Je suis, moi non plus

“Je suis Nader, ho 21 anni e non lo so bene che faccio nella vita. Cerco lavoro che vuol dire fare un sacco di cose. Vado all’agenzia interinale, all’Informagiovani, che mi stampano il curriculum gratis. Mia madre lavora in un ristorante ed i soldi sono pochi. Però ho un sacco di e pure di tempo e allora me ne vado in giro per la città. Conosco tutti e se non li conosco ancora mi bastano cinque minuti. Una sigaretta che passa di mano in mano e poi riconosco un amico da lontano. Gli urlo dietro mentre la sua bici si allontana ma poi mi sente e torna indietro. Ci sediamo al sole sui gradini di un portone e inizio a fare un filtro. Lascio passare la signora bionda con le buste di tela, che ormai la plastica non si usa più, che deve entrare. Mi guarda un po’ male, la verità”.

“Je suis Michele, con la e chiusa. Sono arrivato qua 53 anni fa e la e aperta non la imparerò a dire mai. Qua mica era come lo vedi mo’. Qua ci stavamo in 5 o 6 in ogni casa e il bagno lo tenevamo fuori. Io facevo il meccanico e pure mo’, ma con le moto mie. So’ bellissime, perché con la manutenzione si mantengono bene. Io sempre, le pulisco, le vernicio, le aggiusto. Mai ne ho venduta una delle moto mie, non esiste. E per sistemarle lo sai il tempo che ci passo qua ragazzì? E vedo tutto in questo cortile, li vedo lo sai. L’altro giorno sono entrati là al secondo piano. Lo vedi quel balcone col passeggìno fuori? Là stavano. Parlavano tutti nervosi e poi uno è uscito che quasi si metteva a correre. Non lo so che fanno là dentro ma io un giorno la chiamo la polizia e vediamo”.

“Je suis Kadhija e faccio la promoter. Andiamo nei supermercati, nei centri commerciali. Facciamo assaggiare i prodotti e sorridiamo. Ho smesso di portare il velo da quando mi sono separata da mio marito e la gente non è più così imbarazzata quando gli faccio assaggiare i cioccolatini in promozione. Che poi che cazzo di differenza fa se ho il velo o no quando ti sto offrendo i cioccolatini?”

“Je suis Livia e oggi quando ho acceso la tv non ci potevo credere. A Parigi ci sono stata a Pasqua e la Francia è veramente dietro l’angolo. Quando finiranno la Tav ci vorranno solo tre ore, ho letto sul giornale. E comunque mica c’è bisogno di andare in Francia per capire che c’hanno ragione. Siamo invasi da questa gente, che poi non si capisce che ci vengono a fare qua. Sono dei perdigiorno, li hai visti quelli oggi. Seduti sul gradino del portone a fumare, senza niente da fare. Sì quando sono tornata dalla spesa, ero andata a comprare la pasta biologica e il sapone sfuso. Che stavo dicendo? Sì, che ora sono davvero troppi. Un tempo mica era così il quartiere. Poi sono arrivati loro, e prima la macelleria, poi la panetteria. Si sente parlare più arabo che italiano ormai. E poi quando la gente non ne può più si mettono pure a sparare. Io non sono razzista ma se devono venire a fare i terroristi non capisco perché li dobbiamo fare entrare”.

“Je suis Brahim, ho 8 anni e faccio la terza quest’anno. Mia mamma sembrava preoccupata oggi, mi ha detto che dovevo comportarmi bene sull’autobus, che non dovevo fiatare e che dovevamo sembrare invisibili. Io non ho capito perché, ma quando la signora sull’autobus mi ha sorriso ho abbassato lo sguardo e mi sono fatto piccolo piccolo. Speriamo che mi sono comportato bene”.

“Je suis Matteo e faccio l’operaio. Cioè adesso non sto facendo niente, sono disoccupato. Mi hanno lasciato a casa ed hanno assunto Amhed e Ismael. Ne pagano due con quello che pagavano me. E no, io non sono razzista, veramente. Però secondo me non è giusto che io che sono italiano non devo lavorare e loro devono fare il lavoro mio. E lo stato che fa? Niente fa, anzi. Che manco un aiuto ti danno, che i soldi glieli danno a loro che c’hanno più figli e a mia figlia chi glielo dà da mangiare?”

“Je suis Rachida e ho 27 anni. Mio padre è arrivato qua scappando dal regime. Era un’attivista politico e se non scappava l’ammazzavano. Ha attraversato il mare in barca e poi ha girato tutta l’Europa fino alla Danimarca. Là ha chiesto l’asilo politico per sé e per noi, perché aveva paura che c’è l’avrebbero fatta pagare se fossimo rimasti nel nostro paese. Ma gliel’hanno rifiutato, lo volevano dare solo a lui. E allora se n’è andato, ha passato il confine coi trafficanti e ha lavorato duro così è riuscito a farci venire qua. È morto cinque anni dopo. Mia mamma si è risposata con un italiano e sono nati altri due fratelli. Yassin è il più piccolo, aveva solo tre anni quando mamma è mancata. Poi il marito di mia mamma non ce l’ha più fatta a stare appresso a tutti noi, che siamo cinque. Si è messo in giri strani e alla fine lo hanno arrestato. Mi occupo io di tutti quanti ma certe volte sono proprio stanca. Poi sento la risata di Yassin e non importa, mi dimentico del mio capo stronzo, di quanto è difficile la mia vita e di quella tipa finta come la permanente che ha cambiato posto quando siamo saliti sull’autobus”.

“Je suis Olivier e sono sconvolto pure io che credete. Émile, che è praticamente mio fratello, ha fatto uno stage là due anni fa. È una storia di merda, cazzo. Però non ce l’ho fatta oggi a starmene zitto. Su tre caffè che servivo due glieli avrei tirati in faccia. E quando quel tipo distinto si è sistemato gli occhiali su quel naso da topo ed ha borbottato che è una religione violenta non me la sono tenuta e gli ho rinfacciato le sentinelle in piedi e gli antiabortisti che ti danno dell’assassina in ospedale. O quell’altra vecchia cornacchia che “poi come le trattano loro le donne”. Che è donna pure quella che ti viene a fare le pulizie a 3 euro l’ora e quasi ti deve dire grazie lei a te; e la badante di tua madre che è una stronza se da quando c’ha un compagno la domenica d’estate la vuole libera per andare al mare e tu, che quando ha accompagnato tua madre a casa tua per Natale, gli hai pure concesso di sedersi a tavola con voi, quale atto di filantropia.

Je suis Olivier e non me ne starò zitto mentre strumentalizzate questa storia, mentre soffiate odio coi vostri polmoni pieni di sgomento. Je suis Olivier ma al tempo stesso Je suis Nader, Khadija, Brahim e Rachida.

Je suis Remi, morto perché contrario alla costruzione di una diga e
Je suis Federico, che ero andato a ballare con gli amici e tornavo a casa di mattina presto, e non è stata l’alba ad uccidermi. Je suis Alfon che m’hanno dato 4 anni di carcere per porto d’esplosivo e perché non ho voluto denunciare i miei compagni. Je suis Matias Catrileo e la polizia cilena mi ha sparato, mentre cercavo di riprendermi le terre che appartengono al mio popolo. “Tutti a difendere le nostre libertà moderne, la libertà d’opinione, d’espressione, che voglio sapere che ve ne facevate di queste libertà la notte che hanno ammazzato Remi, quella in cui hanno sparato a Matias, quella in cui hanno ucciso Federico? Dove la tenevate quando hanno arrestato Alfon ed oggi che l’hanno condannato?” Così gli ho detto, e loro se me rimanevano lì, che un barista non ti tratta così, dove s’è mai visto. E se ne andavano stizziti, qualcuno minacciava di non tornare più.

E allora il capo ha detto di andarmene anche a me, e di non tornare più. Perché adesso mi possono licenziare così, e se io penso che non è giusto, Dio santo, qualunque dio vogliate voi, che tanto io non ci credo, dicevo, se io penso che non è giusto poi lo devo dimostrare io, e se lo dimostro mi danno poi dei soldi, mica il mio posto di lavoro, anche se mi hanno licenziato perché stavo esercitando la mia libertà d’espressione. Quello che volevo dire, e poi la smetto, finisco quest’amaro e me ne vado a casa, quello che volevo dire è che io sarò pure un tipo un po’ nervoso ma non le sopporto queste ondate emotive che sembra la morte di Lady D o i funerali di Giovanni Paolo II. E mi innervosisco che all’improvviso tutti c’hanno delle opinioni, e dei valori e degli ideali. Che tutti ne parlano e tutti si sentono più vivi e meno soli. Che poi domani se ne scordano, se va bene, o la ritirano fuori, se va male, sta storia, per difendere leggi ancora più liberticide o odi ancora più immotivati. E lo so che sto facendo la stessa cosa pure io, e infatti basta, basta così che sono solo un barista, ora disoccupato, stanco e pure un po’ ubriaco. Me ne vado a dormire, e in questa notta buia e sconfortante, ancora una volta che mi guidino le stelle.

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Ojos de Papel

Quel giorno arrivò l’autunno.
Senza preavviso e, forse, troppo presto.
Se ne accorse che era nel letto, l’inquietudine con cui si era addormentata ancora giaceva tra le lenzuola stropicciate.
Tirò su le coperte. Faceva freddo ed il cielo era plumbeo.
L’inquietudine non aveva un nome, ma una strada da percorrere in fretta.
Era avvenuto tutto senza parole, lontano dalle parole, e ostinatamente la spingeva là.
Lui era sorpreso ed annichilito quanto lei. La tensione era calata sulla notte, li aveva lasciati tutti e tre soli e spaesati.
Senza parole, era stato un abbraccio a renderle poi inutili.
La partenza diventata necessaria. Inevitabile.
La tv era accesa nella cucina sgangherata dell’ostello. “Muchacha ojos de papel adonde vas, quedate hasta el alba, muchacha pequeños pies no corras màs…” Spinetta cantava in un vecchio programma tv.
Cantava per loro. Ignaro della poesia che spargeva su loro, su quella stanza, su quel momento fugace e intenso.
Un mate, altri abbracci. Inesigenti.
Trovarsi, giusto in tempo per perdersi. E non rivedersi mai più.
Pochi istanti, sufficienti a incidere un ricordo.

E poi mesi dopo. Un oceano nel mezzo. Una vita nel mezzo.
Pensava ad altro, era altrove.
E all’improvviso di nuovo la stessa canzone. Per caso tra le righe di un articolo.
E si insinua una leggera nostalgia, non di qualcosa che sarebbe potuto essere ma di un incontro intenso, per quanto fugace.
La stanchezza si impossessava inclemente del suo corpo. “Cuando todo duerma, te robare un color”.
Di nuovo autunno, di nuovo di malavoglia.
La ascoltò ancora una volta. Sorrise di sé vedendosi sorridere.
Di quanti piccoli istanti è composta una vita, di quante piccole emozioni si compone.

“No corras màs, tu tiempo es hoy”. Non può fermarsi, non può smettere di correre e di cercare la sua strada.
Ma domani, ora fa freddo. Spegne il pc, tira su le coperte.
E’ ancora sola, solo gli incontri del cammino, come luci di una notte stellata, a farle compagnia.
“…hasta que el sol, muchacha, te haga reir..”

Trenzaré mi tristeza

Mi sono imbattuta per caso in queste parole di Paula Klug, di cui, tuttora, ammetto di non saper nulla.

Sono parole che mi hanno riportata lontano, alle sedie in semicerchio nell’aia di fronte al Parapety, agli sguardi timidi delle donne vicino al fuoco, ai piedi nudi dei bambini. Alle ragazze della Tekove, prima del Sabato Culturale, intrecciandosi i capelli come cambas, o lasciandoli sciolti come collas. Alle mie dita inesperte e titubanti, una ragazza ad insegnarmi, una cavia e la minaccia dei pidocchi.

Ad una saggezza che ancora mi emoziona, ad una poesia che già mi manca.
Un gesto quotidiano che torna ad essere legame con la vita, la natura, gli spiriti.

“Intreccerò la mia tristezza”.

Mia nonna diceva che quando una donna si sente triste la cosa migliore che può fare è intrecciarsi i capelli: in questo modo il dolore rimarrebbe intrappolato dentro i capelli e non potrebbe arrivare al resto del corpo; bisogna fare attenzione a che la tristezza non si metta negli occhi perché li farebbe piovere, né bisogna farla entrare tra le labbra, perché le obbligherebbe a dire cose non vere, “che non si metta tra le tue mani”, mi diceva, perché puoi tostare troppo il caffè o lasciare crudo l’impasto: è che alla tristezza piacciono i sapori amari. Quando ti senti triste, bambina, intrecciati i capelli; intrappola il dolore nella matassa e lascialo scappare quando il vento del nord soffia con forza.

I nostri capelli sono una rete capace di intrappolare tutto, sono forti come le radici dell’ ahuehuete e morbido come la schiuma dell’atole.

Che la malinconia non ti prenda alla sprovvista, bambina mia, anche se hai il cuore rotto o le ossa fredde per una qualche assenza. Non farla entrare dentro di te con i capelli sciolti, perché scorrerà come una cascata per i canali che la luna ha tracciato dentro il tuo corpo.

Intreccia la tua tristezza, diceva, intreccia sempre la tua tristezza.

E domani, svegliati con il canto del passero e la troverai pallida e dissolta nel telaio dei tuoi capelli.

Paola Klug ☾ La pinche Canela ☽

Decía mi abuela que cuando una mujer se sintiera triste lo mejor que podía hacer era trenzarse el cabello; de esta manera el dolor quedaría atrapado entre los cabellos y no podría llegar hasta el resto del cuerpo; había que tener cuidado de que la tristeza no se metiera en los ojos pues los harìa llover, tampoco era bueno dejarla entrar en nuestros labios pues los obligaría a decir cosas que no eran ciertas,  que no se meta entre tus manos- me decía-  porque puedes tostar de más el café o dejar cruda la masa; y es que a la tristeza le gusta el sabor amargo. Cuando te sientas triste niña, trénzate el cabello; atrapa el dolor en la madeja y déjalo escapar  cuando el viento del norte pegue con fuerza.

Nuestro cabello es una red capaz de atraparlo todo, es fuerte como las raíces del ahuehuete y suave como la espuma…

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