte la piazza centrale, tirata a lucido, il resto sono costruzioni in legno, dalla pittura scrostata o scolorita, come una maglietta preferita, lavata troppe volte e quindi stinta, anche se qui, ad onor del vero, non piove mai.

A volte le costruzioni ricordano delle navi, per via delle piante che ricordano la prua, delle finestre e delle porte che ricordano quelle di una barca, dei balconi che ricordano il ponte di una nave.

Nel mio ostello vivono un paio di argentini, qualche cileno ed una colombiana. Tania ed il suo ragazzo sono in viaggio da qualche mese, hanno comprato una macchina e stanno conoscendo il Cile; poi andranno verso il Perù, tutto lungo la costa, fino a Cartagena, casa di lei. Lei lavora in un ristorante, lui nel l’ostello e così proseguono il viaggio. Tania mi regala un quaderno, fatto a mano, dove hanno trascritto poesie sudamericane. “Antologia di poesia errante”, l’hanno chiamata. C’è Chester, supposto esperto della vita e dalla burla altezzosa e Santiago, bersagliato dal fuoco incrociato del suddetto Chester, e della “negra”, responsabile portorichegna, che dissimula così ben altri intenti. C’è il già citato Rafael, skate sottobraccio mentre passeggiamo per la città. Lavora in una pompa di benzina, ma è appassionato di storia. Mi parla della “urbis eterna”, della Pompei descritta da Plinio il vecchio, di Concepcion, di come venne conquistata ed attaccata dai mapuche. Di come Pedro de Valdivia rapì il figlio di uno dei Cacique, le autorità indigene, per minacciare i mapuche. Di come quest’ultimo divenne stalliere, perse la paura di questi esseri “mezzi uomini, mezzi cavalli” ed imparò l’arte della guerra. Di come torno tra la sua gente e preparò un’offensiva e sferrò un attacco agli spagnoli. Di come vennero sconfitti e giustiziati: impiccati, squartati. Ricorda i nome dei casique che organizzarono la resistenza agli spagnoli, Caupolican, Lautaro, Colocolo, di cui oggi le strade di Concepcion portano il nome. “La storia è lì”, dice, “ma nascosta”. Racconta di come venne ucciso Pedro de Valdivia, quando si spinse a sud alla ricerca dell’oro. Oro che gli venne fatto ingoiare, fuso, per saziare per sempre la sua sete di ricchezza, la sua avidità, la sua ingordigia.

Mi accompagna all’autobus, io in taxi, lui in skate. E quando sto per salire sul taxi inizia a cantare “No se va, no se va, no se va….”. Sono basita, la melodia è quella famosa di un coro di tifosi ma com’è possibile? Mi assicura che non gliel’ho raccontato, che non ha letto semenella dal pc dell’ostello. Ormai sono diventata così zen e fiduciosa in degli improbabili piani di un imperscrutabile destino che la prendo come una piccola magia, un soffio di poesia, un filo, tenuto tra la punta delle dita e lanciato in aria, dove si srotola lentamente. Ogni curva un pezzo del cammino, sconosciuto ciò che vi si nasconde dietro ma indissolubilmente inscritto nel medesimo cammino.

…y volverà…

Santiago, sole e cordillera, vento freddo e vino caldo. Non t’ho capita, Santiago, al principio. Mi hai forse spaventata, immensa e affollata, passi veloci e incuranti calpestando le tue ampie strade. Alienante,
de-umanizzante, vite che si sfiorano senza mai toccarsi, le emozioni inghiottite dal lavoro. Loculi le case, centinaia di persone nel “mismo” edificio, il portiere che non ti riconosce dopo cinque mesi, tre ascensori per edificio. La lavanderia a gettoni nell’ultimo piano, non c’è spazio per lavatrici e stendini. L’ora di punta, farsi spingere giù dalla metro per non esserne intrappolati, la carta di credito come chiave di una fittizia cassaforte, il timore diffuso di essere derubati, “occhio alle tue cose”, gli sguardi diffidenti verso chi cerca un’informazione. La carta d’identità per entrare in università, il libro degli ospiti per tutelare la sicurezza dei residenti, la palestra dell’edificio, le case fredde perché il riscaldamento non è previsto da nessuna parte, la rete wifi gratis in metro. Dieci ore di lavoro, più un paio per gli spostamenti, gli straordinari non pagati, l’alba, letteralmente, in ufficio, il fine settimana troppo breve per restituire una vita rubata. Schiavi del capitale, l’affanno della sussistenza, l’assenza dell’essenza della vita.

Non ti potrei amare, Santiago bella, anche se il sole sulla cordillera innevata mi fa tremare, anche se la tua storia è la mia storia, come quella di ogni luogo bagnato dal sangue dei compagni. Non ti ho voluto amare, Santiago mia, non voglio amare più perché mi prosciugano gli abbandoni, nonostante i semi che germogliano sotto pelle.
Ma “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce” ed un giorno qualunque, all’improvviso, mi sei scoppiata nel cuore.

Un tempo nel motivo della mia vita si inscrissero kairos e kronos, tempo interiore e tempo esteriore, oggi mi chiedo se non esista anche un topos geografico ed uno emotivo. Se i luoghi non siano dentro, oltre che fuori. Ero già in viaggio, Santiago querida, ero già in volo verso la mia vita, tra le mura delle mie fortezze, verso case che non so più in che modo mi appartengano e verso quelle che non mi apparteranno più o forse davvero non mi sono appartenute mai. È fatta di scelte la vita, beati quelli che sanno ancora farne, io non ne so fare più.

“Que tal tu dia?” mi chiede Carmen quando arrivo al Clinic. “Llegué a Santiago”, le dico. È stato allora che t’ho amato Santiago. Quando ho imboccato calle Maipu, ed il paesaggio umano e sociale è cambiato. Le strade che tornano ad essere fatte per essere vissute, si restringono, si colorano di graffiti, raccontano le storie delle case antiche che resistono alla riqualificazione ed alla speculazione. “Esta casa no se vende”, dice un cartello all’ingresso dell'”Espacio Cultural Gargola”, caffetteria, esposizione d’arte e spazio di aggregazione del Barrio Yungai. Qui si intrecciano storie, vite, progetti. Uno psicologo e la sua compagna parlano con il gestore, che restaura mobili che vende poi qui, qualcuno interviene dai tavoli vicini, come in una grande casa. Lo psicologo racconta del suo lavoro con adolescenti con problemi con le sostanze, i ragazzi che si sono uniti raccontano del loro progetto di cicloturismo, mentre io bevo un te’, tra le altre cose, al mango e disegno. Da un annetto hanno creato il Bicitur Yungay, pedalata per il quartiere alla scoperta dei murales che lo caratterizzano. Così come lo caratterizza il fatto che i vicini siano per lo più contenti e che nessuno si azzardi a rovinarli con scritte o affissioni varie.

Bicitur Yungay - friend version

Bicitur Yungay – friend version

Lorena e Julio organizzano queste passeggiate, raccontano dei murales, del loro contenuto politico, si tratti di mapuche o di donne e diritti riproduttivi, della simbologia, la versione ufficiale, per l’altra Julio pedala via. Ma non solo. Col tempo hanno creato rapporti con e tra i writers, si uniscono e collaborano con gli artisti, cercano di creare reti, legami tra di loro e con il quartiere. Il tour è per contributo volontario, perché non si vuole “discriminare nessun portafoglio” e parte del ricavato viene destinato agli artisti per l’acquisto del materiale, perché non si vuole “capitalizzare” i graffiti ed i loro esecutori. Casa loro (perché alla fine non ho fatto il tour ufficiale, ma ho trovato degli amici) è una specie di piazza che affaccia sulla piazza, piante alle finestre e gatti che si scaldano al sole. Ci sono sette gatti tra casa loro e quelle dei vicini, quei buoni vicini di un tempo, di cui si ha una copia delle chiavi di casa e a cui si può chiedere una cipolla o un po’ di sale. Ci sono le bici per il tour, incluse quelle con seggiolini per i bambini per garantire l’accessibilità anche alle famiglie. Ci passano i writers, a pranzo con i loro bimbi, gli amici che hanno una serigrafia istantanea, che organizzano laboratori e fanno stampe, istantanee, appunto, durante i cortei.

Lola - sullo sfondo il ilogo del Bicitur Yungay

Ma siamo ancora all’espacio Gargola, deve ancora arrivare Rosario, attivista del quartiere, della Junta Vecinal, principale promotrice del riconoscimento del quartiere come patrimonio culturale. Ci racconta del museo che stanno finendo di realizzare, del tour a piedi che fa lei, non indirizzato ai turisti, delle decine di tesisti e ricercatori che li visitano, della geografia sociale ed umana del barrio, delle feste che organizzano e che riempiono le strade. Del protagonismo dei vicini, della comunità che è il barrio, dei legami tra le persone, che fanno impiegare un’ora per comprare il pane, perché le strade sono luogo di incontro, di sosta, di socialità. Le piazze, dice, sono importanti per il quartiere, la gente le vive, le abita, le esige.

Espacio Cultural Gargola

Lascio questo luogo con i piedi leggeri, il contatto del Bicitur Yungay, un nuovo piano di viaggio. Pensavo di andar via Domenica, ma Lunedì voglio fare il tour e Martedì c’è la Marcha Estudiantil. Mercoledì voglio fare una cena per ringraziare tutte e tutti, Giovedì Andrés vuole portarmi sulla neve. E non ho nemmeno il tempo di sedermi a pensare ed ipotizzare un piano di viaggio, e poi Lorena mi propone di andare a fare tessuti e Domenica c’è una fiera delle pulci dei ciclisti, i writers faranno graffiti sui silos dove nel mentre c’è una gara di arrampicata.

E poi c’è la Santiago di notte, il “terremoto”, vino con gelato, granatina e qualcos’altro che non ricordo, il Borgogna, vino e fragole, Estela e le feste elettroniche, il the Clinic, bar di un giornale satirico che sbeffeggia la politica, il Tunnel, ex strip-club, che ha ancora il pavimento a quadretti luminosi ed i pali nel dancefloor; un gruppo di freaks che suonano “bella ciao”, lasciandosi correggere le note stonate (?), un albero su cui arrampicarsi in Plaza Brasil, la Piojera, i bicchieri allineati e la damigiana che innaffia il bancone.

L’affetto, gratuito e sostanzialmente immotivato, quello della cazuela di Miño, l’alba cantando Nicola di Bari con Rodrigo, entusiasta della sua nuova “prima” italiana, lui che la Sardegna, terra delle sue radici, non l’ha ancora mai vista. La piscola, diventata Pisco-sour, prima di mille accortezze di altri tempi. Gonzalo, che ancora non ho capito che c’entro con la Carrà, Carmen anche se sfuggente, Coni, il tempo ritrovato, per condividere pezzi di se’, e costruirne altri.

E così ti abbandono, Santiago mia querida, in tre ad accompagnarmi all’autobus, il cuore impazzito per l’intera giornata, l’ansia ad accompagnarmi in questa calda giornata, finalmente, d’autunno.

Non sono stata turista, Santiago, come tu fossi un’avventura di una notte, e nemmeno viajera, una tappa avventurosa nel mezzo del cammino. Sei stata mia, Santiago, ti ho trovato, ho assaggiato il sapore della vita con te, l’energia e le idee che scorrono in te e da cui avrei bevuto. Mi sono vista li, assetata per essere dissetata, innamorata per essere amata.

“Y no se va, no se va….”, mi cantavano. “Y volverá, volverá…”, ho risposto io. La strada scorre sotto di me, Santiago è già lontana. Santiago maledetta, che mi metti di fronte a una doppia despedida. Il viaggio prosegue, di nuovo cassetti all’aria, come rientrare a casa dopo un furto. E sedersi sul letto, guardarsi allo specchio e sentirsi un po’ vuoti. Un po’ soli, per l’assenza di ciò che hanno rubato, di ciò che non c’è più. Soli, come solo si può essere per rimettere ordine. Altre cose verranno, ma prima di tutto il silenzio.

Che stavi cercando di dirmi, Santiago, che dovrei riniziare da te? Che dovrei riniziare e basta? O che per riniziare non bisogna partire, ma restare?

Miéntras exista miseria, habrá rebeldía…

Splende il sole questa mattina a Santiago e finalmente l’aria è calda, ancor di più si scalderà nel corso della giornata.
Il concentramento è alle 10 in Plaza Italia, come d’abitudine. Anche il percorso, mi dicono, è abbastanza comune. Dalla piazza si risalirà la Alameda, si passerà di fronte alla Moneda e si arriverà alla calle Echaurren. Il percorso è autorizzato; nella piazza, dicono gli organizzatori, ci sarà “un acto”, un evento per il quale verrà allestito uno scenario, cose così. A leggerlo dai giornali, tutto sembra molto tranquillo.

Una delle prime immagini in piazza, invece, è di un giornalista con caschetto e maschera antigas appesi allo zaino. I numeri sono bassi, secondo uno studente universitario. Mi dice che normalmente la piazza è completamente piena così come il parco. Un elemento in più per pensare che sarà tutto tranquillo. Inizio a scattare qualche foto, mi dice di fare occhio, dai balconi dei grattacieli fanno foto per identificare i manifestanti. Gli dico che sono di passaggio qui, che ho più timori rispetto alla manifestazione, mi dice che sarà tranquilla, cioè, disturbi ce ne saranno, sempre ce ne sono, ma non sembra preoccupato.

Iniziano a comporsi gli spezzoni, tra i quali quello della Confech, Cordinamento degli studenti universitari, quello dell’Aces e del Cones, organizzazioni studentesche delle scuole superiori. C’è il Colegio de profesores, i funzionari del ministero dell’Istruzione, i lavoratori dell’istruzione, ma anche il Transantiago, i lavoratori del trasporto pubblico, che domani sarà al centro di una giornata di azioni e di autoriduzioni. Ci sono gli striscioni per una Patagonia libera dalle centrali idroelettriche, perché proprio oggi verrà discusso (e rifiutato) il progetto HidroAysén, uno (dei molti) che prevede la costruzione di centrali energetiche altamente invasive, che implicano devastazione dell’ambiente e dispersione dei popoli originari che vi risiedono.

C’è una murga (suppongo), una scimmietta di peluche con un fazzoletto rosso, un bandierone lunghissimo sotto cui marciano tanti ragazzi e ragazze; la composizione è eterogenea, i numeri ballerini. Tra gli 80 mila ed i 100 mila partecipanti, secondo gli organizzatori, 45 mila secondo le forze dell’ordine.

La marcia è la seconda dell’anno, contro la Riforma educativa di Michelle Bachelet, la accusa degli studenti è duplice: da un lato, averla costruita senza consultare gli attori del mondo dell’istruzione, studenti in primis, e dall’altro di essere, minima, priva di veri contenuti. Gli striscioni dicono che finché si tratterà del solito modello, imbellettato alla bell’e meglio, non ci sarà tregua per il governo. Quello che vogliono gli studenti è un sistema pubblico, gratuito, e che tale diritto sia garantito costituzionalmente. Quello che propone la Bachelet è che le Università che ricevono finanziamenti pubblici facciano meno selezione tra i propri studenti. Resta in piedi tutto il resto: un’università costosa, divisa per classi, che costringe giovanissimi a lavorare e studiare, e giovani a pagare debiti ingenti. Non sono parole, sono le vite dei cileni che frequento, Coni, che ricorda come il periodo più rilassato della sua vita sia stato quello in cui studiava senza lavorare, sono la quotidianità che si fa pesante, quando, durante una cena tra amici qualcuno dice di aver scoperto che il rimborso delle tasse non arriverà, perché hanno iniziato a scalarti il debito dell’Università.

Il corteo sfila tranquillo, arriva davanti alla Moneda. Due ragazzi stanno attaccando un cartello. Chiedo che cosa rappresenti la foto, è un documentario, che uscirà a Luglio, sulla cultura prima del golpe, in particolar modo sui libri, il loro costo e la loro diffusione. Sono studenti anche loro, sono guide, certezze, serenità, per me.La foto rappresenta un rogo di libri proibiti, dei numerosi avvenuti durante la dittatura; lunga la lista dei libri proibiti che avevo visto nel museo della memoria. I giovani documentaristi mi raccontanto che prima del golpe il Cile era il paese dove si leggeva di piú, mentre oggi i libri sono tra i piú cari; che si marciava con i libri in mano, con “Il Manifesto”, oggi si marcia con il whiskey e le birre. Piú numeri che consapevolezza, spesso, sostengono. Molta disorganizzazione, nella preparazione e nelle azioni. Chiedo che cosa pensano della marcia di oggi, sono un po’ ossessionata dalla necessitá di prefigurarmi scenari e capire come comportarmi. Mi avevano detto che gli scontri sono al fondo, piccoli gruppi che si staccano dal corteo. Confermano, mi dicono che saranno alla fine del corteo. Mi fanno vedere un edificio in lontananza, lí finisce il corteo, tra circa cinque minuti. Dico che avevo letto dell’atto e che mi sembrava sarebbe stata tranquilla, dicono che l’atto alla fine non si fa mai e che tranquilla é tranquilla. Proseguiamo, manca poco, ma ora sono serena. Inoltre i miei accompagnatori hanno con sé l’attrezzatura e questo mi rassicura sulla posizione defilata che assumeremo. Ma mi sbaglio.

All’incrocio tra la Alameda e calle Latorre inizia a cambiare qualcosa. Un gruppo di compagni e compagne deve essere già in fondo alla via laterale, stazioniamo un po’ nell’angolo accanto ad un uomo con occhiali da sole e zainetto da montagna. Un “sapo”, un infiltrato che, indubbiamente, sa fare male il proprio lavoro. Ugualmente poco discreto e mal mimetizzato un suo collega, divenuto spiacevolmente famoso nel corso della giornata. Infastidito dai tentativi innocui di cacciarlo dal corteo, ha reagito estraendo una pistola e inseguendo un manifestante. Questo al nostro angolo, invece, viene fotografato, perché subodori di essere stato riconosciuto, mentre circola la voce tra i manifestanti. Siamo nelle retrovie, iniziano a calare giù alcune capuchas, mentre una fila di uomini fa ordinatamente pipì vicino ad un muro. Proseguiamo dritti verso gli sbirri, un po’ di compagnx stanno retrocedendo, non a mani vuote.

Il mio accompagnatore, che chiameremo Feluco, come la mascotte dei mondiali, cosí giusto per essere attuali, mi dice che al momento la strategia poliziesca è quella della distanza, si evita il corpo, a corpo, si reprime da lontano.

Sorpassiamo anche gli sbirri e ci mettiamo alle loro spalle. Da qui vediamo partire la prima carica, ci sono due guanacos, idranti della grandezza di un pullman, completamente rivestiti da grate ed uno per i gas, mezzo dal dubbio design che diffonde acqua e lacrimogeni. Partono verso i manifestanti che rispondono e retrocedono. Torniamo indietro, verso il nostro angolo. Nello slargo dove dei ragazzi facevano pipì, ora c’è un ragazzo a terra, circondato da personale della Croce Rossa. La situazione è tranquilla, ma l’aria è acre per i lacrimogeni. Hanno un altro sapore quaggiù, sanno più di urticante, bruciano la trachea e gli occhi, come se ce li si strofinasse dopo aver spezzettato un peperoncino. Ma siamo ancora nell’angolo, mentre si ricompone, imponente, lo schieramento delle forze dell’ordine. All’improvviso siamo nel posto sbagliato e quando iniziano a volare le prime pietre, che atterrano non troppo lontano da noi, ci muoviamo. I disordini, in generale, sono appunto molto disordinati. I gruppi vengono dispersi e gli scontri si spostano spezzettandosi.

Proseguiamo sull’alameda; un cestino arde alla fermata del bus mentre per le strade ancora si aggira gente che va a lavoro o per i fatti suoi, ma che è comunque estranea alla marcia. Tutto prosegue, nessuno ha paura, si ride.

Le strade iniziano ad essere chiuse con transenne e piccole barricate infuocate. Arriva un lanciagas, al centro della strada, nello spartitraffico, e la gente avvisa i compagnx che lo costringono a retrocedere tra le urla di approvazione di tutti i presenti. Lui spara il suo gas ma fa retromarcia.

Si attacca e si difende la strada anche dall’altro lato della piazzetta, davanti alla Chiesa. Ci avviciniamo ad un’altra piccola barricata in fiamme, che oltrepassiamo. Iniziano ad avanzare i mezzi alle nostre spalle, spazzano via le transenne e avanzano ancora. Non corriamo fino a che il guanaco ed il suo getto non ci convincono a farlo. Svoltiamo in una strada laterale, il guanaco prosegue dritto e per un attimo ci sentiamo al sicuro. “Vienen los pacos!”, urlano. Stanno caricando dal fondo della strada in cui abbiamo svoltato. A piedi.

Sono circa le tre di pomeriggio e l’aria cambia un po’. Non è più l’ora della distanza, è l’ora degli arresti arbitrari, delle manganellate gratuite, utili a sfogare i pacos e necessari perché i giornali possano titolare “90 arresti”, all’indomani.

Quando parte la carica non scappiamo via ma camminiamo (relativamente) sereni verso gli sbirri. La gente si allinea alla parete, dichiarando estraneità con il proprio corpo stretto a quello degli altri, e con la propria schiena incollata al muro o alla porta di un negozio; ciò nonostante afferrano un ragazzo, molto giovane e lo portano via, mentre un’attivista dei diritti umani gli chiede il suo nome. È imponente e rutinario il servizio medico-legale di assistenza. Il livello dello scontro è alto, se una manifestazione di 100 mila persone con annessi incidenti viene considerata piccola dai suoi partecipanti ed i giornali scrivono che si è conclusa “senza maggiori incidenti”. Piccolezze, minuzie. Feluco scatta foto per documentare l’arresto, proseguiamo, altri fermi stanno facendo per le strade. Alle nostre spalle avanzano i mezzi, gli sbirri a piedi ci invitano a proseguire, alle loro spalle, un guanaco spegne ciò che resta di una barricata.

La marcia è finita, defluiamo verso la stazione centrale. Nuovamente, in lontananza, si vedono i mezzi dei pacos. Chiedo che succede e Feluco mi spiega che è normale, sempre gli incidenti proseguono davanti a questa facoltà, che è “La” statale, nel mezzo delle decine di private.

La gente è assiepata sui cancelli della stazione a guardare lo spettacolo. Gli studenti e le studentesse sono barricate nell’università, i pacos fuori con i loro mezzi. Cimitero di sedie davanti all’entrata, che vengono lanciate ai pacos, poi riprese e riutilizzate per barricare il cancello. Cani, tanti cani, che abbaiano ai mezzi, saltano a bocca aperta verso il getto d’acqua. I compagnx di tanto in tanto escono ed attaccano i mezzi, poi rientrano. C’è molto sostegno, in questa fase, fuori. Il problema, per gli sbirri, è questo. “Pacos culiado”, un equivalente di “Sbirri merde” è la frase più ascoltata del giorno, l’odio verso di loro è generalizzato, profondo. Così si trovano costretti a fronteggiare pure i sostenitori esterni, i solidali o simpatizzanti, o semplici spettatori. Qualcuno è attivo e ricevono pietre da entrambe le parti. Allora si compattano ed avanzano verso lo spartitraffico per intimare ai curiosi di andarsene, cosa che avviene mentre altri giovanissimi li bersagliano. Si chiudono a testuggine, sollevano gli scudi mentre il pubblico dà il suo giudizio ai lanci, come fosse una partita di baseball. Troppo corto, troppo lungo, riprovaci ancora. I guanacos lanciano il loro getto anche da questa parte, innaffiando malcapitati autobus, taxi ed auto private. Gli scontri proseguono anche sul fianco dell’università, qualcosa brucia fuori e i pacos caricano e vengono caricati anche da li. L’aria si riempie di nuovo di gas, si svuotano le recinzioni della stazione, tutti risalgono verso l’altra entrata sputando e tossendo. Qualcuno maledice l’uomo dei limoni, dov’è quando serve? Quando l’aria si fa più respirabile si torna alle recinzioni e si continua a guardare. Un autobus si ferma per far scendere i passeggeri, in un momento ben animato. “Noooo!” Si dispera la gente “spostati” gli urlano. È unanime la reazione, è eterogenea la composizione del pubblico. Appare l’uomo dei limoni, 200 pesos, carissimi. Si comprano lo stesso, per il gas a venire. Intanto la polizia sta diventando nervosa, un paio di carabineros girano per la stazione, controllano zaini, invitano ad uscire, allontanano dalle recinzioni e dall’angolo; iniziano a chiudere il lato della strada su cui affaccia l’università, immagino sia per preparare l’ultima offensiva.

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Quando ripasso di qua tutto è sereno, pulito. La stazione del metro è aperta. Santiago, che non si è mai fermata davvero, è tornata la solita di sempre.

Santiago è la solita di sempre, perché frequenti sono gli scontri, perché l’odio alle forze di polizia è esteso e generalizzato, perché la repressione non ha fatto paura nemmeno ai tempi della dittatura, perché gli scontri si sono fatti anche durante la messa del Papa, perché si sono fatti anche Venerdì dopo la partita del mondiale, vinta.

È un’attitudine nello stare in strada, è una certa identificazione dei propri nemici, o forse, come dice il titolo di un documentario, “Miéntras exista miseria, habrá rebeldía…”

La Storia

Sono spaesata, in questo primo giorno a Santiago, e così mi lascio convincere a partecipare al Free City Tour, in mezzo a gringos turisti. Una passeggiata per il centro, con una guida che racconta la storia della città.
Ma come ho fatto a dimenticare che la storia sarebbe stata quella dei vincitori? Interessante, come sempre, ascoltare il discorso dominante ma l’indignazione non mi permette di reggere molto.

E’ una storia romantica, secondo la guida, quella che porta alla fondazione della capitale cilena. Pedro de Valdivia si innamorò di Inés Sùarez ma entrambi erano sposati e così decidono di abbandonare il Perù per andare ad esplorare il sud del continente, impresa a cui tutti avevano rinunciato, per sfuggire alle autorità che avrebbero condannato il loro amore. Giungono così nella valle dove sorge oggi Santiago del Cile, terra fertile e facilmente difendibile. Il tour parte dalla Piazza d’armi, dove venivano custodite le armi che più volte dovettero essere usate per difendere la nuova città dalle incursioni dei Mapuche. Racconta che Inés era una donna dal carattere forte, che taglio la testa a dei prigioneri Mapuche e che gli indigeni rimasero sorpresi da tanta crudeltà.

Non c’è condanna per la violenza della conquista spagnola, né accenni a chi abitasse prima questi luoghi. I Mapuche sono un popolo ancora esistente, se andate verso il Sud potete vederli ancora, con i vestiti tipici. Ancora c’è un contenzioso con lo stato, ammette, ancora c’è discriminazione. Questo è quanto, la complessità della storia riconfenzionata in modo da essere facilmente digeribile.

Passiamo davanti al museo della cultura pre-colombina, “il più bello di Santiago”, secondo lui, interessante per capire chi abitasse questi luoghi prima dell’arrivo degli spagnoli. Sono tanti i popoli originari, ammette ma la versione edulcorata non permette di andare più a fondo.

Ora ci dirigiamo alla Moneda, sono titubante, forse vorrei farlo da sola. Ma sono curiosa di sentire che cosa racconterà, poi voglio fargli qualche domanda sull’11 Settembre, quello in cui gli yankee sono criminali e non vittime. In realtà poi non dico nulla, la mia faccia è tra il basito e l’indignata, tanto che Felipe, così si chiama la guida-attore che ci è capitata, non si stupisce affatto quando dico che abbandono il tour.

Il palazzo della Moneda sorge in Piazza della Costituzione, e quindi Felipe attacca con l’indipendenza dalla corona spagnola. Poi l’11 Settembre. Tutti, qui, sembrano voler mettere le mani avanti. Prima di parlare del golpe, il bombardamento, il regime, bisogna contestualizzare, capire la situazione socio-economica, il contesto, appunto, per il quale si arrivo a quello che si arrivò. Continua a suonare stonato, come se si dovesse descrivere la Germania pre-nazista prima di parlare dei campi di concentramento. “Non è per giustificare, in nessuna misura, quello che è successo”, tuonano i dossier dei Comitati per la Verità. Comunque, la versione di Felipe è che la situazione era veramente difficile, c’era fame, molta gente scendeva in strada, e violentemente, per la fame, mancava tutto, davvero era insostenibile. “Qualcuno dice che si arrivò a quello si arrivò per resposabilità della CIA”, dice Felipe, sottolinea che gli aerei che bombardarono la Moneda erano cileni e che il Kalashnikov con cui si suicidò Allende era quello che gli aveva regalato “il suo amico” Fidel.

Il golpe è nelle mie letture da adolescente, nei romanzi di Isabel Allende, nella descrizione dei tentativi statunitensi di destabilizzare il governo, di rendere impossibile la vita al popolo, dell’esilio e la ricerca di protezione nelle ambasciate, nelle torture e il tentativo di rimanere umani scrivendo mentalmente storie, delle torture nello stadio, nell’ultimo discorso di Salvador Allende ai cileni.

Plaza de la Constituciòn è asettica, una statua di Salvador Allende in un angolo, protezioni, carabinieri e una ragazza che si sistema i capelli per una foto davanti alla Moneda. Nessun segno, nessun memoriale, nemmeno una targa ricorda quella mattina di Settembre.

Foto ricordo sfocata e i miei soliti problemi con lo zoom

Foto ricordo sfocata e i miei soliti problemi con lo zoom

Vorrei entrare, mi avvicino ai Carabineros che presidiano l’ingresso. Mi dicono che le visite sono solo di Domenica, che comunque si può visitare solo il patio. Per maggiori informazioni, fare il giro dell’isolato ed andare all’accesso sul retro, che poi sembra quello davanti, visto che affaccia su una della Avenidas principali di Santiago. Faccio il giro, altri sbirri, altri pre-filtraggi ma c’è gente in coda. Mi avvicino a un carabineros e gli chiedo delle visite, dove posso trovare maggiori informazioni sul palazzo….prima sembra che non ci siano informazioni da darmi, poi partiamo dall’ovvio, ovvero che quello è il palazzo del governo. Poi, finalmente, mi racconta la storia dell’edificio, le parti danneggiate dal bombardamento. Io faccio domande intelligenti, tipo quando è avvenuta la ricostruzione, tipo sorpresa che non l’avessero lasciato così com’era, in ricordo del Golpe. E certo perché Pinocho voleva avere la casa semidistrutta perché quarant’anni dopo un’ingenua idiota potesse vedere come avevano ridotto il palazzo.

Siparietti a parte, poco a poco, inizio a comprendere le lacerazioni ed i tabù intorno a quel tragico ventennio. Marcos, in Argentina, mi aveva preannunciato che il Cile è un paese spaccato, ancora in parte nostalgico, mai davvero giunto ad una lettura comune, ed unanime, di quegli anni. Ancora ci si può dire pinochetisti, ancora non si c’è timore nel prendere una posizione netta e ci nasconde dietro una sorta di equidistanza, si dice che bisogna guardare avanti, ma che sì, certamente, non deve risuccedere “nunca màs”. Il carabiniere dice di essere di centro-sinistra, che comunque un cambio secondo lui, in quell’epoca era necessario. Che alla sua famiglia, che era di destra, non arrivavano i pacchi di cibo, che invece al vicino comunista sì arrivavano. Che i sopravvissuti ancora faticano a parlare delle torture subite, e spesso sento dire che quasi ogni famiglia ha un membro che ha subito la repressione. Mi dice che non è possibile che il Palazzo della Moneda sia un luogo della memoria, che ce ne sono tanti in giro per Santiago ed il Cile, tanti come i luoghi in cui la violenza, le sparizioni, le torture, le fucilazioni furono effettuate. Ci sono targhe e memoriali davanti a Villa Grimaldi, nella Calle Londres 38, nello stadio Victor Jara, c’è il museo della Memoria e dei diritti umani.

Quest’ultimo, all’inizio, mi sembra nuovamente imbellettato e privato del suo potenziale terrifico. Ma quando oltrepasso i dossier dei Comitati per la verità e la giustizia e le foto che ricordano tutti i genocidi del mondo, l’allestimento smette di essere “Nazioni Unite” e organismi internazionali di pace e riconciliazione e racconta la storia.

Prima di tutto, i fatti. I giornali dell’epoca, che dichiarano l’avvenuto colpo di stato, che denunciano che è stato sventato un attentato dei marxisti che avrebbe fatto migliaia di morti, che dà conoscenza delle prime esecuzioni sommarie, decise dal Tribunale militare. La cronaca e le immagini di quell’undici settembre, la piazza presa dai soldati, Allende che esce a salutare i pochi accorsi, l’ultima volta che si vedrà vivo. L’ultimatum dei golpisti, l’ingresso nella piazza dei tank e le prime mitragliate sul palazzo. La gente che accorre, che scappa quando inizia l’offensiva. I giornalisti che si rifugiano nell’hotel, la loro stanza, da cui ancora trasmettono presa di mira dalle pallottole. Tutti miracolosamente illesi. L’arrivo degli aerei, l’incendio, la bandiera che prende fuoco, si rompe e vola via.

Poi, i disegni dei bambini. Che chiedono lavoro, pane e libertà, che disegnano cortei e cartelli che dicono “Adonde estàn?” oppure “Se va a caer”, dalle parole di un coro; chiedono, se gli si chiede che desiderio esprimerebbero, che se ne vada Pinocho, che torni il papà o un altro familiare, che ci sia lavoro e non ci sia tanta disuguaglianza in Cile. In alcuni casi è chiara la fede politica familiare, perché si chiamano Ernesto, Fidel, Vladimiro.

Ci sono i video sulle risposte collettive alla fame ed alla povertà, i pobladores che festeggiano Natale e Pasqua per i bambini, che organizzano giochi e piccoli regali. La “olla popular”, “pentola popolare”, ognuno porta qualcosa mentre le donne intervistate dichiarano che solo con l’unione si può far fronte alla situazione. I blitz nei poblados, gli uomini rastrellati, le testimonianze dei bambini, che raccontano del senso di impotenza e della voglia di tirare pietre. Le interviste ai passanti, “terribile”, dichiarano in molti. Una signora imbellettata, invece, candidamente, dissente. “Ci sono le armi”, dice, “bisogna fermarli”, sostiene. La visita di Giovanni Paolo II, che dice che l’amore deve vincere su tutto, mentre esplodono gli scontri nel parco dove si erano assiepate migliaia di persone. L’attentato a Pinochet, le dichiarazioni che dà subito dopo, mostrando la mano fasciata. Parla di ingerenze statunitensi, dell’attentato come dimostrazione della necessità di contrastare il terrorismo. Le testimonianze delle torture, un errore di traduzione fa sì che in inglese la donna, che sta raccontando che torturavano lei ed il suo compagno alternativamente, obbligandoli ad assistere, dica che solo dopo si rese conto di essere un’altra vittima della tortura. Ma la donna non dice questo, dice che solo dopo si rese conto di essere stata un altro “strumento” di tortura. La torturano davanti al suo compagno, di modo che egli possa assistere, impotente. E la donna è torturata ma il suo dolore, il suo corpo è lo strumento attraverso cui torturare il suo uomo. La “parrilla”, la “griglia”, così chiamavano i letti di ferro, senza materassi, sui quali stendevano le vittime prima di applicare la corrente elettrica, e dopo averli cosparsi d’acqua, perché conducesse meglio la scarica. Ci sono i disegni e le lettere che i bambini mandavano ai genitori in carcere, e viceversa, i ciondoli fatti con monete, pezzi di osso ricavati dal cibo, molliche di pane colorate. C’è la campagna per il referendum, i cartelli ed i volantini del sì e del no. C’è il video di una ragazza, a cui un poliziotto spara a distanza ravvicinata nel mezzo di una manifestazione, e poi spara un paio di colpi in aria, per impedire ai suoi compagni di avvicinarsi.

C’è la storia di Rodrigo Rojas Denegri e di Carmen Olga Quintana, fermati dalla polizia, brutalmente malmenati, cosparsi di benzina e bruciati in strada. Dopo mezz’ora li avvolgono in delle coperte e li portano sulle sponde di un fiume, dove li abbandonano. Carmen miracolosamente sopravvive, Rodrigo muore dopo pochi giorni per le ferite. Le testimonianze dicono che i due chiedessero di essere uccisi, per l’enorme sofferenza. E’ il 1986, sono i giorni di un grande sciopero nazionale, si inasprisce l’opposizione al regime. La versione ufficiale del governo è che gli sono esplose le bombe molotov che trasportavano. C’è un video di un corteo, forse proprio il funerale di Rodrigo, si grida il suo nome, lo si dice presente. “Quien lo matò?”, gridano i compagni, “El fascismo”, rispondono. “Quien harà justicia?”, chiedono. “El pueblo”, rispondono. Sono brividi, e lacrime.

Gli stessi brividi che ho sentito a Còrdoba, nel centralissimo Museo della Memoria. Il Centro di detenzione clandestina è nella piazza centrale della città, accanto alla Cattedrale, ed è proprio di questi giorni la sentenza che riconosce la complicità della chiesa alla dittatura. La gente cammina rapida, verso gli uffici o i negozi, così come doveva accadere quegli anni, mentre qualcuno si accalcava alle porte per chiedere notizie dei suoi cari.

82 casse di fotografie di indagati, arrestati, torturati, dispersi, giustiziati.

Alcuni prigionieri sono fotografati all’inizio della detenzione, negli occhi a volte l’angoscia, a volte la fierezza e la determinazione. Nelle foto successive, spesso, si intuiscono le torture, la desolazione, un rassegnato, intenso, dolore. A volte vi si legge sgomento, terrore. I figli, che spesso hanno conosciuto i propri genitori solo attraverso le foto ed i racconti, parlano in un video. Una donna descrive la foto di sua madre, le spalle curve, i capelli spettinati, ben diversa da come appare nelle foto di famiglia. È detenuta da un paio di giorni, la faccia è sofferente. Un uomo racconta di suo padre, che, nella foto, ha un sorriso beffardo. Non e’ la prima volta che lo arrestano, la tragedia privata diventa storia collettiva. Una stanza ricorda le donne incinte, alcune uccise con i figli che portavano in grembo. In Cile si ricordano anche coloro che lo divennero per gli stupri subiti. C’è la stanza degli oggetti, per restituire identità sottratte, insieme alla vita. Ci sono album che raccontano storie, uno lo scrive una compagna, raccontando la clandestinità, il parto e la fuga dall’ospedale, la detenzione del compagno, le visite al carcere della suocera e del bambino, mentre lei attendeva in un bar.

A Santiago è l’imponente quantità del materiale presentato ad emozionare, a Córdoba sono i luoghi stessi. Tutto è avvenuto qui dentro, lo dicono i muri, ancora visibili i fori delle pallottole. Sono queste le panche su cui raccontano i superstiti di aver passato le ore, questi luoghi sono ritratti nelle foto dei prigionieri bendati. Le loro parole descrivono gli spazi, tre gradini, quattro passi e la svolta a sinistra, le scale su cui si inciampava, bendati, mentre si veniva condotti e condotte nella stanza dell’affogamento.

È densa l’atmosfera, come se si fossero condensati qui tutti quei giorni e se li si prova ad ascoltare, riemergono. Come quando suona la campana, mentre si sta uscendo nel patio, la stessa che sentivano loro, che gli permetteva di ubicarsi nello spazio e nel tempo. O quando si scende in una stanza sotterranea ed è prepotente la voglia di fuggire via. Nel patio ci sono le celle, sui muri, incisi con le unghia o con qualche mezzo di fortuna il proprio nome o una straziante supplica, un inascoltato grido di aiuto.

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Siamo fatti di memoria, ma di una memoria che prende posizione, che non perdona e che inchioda i colpevoli ai loro crimini. I fascismi vanno estirpati tutti, sempre dovunque. Il fascismo non é un’opinione, é odio ed esclusione.