Trenzaré mi tristeza

Mi sono imbattuta per caso in queste parole di Paula Klug, di cui, tuttora, ammetto di non saper nulla.

Sono parole che mi hanno riportata lontano, alle sedie in semicerchio nell’aia di fronte al Parapety, agli sguardi timidi delle donne vicino al fuoco, ai piedi nudi dei bambini. Alle ragazze della Tekove, prima del Sabato Culturale, intrecciandosi i capelli come cambas, o lasciandoli sciolti come collas. Alle mie dita inesperte e titubanti, una ragazza ad insegnarmi, una cavia e la minaccia dei pidocchi.

Ad una saggezza che ancora mi emoziona, ad una poesia che già mi manca.
Un gesto quotidiano che torna ad essere legame con la vita, la natura, gli spiriti.

“Intreccerò la mia tristezza”.

Mia nonna diceva che quando una donna si sente triste la cosa migliore che può fare è intrecciarsi i capelli: in questo modo il dolore rimarrebbe intrappolato dentro i capelli e non potrebbe arrivare al resto del corpo; bisogna fare attenzione a che la tristezza non si metta negli occhi perché li farebbe piovere, né bisogna farla entrare tra le labbra, perché le obbligherebbe a dire cose non vere, “che non si metta tra le tue mani”, mi diceva, perché puoi tostare troppo il caffè o lasciare crudo l’impasto: è che alla tristezza piacciono i sapori amari. Quando ti senti triste, bambina, intrecciati i capelli; intrappola il dolore nella matassa e lascialo scappare quando il vento del nord soffia con forza.

I nostri capelli sono una rete capace di intrappolare tutto, sono forti come le radici dell’ ahuehuete e morbido come la schiuma dell’atole.

Che la malinconia non ti prenda alla sprovvista, bambina mia, anche se hai il cuore rotto o le ossa fredde per una qualche assenza. Non farla entrare dentro di te con i capelli sciolti, perché scorrerà come una cascata per i canali che la luna ha tracciato dentro il tuo corpo.

Intreccia la tua tristezza, diceva, intreccia sempre la tua tristezza.

E domani, svegliati con il canto del passero e la troverai pallida e dissolta nel telaio dei tuoi capelli.

Paola Klug ☾ La pinche Canela ☽

Decía mi abuela que cuando una mujer se sintiera triste lo mejor que podía hacer era trenzarse el cabello; de esta manera el dolor quedaría atrapado entre los cabellos y no podría llegar hasta el resto del cuerpo; había que tener cuidado de que la tristeza no se metiera en los ojos pues los harìa llover, tampoco era bueno dejarla entrar en nuestros labios pues los obligaría a decir cosas que no eran ciertas,  que no se meta entre tus manos- me decía-  porque puedes tostar de más el café o dejar cruda la masa; y es que a la tristeza le gusta el sabor amargo. Cuando te sientas triste niña, trénzate el cabello; atrapa el dolor en la madeja y déjalo escapar  cuando el viento del norte pegue con fuerza.

Nuestro cabello es una red capaz de atraparlo todo, es fuerte como las raíces del ahuehuete y suave como la espuma…

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“Alfòn libero”, lo grida Madrid, lo gridino tuttx. Appello dalla Piattaforma per la libertà di Alfòn

Madrid è, ai miei occhi e nel mio cuore, la città degli opposti e delle contraddizioni. E’ la città non natale di Franco ma dove ancora di Giovedì, si trovano nei bar tapas di paella come voleva il caudillo, o almeno questo narra la leggenda.

E’ la città degli ultras in curva con le bandiere della falange franchista, delle marce commemorative per i falangisti e per Franco, dei concerti di gruppi antifascisti ed internazionalisti (Non Servium e Banda Bassotti, tra gli altri) sospesi, e delle manifestazioni fasciste legali. Come la “marcia contro l’immigrazione anti-spagnola” del Novembre 2007, che Esperanza Aguirre, presidentessa della Comunità Autonoma di Madrid, autorizzò e che portò alla morte di Carlos Palomino, antifascista appena sedicenne.

Carlos Palomino era un ragazzo di Vallecas, municipio fino al 1950, poi quartiere, a sud di Madrid.
Vallecas è il quartiere operaio per eccellenza della capitale spagnola, nato in seguito all’installazione delle prime fabbriche ed abitato prevalentemente da famiglie che emigravano dal resto della Spagna; è un quartiere antifascista, già che forte fu la resistenza all’avanzata franchista. E’ tuttora un quartiere fatto di legami, reti di solidarietà, partecipazione e comunità. E tornando al calcio è la sede del Rayo Vallecano, e dei suoi ultras, i Bukaneros, che portano il loro antifascismo ed il loro anticapitalismo sugli spalti, nelle strade della città e del quartiere.

Di questo stesso quartiere è Alfòn, giovane operaio di 22 anni, che la mattina del 14 Novembre 2012 si stava recando ad uno dei picchetti chiamati per lo sciopero generale europeo. L’accusa è di detenzione di esplosivi ed il carcere preventivo è immediato. 56 i giorni che Alfòn è costretto a passare in regime F.I.E.S., un regime carcerario “speciale”, che prevede la censura stretta di posta e pacchi o l’incomunicabilità con l’esterno, il controllo della vita all’interno del penitenziario (orari, attività permesse) ed il tentativo di isolare dagli altri detenuti e dai/lle solidali all’esterno, attraverso continui trasferimenti e così via.

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La madre denuncia, nei giorni seguenti, violenze psicologiche nei confronti del figlio ed, insieme al coordinamento che nasce per richiedere la libertà del giovane militante, la natura del tutto politica dell’arresto. Alfòn viene arrestato sulla base della figura giuridica dell'”allarme sociale”, non più in vigore dal 2003. Il giudice giustifica tale misura sulla base del fatto che Alfòn simpatizza per i Bukaneros e quindi è sospettato di appartenenza a “banda armata”.

Alfòn ha ottenuto la libertà condizionale il 19 Gennaio successivo ma, a distanza di quasi due anni da quello sciopero generale, è ancora necessario sostenere la lotta dei suoi familiari, amicx, vicinx e compagnx per la sua libertà totale. Infatti, il prossimo 18 Settembre, nella Madrid degli sgomberi dei centri sociali antagonisti e delle occupazioni fasciste, si terrà l’udienza del processo, nel quale Alfòn rischia fino a 5 anni e mezzo di carcere.

Il caso di Alfòn non desta certo stupore, salda l’abitudine alla repressione come maldestro tentativo di indebolire i movimenti. Che l’abitudine, però, non ceda il passo all’inazione.

La “Piattaforma per la Libertà di Alfòn”, composta da familiari, amicx, vicinx e compagnx chiede la solidarietà attiva, attraverso l’organizzazione di dibattiti, presidi ed attacchinaggi di manifesti, a tutti i collettivi e le organizzazioni, a livello nazionale ed internazionale.

Come sempre la risposta alla repressione può essere una sola: unità, solidarietà ed ancora lotta.

Qui la pagina della “Piattaforma per la Libertà di Alfòn”

Di seguito il Comunicato della “Piattaforma per la Libertà di Alfòn”

“Vogliamo che Alfonso resti in libertà”

La Piattaforma per la Libertà di Alfòn chiede di unirsi alla campagna che si sta portando avanti per la libertà di Alfòn.

Il 18 Settembre prossimo si terrà il processo contro un nostro familiare, vicino, amico e compagno, Alfòn, per il quale verranno chiesti 5 anni e mezzo di carcere.

Alfòn è un giovane di 22 anni, del quartiere operaio di Vallecas, Madrid, che è stato arrestato mentre usciva di casa e si dirigeva al picchetto unitario del suo quartiere per lo sciopero generale europeo del 14 Novembre 2012, per manifestare contro la disoccupazione e la riforma del lavoro, i tagli nel settore sociale, la privatizzazione di sanità ed istruzione…

Grazie alla vostra solidarietà ed alle mobilitazioni internazionali del 28 Dicembre 2012 siamo riusciti a rompere il silenzio dei mezzi di informazione che cercavano di mantenerlo nell’ostracismo, e a tirarlo fuori dal carcere a 56 giorni dal suo arresto, il 9 Gennaio del 2013.

La repressione in Spagna è andata crescendo fino a raggiungere limiti insospettabili di assenza di libertà. In decine di migliaia abbiamo multe, più di mille sono le persone imputate e centinaia con richiesta di arresto in carcere par aver preso parte alle lotte sociali, politiche e sindacali.

Per questo motivo abbiamo organizzato una serie di mobilitazioni tanto nel suo quartiere e nella sua città, quanto nel resto dello stato spagnolo ed abbiamo convocato una nuova giornata internazionale di solidarietà per il prossimo 16 di Settembre alle 19.00 e per questo abbiamo bisogno della vostra solidarietà attiva, come in passato.

Vi proponiamo di:

– Dare diffusione a questo caso secondo le vostre possibilità (mail, dibattiti o iniziative)

– Realizzare un presidio e scrivere un comunicato (il giorno 16 alle 19 in un luogo emblematico della vostra città, dove siete soliti organizzare presidi o manifestazioni) e vi saremmo grati se ci mandaste foto al nostro indirizzo e-mail

-Fare uno striscione con la scritta “Alfòn Libertad” ed esporla nella vostra città la notte tra il 9 ed il 10 di Settembre, farvi una foto ed inviarcela per mail, dato che ciò si è già rivelato importante in occasione della sua liberazione.

Vi ringraziamo per la vostra solidarietà e restiamo in attesa della vostra risposta.

Libertà per Alfòn!

Per la libertà ed il ritiro dei carichi penali di tutte le persone accusate o incarcerate per le lotte!

Viva la lotta della classe operaia!

Conto corrente in solidarietà: ES33 0487 0542 86 2000051729 ( a nome di Madres Contra la Represión)

La Traba, sotto la terra continuano a crescere i semi

Agosto.
Il mese dell’attesa del rientro dei vacanzieri, dei buoni propositi per l’anno nuovo (che tanto l’anno inizia a Settembre e mai a Gennaio), dei consigli per il caldo al TG, dei cani abbandonati in autostrada e, a casa mia, della batteria, le Peroni e le “nocelle” in terrazzo con gli amici di mio fratello. E dei fuochi il 16 Agosto.

E degli sgomberi.

A Milano del CSOA Lambretta, a Bologna dell’Hobo e a Madrid del Csoa La Traba, sette anni di occupazione e lotta nel quartiere di Arganzuela.

La polizia è arrivata presto nel quartiere, ha circondato la zona e, senza nessun preavviso né notifica, ha iniziato a distruggerlo.

Gli e le occupanti della Traba erano già riusciti lo scorso 22 Luglio a far rinviare lo sgombero e sostengono che proprio per questo motivo, questa volta, la polizia ha agito di soppiatto.

Come se non bastasse, negli stessi giorni, è stato occupato uno spazio chiamato “Hogar Social”, da giovani appartenenti all’estrema destra, vicini all’MSR (Movimento Sociale Repubblicano). Nel comunicato dichiarano di aver occupato questo spazio per realizzare “attività ludiche, sociali e culturali e dar rifugio agli spagnoli più bisognosi”. In un quartiere in cui è presente molta immigrazione.

La Traba, e le sue idee di antifascismo, antirazzismo ed anticapitalismo, la sua capacità di “costruire reti” e far crescere i movimenti, è scomoda, anzi preoccupante. E va sgomberata.

Quello che resta sotto le macerie è uno skate-park, uno studio di registrazione, la sala concerti, la palestra, il teatro oltre a tutto il materiale, dato che la polizia non ha permesso l’ingresso a nessuno.

Quello che le ruspe non possono distruggere sono il lavoro politico fatto nel e con il quartiere negli ultimi sette anni, la determinazione ed il movimento popolare che sono riuscitx a costruire. Grande, infatti, la partecipazione del quartiere ma anche degli altri spazi sociali della città, alla manifestazione convocata per la sera stessa dello sgombero.

“Vogliono sotterrarci”, scrivono da La Traba, “ma non sanno che siamo semi”.

Lear, Donnolley, Ikea. Tanti padroni, un’unica lotta.

E’ fine maggio quando la Lear, multinazionale che produce cavi elettrici, la cui produzione è totalmente assorbita dalla Ford, annuncia la sospensione di 330 operai ed operaie (su un totale di circa 600). E’ la crisi, dice l’azienda, a imporre queste misure. Non si preoccupa, in ogni caso, di presentare dati al riguardo né tanto meno possibili strategie di uscita dalla stessa.

La sospensione, ad alcuni giorni di distanza, viene revocata per un centinaio di lavoratori, mentre gli altri vedono peggiorare la propria situazione: l’azienda conferma la sospensione per circa duecento lavoratori e lavoratrici, che, inoltre, passano dal percepire il 75% dello stipendio, al nulla.

La prima risposta dei lavoratori e delle lavoratrici è un blocco del traffico il 26 Giugno, giornata a cui seguono le prime lettere di licenziamento vere e proprie: 20 per lavoratori e lavoratrici non ancora colpiti da alcun provvedimento, ed il resto per coloro che già erano stati sospesi dall’azienda. Tra sospesi/e e licenziati/e sono circa duecento quelli e quelle che sono rimaste senza lavoro e senza stipendio.

A questo punto le lavoratrici ed i lavoratori chiamano un’assemblea e decidono un piano di mobilitazione. Innanzitutto si pianificano e si mettono in atto blocchi dei cancelli, in entrata ed in uscita, ed il blocco della produzione, possibile grazie alla solidarietà ed alla lotta di coloro che ancora conservano il proprio posto di lavoro e che non si sono fattx intimidire dalla politica aziendale di minacce e licenziamenti.

L’azienda indurisce le sue posizioni ed il Martedì successivo militarizza l’area antistante allo stabilimento ed impedisce l’ingresso ai delegati sindacali, cercando in questo modo di piegare e lasciare senza tutele i lavoratori che appoggiano la lotta dall’interno.

Nel mentre cresce la mobilitazione e la solidarietà all’esterno: il 30 giugno, in concomitanza con il blocco della produzione nella fabbrica, gli operai e le operaie sospesi e licenziati bloccano la Panamericana per 3 ore. Il 2 Luglio le donne della Lear, al termine di un blocco per il centro della capitale argentina, installano una tenda di fronte al Ministero del lavoro; il 4 si bloccano i portoni e si impedisce l’accesso allo stabilimento. L’8 la polizia carica lavoratori e lavoratrici e solidali, arrestando, tra gli altri, Victoria Moyano, “nipote restituita”. Nel mentre vengono coinvolti gli studenti e le studentesse, i sindacati di base e varie organizzazioni della sinistra, vengono organizzate cinque giornate nazionali in solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici Lear, si organizza un picchetto permanete davanti ai cancelli, blocchi stradali a piedi ed in auto, si crea un cassa di solidarietà attraverso la quale vengono raccolti soldi ed alimenti per sostenere la lotta dei e delle lavoratrici.

L’arresta di Victoria Moyano
Fonte: http://www.ceprodh.org.ar/

I mezzi che usano azienda e, purtroppo, sindacati “gialli” sono vili; il direttore dello Smata (Sindacato dei meccanici ed affini del trasporto automotore), Ricardo Pignanelli, conduce con l’inganno i lavoratori e le lavoratrici nella sede del sindacato (lontana decine di km dall’azienda) per convincerli a votare una mozione per la destituzione dei membri del comitato d’impresa, organismo indipendente dallo SMATA. In assenza degli integranti del comitato d’impresa ma alla presenza dello zoccolo duro dello SMATA i lavoratori e le lavoratrici firmano, sentendosi minacciati e denunciando tali mezzucci. Coloro che non firmano vengono licenziati.

Nel mentre la giustizia obbliga l’impresa a permettere l’ingresso dei delegati allo stabilimento ma l’azienda non si sente in dovere di compiere con la disposizione giudiziaria. Tale reintegro avverrà, in forma completa, solo il 12 Agosto.

La lotta, inoltre, ha portato al reintegro di circa 50 lavoratori, rafforzando lo spirito e la determinazione dei e delle lavoratrici che proseguono la mobilitazione al grido di “tutte e tutti dentro!” e “mai più famiglie per strada!”

La solidarietà dai/lle facchinx italianx ai lavoratori ed alle lavoratrici della Lear
Fonte: http://www.ft-ci.org/

Ma la lotta, oltre a pagare e dare risultati concreti, si estende ed attraversa persino l’oceano. I lavoratori e le lavoratrici di Lear Argentina, insieme alle donne di Lear in lotta, ai deputati del Partito Socialista dei Lavoratori ed al Fronte di Sinistra dei lavoratori esprimono la loro solidarietà, immediatamente contraccambiata, ai lavoratori ed alle lavoratrici dell’Ikea di Piacenza, licenziati dalla multinazionale svedese ed in lotta, anch’essx, da Maggio. A Piacenza, come in Argentina, i lavoratori e le lavoratrici gridano “Tutti e tutte dentro!”.

La solidarietà dei lavoratori della Lear
Fonte: https://www.facebook.com/ClashCityWorkers

Ma la lotta, oltre a pagare e dare risultati concreti, crea reti di solidarietà e rende più forti gli e le operaie, come dimostra il caso della Donnelley, un’azienda che lavora nell’ambito della grafica e che l’11 Agosto, tramite un cartello sulla porta della fabbrica, ha avvisato i propri e le proprie dipendenti della sua chiusura. 400 familie senza lavoro dall’oggi al domani.

I lavoratori e le lavoratrici della Donnelley non si fanno certo intimorire: entrano nello stabilimento e rimettono in funzione la produzione. Le rivendicazioni degli e delle lavoratrici sono inequivocabili: divieto di licenziamento e divisione delle ore di lavoro, espropriazione di ogni fabbrica che chiuda e gestione operaia delle stesse, che la crisi la paghino gli imprenditori e non i lavoratori e le lavoratrici e fine della persecuzione politica dei delegati sindacali e delle commissioni interne.

Il 16 Agosto, davanti ai cancelli della Donnolley, si è tenuto un incontro di lavoratori e lavoratrici autoconvocatx, che ha coinvolto operai/e di Lear, Kraft, Shell, Calsa e Honda, oltre a sindacati e partiti della sinistra, organizzazioni politiche e sociali, famiglie e solidali. In tutto circa 3000 persone hanno partecipato ad una giornata di lotta convocata ed organizzata in poco tempo.

Dall’assemblea autoconvocata sono emerse strategie ed obiettivi di lotta condivise: ottenere l’espropriazione e la nazionalizzazione della Donnelley, sostenere la lotta per il reintegro dei licenziati e dei membri della Commissione interna della Lear, costringere le organizzazioni sindacali a convocare uno sciopero nazionale di 36 ore. Si è deciso, inoltre, di continuare la campagna “Un milione di pesos per Lear”, che ha come obiettivo il sostegno economico alle famiglie degli e delle operaie in lotta, che i delegati di Lear e Donnolley abbiano un ruolo rilevante nelle prossime mobilitazioni di piazza previste e che si costruisca un coordinamento tra i lavoratori e le lavoratrici della zona Nord del paese che funzioni in forma stabile.

Alle multinazionali, che lamentano crisi che non dimostrano (né Lear, né Donnolley mostrano cali dei profitti negli ultimi anni), ai sindacati che tradiscono invece di lottare con i/le lavoratrici, al governo complice, in un paese già duramente provato da un’elevata inflazione e da un nuovo, dichiarato default, l’unica risposta possibile è l’unione dei lavoratori e delle lavoratrici.

Oltre 3000 i lavoratori e le lavoratrici autoconvocati
Fonte: http://www.ft-ci.org

“Unidad de los trabajadores y al que no le gusta se jode”, gridano oggi gli e le operaie, e la memoria va al

“Divisi non siamo niente tutti uniti si vincerà” delle lotte italiane.

Nel tempo, del tempo

Gli psicologi e gli psicoanalisti parlano di insight quando si ha come una rivelazione, quando qualcosa fa click, quando tirando un filo, che appare annodato, questo si disincastra perfettamente ed è perfettamente srotolato.

Normalmente questi insight avvengono in seduta, ma poiché questo viaggio si sta rivelando un’autoanalisi continua, come quella di Freud ma senza bamba, possono avvenire nei luoghi e momenti più inaspettati ed inappropriati. Ad esempio quando Andrés mi sta mogiamente accompagnando al Terminal a comprare il biglietto per la partenza, sono in ritardo per il pranzo da Lorena e quindi un po’ tesa. Lui vorrebbe che mi rasserenassi, ma è più teso di me. Io faccio qualcuno dei miei show ma non sono dell’umore per tirarla per le lunghe.

Sto guardando fuori dal finestrino e non so per quali associazioni, lo capisco. È una questione di identità. Non c’entrano niente i punti di riferimento che, per definizione sono mobili e mutabili. È l’identità il problema. Tanto, tanto di quello che sono è frutto di un percorso condiviso. Non è, all’improvviso, lanciarsi in interessi altrui ed entusiasmarsene (e si, sono zi-zen ma sempre fino a un certo punto), è costruire insieme modi di vedere il mondo, portarseli dietro senza pensare all’altro ma avendocelo dentro. Sono state emozioni condivise e conoscenza dell’altro, è stato invitare qualcuno in quanto c’è di più prezioso, la propria essenza.

Sia chiaro, questo è qualcosa che facciamo quotidianamente, nelle piazze, nelle strade, in università, in fabbrica e nei quartieri.

Mi sono fatta prendere la mano, torniamo seri. Condividiamo costantemente pezzi di noi con chi ci circonda, la farmacista o il parrucchiere (primo passo di condivisioni inattese), conoscenti ed incontri. Certe volte questo darsi è un dono, come se un pezzo di sé possa essere un jolly, uno scarabeo che per l’altro diventa un pezzo utile a comporre la propria vita.

Capita che questi spazi siano la quasi totalità della vita di una persona, un mondo intero, di sapori, musiche, odori, pelle. Sono le scritte sui muri, gli odi e le storie raccontate dai film, la Storia, le zampe e l’aceto, il caffè che si fredda sul comodino e gli spaghetti mezzi crudi, i giornali del luogo in cui si è viaggiato e la rassegna stampa con la colazione davanti al pc. Gli scatti e le parole nel sonno, le torce e la sigaretta dopo essersi lavati i denti.

Sono un progetto, che finisce come i contratti a termine, l’amore ai tempi della precarietà. Sono abitudini che non si sa più a chi appartenessero in principio, e a chi apparterranno poi. A tutti ma a nessuno nello stesso modo, si mescoleranno con altri sonni, odori, sogni.

Quando ho capito questa cosa gli occhi si sono riempiti di lacrime, la sensazione di non potersi mai liberare della propria identità, quindi dell’altro. L’idea che non si possa smettere di essere se stessi e quindi, di essere l’altro. Con questa consapevolezza, dura e pesante, lasciavo Santiago. Di nuovo zaino in spalla, di nuovo sola, senza sapere ancora fino a che punto.

Poi le parole, i vortici, gli occhi che brillano, sorridono ed amano. Poi la vita, beffarda e crudele, gioca di nuovo. Ma in fondo, aveva di nuovo ragione lei.

Non smettiamo mai di cambiare, la nostra “identità” evolve, si arricchisce degli altri. Ed agli altri, a volte, deve dire basta. Tenersi aggrappati a ciò che si era, da soli e in due, è un tentativo di nascondersi, di non rischiare. E’ codardia. E la codardia non conosce limiti. Omette, distoglie lo sguardo, semina in più punti senza saper annaffiare mai.

E di nuovo, un piccolo insight. L’identità condivisa, quella che appariva così irrinunciabile è una chimera. E’ un’illusione. Bisogna darsi il permesso di poter riniziare a costruire, ci vuole tempo, perché gli altri penetrino dentro di noi, e spazio perché non sia sempre tutto pieno ed occupato.

E’ già tardi, ma è prepotentemente ora di riniziare a camminare. Da sola, principalmente. Mettere kilometri affettivi tra sé ed il proprio passato. Assumersi responsabilità. Ancora una volta a fare i conti con rabbia e delusione.

La stanchezza, a volte, rende il cammino impervio. A volte sembra di avere centinaia di strade percorribili e torna la fame di occhi, voci, storie, emozioni. Di vita.

Voglio dormire ancora un po’, poi davvero, ripartirò.

Il Nipote 114 (e gli/le altrx)

“Il messaggio che ci dà Guido e che ci dà Estela è che vale la pena lottare”.
Con queste parole, oltre a mille altre, francamente inutili, Cristina Kirchner, “presidenta” argentina commenta il “ritrovamento” di Guido, il nipote 114.

Guido Montoya Carlotto, nome attuale Ignacio Hurban, è figlio naturale di Laura Carlotto e Walmir Oscar Montoya, ed è nato nel Giugno del 1978 durante la detenzione di sua madre.

Al momento del sequestro, Laura Carlotto aveva 23 anni ed era incinta di due mesi e mezzo. Nessuno della sua famiglia sapeva ancora che la donna aspettasse un bambino ed è soltanto grazie ad un’altra prigioniera, che dopo la sua liberazione contattò la famiglia, che si venne a sapere della gravidanza. Laura aveva affidato alla sua compagna di detenzione il compito di avvisarli, di comunicare loro la data prevista per il parto e che stessero attenti alla “Casa Cuna”, “casa culla”. Il bambino non comparve mai ma la sua famiglia materna, in particolar modo la nonna Estela, presidentessa delle “Nonne di Plaza de Mayo”, non ha mai smesso di cercarlo.

Guido è stato riconosciuto come figlio naturale di Laura Carlotto, “Rita” e Walmir Oscar Montoya, “Chiquito” o “Capitán Jorge”, entrambi militanti di Montoneros, organizzazione giovanile peronista. I due furono sequestrati nel Novembre del 1977; Walmir venne giustiziato nel Dicembre dello stesso anno, Laura invece un paio di mesi dopo il parto.

E’ stato lui stesso, dopo una serie di dubbi e la rivelazione di essere stato adottato, avvenuta un paio di mesi fa, a contattare le “Nonne di Plaza de Mayo” che lo hanno messo in contatto con il CONADI, la “Comnissione Nazionale per il Diritto all’Identità”. Non è ancora chiara la dinamica della sua sottrazione, per quanto vi siano delle ipotesi e degli indizi. Potrebbe essere stato Carlos Aguilar, imprenditore agricolo, dirigente della “Società Rurale”, intimo dell’ambiente militare, l’ultimo anello della catena di questo rapimento. Ma pochi giornali ne parlano.

Laura era una militante e per questo è stata sequestrata, è stata costretta ad assistere alle torture ed all’esecuzione del suo compagno, le è stato sottratto suo figlio a poche ore dalla nascita ed è stata poi uccisa, finito il suo ruolo di “incubatrice” per altri desiderosi genitori. Laura era una militante ed era una donna, in procinto di diventare madre. Maternità grazie alla quale ha probabilmente evitato le torture, grazie alla quale ogni tanto riceveva del cibo migliore, raccontano le compagne di reclusione sopravvissute, grazie alla quale lei stessa è potuta rimanere in vita più lungo. Maternità che le hanno rubato, la crudeltà scientifica, calcolatrice e senza limiti che si appropria del corpo di una donna e del bambino che porta in grembo.

Estela, sua madre, in più interviste riporta una conversazione con sua figlia; sono a La Plata, in un bar, la repressione si fa sempre più crudele e lei impaurita invita Laura a scappare dal paese; Laura rifiuta, le dice che lei ha “un impegno da rispettare, che deve lottare”. “Ma ti ammazzeranno”, le risponde Estela. “Nessuno vuole morire e tutti abbiano un progetto di vita”, dice Laura “ma ci ammazzeranno a migliaia e la nostre morte non sarà invano”.

Riascolto di nuovo le stesse parole. La presidentessa Cristina alla fine della sua conferenza. “Il messaggio che ci dà Guido e che ci dà Estela è che vale la pena lottare”. Il messaggio di Laura, di Wilmar, degli oltre 30.000 desaparecidos.

Ma che cosa succede in Argentina a chi ancora continua a lottare?

Emiliano Coronel è un giovane cordobese, sempre presente nelle iniziative dei movimenti sociali della città argentina e impegnato nel lavoro con i giovani. E’ membro del collettivo di rapper “Rimando Entreversos”, nato intorno alla Fondazione “La Morera”, che lavora nei quartieri più poveri di Cordoba, coinvolge i ragazzi e le ragazze attraverso la musica. Ma a Cordoba essere poveri o venire “dai quartieri” è, di per sé, un crimine.

Emiliano è stato arrestato dalla polizia cordobese il 4 Agosto, alle 11.30 di notte, vicino alla clinica dove la sua compagna era ricoverata in attesa di dare alla luce il loro primo figlio, nato qualche giorno dopo e che Emiliano non ha ancora potuto vedere. L’accusa è quella di furto, gli agenti lo avrebbero individuato come autore del fatto, sebbene il ragazzo non avesse precedenti né particolari ragioni di essere sospettato. A parte, ovviamente, venire dai quartieri “marginali” della città. Per alcune ore di Emiliano non si è saputo nulla, né dove fosse stato trasferito né le sue condizioni di salute. Pochi giorni dopo la polizia irrompe anche nell’ospedale, perquisendo la stanza della compagna di Emiliano e della bimba nata nel frattempo.

Immediata la risposta dei movimenti sociali cordobesi che hanno organizzato marce, festival e presidi per chiedere la sua liberazione. Liberazione che non è ancora avvenuta. Ma c’è dell’altro. Il governatore de la Sota, quello del Codigo de falta e de la Ley de la Gorra rilascia a pochi giorni dall’arresto questa dichiarazione: “Dobbiamo renderci conto che oltre alla riforma economica c’è una gioventù in stato di emergenza, dobbiamo dichiarare l’emergenza giovanile nel paese, e che coloro che non lo vedono dal punto di vista sociale per lo meno ci appoggino per la loro stessa sicurezza, perché un ragazzo che gli apre la porta del taxi quando escono dal ristorante non li pugnali per rubargli il portafoglio e comprare “paco” (pasta base della cocaina)”.

Questa è la visione miope e giustizialista del governatore cordobese, e questa è la risposta alle problematiche sociali, la escalation securitaria, in una città dove sono all’ordine del giorno le detenzioni arbitrarie, le repressioni poco ortodosse con l’ausilio di squadracce informali ed i casi di “gatillo facil”, grilletto facile.
La media dei ragazzi uccisi dalla polizia in strada in circostanze poco chiare è di uno al mese. Il 18 Luglio è stato ucciso, accusato di aver rubato in una libreria, Miguel Ángel Torres, 32 anni, zio di Lautaro Torres, assassinato dalla polizia lo scorso aprile. Una settimana dopo, il 26, la polizia apre il fuoco su Alberto “Were” e Maximiliano, suo cugino. I due stavano andando in moto a comprare una gassosa. Were muore colpito da un proiettile alla nuca, Maximiliano, ferito ad una gamba, viene arrestato e mantenuto in isolamento.

Non è nemmeno necessario lottare, a Cordoba, per rischiare di essere ammazzatX. E’ sufficiente essere natx nei quartieri, è sufficiente far parte di quella classe sociale che è un problema, intrinsecamente.

Ma la lotta, a volte, si eredita. E i nipoti dei desaparecidos non sempre sono ricevuti con sorrisi e attenzioni dalla “Presidenta”. Victoria Moyano è un’altra delle nipoti restituite, figlia di due militanti uruguayani di “Resistencia Obrera”, scappati in Argentina a causa della dittatura nel loro paese di origine.

Victoria Moyano stava partecipando ad un blocco autostradale con i lavoratori e le lavoratrici della Lear ed alcunx solidali. La multinazionale ha licenziato a metà maggio scorso 330 lavoratori e lavoratrici, reintegrandone poi 130, a causa, sostiene l’azienda, della crisi economica. I lavoratori e le lavoratrici smentiscono, sostengono che la produzione non è diminuita. La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear meriterebbe ben altri approfondimenti e l’arresto di Victoria Moyano è una nota stonata in una melodia ben orchestrata.

L’Argentina, nel giro di una settimana, ritrova il “suo” Nipote 114 ed arresta un’altra nipote ritrovata.
I telegiornali e le televisioni si riempiono di gioia, festeggiamenti, dichiarazioni ufficiali e conferenze stampa. Il ritrovamento di Guido/Ignacio è un avvenimento collettivo, è una riparazione collettiva alla tragedia di un paese.
Ma da una prospettiva più cinica, il ritrovamento e soprattutto la celebrazione dello stesso, l’esaltazione e l’orgoglio di aver assunto come impegno (del governo, oltre che delle organizzazioni per i diritti umani) la verità, l’identità, la memoria abbia ben altri fini.
Ampio consenso riguardo all’efferatezza dei crimini commessi, alle infamie delle detenzioni, uccisioni, sequestri, appropriazioni; unanimità di sentimenti e giornata di speranza e allegria per tutto il paese.

Il ritrovamento di Guido/Ignacio non parla solo di un amore che resiste a 36 anni di oblio, racconta la storia, le motivazioni di questa lunga separazione. Guido/Ignacio è stato sottratto a sua madre perché quest’ultima era un’oppositrice della dittatura; i suoi genitori sono stati torturati ed uccisi perché militanti politici che hanno deciso di dare tutto, inclusa la vita.

La gioia per un incontro tanto atteso oscura la rabbia per quegli anni rubati, per quelle vite assassinate. La gioia non fa paura, e permette di depotenziare un avvenimento privandolo del suo contesto storico-politico.
Ci si siede tutti insieme al tavolo della pace e del perdono, ma Laura, Wilmar, gli altri e le altre desaparecidas probabilmente non sarebbero negli studi televisivi. Sarebbero sulla Panamericana con Victoria, sarebbero nelle strade di Cordoba lottando contro la violenza della polizia, sarebbero ad Islas Malvinas a cercare di impedire l’apertura di Monsanto.

Il ritrovamento del Nipote 114 è una bellissima notizia ma la luna è sempre là, per quando le telecamere si saranno stancate di riprendere il dito.

…morimos para despertar en el sueño del otro

Non ho avuto il piacere di conoscere Elio Ortiz durante i miei mesi nelle terre guaranì, ma ho sempre sentito parlare di lui, complice anche la recente uscita del film “Ivy Maraey”, in cui recita.

Elio Ortiz era un guaranì isoseño, vale a dire la zona della Bolivia che confina con il Paraguay. E’ stata una figura importante per tutto il popolo guaranì, con il suo lavoro di recupero, diffusione e condivisione della cultura, della tradizione e della cosmovisione guaranì.

Ha scritto vari libri e saggi, per bambini ed adulti, in guaranì ed in castigliano, molti a quattro mani con Elías Caurey. Il più conosciuto, e riconosciuto, probabilmente, il “Dizionario etimologico ed etnografico della lingua guaranì parlata in Bolivia”. Questo lavoro non soltanto raccoglie e trascrive le parole della lingua guaranì, ma le inserisce in un contesto socio-culturale. Oltre all’etimologia se ne spiega l’utilizzo, il significato condiviso, si tratti della festa comunitaria dell’arete guazu o degli usi del cupecì (albero diffuso nel Chaco) nella farmacopea tradizionale.

La modernità, poco a poco, sta raggiungendo anche gli angoli più isolati del mondo ed è così che il popolo guaranì si trova ad essere esposto ad una doppia minaccia; da un lato l’eredità di una decennale discriminazione, che significava punizioni per il semplice fatto di parlare la propria lingua e che portava a nascondere la propria identità, dall’altra una cultura occidentale e consumistica allettante ma ingannatrice.
Il rischio di perdere la propria identità e cultura, per l’uno o l’altro motivo, è reale e può essere combattuto solo attraverso la conoscenza, la condivisione e l’orgoglio per la propria appartenenza culturale.

Ed il primo veicolo della cultura è senza dubbio la lingua, anch’essa a rischio di estinzione se non valorizzata. Per questo verso la fine degli anni ’80 vennero creati i primi progetti di bilinguismo, perché l’istruzione pubblica parli la lingua del territorio, perché essa venga preservata e tramandata ed al tempo stesso perché coloro che nella vita quotidiana utilizzano principalmente il guaranì possano continuare a farlo in tutte le istituzioni dello stato (oggi) plurinazionale. Il progetto di bilinguismo prese il nome di “Tata Endi”, “il fuoco che mai si spegne”, il fuoco che rimane sotto la cenere, che le donne ogni mattina riattizzano, per potervi porre la “caldera”, la teiera. Il Tata Endi è diventato metafora del popolo guaranì, che nonostante la strage di Kuruyuki ha continuato ad esistere, a lottare, ad alimentarsi sotto la cenere, a resistere. Così la lingua, dimenticata, nascosta, è tornata ad ardere.

Il lavoro di Elio Ortiz, quindi, è stato soprattutto politico, poiché da sempre la lingua è laboratorio di annientamento dell’oppresso, tentativo di cancellarlo, di assimilarlo, di renderlo innocuo e debole, come la storia dimostra (è il caso del Paese Basco durante il regime franchista, senza andare troppo lontano né dover uscire dall’Europa, né andare troppo indietro nel tempo). Politico perché ogni passo di protagonismo, ogni voce guaranì che si alza, è un passo in avanti nel processo di autodeterminazione.

In un’intervista Elio Ortiz parla del doppio lavoro di ricerca degli intellettuali guaranì, verso l’interno, la propria comunità ed al tempo stesso verso l’esterno, alla ricerca di quella interculturalità che, per Elio Ortiz è inevitabile ed arricchente, perché il guaranì non odia il “karai”, il bianco, benché questo per secoli, ed ancora attualmente, sia stato il peggior oppressore.

Ed è così che descrive “Ivy Maraey”, una storia di interculturalità. Il film di Juan Carlos Valdivia racconta la storia di un viaggio, desiderio di un regista occidentale di conoscere la cultura guaranì, per poterne fare un film, ricerca di quanto di più “indigeno” ed “incontaminato” si possa ritrarre, ricerca, soprattutto, di se stesso. Elio Ortiz lo accompagna percorrendo il Chaco, visitando ed incontrando amici, conoscenti e parenti, descrivendo l’accoglienza ed al tempo stesso la diffidenza guaranì. E’ un viaggio attraverso le differenza, le curiosità e le paure che sono inevitabili (ma non per questo dovrebbero spaventarci) quando si incontra il nuovo, il diverso.

Il giovane gringo vaga alla ricerca di un film, di risposte e forse, soprattutto, della Tierra Sin Mal. Nella cosmovisione guaranì la Tierra Sin Mal è un luogo fertile, dove tutto cresce, un luogo puro dove fermarsi, un luogo ricco di frutti e di pace, il luogo, in definitiva, a cui tutti e tutte siamo destinate. In una scena del film si ascoltano queste parole: “Moriamo per vivere, moriamo per volare, moriamo per vivere, moriamo per sognare, moriamo per brillare, moriamo per svegliarci nel sogno dell’altro”.

Immaginando Elio nella sua Tierra sin Mal, immaginandolo svegliarsi nei nostri sogni, soprattutto in quelli che non avvengono di notte, ma che indirizzano le nostre giornate.