#simematan, cento risponderanno!

 

Lesvy aveva 22 anni.
E’ stata trovata impiccata al filo del ricevitore di una cabina telefonica, all’interno dell’UNAM, sede universitaria di Città del Messico.

Fosse un giallo o una serie tv poliziesca la domanda sarebbe immediata: chi è stato? Si tratta di un suicidio? Oppure è stata assassinata? Da chi?

Ma quando a morire è una donna, all’alba per di più, la domanda diventa un’altra: chi era Lesvy?

La prima spiegazione arriva dalla Procura di Giustizia di Città del Messico: Lesvy non studiava più, era indietro con gli esami, era alcolizzata e quella sera era uscita con il suo compagno e degli amici ed insieme avevano bevuto e si erano drogati.

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Sembra si possa tirare una linea sopra questo episodio e voltare pagina. Finire di prendere il caffè e uscire per andare a lavoro.

Raccontare chi fosse Lesvy trasmette due messaggi: Lesvy era una marginale, una “cattiva ragazza”, una che se l’è cercata. Che non ha fatto tutto quello che poteva per evitare di essere uccisa. E’ uscita, ha bevuto, conviveva con il suo ragazzo con cui non era sposata; Lesvy non era una di noi. L’assassinio di Lesvy non ci riguarda, non può capitare alle donne “per bene”, che non vestono minigonne ma i ruoli che ci spettano ed aspettano da quando nasciamo.

Il sacrificio, la colpa, il disciplinamento dei nostri corpi, la rinuncia alla libertà come (quasi) garanzia di sopravvivenza.

La procura viene contestata, si scusa e cancella i tweet.
Come se si potesse cancellare in questo modo il senso di quei tweet.

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(Fonte: Huffington Post Mexico)

La contraddizione è sempre la solita: esplicitamente, in astratto, l’ovvio appare assimilato, metabolizzato nella società: se qualcunx viene uccisx/stupratx/molestatx/picchiatx è chi uccide/stupra/molesta/picchia ad esserne il responsabile. Non c’è bisogno di essere femministi/e per comprenderlo, né (forse) c’è bisogno di grandi mobilitazioni. Sono solo pochi, sparuti, isolati trogloditi che ancora fanno fatica a comprenderlo.

Ma nel concreto i femminicidi aumentano, molestare una donna diventa un simpatico scherzo da prima serata in tv, descrivere improbabili e oggettificanti modelli di donna su base razziale diventa informazione e intrattenimento.

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(Fonte: Huffington Post Mexico)

 

“Tristi i tempi in cui bisogna lottare per ciò che è evidente”, dice una frase dipinta sui muri de Las cuevas de Sesamo, un caratteristico bar di sangria madrileno.

Maria Jose E.H., attivista femminista lancia l’hastag #simematan: se ti ammazzassero, che cosa potrebbero dire di te? Sei lesbica o transessuale? Avevi bevuto? Ti avevano visto parare al bancone con quell’uomo? O addirittura ci hai ballato?

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(Se mi uccidono non dite a nessuno che a volte mi ubriaco, che non sono laureata, che a volte pago in ritardo le bollette, che vivo con il mio ragazzo senza essere sposata, che sono stata depressa e sono in terapia, che a volte torno a casa DA SOLA, che non faccio sport, che mangio troppi zuccheri, che ho mentito, che ho fatto rimanere male i miei amici, che ho avuto problemi con mio padre, che ho avuto dei debiti, che a volte arrivo tardi a lavoro, che sono molto lamentosa, che non vado dal dentista da parecchio tempo)

Lo scorso 5 Maggio per le vie del campus, fino al rettorato, hanno sfilato studentesse e studenti della UNAM, chiedendo giustizia, che l’università sia un luogo sicuro e che nessuna donna più sia da piangere e ricordare. Alla fine della marcia sono state accese candele ed è stata fatta una piccola commemorazione davanti alla cabina dove è stato trovato il corpo di Lesvy, seguita da un minuto di rumore, perché non si può stare in silenzio di fronte a queste aggressioni continue. La madre di Lesvy ha raccontato che sua figlia ha studiato, ma che ha scelto di lasciare per un po’ gli studi per lavorare, rendersi autonoma dalla sua famiglia e andare a convivere con il suo compagno. Che lei ha rispettato le sue scelte, non perché siano genitori permissivi ma perché riconosceva il suo diritto a fare delle scelte.  Ha raccontato che era una ragazza determinata, che amava la musica, le lingue, le amicizie. Che non era una drogata o una perdigiorno.

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(Fonte: Vice Mexico)

Con profondo rispetto per il dolore, la dignità, la forza della madre di Lesvy e per la giusta e legittima difesa dell’immagine di sua figlia è forse il caso di aggiungere un tassello, di fare un passo in più.

©MARIO JASSO /CUARTOSCURO.COM

(Fonte: Huffington Post Mexico)
#eseanchefosse verrebbe da rispondere. Se anche avesse bevuto o avesse problemi con l’alcol, se anche avesse smesso di studiare e non avesse una collocazione precisa nel nostro efficiente sistema produttivo, se anche fosse stata non perfetta, non disciplinata, non allineata, avrebbe meritato di morire soffocata con il ricevitore di una cabina pubblica telefonica pubblica dell’università in cui era uscita a passare una serata in compagnia dei suoi amici/e e del suo compagno?

Un profondo abbraccio alla mamma ed alla famiglia di Lesvy, ai suoi amici e alle sue amiche. Che le parole di questa donna coraggiosa possano indicarci, ancora una volta, la strada perché non succeda mai più.

“Non siamo solo corpi, non siamo solo menti, esiste anche la sensibilità che non si vede, non può toccare ma che stiamo sentendo in questo momento. Spero che ci siano orecchi attenti e voci determinate disposte a condividere questa esperienza, non per piangere, né per per lamentarci, ma per andare avanti, perché possiamo vedere che non siamo sole, non una altra morta, non un’altro femminicidio, nè alla UNAM, nè in Messico nè ovunque”

 

 

(Il video per intero è qui -> https://www.facebook.com/sharer/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FExcelsiorMex%2Fvideos%2F1555141057861412%2F&display=popup&ref=plugin&src=video)

 

 

 

 

 

 

 

#Itravelalone

“Women Dont’ Travel Alone”

 

Inizia così il video di Worldpackers, un sito che scambia ospitalità per lavoro: gli e le utenti possono scrivere le competenze che hanno (o che vogliono imparare) e cercare ospitalità in cambio, appunto, di collaborazione.

Un paio di mesi fa il sito lancia la campagna #Itravelalone, rivolto alle donne che viaggiano da sole, sentendosi dare, a volte, delle pazze irresponsabili.

Viaggiare da sole, da donne, in effetti può essere molto stressante e può esporre a pericoli ma il diritto a viaggiare, sostiene il sito, è diritto di tutti/e, chiedendo alle viaggiatrici solitarie di aderire con un video e l’hashtag #Itravelalone.

Semenella aderisce rispolverando una vecchia tappa di viaggio, Potosì in Bolivia, non ancora narrata e invitando le viaggiatrici solitarie a condividere una storia, una foto, un video.

 

Un anniversario, una sentenza, una resistenza

Un anniversario

3 Gennaio 2008. Fundo Las Margaritas, comunità Yeupeco Vilcùn,  Aracaunìa, Cile.

Wallmapu, territorio mapuche, se la storia fosse dei popoli e non degli eserciti.

Matias Catrileo ha 24 anni. E’ uno studente di Agronomia all’Università di Temuco, dopo aver studiato per un po’ a Santiago. Matias pensava che la storia era dei popoli e non degli eserciti e voleva profondamente che il suo popolo tornasse ad autodeterminarsi, a ricostruire la propria nazione, “ad essere mapuche nella nostra terra”.

Per questo il 3 Gennaio Matias era nel Fundo Las Margaritas, partecipava alla riappropriazione delle terre sottratte ai mapuche ed ora di proprietà dei latifondisti.

Ci furono scontri con la polizia, lanci di pietre, qualche balla di fieno incendiata. La polizia, con un atto smisurato e innecessario – lo dicono perfino le sentenze – sparò sui manifestanti. Matias venne colpito con tre colpi di un mitragliatore Uzi che gli perforano i polmoni e lo portarono alla morte in pochi minuti. I manifestanti che erano con lui continuarono la ritirata portandosi dietro il corpo, per non lasciarlo nelle mani dei carabinieri, per evitare che venissero alterate le prove. A sparare fu il carabiniere Walter Ramirez, condannato a 3 anni e un giorno di libertà vigilata, il crimine era “violenza innecessaria con risultato di morte”.

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  • Santiago, Giugno 2014 –

Accanto alla storia di Matias Catrileo andrebbero raccontate quelle di  Jaime Mendoza Collío e di Alex Lemun, e troppe altre, in un tristissimo e lungo elenco. Storie fotocopia di un potere che occupa, uccide, se ne va via impunito. Storie che risalgono agli stessi anni, il 2008, il 2009.

Ma anche storie attuali, perché l’ultimo giovane che ha ricevuto 100 colpi e che ha subito 12 operazioni fino ad oggi, è stato aggredito poco prima di Natale ed è ancora ricoverato in ospedale. Un incidente, hanno detto. Brandon sta ancora lottando.

Una sentenza

Cordoba, Argentina. Il 27 Dicembre Ruben Leiva e Lucas Chavez, poliziotti cordobesi sono condannati all’ergastolo per l’uccisione di Fernando Pellico, 18 anni, detto Güere.

Luglio 2014. Güere e suo cugino Maximiliano Peralta stavano guardando una partita in casa di amici. E’ finita la coca cola per il fernet, e i due partono in motorino per andare a comprarla. Incontrano la pattuglia di Ruben Leiva e Lucas Chavez, che apre il fuoco contro di loro. Güere viene ucciso sul colpo, Maximiliano viene ferito a una gamba, arrestato e per alcune ore trattenuto con il divieto di comunicare con l’esterno. L’ennesimo caso di gatillo facil di Cordoba.

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  • Fonte: https://www.facebook.com/holamafia/

Due anni dopo, due poliziotti pagheranno. Ma sarà sempre infinitamente poco, sarà sempre terribilmente inutile, perché c’era un diciottenne, labbra assetate di vita e vento in faccia su un motorino, che solcava la notte. E ora c’è solo il vuoto.

Una resistenza 

Oggi 3 Gennaio diventano 12 i giorni di sciopero della Machi Francisca Linconao, 59 anni, autorità ancestrale e spirituale del popolo mapuche.

Machi Francisca si trova in custodia da nove mesi, accusata di aver partecipato all’uccisione di Luchsinger e Mackay,  marito e moglie, morti in un incendio nel latifondo di cui erano proprietari.

La lotta della Machi Francisca, che è il ponte tra la dimensione spirituale e materiale per il popolo mapuche, nonché la massima autorità per quanto riguarda la salute, si è scagliato contro le grandi imprese forestali, riuscendo ad evitare che venissero tagliati illegalmente alcuni alberi in una zona di raccolta di piante medicinali utilizzate in cerimonie spirituali e di cura. “Per la prima volta una donna ha fermato lo stato cileno”, dice il sito di informazione mapuche Mapuexpress.

La richiesta è quella degli arresti domiciliari, sia perché è ancora in attesa di una sentenza, sia perché , secondo la cosmovisione mapuche è necessario per la sua sopravvivenza che sia vicina al rewe, il luogo a cui appartiene il suo spirito,

L’ostacolo principale a che questo avvenga sta nel fatto che la machi Francisca sta venendo giudicata secondo la legge “Antiterrorista” e non secondo il procedimento ordinario, per il quale le è stata già concessa la possibilità di attendere la sentenza ai domiciliari.

La legge antiterrorista, infatti, prevede la misura carceraria preventiva, per quanto esponenti degli organismi dei diritti umani, come Enrique Morales, medico della Commisione dei Diritti Umani del Collegio Medico, sostengano che non si possa applicare la legge antiterrorismo ogni volta che vi sia un conflitto tra il popolo mapuche e lo stato cileno, poiché si tratta di una protesta sociale.

 La mobilitazione in sostegno alla Machi Francisca sta diventanto sempre più impellente ed imponente: organizzazioni dei diritti umani, attivisti mapuche, attiviste femministe e lesbofemministe cilene e latinoamericane stanno cercando di diffondere la solidarietà e farle attraversare i confini dello stato cileno.

In particolare la Rete di radiofoniste femministe e lesbofemministe “estende l’appello a continuare le azioni di sorellanza e solidarietà, attivando le reti e partecipando a questa trasmissione radiofonica che renderà visibili le cause della detenzione di un’autorità ancestrale e di altri comuneros mapuche, con particolare enfasi per la situazione di violenza istituzionale contro le donne nel Wallmapu (territorio mapuche)”.

La giornata radiofonica può essere ascoltata a questo link radiokurruf.wordpress.com e sarà ritrasmessa su varie emittenti radiofoniche, tra cui Radio Onda Rossa.  

(Maggiori informazioni qui -> http://www.mapuexpress.org/?p=14790)

 

 

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Lucìa Perez e #Niunamenos Un’intervista a una compagna argentina.

A qualche settimana dalla manifestazione delle donne argentine e latinoamericane al grido di #niunamenos e #vivasnosqueremos, di cui qui si era già parlato, e a pochi giorni dalla data del 26 Novembre, giorno in cui  Roma e in tutta Italia le donne (e speriamo non solo loro) scenderanno in piazza contro i diversi tipi di violenza che le donne subiscono in quanto donne, ecco i podcast della puntata de “Il colpo della strega“, trasmissione radiofonica a cura del Collettivo Medea, in onda su Radio Blackout 105.25.

La trasmissione prevede due approfondimenti, uno sul poligono di Quirra, territorio sardo occupato dalle basi americane e luogo in cui malformazioni di feti e aborti spontanei sono frequentissimi; l’altro è un’intervista in diretta con Pato, compagna argentina, che ci racconta lo sciopero delle donne di Mercoledì 19 Ottobre ma anche più in generale a che punto è  e dove va la lotta delle donne in Argentina.

Un grande ringraziamento alle compagne di Medea e a  Pato e buon ascolto!

 

I podcast de Il colpo della strega: 24ott2016

 

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“Ni una menos! Vivas nos queremos!” L’appello delle donne argentine e latinoamericane

In Argentina Semenella ci è arrivata dalla Bolivia, da un viaggio fuori stagione e fuori dalle mete turistiche, da un viaggio pesante, faticoso in cui spesso c’era d’aver paura. 

L’Argentina era una meta, era la sicurezza, l’Occidente, strade di cemento e taxi che erano davvero taxi. Ma l’Argentina non era il luogo per tirare un sospiro e sentirsi al sicuro, perché non c’è un sol posto, nel mondo, in cui una donna possa tirare il fiato e sentirsi al sicuro. Camille lo ripete, lo stupro “è un rischio inevitabile, è un rischio che le donne devono mettere in conto ed accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente. Se ti succede alzati, dust yourself e passa ad altro”. 

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(“Senza clienti non c’è tratta” – Jujuy, Maggio 2014)

I muri dell’Argentina me lo ricordano al volo: “senza clienti non c’è tratta”, dicono. Tratta, non prostituzione, che sono due cose diverse, e i muri argentini sono precisi, lo dicono chiaramente. Ma si sente parlare di ragazze scomparse, di traffici di donne. 

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(Siamo lavoratrici sessuali, non siamo vittime di tratta – Cordoba, Maggio 2014)

Nord di Jujuy, di ritorno da una comunità indigena guaranì. E’ buio, quasi deserto, fa freddo. In un chiosco della stazione prendo qualcosa da mangiare, aspettando l’autobus che mi porterà indietro. La signora è incuriosita. Mi fa domande. Viaggio, sì. Dall’Europa, sì da sola. E inizia a raccontarmi le storie, di ragazze europee sparite, rapite, ritrovate uccise. Mochilleras, viaggiatrici con lo zaino, come si dice da queste parti. Specie di Icaro post moderne che hanno osato troppo, che hanno volato troppo vicino al sole e non sono state lì dove dovevano stare, ferme. 

Matìas dice che Lucìa stava ferma. Dice che non usciva molto di casa, che era una ragazza tranquilla, ma questo non le ha salvato la vita. Ha fatto forse sentire in dovere il fratello di giustificarsi, di giustificarla. Lucìa non ha fatto niente per meritarselo. Lucìa aveva 16 anni. E’ stata stuprata, drogata, seviziata e uccisa da tre uomini. Lucìa è morta per un arresto cardio-respiratorio dovuto alla violenza delle torture e delle percosse. Lucìa, letteralmente, non ha retto al dolore. L’hanno lavata, rivestita, per provare a nascondere l’orrore. L’hanno abbandonata agonizzante davanti ad un ospedale. Per giorni la storia di Lucìa mi è passata davanti agli occhi, la sua foto con il suo volto sorridente. Per giorni ho accuratamente evitato di leggere di più. Perché fa male.

Ma in fondo è quello che dobbiamo a Lucìa, raccontare la sua storia, ricordarla. E questo hanno deciso di fare le donne argentine, che proprio in quei giorni erano a Rosario, riunite per il 31esimo Incontro Nazionale delle donne. Incontro culminato in un corteo, represso dalla polizia. Hanno deciso di scendere in piazza, hanno deciso di vestirsi di nero, hanno deciso di scioperare. “Smettiamo di lavorare finché non smettete di ammazzarci”. 

 

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(“Basta complicità della polizia! Mai più schiave” – Cordoba, Maggio 2014)

Gli organismi delle donne raccontano di aver ottenuto a fatica, dalle organizzazioni sindacali, un appoggio verbale, ma nessun impegno reale a favorire l’adesione dei lavoratori e delle lavoratrici allo sciopero. 

Nonostante ciò alcune imprese, come quella di Pepsico, hanno votato un’ora di sciopero per turno e l’organizzazione di navette per permettere la partecipazione alla manifestazione.

Alle donne argentine, immediatamente, si sono unite le donne peruviane, boliviane, cilene, ecuadoregne, messicane, venezuelane, uruguayane, costaricane, guatemalteche, honduregne, salvadoregne. 

Alle donne argentine guardano anche le donne europee, le donne italiane che stanno costruendo la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne del 26 Novembre a Roma: una la violenza, una la risposta. 

E per quanto provino ad ammazzarci, il movimento femminista argentino è più forte che mai, forse una guida all’opposizione del paese. E’ un movimento in crescita ma solido, avanzato a livello di analisi e di contenuti. 

Non perdetevene una parola.

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II documento letto dal collettivo “Ni una menos” in Plaza de Mayo, Buenos Aires.

Noi ci fermiamo. 

Contro quelli che vogliono fermarci.

Mentre si svolgeva il 31esimo Incontro Nazionale delle donne, violentavano e assassinavano Lucìa a Mar del Plata. Un anno prima eravamo state caricate in quella città, come quest’anno a Rosario. 

Noi ci fermiamo. 

Perché non ci fermino con la loro pedagogia criminale. Per fare noi stesse pedagogia, perché unite costruiremo una società senza macismo. Perché libertà vuol dire smontare definitivamente il patriarcato.

 

Noi ci fermiamo e scioperiamo. Perché ci addolora e ci indigna che in questo mese di Ottobre si contino già 19 morte. Scioperiamo perché per fermare la violenza femminicida abbiamo bisogno di partire dall’autonomia delle nostre scelte, e questo non è possibile finché l’aborto non sarà legale, sicuro e gratuito per tutte. Finché le condizioni economiche continueranno a riprodurre la violenza macista: perché le nostre giornate lavorative sono due ore più lunghe di quelle degli uomini, dato che i compiti di cura e riproduttivi ricadono sulle nostre spalle e non hanno nessun valore nel mercato del lavoro.

Perché la disoccupazione si alza di due punti quando si parla di donne, perché la differenza salariale è, in media, del 27%. Vale a dire che le donne guadagnano molto meno dei loro compagni, a parità di incarico lavorativo.

In un contesto di tarifazos (aumento dei prezzi dei servizi pubblici energetici e dei trasporti), adeguamenti per l’inflazione, incremento della povertà e restringimento dello Stato, come quello che propone il Governo dell’Alleanza “Cambiamo”, noi donne sopportiamo il peso maggiore: la povertà ha un volto femminile e ci toglie la libertà di dire no quando siamo nel circolo della violenza.

Noi scioperiamo. 

Scioperiamo contro i proiettili di gomma che provano ad arrestare la nostra forza. Una forza che cresce attraverso gli incontri, le mobilitazioni, i dibattiti. Una forza femminista, forza di donne.

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(da Pikara Magazine)

Scioperiamo contro il disciplinamento delle donne, che significa che Milagro Sala (1) è in carcere in quanto donna, indigena; per essersi organizzata, per aver reclamato non soltanto i diritti di base, ma anche il diritto di tutte e tutti alla festa ed ai momenti ricreativi. Contro la detenzione e il procedimento giudiziario irregolare che tiene in ostaggio Reina Maraz (2), migrante di lingua quechua, che una giustizia misogina e coloniale ha condannato ingiustamente all’ergastolo. Contro le condizioni delle carceri femminili, che le rendono sempre più spazi dove si amplificano le gerarchie classiste e razziste. Contro il fatto che in quartieri come Bajo Flores le adolescenti sono perseguitate per giorni e poi spariscono, dopo essere state minacciate. Ma anche contro il modo in cui i quartieri diventano ogni giorno più asfissianti, teatro di trame di economie illegali che portano a forme di violenza nuove e sempre più dure. 

 

Contro la politica retrograda che inaugura un centro di detenzione per immigrati, in una chiara retrocessione della legislazione vigente. 

Scioperiamo prendendo l’iniziativa. Mostrando una capacità forte di reazione alla guerra contro le donne che viene scritta giorno dopo giorno. Ci mobilitiamo e ci autodifendiamo.

Quando toccano una, rispondiamo tutte.

Per questo oggi, 19 di Ottobre, noi scioperiamo.

Siamo le casalinghe, le lavoratrici dell’economia formale e informale, le maestre, le lavoratrici delle cooperative, le accademiche, le operaie, le disoccupate, le giornaliste, le militanti, le artiste, le madri e le figlie, le domestiche, quelle che incontri per strada, quelle che escono di casa, quelle che stanno nel quartiere, quelle che sono andate ad una festa, quelle che hanno una riunione, quelle che vanno in giro da sole o accompagnate, quelle che hanno scelto di abortire, quelle che hanno deciso come e con chi vivere la nostra sessualità.

Siamo donne, trans, travestite, lesbiche. Siamo molte, e della paura che ci vogliono imporre e dalla furia che ci tirano fuori a forza di violenza, ne facciamo un suono, una mobilitazione, un grido comune: Non una di meno! Ci vogliamo vive!

 Noi scioperiamo. 

Scioperiamo contro il femminicidio, che è il punto più alto di una trama di violenze, che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio alle forme più diverse di autonomia e vitalità femminile, che pensa che i nostri corpi sono cose da usare e scartare, rompere e saccheggiare. 

 

Lo stupro e il femminicidio di Lucía Pérez mostrano una linea decisa contro l’autonomia e la capacità di decidere, l’azione, la scelta e il desiderio delle donne.

 Lucía è stata considerata come una cosa, da percuotere fino a che lo sopporta, e lasciata poi davanti ad un pronto soccorso per far credere che era morta di overdose, per nascondere la verità. 

Non è stata la droga, sono stati i maschi. 

L’hanno stuprata ed uccisa a Mar de Plata, poche ore prima che la marcia dell’Incontro nazionale delle donne venisse caricato dalla polizia. 

L’incontro più trasversale e creativo, che mobilita identità e sensibilità diverse, sotto forma di organizzazioni a loro volta diverse: collettivi politici, artistici, di quartiere, sindacali… Tutte totalmente politiche: perché la politica è una lotta insistente per l’invenzione della libertà, per la costruzione comunitaria e per l’ampliamento dei diritti.

Come tutti i femminicidi, anche quello di Lucía ha come obiettivo il disciplinamento delle donne e di tutte le persone che si ribellano contro i ruoli che questa società difende: o sarà ciò che si suppone sia normale o non sarà niente. E non potrai dire di NO perché il costo di dire di NO sarà, all’estremo, la morte. 

Da una gabbia ad un altra. Da un tipo di oppressione ad altre più cruente. Tra le donne di meno di 30 anni la disoccupazione è al 22%. La precarietà delle nostre vite. Donne trasformate in puttane o incarcerate. Trans e travestiti repressi quotidianamente per strada benché non gli si assicuri il diritto ad entrare nella vita lavorativa e si continui ad imporgli la prostituzione come unico destino. Donne assassinate dai loro partner, abusate dai loro padri o picchiate dalla polizia. Stiamo vivendo una stagione di caccia. E il neoliberismo fa le sue prove di forza sui nostri corpi. In ogni città, in ogni angolo del mondo non siamo al sicuro.

Noi scioperiamo.

Perché tutte le variabili economiche mostrano la violenza macista. I femminicidi sono il risultato di una serie di violenze economiche e sociali, di pedagogie della crudeltà, di una cultura del “ci sarà un motivo”, “qualcosa avranno fatto”, che glielo permette, li giustifica e li avvalla. Non sono un problema di sicurezza o insicurezza. Lottare contro queste violenze esige risposte multiple. Ci riguarda tutti e tutte, anche se sappiamo che i poteri dello stato e tutte le sue istituzioni (nazionali, provinciali e municipali) agiscono solo se costretti dalla pressione sociale che spinge dal basso. Per questo siamo qui oggi, in tutto il paese e in vari paesi contemporaneamente, dicendo Non una di meno! Ci vogliamo vive!

Come possiamo creare un altro mondo possibile se le misure che tendono a questa trasformazione come il Programma di Educazione Sessuale Integrale viene smantellato poco a poco o semplicemente non viene applicato in varie province? 

Como osano paragonare delle scritte su un muro all’uccisione e alla tortura di una bambina?

Come fanno a chiederci di avere pazienza se guadagniamo il 27% in meno degli uomini per fare lo stesso lavoro? 

Come pretendono che facciamo attenzione se allo stesso tempo dai mezzi di comunicazione ci dicono che quelle che vanno sole e vengono ritrovate morte ne hanno la colpa? Come pretendono che abbiamo pazienza se ci tolgono la pensione da casalinghe e non considerano seriamente il lavoro che è prendersi cura di una famiglia? Sì, lavoro. Il 76% dei lavori non remunerati lo facciamo noi. Come osano dirci che questo non è così grave quando tolgono l’autonomia economica a migliaia di donne cacciandole dal loro lavoro, quando ci abbassano lo stipendio, quando ci minacciano di abbassarci i contratti collettivi? Come pretendono che aspettiamo, quando moriamo per aborti fatti male o ci incarcerano se andiamo in ospedale per un aborto spontaneo? E potremmo continuare…

Nessuno vuole farsi carico di queste domande. e ancora meno di trovare delle risposte che ci includano, e non soltanto come vittime, morte, cose, ma come protagoniste con una propria voce. Noi vogliamo insistere, esigere, chiedere, rispondere, perché non vogliamo più vittime, di nessun tipo. Per questo noi donne scioperiamo.

E questa richiesta diventa di tutta la regione latinoamerica: Bolivia, Cile, Perù, Uruguay, Costa Rica, Guatemala, El Salvador. E in America Latina ci accompagniamo l’un l’altra. 

Ni Una Menos. Vivas nos queremos

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(“Rivoluzione nelle piazze, nelle case e nei letti!” – Cordoba, Maggio 2014)

** Note **

(1) Dirigente política, sociale e indigena argentina, leader dell’Organizzaciòn Barrial Tupac Amaru, arrestata in seguito ad una serie di iniziative politiche, in particolare una acampada contro il governatore

(2) Donna boliviana di etnia quechua, vittima di violenze da parte del marito e non solo, accusata di aver preso parte all’omicidio dello stesso durante una lite con un vicino e amico, dal quale probabilmente anche lei subiva violenza. Processata e condannata all’ergastolo benché lei non parli castigliano e non abbia potuto né difendersi né comprendere che cosa le stava accadendo

 

 

Luchìn. Aprire le gabbie dell’ingiustizia.

11 Settembre 2016, 43esimo anniversario del golpe nel Cile di Salvador Allende.

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(fonte: bbc.com)

Quest’anno è dedicato, su queste pagine, a Victor Jara e al suo bimbo Luchìn. Complice, felicemente, la nuova versione che Ana Tijoux, rapper, femminista, compagna e tante altre meraviglie, ha fatto uscire proprio pochi giorni fa.

Victor Jara non ha bisogno di grandi presentazioni, la sua musica e la sua vita hanno attraversato dolcemente l’oceano. Figlio di un contadino e di una donna con ascendenze mapuche, cresce ascoltando le canzoni popolari cantate da sua madre, intorno ai fuochi nel poblado. Cantautore, musicista, poeta, è membro del Partito Comunista Cileno.

La mattina del golpe Victor è all’Università e lì viene fatto prigioniero insieme ad altri studenti e docenti. I prigionieri vengono portati nel poi tristemente famoso Estadio de Chile e, dopo essere stato torturato, viene ucciso, le sue canzoni bandite.

Nel 2003, durante le commemorazioni del golpe, viene dedicato a Victor Jara lo stadio che fu teatro della sua morte.

In un paese, come il Cile, ancora così diviso sulla sua storia, ancora incapace di punire i colpevoli e assicurare giustizia, l’esempio di Victor Jara rimane presente. E respira.

Non è la morte che rende immortale il cantante ma la sua musica, la sua militanza, il contenuto politico e sociale delle sue canzoni.

Luchìn parla di un bambino che Victor e la moglie Joan conobbero in seguito ad un’esondazione del fiume Mapocho, fatto che mise in pericolo le vite dei bambini e delle famiglie del poblado di Barrancas, attuale Pudahuel.

Per rispondere all’emergenza, si decise di far rifugiare le famiglie all’interno delle sedi universitarie. Una di queste era la facoltà di Danza, dove lavorava Joan, la moglie di Victor. Quello sembra essere un momento rivelatore, in cui entrano in contatto mondi così diversi, come quello dell’università e quello dei poblados.

Luchìn, in particolare, era un bimbo di circa un anno, molto piccolo e denutrito per la sua età. Era coperto di fango e giocava con un pallone di stracci. Il suo arrivo colpì moltissimo i Jara e una loro collega e amica, Eugenia Arrieta, detta la Quena. Luchìn era malato di pleurite, la sua famiglia era molto povera e aveva come unico oggetto di valore il cavallo citato nella canzone. Luchìn venne curato, sfamato durante quell’emergenza e venne poi adottato dalla Quena.

 

 

Ma Luchìn è diventato, soprattutto, un simbolo. Il simbolo delle genti dei poblados, classi popolari poverissime, quelle che si sfamavano cucinando insieme la olla comun, la pentola comune, a cui ognuno contribuiva mettendo una cipolla, una patata o una manciata di pomodori.

Luchìn, nella versione e nel video di Ana Tijoux è il simbolo dell’ingiustizia, della disuaglianza, dell’oppressione e dello sfruttamento.

Perché, come sempre, la musica di Ana Tijoux non è solo memoria, ma anche soffio sulla brace, perché il fuoco delle lotte sociali non si spenga, perché non esistano più Luchin.

A noi, tutte, il compito di aprire le gabbie.

“Si hay niños como Luchín
que comen tierra y gusanos
abramos todas las jaulas
pa’ que vuelen como pájaros”

“Se ci sono bambini come Luchìn, che mangiano terra e insetti, apriamo tutte le gabbie, perché volino come passeri”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La finta savia e il XVIII Dicembre

Nelle storie ci si imbatte per sbaglio, o forse il modo più bello di apprendere, qualunque cosa si apprenda, è relazionale.

Metro, calda mattina di Luglio. Una famiglia latina chiede a quale stazione scendere per visitare il centro città. In particolare vorrebbero visitare una delle piazze centrali, dove si affaccia il Palazzo Reale e un’antica residenza dalle tre anime, come una matrioska, all’interno lo strato più antico.

Una ragazza indica la fermata della stazione principale dei treni.

Qualche minuto dopo sale un ragazzo, giovane, ben vestito. Ha in mano una bustina di carta trasparente, dentro dei fogli, quello che potremmo pensare essere un curriculum. Va nella medesima piazza, dove c’è anche un ufficio per i giovani, che avrebbe l’ambizione di orientarli verso opportunità e invece, nella migliore delle ipotesi, potrà fornire un po’ di consolazione.

Chiede alla ragazza qual è la fermata più vicina per la suddetta piazza. La ragazza tentenna, dice di non essere del posto e cita due stazioni. La conversazione si estende ad altri passeggeri e si concorda che la piazza è probabilmente al centro tra le due stazioni principali.

A quel punto la metro giunge alla fermata XVIII dicembre. Il signore latino chiede che cosa è successo in quella data. Una delle ragazze risponde in spagnolo, il signore ascolta. La moglie gli fa notare che abbiamo cambiato lingua, nel mentre.

Nessuno lo sa, non stiamo facendo una bella figura come giovani di un paese industrializzato. Sembra un po’ la solita scenetta da candid camera, in cui la giovani generazioni non conoscono i più banali avvenimenti storici del paese. Il ragazzo dice di essere rumeno e un po’ si auto-assolve. Ma una delle ragazze non ci sta e allora inizia un articolato processo di deduzione. E di racconto. Suppone che la data sia riferita al periodo pre-unitario e quindi probabilmente legato alla storia di quel periodo e di quel regno, che, diciamolo, non era ancora l’Italia. E racconta alla famiglia, ormai rivelatasi peruviana, di Cusco per l’esattezza, dell’Italia pre-unitaria, dell’annessione e della nascita della Repubblica. E auto-assolvendosi pure lei, che in fondo la storia del regno di Sardegna non è mica quella di casa sua.

Nell’era non digitale la cosa sarebbe pure finita qua. Due nozioni storiche la famiglia peruviana le aveva avute, la ragazza aveva salvato la faccia della gioventù italiana, non più ignorante e tutti vissero felici e contenti. Ma ai tempi della 4G è tutto diverso. Il ragazzo rumeno, con la complicità di Gooogle, smentisce.

Il XVIII dicembre, a Torino, si è consumata una strage fascista, una rappresaglia (ma come si dice strage in spagnolo?, qua la finta savia si deve proprio arrendere).

Il prequel

E’ la sera di una nebbiosa domenica di Dicembre, il 17 appunto, Francesco Prato si sta recando a trovare la sua fidanzata.

Faceva il bigliettaio del tram, viveva in una pensione in Corso Spezia, nel quartiere operaio di Barriera Nizza ed era un comunista. Lo descrivono come di “temperamento audace, battagliero, insofferente d’ogni sopruso e d’ogni prepotenza, incuteva timore agli stessi fascisti. Ovunque si trattava di difendere dei compagni o delle istituzioni proletarie dalle violenze delle camicie nere, il Prato si trovava in prima linea”. Il fascismo si stava consolidando in Italia, e a Torino si era già reso protagonista di aggressioni ed intimidazioni. Il clima era teso. Per questo Francesco Prato aveva in tasca una rivoltella quando cadde nell’imboscata di tre fascisti che gli spararono ferendolo a una gamba. Prato sparò a sua volta, uccidendo due dei suoi aggressori e riuscendo a fuggire. Si rifugia prima in casa di alcuni compagni e poi viene fatto espatriare in Unione Sovietica dove morirà, in un gulag.

Alcune versioni sostengono che i fascisti fossero stati assoldati dal padre della fidanzata di Prato, contrario alla relazione. Non ci direbbe nulla di nuovo sul machismo fascista.

Nel mentre al Teatro Alfieri i fascisti festeggiano la costituzione di una nuova squadra, con personalità politiche influenti, attrici e numerose squadre fasciste provenienti da Parma.

La strage

Il XVIII dicembre Torino si sveglia invasa da << gruppi di camice neri provenienti da altre città: essi erano armati di pistola, di manganello e avevano a tracolla una coperta arrotolata […] altri gruppi di fascisti forestieri appollaiati persino sui predellini e parafanghi di alcune automobili saettanti, brandivano pugnali, pistole, e gridavano per terrorizzare i passanti. Ci parve di capire la vera ragione dell’affluenza a Torino di squadristi da altre località  […] i caporioni fascisti, per giustificare il massacro che si apprestavano a scatenare contro gli antifascisti torinesi, prendevano a pretesto la batosta che il nostro compagno Prato aveva inferto ai loro sgherri »

Alle 11.30 una cinquantina di fascisti fa irruzione nella Camera del Lavoro, dove bastona il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, l’anarchico Pietro Ferrero. Poi li lascia andare.

Verso l’una, dopo aver cercato Carlo Berruti e averne devastato la casa, entrano nell’ufficio delle Ferrovie di corso Re Umberto, prelevano Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, e il socialista Carlo Fanti, li caricano in una macchina scoperta e li portano in aperta campagna, nella zona di Nichelino e gli sparano alla schiena.

Nel primo pomeriggio i fascisti fanno irruzione in un’osteria in via Nizza 300. Perquisiscono i presenti e trovano la tessera del Partito Socialista ad Ernesto Ventura. Gli sparano e lo feriscono. Leone Mazzola, gestore del locale, prova a protestare. Viene trascinato nel retrobottega dove i fascisti credono di trovare indizi della sua appartenenza comunista. Lo uccidono. L’indagine rivelerà che era un monarchico, probabilmente anche informatore della polizia politica.

Giovanni Massaro era nell’osteria di Mazzola ma riesce a fuggire, rifugiandosi nella sua casa, non lontana. Viene inseguito e ucciso. Il cadavere viene abbandonate nelle campagne in fondo a via S. Paolo e viene ritrovato solo qualche giorno dopo. Massaro aveva 34 anni, era un operaio con problemi psichiatrici che gli avevano fatto perdere il lavoro.

La giornata di sangue non è ancora finita.

E’ già sera, Matteo Chiolero, simpatizzante comunista è a cena con la sua famiglia, sua moglie ed una bimba di 2 anni. Bussano alla porta, va ad aprire ed è freddato con tre revolverate al petto.

I fascisti vanno poi a cercare Andrea Chiomo. Chiomo aveva 25 anni, era comunista ed aveva ucciso un fascista l’anno prima. Ne era uscito assolto ma sapeva che la rappresaglia non si sarebbe fatta attendere. Lo trovano in casa di amici, lo trascinano via e lo ammazzano crudelmente.

Alle dieci di sera Pietro Ferrero, anarchico, segretario della Federazione degli operai metalmeccanici di Torino è davanti alla Camera del Lavoro.

Era stato in giro tutto il giorno, era già stato malmenato alla Camera del Lavoro la mattina e ne era probabilmente scosso. Poco prima aveva incontrato Andrea Viglongo e Mario Montagnana, redattori de “L’Ordine Nuovo” che lo avevano invitato a fermarsi da loro: le strade di Torino per quelli come loro non erano sicure.

Ferrero va invece verso la Camera del Lavoro, occupata dai fascisti. Lo vedono, lo catturano, lo torturano e poi lo uccidono. O forse morì per le torture. Poi bruciano la Camera del Lavoro e impediscono ai pompieri di intervenire finché non ne resta molto.

 

 

A mezzanotte i fascisti irrompono in casa di Erminio Andreoni, 24 anni e lo prelevano davanti alla moglie ed al figlio di un anno. Lo portano nella campagna vicina e lo uccidono a colpi di pistola. Poi tornano nella casa e la devastano.

Irrompono poi in casa di Matteo Tarizzo, 34 anni. Dopo aver lavorato come operaio alla FIAT aveva aperto una piccola officina in via Madama Cristina.Lo portano fuori dalla sua casa e lo uccidono a bastonare. Gli lanciano copie de “L’Ordine Nuovo”.

In quel primo giorno ci furono, o meglio si è venuto a sapere, di otto morti e quindici feriti.

La strage, in realtà, non è ancora finita. Continuerà nei due giorni e nelle due notti successive.

La metro, però, apre le sue porte. La finta savia, il ragazzo rumeno e la famiglia peruviana sono arrivati a destinazione. Scendono, si salutano, si separano.

La finta savia si accorge che sta sorridendo. Che la malinconia che si trascina dietro da settimane si è alleggerita un po’. Pensa a Marcos, marionettista argentino, fintamente scontroso. “Ci sono i turisti e ci sono i viaggiatori”, le aveva detto. La differenza è tutta qui: se si va alla ricerca della Storia o di tante piccole storie che leggono o costruiscono la Storia. Pensa a Flor, ai brindisi agli incontri. Perché la Storia, alla fine, non è fatta che di incontri.

Pensa che, a volte, si può essere viaggiatori anche senza muoversi dalla propria quotidianità. Perché viaggiare, in fondo, è un’attitudine.

Esattamente come incontrare.

 

 

 

(si ringrazia anarchopedia per la dovizia di particolari)

Decolonizzare ancora un po’. Sull’inaugurazione della statua di Juana Azurduy

E’ stata inaugurata ieri, a Buenos Aires un’enorme statua di Juana Azurduy, eroina dell’indipendenza boliviana.

La statua, del peso di 25 tonnellate ed alta 12 metri sostituisce quella di Cristoforo Colombo. “A tutte le donne che lottano per la propria liberazione, questo è un modo di decolonizzarci da una dominazione”, dice Evo dal sontuoso palco di inaugurazione.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/16/foto/argentina_morales_e_la_kirchner-119174968/1/#1

E poi a firmare accordi per il commercio e la sicurezza delle frontiere, quelle stesse frontiere che significano spesso, per i boliviani, stigma ed esclusione.

Evo e Cristina sono un simbolo, soprattutto a guardarli dal Vecchio mondo, che è sicuramente meno rassicurante ma non è uno sguardo ideologico quello che si meritano, nè loro nè tantomeno i loro popoli.

E alla voce dei loro popoli, in questo caso nelle vesti di Mariana Gómez, ricercatrice del CONICET e Florencia Trentini, dottoressa in Scienze Antropologiche, è necessario dare spazio. Per questo è stato tradotto quest’articolo a firma delle due studiose apparso su notas.org.ar

Buona lettura

Polemica indigena per l’inaugurazione del monumento di Juana Azurduy

Mercoledì è stata inaugurata la statua di Juana Azurduy, dietro la Casa Rosada. dove precedentemente era situata la figura di Cristoforo Colombo. Un fatto che, tra le altre cose, ha significato dibattiti, polemiche e diverse posizioni di diverse organizzazioni indigene.

Tre anni fa il governo nazionale annuncià che la statua di Cristoforo Colombo sarebbe stata sostituita con quella di Juana Azurduy. Questo scatenò una forte polemica con il governo della città di Buenos Aires che lo riteneva un intervento illeggitimo del governo nazionale sul patrimonio e sullo spazio pubblico della città. A metà del 2014 si giunse ad un accordo perchè la statua fosse trasferita alla Costanera Norte.

Sicuramente, al di là delle dispute riguardo alla giurisdizione, le figure di Colombo e di Azurduy rappresentano una contesa simbolica. Il primo è chiaramente legato alla conquista ed al genocidio sui Popoli Originari, mentre la seconda è associata alle lotte per l’indipendenza della Nostra America. Quindi, simbolicamente, non è la stessa cosa che l’una o l’altra siano posizionate accanto alla Casa Rosada.

Il monumento è stato donato dalla Bolivia (un milione di dollari) e per questo motivo l’inaugurazione si è svolta durante la breve visita di Evo Morales nel nostro paese, dove sono stati firmati una serie di accordi e di negoziazioni in materia di cooperazione energetica e dove si sta svolgendo la “Festa dell’Integrazione”, che continuerà fino a Sabato 18, con la presenza di vari artisti musicali, una sfilata delle comunità latinoamericane e una fiera delle culture.

L’idea di rimpiazzare Cristoforo Colombo con Azurduy è stata interpretata in diversi modi da parte di diverse organizzazioni indigene. Nel 2013, quando fu annunciato il trasferimento del monumento a Colombo, l’ENOTPO (Incontro nazionale delle organizzazioni territoriali dei popoli originari), legato al governo, dichiarò attraverso un comunicato che appoggiava la decisione della presidenta, perchè la figura di Colombo rappresentava il genocidio e lo sterminio etnico dei Popoli Originari. E considerava questo passo come un passo in più verso uno stato plurinazionale.

Nel comunicato si sosteneva che “è fondamentale rivedere il cammino della colonizzazione in termini materiali e simbolici. Il patrimonio statale non è un’eredità immanente del passato, bensì attraverso di esso si costruisce e ricostruisce politicamente la storia del nostro popolo. E’ per questo che è importante togliere i quadri dei perpetratori di genocidi e non considerare come un momumento Colombo”.

D’altra parte, di fronte all’inaugurazione anche la Confederazione Mapuche di Neuquén ha diffuso un comunicato dal titolo “Pane e circo nella Casa Rosada, dedicato a noi Popoli Indigeni”, nel quale denunciano che ci sono autobus e biglietti aerei per portare rappresentanti delle comunità a questa “festa popolare”, per “applaudire acriticamente ciò che accadrà in essa”.

Per la Confederazione, questa è un altro dei “numerosi atti simbolici e retorici, carichi di demagogia e rassegnazione”. Quindi sostengono che “questa volta ci renderanno parte di una celebrazione, mentre la situazione di saccheggio ed espulsione dai territori comunitari non si arresta. Come prova di questa situazione più di un contingente passerà di fronte all’accampamento Qopiwini nell’Avenida 9 de Julio y Avenida de Mayo, come crudele mostra di questo intento di nascondere il sole con le mani”.

Al tempo stesso sostengono che “la politica statale di non riconoscere la nostra pre-esistenza come nazioni originarie, fino al punto che alla stessa Juana Azurduy sottraggono la sua origine indigena e la mostrano come un’eroina dell’Alto Perù o come una valorosa guerrigliera boliviana. E’ che il “crogiolo di razze”, nazionale e popolare, è un argomento forte per amalgamare tutte le differenze e annegare nel “mestizaje” più di 30 popoli nazione che reclamano diritti rispetto alle loro identità e ricchezze culturali.

Qopiwini, l’organizzazione che da cinque mesi porta avanti l’accampamento in Avenida de Mayo y 9 de Julio, chiedendo che vengano rispettati i diritti umani ed i diritti collettivi dei Popoli Indigeni, ha convocato, dal canto suo, una marcia diretta verso l’inaugurazione per consegnare al presidente Evo Morales una lettera e per invitarlo a visitare l’accampamento e che sia messo al corrente delle rivendicazioni che i diversi Popoli Originari portano avanti nei confronti del governo nazionale.

Queste diverse posizioni possono sembrare contradditorie ma si fondano sulle politiche attuali riguardo ai Popoli originari del nostro paese e alle diverse modalità in cui le organizzazioni indigene si posizionano rispetto ad esse (accettandole, rifiutandole, negoziandole).

Da un lato, la statua di Juana Azurduy nel patio posteriore della Casa Rosada ha una carica simbolica specifica, motivo per cui non celebrare questo cambiamento significherebbe non riconoscere che una figura che rappresenta le donne latinoamericane luchadoras che lottarono per l’indipendenza dei nostri popoli simboleggia qualcosa di completamente differente rispetto alla figura più rappresentativo del genocidio che è stata “la conquista” dell’America.

Senza dubbio, a pochi metri da dove oggi si inaugura questa nuova statua si trova ancora in piede e ben ferma la statua di Julio Argentino Roca, simbolo del genocidio su cui si è fonda questa nazione. Anni fa lo storico Osvaldo Bayer ha provato, senza successo, a sostituirlo con la figura della “donna originaria”.

Al tempo stesso è impossibile negare che questo atto simbolico avviente mentre molti rappresentanti indigeni si trovano nelle maglie del sistema giudiziario, mentre un cacique è prigionero a Tucumàn per aver difeso il suo territorio, mentre i qom, pilagà, wichi e nivaclè presidiano accampati da cinque mesi denunciando ciò che accade nella provincia di Formosa, solo per nominare alcuni episodi specifici che esemplificano la violenza che i Popoli Originari soffrono nel nostro paese quando si mettono a lottare per difendere i proprio territori e a reclamare i propri diritti.

Certamente smettere di considerare monumenti o togliere quadri di gente che ha commesso genocidi non è poco. Però, se qualcosa abbiamo imparato da questo governo in tema di diritti umani è che il livello simbolico deve essere accompagnato da politiche concrete di riparazione e di riconoscimento delle violenze e dei genocidi perpetrati dallo stato nel corso della storia.

Mariana Gómez, doctora en ciencias Antropológicas e investigadora del CONICET

Florencia Trentini, doctora en ciencias Antropológicas – @flortrentini

A ciascuno il suo

Sono tanti i modi di essere donna, ed a Córdoba vado a scoprire l’altro estremo rispetto a quello visto nei tre quattro mesi chaqueñi. In tutta la Bolivia l’identità di donna coincide con quella dimadre. Si potrebbe dire che dipende dal valore attribuito ai figli dai popoli originari, ma forse èsoprattutto responsabilità della religione cattolica sovrappostasi poi. Ci siamo interrogate tanto con Anita su questi temi, la pianificazione familiare imposta dalle Ong che rimproverano i paesi incui intervengono per la loro povertà, dovuta, sostengono, all’elevato numero di figli; i figli in età precoce, tanto scioccanti per la cultura occidentale quanto avvallati dalla natura. Non è semplice il lavoro di decostruzione culturale che sempre si dovrebbe fare quando si giunge o,ancor di più, quando si “coopera” in questi luoghi. Racconto ad Anita della ragazza che è rimasta incinta rassicurando il suo compagno che non sarebbe accaduto nulla, lui racconta che lei gli avrebbe detto che voleva un figlio da lui, anche a costo di crescerlo da sola. Anita parla delle culture e delle troppe volte che non le riconosciamo e le colonizziamo. Al tempo stesso penso che non ci si possa nascondere dietro al “fattore culturale” e finire per legittimare il machismo. Le donne consigliano i loro uomini di ritorno dalle assemblee e con i loro consigli si risolvono impasse politici; ma intanto sono a casa, non hanno potere esplicito e sono continuamente infastidite instrada quando non sono accompagnate.

Le donne di Ammar, l’altro estremo, vivono e lavorano in strada. Ammar vuol dire “Associazione donne meretrici argentine”, attiva in tutto il paese. La sezione di Córdoba, come molte altre sul territorio è fuoriuscita da “Ammar Argentina” a causa di divergenze. La compañera, con cui riesco, dopo un certo peregrinare, a fare due chiacchiere, la mette su un piano economico, su una gestione centralista dei fondi, che Ammar argentina non distribuisce alle organizzazioni locali. In realtà, dalle sue parole, mi sembra di intuire una diversa forma di organizzazione e di concettualizzazione. Ammar argentina si avvale di professionisti retribuiti, Ammar Cordoba si basa sul lavoro volontario, qualche progetto ed un po’ di autofinanziamento. Di fatto, l'”appuntamento” lo prendo durante un locro (scopro che si chiama uguale ma è diverso da quello boliviano; questo si fa con zucca, mais e carne di maiale molto grassa), un pranzo popolare per finanziare quattro “copas de leche”, sulle quali chiedo delucidazioni. In molti poblados, intorno alle grandi città, c’è ancora molta povertà, denutrizione, analfabetismo. In alcune famiglie il pranzo servito a scuola è l’unico pasto caldo del giorno. Allora si organizzano le copas de leche, case private che si aprono per offrire ai bambini una tazza di latte caldo ed un panino o un criollo.

Ammar Córdoba nasce nei primi anni 2000 con il proposito di coordinare le lavoratrici sessuali per il riconoscimento dei propri diritti di lavoratrici. Al momento sono impegnate a fronteggiare un attacco derivante dalla legge imposta da De la Sota, governatore della provincia di Cordoba. Tale provincia è famosa per fare storia a se’ rispetto ai provvedimenti normativi che sono sempre indipendenti e straordinariamente più repressivi rispetto al resto del paese. C’è il codigo de falta e la detenzione “por portacion de rostro”, la ley della gorra, tutti sinonimi per lo stesso contenuto: la polizia può fermarti in strada perché hai l’aspetto sospetto e può portarti via perché ti stai guardando intorno (“merodeo”), perché stai cercando cibo nei cassonetti, perché stai vendendo, suonando o giocolando o, semplicemente, perché non gli piaci. Esiste un reparto di sicurezza che si chiama “de saturación”, controlli a tappeto in nome della “sicurezza”. De la Sota ha anche sostenuto una legge contro la tratta, molto criticata da Ammar perché criminalizza e colpisce le lavoratrici del sesso e perché fa volutamente confusione tra “tratta” e prostituzione liberamente e consapevolmente scelta. Il tema della tratta qui è pressante, lo dicono i muri, i cartelli sugli autobus e in strada. Sembra davvero che qui la leggenda metropolitana dei rapimenti per sottrazione di organi e sfruttamento della prostituzione sia realtà, ma sono già in Cile, mamma, è andata bene pure questa. La legge chiude whiskerie, night club, cabaret e simili,
sostenendo che questi luoghi siano quelli in cui avvenga lo sfruttamento della prostituzione e la schiavizzazione di donne non consenzienti, senza riconoscere chi esercita il mestiere più antico del mondo per scelta e costringendo le lavoratrici sessuali al lavoro in strada, esponendole ancor di più a magnaccia e criminalità. E alla repressione poliziesca.

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Ammar offre assistenza legale e medica gratuita, c’è una ginecologa, un’oculista, un dentista e specialisti pediatrici. Perché ad Ammar ci sono tanti bambini, c’è una scuola ed un asilo. La scuola nasce perché molte “compañeras” non avevano studiato; la scuola è inserita nel sistema nazionale e sono gli unici stipendi ricevuti ad Ammar, dal ministero dell’istruzione. La scuola è aperta, ovviamente, a tutto il quartiere ed è parecchio frequentata; quando le madri iniziarono a seguire le lezioni si presentò il problema dei bambini, dove lasciarli. Per un po’ vennero tenuti fuori dalla aule, su dei materassi, poi venne creato l’asilo. Ad Ammar ci sono i laboratori, di parruccheria e di cucito. L’impressione, stando li, è che davvero sia una casa per il quartiere,la porta si apre incessantemente, nel garage alle nostre spalle stanno cantando e suonando con una chitarra, in cucina si beve mate e si chiacchiera, dalla porta dell’asilo esce un bimbo che stringele gambette, con la faccia sofferente, aspettando che si liberi il bagno. 

Ammar si autogestiona con le assemblee, le compañeras si incaricano delle diverse aree. Ammar ha tutta l’aria di essere una comunità, un punto di riferimento per il quartiere, un luogo di lotta. La prossima iniziativa è il 2 di Giugno, giornata internazionale del lavoro sessuale e le compagne di Ammar saranno in strada ancora una volta, a rivendicare una scelta, a chiedere diritti per le lavoratrici del sesso. Diritto a non essere sfruttate da un magnaccia che si prende il 50, 70% dei guadagni, a non essere portate via dalla polizia arbitrariamente, a non essere strumentalmente
confuse con vittime della tratta.

Vorrei avere sottomano King Kong Theorie, di nuovo, per rileggermi le parole di Virginie Despéntes,perché la prostituzione volontaria appare, al principio, scioccante, incomprensibile, inspiegabile, e mai viene rilevata la analogia con il lavoro salariato, con la vendita del proprio tempo, del proprio corpo, delle proprie braccia che questa società legittima ed incoraggia.
A ciascuno il suo, allora, ma fuori dalle ipocrisie e dalla presunzione di essere liberi.

Ed è solo Sabato notte…

(Premessa: anche Córdoba avrà un disegnetto, al momento è incompleto e impresentabile. Impresentabile lo resterà ma mi è presa voglia di disegnare. Il disegnetto darà ordine a questo post).

Un mate, per iniziare. Passandosi il mate si condividono le prime chiacchiere, poi le strade. Mili mi accompagna in giro per il centro, e intanto racconta. Ma a Córdoba arrivo già preparata dai racconti di Marcos.

La Cañada è uno dei luoghi caratteristici di Córdoba, un canale che un tempo segnava il confine ovest della città. Oggi è un quartiere ricco di bar culturali ma ospita anche la fiera degli artigiani ed una “casa tomada”, una casa presa dagli artigiani. Ho sentito varie storie, dell’occupazione contro la speculazione e dei tentativi di sgombero con un incendio o con le squadracce. Non ricordo come le chiamano ma di fatto è pratica frequente utilizzare semi criminali che fanno giustizia sommaria con l’aiuto e su mandato della polizia. Dell’incendio sento anche un’altra versione, cioè d una candela che appicca il fuoco e si propaga ai libri custoditi poco lontano. Di fatto sembra che prima ci fosse una casa ed ora c’è una tettoia, un paio di tende e si sta costruendo. Il lunedì si lavora, il martedì ci sono i laboratori di serigrafia, il mercoledì di percussioni. È uno spazio giovane ma pieno di entusiasmo. Quando passo di li mi fermo a chiacchierare con Matias, artigiano dalle mille esperienze. Mi accompagna in giro per il centro, al mercato (sempre i mercati come specchio dei luoghi) e mi racconta dei suoi viaggi, della famiglia guarani con cui è rimasto un anno, del sentiero per giungere alle rovine ed entrare gratis dopo le cinque in Perù, di un amico che aiuta a costruire una casa nella sierra. Dice che faranno le empanadas, in realtà troviamo una zuppa, che mangiamo quando già si sta montando la fiera. Lui ha ben poco, gli hanno rubato lo zaino, ci fermiamo a comprare del filo di metallo per fare dei fiori da vendere mentre si passeggia, o da scambiare con una sigaretta o qualcosa da bere. Mi fa vedere il suo “ufficio”, il luogo dove mette il panno per vendere. O meglio gli uffici perché di pomeriggio il sole si sposta e lui pure, attraversando la strada. Ci fermiamo a salutare gli altri che lavorano. Tra le migliaia di braccialetti ed orecchini, simili spesso tra loro, nella feria si vedono creazioni originali: giocattoli in legno, spade e fucili, vestiti, tessuti. C’è musica nella fiera, pagliacci, bambini col primo accenno di rasta e la murga che, mi spiega Matias, è un genere di musica che consiste nel cantare testi ironici su motivi conosciuti. C’è una mezza rissa e tentativi pacifisti di fermarla. C’è la banda della Cañada, ritmi in levare e tanta fricchettonaggine. “Tana”, mi sento chiamare. “Tana” è come chiamano le italiane in Argentina. “Tana”, mi dice Chamba, che in realta si chiama Salvador, è di San Salvador, viveva nella calle San Salvador e poi c’è n’era un’altra, che completava le “quattro volte Salvador” ma non la ricordo più. Chamba pure ha mille storie da raccontare, dei cocktail fruttati che ti stendono sotto il sole dei Caraibi, delle detenzioni lampo che sembrano villeggiature, con i poliziotti che vanno a recuperanti cibo e ti comprano artesania. Mi chiede com’è la situazione in Italia e quando sto per iniziare a lamentarmi dice “così è per chi ha sempre avuto il letto e poi si ritrova a terra. Chi è sempre stato a terra, invece…”. Ma ora mi sta chiamando perché sono da sola Matias è in giro, ci si inizia a chiedere che si fa stasera. Matias voleva andare ad un concerto rock, o meglio fuori perché nessuno ha i soldi per entrare. Io confesso che voglio andare a sentire la Mona e in qualche modo li convinco. Prima però andiamo a recuperare del cibo, c’è una pizzeria qui dietro che gli regala sempre pizza. Nel mentre passano dei giovani cordobesi a cui scrocchiamo delle sigarette, anche se fumo solo io. Quattro ne chiede, noi siamo tre, ed una per il bambino che da questo momento io porterò in grembo. La ragazzina con cui parliamo sogna di partire in viaggio dopo la promozione, è all’ultimo anno. “Lavora un anno, risparmia e compra un biglietto per il Messico”, le dice. “È più facile scendere che salire”, le dice. Vive de la calle, le dice, non en la calle. Artesania, giocoleria, così si sopravvive. Noi europei l’università e i soldi di mamma e papà.

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Ripartiamo, cerchiamo un colectivo e qualcosa da bere, compriamo del liquore al dulce de leche per il bambino, ci rassegniamo a prendere un taxi; il tassista ci chiede se abbiamo dei documenti, c’è un posto di blocco che ferma tutti i taxi, poi arriviamo al barrio. Il tassista ci dice le strade da evitare al ritorno, la polizia presidia il palazzetto dello sport, ci sono nastri di plastica per il prefiltraggio. Lasciamo l’artesania di Matias al chiosco che vende choripan, il piatto tipico di Córdoba e ci inmergíamo nella zarria cordobese. Voglio andare avanti, come al mio solito e li perdo dopo tre passi. Sono sola, senza cellulare, che comunque mi servirebbe poco e volevo giusto evitare questa situazione. La Mona canta “yo también estuve preso” io vago e mi fogo e mi dispero un po’ ma li ritrovo. Qui si palesa la mia incapacità di ballare, il mio senso del ritmo in latinoamerica è insistente, ci prova una ragazza, poi un ragazzo, faccia di uno che non vorrei far arrabbiare. Continua a dirmi che “si sente”, la musica, e “no” continua a ripetermi. A un certo punto sorprendo un tipo ad indicarmi ed a ridere. Senza speranza. Pensiamo di lanciarmi sul palco per chiedere una canzone, esito, discutiamo con due tipe (nemmeno loro vorrei farle arrabbiare), Chamba mi da della cagasotto. Il concerto finisce, parliamo con un musicista, chiediamo la scaletta che non c’è ed usciamo. Mangiamo un choripan, Matias regala un braccialetto all’uomo del chiosco per il favore ricevuto. Con Chamba parliamo dei complessi sulla magrezza, maledetto occidente, dell’età che avanza. Mi dice di non lamentarmi di nessuna delle due cose, che l’età è esperienza e che è bello avere esperienza.

Ritorniamo verso il centro, Matias prova a vendere senza successo e con scarsa convinzione qualche fiore; non sappiamo che ora è mentre siamo seduti sul muretto della Cañada. Non ho il cellulare, non abbiamo orologi, è una bella sensazione. Lo saluto e vado a dormire. Ed è solo Sabato notte…