Hanno ucciso tutti!

Ci sono alcuni eventi che lasciano un’orma indelebile a partire dal modo in cui viene registrato nella memoria l’istante in cui accadono o si vengono a sapere.

Si tratta di eventi personali, spesso tragici, o storici, spesso altrettanto. In tanti ricordano esattamente cosa stavano facendo quel pomeriggio dell’11 Settembre. Io mangiavo Nutella in ginocchio sulla sedia del tavolo della cucina con i libri davanti e la tv accesa. Addolcendomi lo studio, probabilmente. In ogni caso questo ricordo non mi causa nessuna particolare emozione. Altre generazioni, altri ricordi. Il sequestro Moro, il terremoto dell’Irpinia del ’80, la strage di Capaci. Questo il patrimonio cultural-televisivo della mia famiglia, ad esempio.

La mattina del 15 Aprile, invece, ancora mi mette un misto di angoscia, impotenza e solitudine.

Groningen, studentato occupato, nel senso di abitato, da erasmus. E’ mattina, siamo svegli da poco, tra la stanchezza di poche ore di sonno dormite e l’imperativo morale di non sprecare neanche un minuto di una giornata di vacanza, né per chi ha l’onere di ospitare né per chi è in visita.

Arriva come un fulmine, come solo un fratello maggiore a digiuno di qualsivoglia forma di attivismo può fare. “Ah, hanno rapito un cooperante italiano a Gaza”.

Senti il tempo che si ferma, almeno per te. Per me, in quel momento, ci sarebbe stata solo da annullare la giornata e sedersi davanti al pc a seguire gli aggiornamenti. Ma come si spiega a qualcuno che una persona che non hai mai conosciuto, che non hai mai nemmeno incontrato  la senti come un fratello? Come spiegare l’apprensione che ti senti addosso e le lacrime che le sue parole ti hanno strappato, tanto da costringerti a chiudere il libro? Non ne sono stata capace e la giornata è trascorsa quindi come sospesa, tra passeggiate in bicicletta e mulini a vento.

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O forse la memoria mi inganna. Non ritrovo il momento in cui ho saputo che Vik era stato giustiziato. Forse li fondo insieme e li confondo. Risfoglio di nuovo, oggi, il suo “Restiamo Umani”, comprato durante una commovente proiezione di “To shoot an elephant”, girato durante l’Operazione Piombo Fuso.

Lo risfoglio perché penso che il senso di queste morti possa essere solo nella memoria che ne coltiviamo. “In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo e purché un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi”. Impugno il libro, 3 Gennaio 2009.

“Ieri (venerdì, ndr) Israele ha aperto il valico di Herez per far evacuare tutti gli stranieri presenti a Gaza. Noi, internazionali della Ism, siamo gli unici a essere rimasti. Abbiamo risposto oggi (ieri, ndr) tramite una conferenza stampa al governo israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non muoverci da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo massacro, e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti dottori e infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi. Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come testimoni oculari dei crimini contro l’inerme popolazione civile ora per ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i dispersi. Settantatré, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite. Anche ieri un’ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due dottori del campo profughi di Jabalia erano morti colpiti in pieno da un missile sparato da un Apache.

Personalmente, non mi muovo da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono”.

Neanche la morte, né dei palestinesi, né di Vik spezza il filo della solidarietà e della lotta fianco a fianco. Né il tempo la memoria.

E sarà pure retorica, ma senza quella, rimane solo il dolore.

A Vittorio Arrigoni – Ibrahim Nasrallah

Hanno ucciso tutti

Hanno ucciso tutti

hanno ucciso tutti i minareti

e le dolci campane

uccise le pianure e la spiaggia snella

ucciso l’amore e i destrieri tutti, hanno ucciso il nitrito.

Per te sia buono il mattino.

Non ti hanno conosciuto

non ti hanno conosciuto fiume straripante di gigli

e bellezza di un tralcio sulla porta del giorno

e delicato stillare di corda

e canto di fiumi, di fiori e di amore bello.

Per te sia buono il mattino.

Non hanno conosciuto un paese che vola su ala di farfalla

e il richiamo di una coppia di uccelli all’alba lontana

e una bambina triste

per un sogno semplice e buono

che un caccia ha scaraventato nella terra dell’impossibile.

Per te sia buono il mattino.

No, loro non hanno amato la terra che tu hai amato

intontiti da alberi e ruscelli sopra gli alberi

non hanno visto i fiori sopravvissuti al bombardamento

che gioiosi traboccano e svettano come palme.

Non hanno conosciuto Gerusalemme … la Galilea

nei loro cuori non c’è appuntamento con un’onda e una poesia

con i soli di dio nell’uva di Hebron,

non sono innamorati degli alberi con cui tu hai parlato

non hanno conosciuto la luna che tu hai abbracciato

non hanno custodito la speranza che tu hai accarezzato

la loro notte non si espone al sole

alla nobile gioia.

Che cosa diremo a questo sole che attraversa i nostri nomi?

Che cosa diremo al nostro mare?

Che cosa diremo a noi stessi? Ai nostri piccoli?

Alla nostra lunga dura notte?

Dormi! Tutta questa morte basta

a farli morire tutti di vergogna e di sconcezza.

Dormi bel bambino.

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L’amore ai tempi del Reader’s Digest

Mi sono imbattuta per la prima volta nella storia di Elizabeth Barret Browning da bambina, quando inquieta e curiosa mettevo mani ovunque, trovando chissà dove vecchi libri di un nonno mai conosciuto. Era abbonato al Reader’s Digest, una rivista mensile nordamericana poi tradotta in molte lingue, che ogni tanto pubblicava anche dei libri con racconti di vario genere. Il tema principale era il dramma e la commozione; storie sulla prima trasfusione di sangue della storia, sul terremoto che incendiò San Francisco nel 1906 o dell’uomo che rimase otto giorni seppellito sotto una valanga.

Elizabeth Barret Browning era lì, in mezzo ad avventure tragiche e a romantiche storie di amore, era lì, “stesa sul divano d’una camera al primo piano di Wimpole Street”. Il racconto, breve e desueto, nel lessico e nella cultura che esprime, la descrive come una zitella dalla salute fragile e dall’animo rassegnato. Una nota e stimata poetessa, senza dubbio, devota, o forse sarebbe meglio dire succube, di un padre despota. Remissiva aveva accettato tutte le sue imposizioni e si era rifugiata nella sua prigione di cristallo a scrivere poesie ed aspettare la morte.

Inattesa, nel Gennaio del 1845 arriva nella casa di Londra, dalla quale non usciva più per via della malattia che le aveva colpito polmoni e spina dorsale all’età di quindici anni, una lettera di un ancora poco conosciuto Robert Barrett, poeta anch’egli.

Elizabeth Barring e Rober Browning – Fonte wikimedia.org

Con il compassato linguaggio consentito dall’epoca vittoriana in cui vivevano, i due si scrissero per circa un anno, per un totale di 573 lettere d’amore. Nell’anno in cui durò la loro corrispondenza Elizabeth riprese poco alla volta le forze, iniziò ad alzarsi dal divano, a scendere al piano di sotto della sua abitazione e ad incontrare l’innamorato poeta. Arrivò in estate perfino ad uscire di casa e ad andare a passeggiare al Regent’s Park.

Il 10 Settembre scrive a Robert Browning: “Questa sera è stato emesso un decreto”. Il padre ha deciso che è il momento di abbandonare la casa di Wimpole Street perché possano essere eseguiti lavori di ammodernamento. In gran fretta Robert la convince e prepara il matrimonio; Elizabeth esce di casa con la sua cameriera Wilson il 12 Settembre con la scusa di andare a far visita ad un’amica e raggiunge la Chiesa dove l’attende Robert. Per strada si sente male, la cameriera è costretta a comprare i sali in una vicina farmacia. Rientra a casa spossata quella sera Elizabeth, ormai Barret Browning. Una settimana dopo, il 19 Settembre, Elizabeth, recuperate le forze, scende per l’ultima volta le scale della casa di Wimpole Street. Gli anni in cui viaggiano per l’Europa – Parigi, Pisa, Venezia, Firenze, Roma – sono i più felici per la coppia che ha anche un bambino, Pen.

Elizabeth muore nel 1861 a Firenze, in seguito ad un’ultima fatale bronchite, tra le braccia di Robert Browning a cui aveva consegnato, poco tempo prima, una raccolta di poesie che vennero poi pubblicate con il titolo “Sonetti dal Portoghese”.

Il racconto terminava con una poesia di Elizabeth Barret Browning, “la più bella poesia d’amore che sia mai stata scritta da una donna in inglese”, concludono gli autori del saggio.

Quella poesia, a distanza di una quindicina d’anni, è ancora impressa nella mia memoria ed ogni tanto torna a trovarmi. Nessun amore me ne è parso mai all’altezza forse perché solo all’amore, incorporeo e senza volto può essere dedicata.

L’ho recitata, con profondo imbarazzo, una domenica mattina di ritorno da qualcosa che pur non essendo amore ne ricordava, dopo tanto tempo, il profumo. Il sole aveva spinto le mie interlocutrici a passeggiate nei cimiteri monumentali ed io raccontavo del Cimitero degli Inglesi di Firenze, dove Elizabeth Barret Browning è seppellita e della sua storia di amore e morte, per complicità all’argomento “cimiteri”.

La tomba di Elizabeth Barrett Browning al Cimitero degli Inglesi, Firenze. Fonte: Tursimoletterario.com

Torno nella casa in cui sono stata bambina con il proposito di ricercare quei libri, quella storia, la mia storia dentro quella storia. Ma prima mi imbatto in un altro libro. Una raccolta di lettere d’amore, da Enrico VIII a Napoleone, da Garibaldi a Foscolo, e così via. Al suo interno, ovviamente, una lettera di Elizabeth a Robert Browning. Ritrovo il libro, ormai spaginato e ingiallito e rileggo il racconto. Lo scopro intriso di morale dell’Italia degli anni ’60 (l’edizione è del ’63) e mi domando quanto queste letture mi siano poi rimaste dentro e quanto per fortuna il percorso successivo sia riuscito a scardinarle.

Sulle labbra, però, ancora un lieve sapore amaro di delusione. Io forse dell’amore non ci ho ancora capito nulla, se non la necessità di ricoprirlo di teorie effimere e in fin dei conti inutili. Nauseata dal compassato e gelido mondo vittoriano e indispettita da quello costringente del Dopoguerra cerco ancora. E’ una ricerca spossante, anche quando solo teorica e letteraria. Infruttuosa e quindi deludente.

Cerco parole che siano risposte e riposo. E senza un motivo apparente torno a parole che ho ancora solo sfogliato, che non ho ancora davvero capito, sentito. A parte una frase, che mi ha rapito all’istante.

“Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente. Non solo la beatitudine si trova al di fuori del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita”.

Quando l’amore è un istante senza domande, è poesia che sospende il tempo. Quando l’amore è il senso ed è l’assenza del bisogno. Per ognuno di questi istanti, ad ogni sfumatura che essi prendono nella quieta frenesia dei giorni. Per ogni forma di amore e per ogni forma di bellezza. Per ogni istante senza tempo e per ogni emozione senza nome.

Come t’amo – Elizabeth Barrett Browning

Come t’amo? Lascia che ne conti i modi.
T’amo con la profondità con la vastità e l’altezza che l’anima mia può attingere
quando mi sento smarrita oltre i confini dell’Essere e della Grazia ideale.
E così t’amo, nelle più piccole cose d’ogni giorno, alla luce del sole e a quella delle candele.
T’amo liberamente come gli uomini che lottano per la Giustizia;
e puramente come quelli che rifuggono la lode.
T’amo con la passione che ponevo un tempo nelle pene e con la fede della fanciullezza.
T’amo con quell’amore che mi pareva perdere, con i santi che ho perduto
T’amo con il respiro,, i sorrisi, le lacrime di tutta la mia vita!
se Dio vorrà, T’amerò ancor di più dopo la morte.