Ma come fanno i campanari?

Scrivere per la seconda volta qualcosa di giá scritto é noioso, oltre che frustrante. Ed un peccato, perché non ricorderó mai lo stato d’animo ed i pensieri di quel momento, a distanza di settimane, ora che altri, prepotenti, sono arrivati a scacciarli via. O meglio, i pensieri li ricordo, irriproducibile l’intensitá e la foga con cui li sentivo.

Era la settimana in cui Tekove ribolliva sotterraneamente per la storia della ragazza incinta, a cui è stata data una licenza, ed io ribollivo, meno sotterraneamente, per i fallimenti della mia personalissima ed ignorantissima pedagogia libertaria.
Il giorno dopo è il giorno della seconda campana. Seconda campana che, in realtà, ha più voci, dalla suora generale già menzionata al più giovane ed occidentale collaboratore. Sfumature che non cambiano la sostanza. La ragazza andrà via. “In licenza”, dice la direzione, “per potersi prendere meglio cura del suo bimbo ed in fondo un anno cos’è?” La ragazza è entrata a scuola molto presto, a 15 anni, ha giá saltato molte parti e la pratica, non potrebbe comunque finire quest’anno, oltretutto non è ancora nemmeno stato riconosciuto il suo titolo. E poi “è così giovane, ha solo 18 anni, che fretta c’è, a queste latitudini poi”. Inoltre è figlia di uno mburuvicha, autoritá della comunità e davvero le è sempre stato permesso e perdonato tutto. Ora, per favore, non si lamenti. “Che licenza è se non è volontaria?”, chiedono i ragazzi. Giusto, dico io. “Ma poi, capiamoci, come si fa a star dietro ad un neonato ed andare a scuola. Cosa fa, quando piange gli tappa la bocca? Un neonato ha bisogno di molte cure. E qui si formano professionisti della salute, si parla di allattamento al seno, cura dell’infanzia”. Vero. In ogni caso, a costo di apparire ideologica, se un neonato ha bisogno della mamma ha bisogno pure del papá nel primo anno di vita. Non perchè non allatta non contribuisce alla costruzione di schemi relazionali, affettivi, corporei. E allora, dico provocatoriamente, a casa anche i papá per un anno. “E poi questa è discriminazione verso le donne, per la gravidanza, poi. La legge garantisce il diritto allo studio alle donne in gravidanza. E poi ad altre l’hanno permesso prima”, dicono i ragazzi.
Un turbine, una centrifuga, mi rimbomba la testa. Come in mezzo alle campane a mezzogiorno.

Non c’è una sola verità, nè una sola ragione. Ero molto arrabbiata quando pensavo per la prima volta a queste cose, perchè per quanto possa trovare razionali molte obiezioni della direzione continuavo a percepire questa decisione come un’imposizione. Sì, in effetti mi sembra ragionevole che questa ragazza se ne vada un annetto a casa ma non sopporto che avvenga contro la sua volontà, che non le si possa lasciare il diritto di scegliere che cosa fare della sua vita. Autodeterminazione e diritto di scelta e bla bla bla. Certo, la scelta dovrebbe essere a monte, quella di essere madre, scelta che da ste parti sembra essere obbligata, ma anche come esserlo. Inoltre non mi sembrava “giusto” che altre avessero avuto un trattamento diverso, ma non consideravo un dettaglio. Altre, a volte, non hanno niente nelle loro famiglie, ed allora meglio la scuola, che pure è in condizioni igieniche e sanitarie non adatte ad un bambino o ad un neonato, ma è comunque meglio di non avere da mangiare. Equitá, non le stesse cose a tutti, ma cose diverse secondo i bisogni. Ma poi faccio la dogmatica, sposto i problemi su un piano più teorico che pratico. Chi decide l’equità? Chi si arroga l’onere di decidere che cosa è giusto, per chi, quando? Non c’è il rischio di sentirsi infallibili, insindacabili, che è quello che, alla fin fine, criticano i ragazzi? Ed io, che solidarizzo con loro, con il loro diritto di scegliere, di partecipare, di criticare, che penso a Basaglia ed al suo insegnamento, che lo psichiatra deve essere messo in discussione dal paziente non so fino a che punto contestino e trasgrediscano senza conseguenze. Il tema dell’alcool, per esempio, che merita il suo spazio. Lo stesso giorno si vocifera che verranno cacciati anche due ragazzi, perchè sorpresi a bere a Carnevale. A così poco tempo dalla fine, che perdano un anno, che tragedia. Infatti così non sarà. Gli si perdona, eccome, anche se tacitamente. E io, a tratti, mi sento rivoluzionaria, perchè concordo, discuto, propongo, che profonda che sono. O forse no. Prendiamo la storia dell’aula di informatica. Si era già provato a bruciare i petos, ma loro erano tornati. Allora si riprova, si compra benzina e questa volta si spennellano pure le travi con olio esausto. Resta solo da pulire e spostar e i pc. Siamo ad un passo. Domenica mattina partecipo alla riunione settimanale di autovalutazione della settimana e decidiamo che alle 3 si iniziano a fare questi lavori. Sono felice, commmossa. Avremo un’aula di informatica, pronta e chiusa da un anno e mezzo. E avranno internet, e saranno felici anche loro.
Sono un po’ in ritardo quando mi avvio verso la scuola. Deserto. Balle di fieno. Mi informo un po’, i ragazzi sono alla cancha, a giocare a calcio. Cosí, senza avvisare, incuranti dell’impegno e della rabbia che avrebbero scatenato, poi diventata delusione. Accendo una sigaretta, respiro profondamente e decido di andare al campo anch’io. Non dirò niente, voglio solo che sappiano che so, come quando mi dicono che non sono venuti a lezione perchè erano a lavorare ed invece erano a dormire, cosí ora. Se mi hanno mentito ed hanno sperato che non scoprissi dove fossero, che sappiano che lo so. Non imporró il rientro alla scuola, né lí rimprovereró. Rifletterò anche sul mio comportamento e bla bla bla. Quando arrivo non stanno giocando tra loro, il piú lontano possibile dalla scuola, come potevo pensare. Si erano iscritti al campionato del pueblo. Non so perchè non me l’hanno detto quando gli ho chiesto se avevano da fare, se per quella peculiaritá tutta boliviana di non voler dire mai di no, di non voler mai deludere l’altro. O per quell’altra caratteristica, che se si dice di fare una cosa non è che si sappia poi proprio bene quando sará. In ogni caso, oggi, nell’ultima partita che vedo, non riesco a star seduta a lungo, fumo sigarette e urlo quando segniamo. Perdiamo, 4 a 3, secondo tempo da veri lottatori, rimontiamo piú volte e non molliamo mai.

Ero delusa quel giorno lí, e capita ancora di chiedersi quanto si è lasciato, condiviso, quanto affetto vero ci sia. Ma poi chi se ne frega, sguardi e momenti veri e belli ce ne sono stati e ce ne sono. E mi tengo i dubbi, sul metodo libertario, sull’affetto.

Ho riso, ballato, accolto confidenze, pianti, segreti, mi sono emozionata, ho trattenuto le lacrime e qualche volte ho pure pianto, li e le ho sognate, li e le ho pensate, li e le ho amate. Cos’altro importa?

Annunci

One thought on “Ma come fanno i campanari?

  1. Pingback: Terni, Bari e la scuola che punisce: Ci volete schiavi, ci avrete ribelli | semenella

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...