El vinculo con el otro

Non esistono giorni uguali, o per lo meno così sembra. Ogni volta che ci si inizia ad abituare a qualcosa, qualcosa cambia. E tutto cambia, sempre, è così la vita.
Però oggi quello che cambia è che va via Flor. Ho faticato un po’ ad avvicinarmi a lei, non per colpa sua, e nemmeno mia, ma poi è bastato poco per avvicinarsi davvero.
Le cose che ci rendono differenti, probabilmente, sono più di quelle che ci rendono simili, ma le cose che ci rendono simili sono più profonde di quelle che ci rendono differenti. Siamo sognatrici, luchadoras e mujeres, forse mai avevo sentito tanto questa condizione comune. Forse perché ci siamo ad essere trovate ad essere donne qua, dove essere donna non è facile e, per noi, spesso incomprensibile.
Flor è una donna fragile e forte, professoressa di Lettere a scuola ed in carcere, suonatrice di tamburi in un gruppo di sole donne, cattolica, colta e intelligente, appassionata di cinema, di amore e di poesia. Quella della vita, intendo.
La prima sera che beviamo vino, a fine giornata, tutti insieme, è a Flor che tocca il brindisi, e il brindisi va per gli incontri. Perché per Flor quello che conta più di ogni altra cosa è l’altro, parla spesso del “vinculo con el otro” in classe, perché la società che sogna e prova a vivere è quella fatta insieme, nel compartir, nello scambio, nel seguire progetti e tentativi comuni. Conoscere Flor è scoprire un’altra strada per andare nello stesso posto. Insomma, io continuo ad essere convinta che la sua ad un certo punto si interrompe, però la stoffa è buona. Ovviamente, per lei potrebbe essere lo stesso.
La faccenda, però, è stata lunga e ha rischiato addirittura di diventare lacrimosa, perché i ragazzi hanno iniziato a salutarla ieri sera, con canti e discorsi, ed hanno proseguito oggi, con altrettanti canti e balli.
E questa gente così riservata ed al tempo stesso dolce, davvero va oltre le parole. Lo ha detto Maria Heléna nel suo discorso, “màs allà delle parole tante cose te le abbiamo dette con gli occhi” ed uno sguardo, in particolare, ha messo in difficoltà la mia impassibilità. Quello di Rosario, che non ti guarda negli occhi mai ma che fa tremare un po’ quando suona e canta, che io intercetto per sbaglio, e che sento, con tutto quello che voleva dirle e farle sentire.
La trufi arriva, iniziano i saluti. Beti è in classe con infermeria e quando Flor è già su arrivano correndo. Beti, le ragazze ed i ragazzi.
Non finisce qua, questo ci siamo promesse nel nostro scambio di bigliettini.
Que te vaya bien Florcita, porcellana e roccia pure tu.

Flor in partenza

Flor in partenza

Benito e Rosario cantano la canzone strappalacrime, che posterei se non avessi fatto il video al contrario

Benito e Rosario cantano la canzone strappalacrime, che posterei se non avessi fatto il video al contrario

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….oggi splende il sol

Continuano le lezioni di Salud Mental, oggi parleremo di Depressione, Mania e Bipolarismo. Perfetto, direi, visto che sono in pieno bipolarismo pure io. E i momenti di difficoltà, come arrivano, così se ne vanno.
Due cose mi hanno fatto cambiare umore, le lezioni con Attilio, una giornata bella con i ragazzi e con le ragazze. E, probabilmente, anche il ritorno del sole e del caldo.
Andiamo con ordine.
L’altra sera, a cena, gli uruguayani chiedono ad Attilio (che è un giovane medico italiano) come era andata la lezione e lui risponde che “bene, qualcuno magari si annoiava o si addormentava, ma è normale, stai parlando a 40 persone, qualcuno che si distrae ci sarà”. Insomma, le autocritiche precedenti valgono tutte, ma mi ha fatto pensare (e ridere) quello che in psicologia si chiama “processo di attribuzione causale”. Dove risiede la causa di un fatto? A chi si attribuisce il merito o la colpa di qualcosa? Evidentemente, io ho una noiosa attribuzione causale interna, Attilio esterna. E dove io ci rimango male, mi metto in discussione, anzi mi flagello direttamente, qualcun’altro può essere sereno e pacato. Non so se è una specie di “mal comune mezzo gaudio”, o forse un po’ di realismo e riconoscimento, a me stessa, dell’impegno e della dedizione che ci metto nelle cose che faccio. Le parole di Tarcisio, che dice che va bene, che loro ci sono grati a prescindere di quello che stiamo facendo, che per loro è interessante e se non dicono nulla non vuol dire che non apprezzino. E così, mi sono rasserenata un po’.
Ieri altra lezione, poi alla cancha. Il Giovedì è il giorno dello sport, e mentre i ragazzi giocavano, noi fanciulle, oltre a guardare la partita, cianavamo un po’. E io adoro quando ci si racconta. La domanda più frequente è se ho un ragazzo, se ho figli. Pare strano in questi luoghi non avere ancora famiglia a 27 anni. E noi gli raccontiamo di come funziona in Europa, o in Uruguay, che è comunque molto più “occidentale” di qua. All’inizio nemmeno a questo sapevo come rapportarmi. Come se raccontare la vita fuori potesse contaminare la loro cultura, che si tenta di preservare a gran fatica, con la paura di portare la modernità, da sempre, nell’immaginario, sinonimo di bruttezze morali. Poi si rifletteva dell’importanza di essere autentici e comunque, a prescindere, io non credo che si debba preservare una cultura, eliminando la possibilità di scegliere, di valutare alternative, di conoscere. E’ la conoscenza che rende liberi, è la scelta consapevole di prendersi cura, di preservare, di trasmettere una cultura che ne riconosce la ricchezza ed il valore. E quindi mi ritrovo a parlare del piercing, del mio taglio di capelli, della mia vita. E poi giochiamo a calcio. All’inizio decidiamo di giocare a porta libera, “portiere volante” forse si chiamava, ma quando mi rendo conto che nessuna la guarda proprio la porta finisco in porta. Lo so che il portiere lo fa sempre chi è troppo scarso per il resto, ma qui a “scarsaggine” ce la giocavamo proprio, e poi mi permetteva di fare colpi di testa (non letteralmente) e attraversare tutto il campo, ogni tanto. E di mettere pure un goal.
Mentre giocavano i ragazzi ho anche fatto delle foto, che la sera, dopo il film, abbiamo proiettato, insieme a quelle del sabato interculturale, della battaglia dei petos. Loro ridono, io mi emoziono un po’.
Flor parte Martedì, gli altri uruguay (che si chiamano Lalo e Beti, per dire) la settimana prossima ed ogni tanto mi viene la malinconia come se dovessi partire io.
Mi manca tanto della mia vita, in particolare gli abbracci alle persone che amo ed il tempo trascorso insieme, ballare, ridere e tornare a casa con la luce del giorno (eh, Mami, che ci vuoi fare…). Vaglielo a dire da ste parti che non ho nessuna intenzione di fare figli ora (e chissà se mai) perché mi piace vivere così. Ma nostalgie a parte, so che mi sto innamorando.
Dei tetti di paglia del salone, del cielo che è bellissimo pure quando non c’è il sole, dei visi, delle stelle e della luna che fa più luce dei lampioni, delle banane fritte, di tutte le cose nuove che scopro ogni giorno. E per me, che mi interrogo sempre sulla mia vita in circoli chiusi e abbastanza minoritari, è una bella sfida incontrare il mondo, o pezzi di mondo così diversi da me.
Il sole, per chiudere il cerchio, che la lezione già inizia.
Ha piovuto un bel po’ in questi giorni, il che tendenzialmente è un bene, perché manca sempre l’acqua ma in realtà è mancata pure quando pioveva. Ma faceva freschino e continuavo a rimandare una serie di cose, tipo andare a correre ed allenarmi e lavarmi i capelli, ovviamente senza phon.
Quindi ieri mattina decido di uscire a correre a prescindere, anche se il tempo minaccia pioggia. Arrivo a 50 metri da dove avrei iniziato a correre ed il cielo si apre e rovescia su di me tutti i suoi affanni. Provo a non lasciarmi intimorire ma è impossibile, quest’acqua bagna. Torno verso “casa”, correndo, a sto punto, affondando un po’ nel fango. E ormai, tutta bagnata, resta solo da infilarsi in doccia. Fredda ovviamente. Ma quando apro il rubinetto…niente! E quindi due bottiglie gelate giù per la schiena e si inizia la giornata.
A volte sì, della modernità si può fare a meno.

Con Gabriel, che ci ha chiesto foto come regalo di compleanno

Con Gabriel, che ci ha chiesto foto come regalo di compleanno

Di passioni e frustrazioni

Sapere una cosa non vuol dire saperla trasmettere. Saper insegnare…perché sembra manchino le parole? A me, poi, che ho sempre avuto il problema opposto. Parlare troppo, di tutto, non riuscire ad essere riservata anche quando lo vorrei. Invece, qua, è proprio un mondo che va alla rovescia. O sono io che sono tutta rimescolata. L’ho studiato che l’incerto spaventa, che la resistenza al cambiamento dipende dal fatto che è sempre più semplice rimanere in ciò che già c’è. Quello che sto cercando di dire è che forse c’è una connessione tra come sto e come lavoro. Oggi c’era la terza lezione di Salud Mental, la prima che davo da sola. E ne sono uscita devastata. So di essere ipercritica, e non solo con gli altri, e bisognosa di conferme. E quindi, sono consapevole del perché di questo momento di bajòn. Ma insomma, entro e parlo davanti a una quarantina di persone di storia della psichiatria. Sono le tre di pomeriggio, credo che la mia voce culli dolcemente quella sonnolenza che avverto intorno a me. Solo quando racconto di Marco Cavallo mi sembra di percepire un po’ di interesse e, forse, di curiosità. Probabilmente era il tema ad essere noioso, soprattutto se non si è mai sentito parlare di ospedali psichiatrici, di manicomi, dei trattamenti inumani che si riservavano storicamente ai pazienti, di come sia stato difficile arrivare a quello a cui si è arrivato oggi, in alcuni luoghi per lo meno. E’ difficile se qui, probabilmente, il “matto” non ha ricevuto tale crudele trattamento, ma è stato sempre accolto all’interno delle comunità. Cioè, immagino un “matto del villaggio”, un po’ strano ma comunque buono ed innocuo, come il “matto” di “Train de vie”, come il “matto” di Gutierrez, che di fatto incontriamo spesso. Ed è un signore di mezza età, che parla da solo, a volte canta, a volte urla. E spesso beve. Simpaticamente innocuo. Un po’ come il padre di Mauro, per farsi un’idea. Poi, che c’entra, non voglio nemmeno cadere nella retorica buonista, per la quale nelle comunità indigene è sempre tutto “meglio”. E, nonostante le differenze culturali, le specificità di luoghi e tempi, la malattia mentale è sempre apparsa, ovunque e sempre. Quindi, suppongo, che di schizofrenici gravi, con scoppi di ira, o di malati violenti ed aggressivi, ce ne siano stati. E probabilmente percosse e mezzi di contenzione saranno stati usati, anche solo a livello familiare. Lo dico perché l’ho sentito, perché l’altro giorno una ragazza a lezione raccontava di aver visto un caso, di un (od una, non ricordo) paziente legato al letto. Sto divagando, lo so, ma, se non si fosse capito, questo spazio non ha nessuna pretesa di coerenza o letterarietà, ma quello di essere un diario condiviso, in cui possa raccontare e sfogare quello che succede qui con chi è lontano dagli occhi ma non dal cuore. Inutile dire che mi piacerebbe fosse più condiviso, che potessi ogni tanto leggere che cosa ne pensa chi legge, o cosa accade a chi vorrei mi leggesse. Per chiudere questa lunga parentesi sulla psichiatria, da poco ho visto un film, “Lars e una ragazza tutta sua”. Un po’ malinconico, suscita sorrisi amari ed è la storia di un ragazzo un po’ bizzarro, molto riservato, con, apparentemente, poche relazioni sociali. E questa sua condizione fa crucciare sua cognata che è pure sua vicina di casa. Un giorno Lars annuncia di avere una fidanzata e nel giro di mezz’ora le due coppie si riuniscono per cenare insieme e conoscersi. Bianca, dice Lars, è straniera, molto religiosa e costretta su una sedia a rotelle. La coppia resterà, come lo spettatore, basita (F4) quando si scopre che Bianca è, in realtà, una bambola gonfiabile. Da questo momento in poi, non senza qualche esitazione, l’intera comunità inizia ad instaurare un rapporto con Bianca. La fanciulla va a messa, fa volontariato, trova un lavoretto per il pomeriggio, arriva perfino ad avere un “planning” settimanale appeso sulla porta del frigo in cucina. Questo genera anche qualche tensione di coppia. Stramba storia, improbabile come ogni favola, seppur moderna, deve essere ma……se così non fosse? La storia di Lars e Bianca racconta, con delicatezza, un mondo in cui la malattia mentale viene accolta. Se Lars ha la necessità di creare e vivere con Bianca, allora tutta la comunità accoglie ed accetta Bianca, senza paure né giudizi. E questo piccolo paesino, sperduto nel nulla, si riorganizza per accogliere i bisogni, i pensieri, i desideri, non di ognuno, ma nello specifico di chi più ne ha bisogno. E’ Marco Cavallo, improbabilmente ma necessariamente azzurro, che rompe le porte del manicomio, per tornare tra la gente. Se un cavallo azzurro è possibile allora è possibile anche la convivenza con la malattia mentale, non (o meglio non solo) di colui che la vive in prima persona, ma di tutta la comunità. Bene, se avessi parlato così, oggi pomeriggio, forse sarebbe stata un po’ meno noiosa. Forse sarei stata un po’ più me stessa, e niente come l’autenticità, è coinvolgente. Niente come la timidezza paralizza e rende incomprensibili ed incompresi. Ma di me, a sto punto, ne parliamo un’altra volta.

A caccia di petos

Il sabato è il giorno del lavoro. I ragazzi e le ragazze si riuniscono in assemblea e si dividono i compiti. Si puliscono le proprie stanze, gli spazi comuni, si raccoglie la legna per la cucina e l’immondizia, che poi verrà bruciata, si taglia il prato a colpi di machete. Ma l’attività che oggi mi interessava di più, oggi, era la caccia a los petos.
I petos sono una specie di vespe, ma ben più pericolose. Sembra che una loro puntura sia così velenosa da addormentare la parte colpita, da far sanguinare la pelle. Costruiscono le loro case sotto i tetti delle case, sul legno delle travi. I ragazzi e le ragazze sono abituati a distruggerne gli alveari, o come si chiamano, ma questa volta gli abbiamo chiesto noi di “disinfestare” un edificio chiuso.
Alcuni giorni fa Flor ha scoperto a che cosa è destinato quell’edificio, vale a dire una sala computer. Attualmente la sala computer è in un’aula dietro l’ufficio, ma noi l’abbiamo sempre vista chiusa. L’idea era di sistemare questa nuova aula e di trasportarci i computer. Questo sarà il nostro obiettivo per il fine settimana. C’è una canzone degli Afterhours che si chiama “Tarantella all’inazione”. Non so nemmeno di che parli, sono gli Afterhours che hanno già svestito il loro ruolo di malinconici compagni adolescenziali. Ma qui ogni tanto si combatte con l’inazione. O meglio, le cose qui hanno altri ritmi, altri processi, altri tempi. La sala di cui sto parlando è pronta da un anno y pico, dice Flor, ma forse è sempre mancato qualcuno che prendesse l’iniziativa o avesse tempo per farlo. Il primo passo, però, era la bonifica dell’aria. E quindi ieri abbiamo comprato della benzina ed i ragazzi e le ragazze hanno deciso oggi in assemblea chi si sarebbe occupato di questo. Due ragazzi, con la supervisione, a distanza, del ragazzo uruguayano, e gli spettatori (io e le due ragazze uruguayane) ad ancora maggiore distanza. Per proteggersi dalle punture si sono bardati, con molti strati di felpe, cappucci, occhiali o retine di protezione, guanti. Hanno poi preparato dei lunghi pali,alla cui sommità erano avvolti drappi di stoffa imbevuti di benzina. Il discorso era che, essendo molti i nidi di questi insetti, bisognava essere molto rapidi, per evitare che il fumo li facesse uscire ed attaccare. E, ovviamente, per ucciderne il più possibile. Tutti pronti, quindi, coperti e bardati, pali pronti, una lattina da cui proveniva la musica e via. Fuoco ai pali e si inizia a bruciare i nidi. Qualche e peto è volato fuori, ma il fumo deve averli tenuti lontani, i ragazzi corrono intorno alla casa e incendiano tutti i nidi. Nessun ferito tra i nostri. Domani dovremmo pulire un po’ e trasportare i pc. #staytuned.

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“Andábamos sin buscarnos pero sabiendo que andábamos para encontrarnos”

Non dare per scontato. Una frase fatta, perfetta per i buoni propositi dell’anno nuovo. Ma come si fa a non dare per scontato, quello che, appunto, scontato è?
Anni di studio, per scomodare la filosofia, e dire che guardiamo il mondo con degli occhiali, con delle lenti, che solo ci permettono di vedere certe cose e non altre; o il cognitivismo, l’uomo è organizzatore di conoscenza, quella conoscenza che gli permette di avere aspettative, che guidano l’organizzazione dei dati provenienti dal mondo esterno.
Poi, all’improvviso, questi occhiali funzionano davvero, ma è come se un vedente qualsiasi mettesse un paio di occhiali di un grave miope. Non solo non permettono di vedere meglio, anzi, peggiorano molto le cose. E già che di occhi si parla, partiamo dagli occhi. Flor, in una delle prime lezioni, sottolineava l’importanza di guardare negli occhi, quando si parla. Certo, per noialtri è sinonimo di assertività, di interesse, di curiosità e di accoglienza nei confronti degli altri. Ma se poi scopri che in alcune culture guardare negli occhi è segno di sfida, e che mai, per quanto rispetto possano portarti e per quanto personale possa diventare la conversazione, ti si guarderà negli occhi, come ti senti?
Un’idiota, ti senti. Che dopo anni di studi, di parole, di osservazione, e supposta capacità di poter comprendere “empaticamente”, e non solo, gli altri, non c’avevi capito proprio niente.
Culture e mediazioni, interculturalità, ma poi qualcuno te lo aveva mai detto quanto potevi sentirti spaesato? Forse no, nemmeno avrebbe mai potuto dirtelo.
Le giornate, qua, sono spesso un fragile equilibrio, tra i momenti in cui tutto sembra scivolare come i cardini di una porta appena oliata, e quelli in cui tocca fermarsi, e mettersi in discussione.
Oggi, ad esempio. Si parlava (da due giorni, ormai) di etica professionale.
Una premessa. La situazione, qua, è che la scuola è molto importante, riconosciuta, anche. Da organismi internazionali, tra l’altro. Ma di docenti che vengano a formare gratuitamente i ragazzi, non sembrano essercene poi molti. E quindi noi, giovani, inesperti e, (forse) pure un po’ incapaci, ci troviamo in questo ruolo. E decidiamo anche di svolgerlo in maniera “alternativa”. Quindi, perché fare lezioni in cui il docente parla ed i discenti ascoltino? No, noi si parte dalla pratica. Quindi rappresentiamo delle situazioni, su cui poi i ragazzi possano riflettere, possano intuire di che cosa vogliamo parlare, da lì poi tiriamo fuori i valori che guidano la condotta dell’essere umano, e a questo punto iniziamo a parlare dell’etica, delle norme che guidano il nostro agire. Ed il giorno dopo, finalmente, gli chiediamo di che cosa pensano che noi pretendiamo di star parlando. E loro, semplicemente, tacciono. E poi, in un secondo momento, confidenzialmente confessano di non aver capito minimamente che caspita volessimo. Non sono abituati a questo, che è ‘sto mistero? E diteci di che parleremo, dateci delle definizioni, fateci capire pure a noi. Ah, ecco. Scusate. I “professori” si rendono conto e ripartono dal via. E’ il suo bello, per carità, ma è anche illuminante. Il modo di fare lezione, l’interazione, la timidezza, la libertà di chiedere “non ho capito”, non sono scontate. Probabilmente sono consuetudini costruite culturalmente. Guido me lo dice più tardi quando siamo nella cancha ad aspettare l’inizio dei giochi. “Per noi è difficile”, sostiene, “dire non ho capito, chiedere di rispiegare. E se tu, non mi rispondessi? E se mi dicessi: “Rileggiti il tuo libro?” Io come mi sentirei?” Meglio tacere. Capiamoci, non voglio legittimare questo modo di agire (di chi potrebbe rispondere così, non dei ragazzi e delle ragazze) né dire che non proveremo mai più a lavorare in modo più deduttivo; si tratta di lavorare sul famoso “non dare per scontato”. In più, e questo te lo dicono subito quando arrivi in Bolivia, c’è un altro elemento, che loro non dicono e, per l’appunto, probabilmente, danno per scontato, c’è un fatto culturale. Il suggerimento, quando arrivi qua, è di chiedere più volte le indicazioni stradali. Insomma, le donne non sanno leggere le mappe stradali, gli uomini non chiedono indicazioni e i boliviani te le danno anche se non le sanno, per non scontentarti. Quindi funziona così, chiedi a più persone e poi fai una media. Stesso discorso per le distanze. Una cosa può essere molto lontana, o molto vicina, senza che tu ti sia minimamente spostata dal luogo in cui sei. La mia strategia, a quel punto, era diventata chiedere a quante cuadre, cioè isolati, si trovasse la mia destinazione. No, non funziona. A la Paz la stessa piazza era prima a una, poi a due, poi a tre quadre. Io nel mentre procedevo nella direzione indicata. Stesso discorso rispetto a dove poter prendere un mini. Il mini è una specie di taxi collettivo, da sei, otto persone. Fa un tragitto prestabilito, che è indicato con dei cartelli mobili sul parabrezza, ma con fermate a chiamata. Quando si vuole scendere si chiede (o si urla, a seconda di dove si sia seduti) che si sta per scendere, e lui si ferma. Dicevo, dei mini, che è controproducente chiedere se si prendono nel posto in cui si è. La risposta è, generalmente, sì. Quando ci si accorge che non passano di là, ci si sposta, si ridomanda e si riottiene la stessa risposta, si capisce che nel processo qualcosa non ha funzionato. Di preciso, la domanda. Non “lo prendo da qui?”, ma “da dove lo prendo?”, che non impedisce che la risposta sia “da qui”, ma per lo meno ne riduce la probabilità. Questa lunga parentesi (che qualcuno apprezzerà) per dire che qui non si vuole scontentare chi chiede. Deluderlo, perché non si sa la risposta. E in un atto di estrema gentilezza si risponde quello che colui che domanda vuole sentirsi rispondere. Non importa se non è vero. Io credo che questa attitudine abbia il suo peso nel rispondere sempre che si, si è capito quanto spiegato, e nel non mettere in discussione quello che si va spiegando e dicendo.
Le barriere culturali, crollano, all’improvviso, nel più banale dei modi, giocando.
Il buono di lavorare con una moderna gioventù francescana è che, a suon di campi scout, o qualcosa del genere, immagino, ne sanno tantissimo di animazione e, per l’appunto, giochi.
Il venerdì pomeriggio, a partire dalle cinque, si gioca. Nella cancha. Apro un’altra parentesi. Cancha è una parola che non avevo mai incontrato nella mia relazione sentimentale con lo spagnolo. La cancha sarebbe il campo da calcio dove giochiamo, che io, per errore, oggi ho chiamato chancha. E quando ho raggiunto la gioventù francescana, che non vedevo arrivare, gli ho detto che li avevo aspettati per un pezzo nella chancha, che sfortunatamente, è la femmina del maiale. L’immagine evocata era di me che aspettavo seduta su un maialetto. Misunderstanding a parte, è stato divertente. Il primo gioco consisteva nel cercare di far ridere la persona seduta alla tua destra, che doveva rimanere impassibile. Di per sé, una banalità. Ma quanti modi ci sono di ridere, di cercare di far ridere, di condividere insieme risate. Quanto è emozionante vedere i volti cambiare, le diverse espressività, quanto sono belli questi volti. Mi capita spesso di guardare i ragazzi e le ragazze, soffermarmi sui loro lineamenti, così diversi da quelli a cui sono abituata, e di trovarli bellissimi. Belli come le emozioni che mi stanno dando, come fotografie che vorrei scattare, con la consapevolezza che, nonostante a volte sia difficile, possa sentirmi sola o lontana da ciò che amo, le loro vite, senza saperlo e senza darmi niente in cambio, mi stanno dando tanto.
E dopo qualche giornata pesante, frustrazioni, senso di impotenza o di solitudine, questa notte vado a dormire serena, e contenta. Vado a dormire con in testa i loro volti e con il desiderio di poterli conoscere meglio. Non importa quanto io possa non comprendere di loro e loro di me, le risate che abbiamo condiviso oggi, le piccolissime parti di sé che danno, sono il senso. Dice la mia psicologia che quello che ci distingue dalle altre specie viventi è la possibilità di contemplare il bello e la condivisione di senso e significato con i nostri simili. Oggi queste due cose sono avvenute e io e la mia anima freak possiamo andare a dormire serene.

E forse quel che cerco neanche c’è… – cartoline da Potosì –

L’arrivo a Potosì è di mattina presto. Piove, fa freddo.

Maledico Nicco, che mi ha detto che un paio di leggins andavano bene. Siamo a 4000 metri, l’aria è rarefatta, il fiato corto. Cammino piano, in tasca le pillole magiche che mi ha dato Nicco per il soroche, il mal di altura.

Potosì è una tappa obbligata, lei è la storia della Bolivia, ai tempi Alto Perù, perché del Vicereame del Perù faceva parte.

Potosì benedetta, fonte di ricchezza, per le sue preziose miniere di argento. Potosì maledetta, per le sue crudeli miniere di argento, raccolto al prezzo della salute e della vita dagli indios e spedito ad abbellire le corti spagnole ed europee.

Eppure Potosí, la città più ricca dell’America Meridionale – vale un Potosí, si diceva – ora è decadente. Non c’è industria, non c’è lavoro, se non il commercio – nel quale i collas sono sorprendenti – e la miniera, che risucchia vite. Non solo perché, comunque, di miniera si può ancora morire ma perché dopo turni estenuanti (12 ore o più, unico alimento le foglie di coca) che cosa resta fuori?

Non parlano, i minatori, della vita fuori dalla miniera. Vi entrano giovanissimi, spesso si trovano lì nei giorni di festa, a bere insieme al Tío.

Carlos, la guida, ci spiega il significato della parola Tío, non come si potrebbe pensare “zio” o “tipo” ma Dio. La lingua quechua non ha la lettera “d” e così si è trasformata la parola.

Il giro turistico è impeccabile, si parte dal deposito, dove ci si veste con pantaloni e giacche impermeabili, stivali di gomma, caschetto e luce. Poi il mercato dei minatori, dove si può comprare acqua, succo di frutta, foglie di coca, dinamite o alcool potabile, come regalo per i minatori. Quest’ultimo non potrebbe avere nome più appropriato, perché ha il sapore dell’alcool puro, costa pochissimo e palesa abbastanza il problema dell’alcolismo.

La tappa successiva per i turisti occidentali mochileros è la raffineria.

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Carlos ci mostra i macchinari, i procedimenti per la lavorazione del materiale estratto. Le vene di minerali del “cerro rico”, il colle ricco, di Potosì si stanno esaurendo. Si raccolgono pietre con scarse quantità di minerale. I lavoratori sono organizzati in cooperative, che vuol dire che sono pure i datori di lavoro, che più minerale estraggono più guadagnano, che non possono smettere di lavorare, anche perché non c’è sicurezza sociale.  L’aspettativa di vita di un minatore e di circa 40 anni, in miniera si entra a 18 e si esce a 50.

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Siam pronti per l’ingresso in miniera. Il percorso è ben studiato. I primi 100-150 metri sono in piano, abbastanza vicini all’uscita e ancora abbastanza vicini all’aria, all’aperto, anche se la luce sparisce dopo pochissimo. Il primo slargo è la rappresentazione del dio della miniera, dove ci sono foglie di coca, mozziconi di sigaretta e lattine vuote di birra. Qui si celebra il dio delle tenebre e degli abissi.

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Rimaniamo in tre, il resto del gruppo turistico fa dietro front. Si potrebbe chiamarli vili ma forse si sbaglierebbe: forse si tratta di saggezza.

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Proseguiamo, scenderemo tre livelli nella miniera, in alcuni casi bisognerà gattonare, “come marines”, dice Carlos. Ci spiega il funzionamento della vita della miniera. I bivi, la dinamite per l’esplosione, i carretti per il trasporto del minerale. La coca, l’alcol per far passare le giornate.

C’è un carretto che deve partire, con il suo carico di minerali, o uno che deve arrivare. Dobbiamo schiacciarci contro le pareti. “Se è per turisti non vuol dire che non è pericoloso”. I mantra del Sudamerica hanno una loro inconfutabilità.

Incontriamo due figure, uno mastica foglie di coca. Sono padre e figlio, 48 e 18 anni, uno 30 anni di lavoro alle spalle, l’altro appena entrato. Carlos ride e scherza, io ho pochissime parole, pochissima aria. Non vedo l’ora che tutto questo sia finito.

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Ma Potosì non è solo la sua miniera. E’ un’antica città coloniale, dai bei palazzi signorili talvolta in decadenza.

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E’ la città delle chiese in stile barocco-mestizo, artificiose e ricamate, con inserti di figure andine.

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Cammino molto per le strade di Potosì, come alla ricerca dell’uscita dal labirinto.

Non parlo molto in ostello, non ho voglia di fare amicizia. Come per timore che qualcunx possa contaminare l’esperienza di un viaggio che voglio solo mio. Il mio primo in Sudamerica. E poi perché vorrei sentirmi diversa, essere diversa da questi mochileros tuttx uguali, tuttx occidentali, tutti ricchi in un paese povero. Non voglio essere una turista bianca e gringa, voglio essere una viaggiatrice. Ma questo lo scoprirò solo dopo. Ora sto cercando di scoprire, di costruire, il mio modo di viaggiare.

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E’ il motivo per cui faccio poche foto, ai mercati, alla gente. Cerco di scattare quante più possibile foto con i miei occhi, forse credendo di celare un’identità evidente.

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Fa freddo a Potosì ed io ho pochi vestiti. Li lavo e li stendo creativamente sul tetto dell’albergo. Ho scelto la solitudine in questi giorni, quasi forma di penitenza autoinflitta, senza la beatitudine dell’asceta. Prende un senso di sconforto, in certi momenti, durante il viaggio. “La solitudine è come l’altitudine, si fa più greve di sera”, mi ripetevo camminando per le strade di Potosì, dopo aver mangiato una cena lungamente cercata, sfortunatamente una pizza dolciastra.

Potosì asfissiante, imponente, circondata da cime brune e rossastre. O forse è il sole che tramonta che le ricopre di questa luce ambrata, striata di nuvole cineree.

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Dal terrazzo dell’albergo si vede il Cerro Rico, le strade battute dalle jeep che portano i minatori al lavoro. La Semenella di oggi cinge con un braccio le spalle della Semenella di quei giorni. L’antica Semenella probabilmente si sta ripetendo la sua litanìa. “Che dura la visita alle miniere, ma andava fatta. Era necessaria per capire la Bolivia”. La guarda con tenerezza la Semenella d’oggi, che riconosce la paura e il dolore fisico di stare per ore nei cuniculi bui e maleodoranti. Non avrebbe mai potuto dirselo la Semenella d’allora che era stato terrorizzante e che nessuna conoscenza vale il terrore. Ma soprattutto che lei stessa, la sua stessa conoscenza, vale meno della vita che quelle miniere da secoli inghiottono.
Quale arroganza l’ha spinta a credere che  fosse importante che Lei sapesse, che Lei vedesse con i suoi occhi quella miseria e quel dramma. Che lei avesse il compito di raccontarlo, a chi, poi? Se l’era chiesto la Semenella antica se la sua visita avrebbe arricchito la vita dei minatori, o se sarebbe stata l’ennesima turista a visitare lo zoo degli indigeni sfruttati, “poverini”. Ma la Semenella d’oggi guarda con tenerezza alla Semenella che dal terrazzo di un ostello guarda, col fiato corto, persa nella sua solitudine, il Cerro Rico di Potosì. Perchè sa che in quelle montagne cercava il suo modo di viaggiare, alcune risposte e in definitiva se stessa.