Oltre le gabbie c`è di più…

Le parole a farmi compagnia, nel sacco a pelo nel Puesto de Salud di Yaity, nella zona di Lagunillas. Non ho sonno ma le donne sono gia’ tutte a dormire; spengo la luce, chiudo la porta e mi butto giu’ anch’io. E nell’oscurita’, fuori dalla nostra finestra, si sentono le voci degli uomini. La verita’ é che vorrei essere li. Me li imagino cocheando e chiacchierando. Dormono nel patio, nella tende da campeggio che hanno montato. Come l’altra volta, gli uomini a giocare a carte e cocheare, le donne a cucinare e mateare. E’ pur sempre vero che si tende a confermare ciò che si vuole vedere, ciò nonostante continuo a fremere come sempre mi capita quando non accetto né posso cambiare le cose. L’altro giorno con Guido, che faceva lo splendido cercando la giusta misura tra tenergli testa e la dimensione culturale. E così quando mi chiede quando torniamo in Italia gli rispondo tra tre mesi, e che c’è tempo per organizzarsi. Ma non dico molto quando dal piercing alla lingua si passa ad allusioni poco ambigue. Così come non riesco a dire ciò che penso a Lorenzo, quando mi chiede scusa per telefono per essersi presentato ubriaco all’una e mezza fuori dalla mia porta. Mi dice che non me lo merito, di essere trattata così. Da chota, da puttana. Vorrei dirgli che se proprio dovessi scegliere tra santa e puttana non avrei dubbi. Non vorrei essere quella che ti aspetta a casa mentre sei al bar ad ubriacarti con gli amici, alle riunioni di lavoro, o a crescerti i figli mentre ne dissemina altri in giro di cui non ti occuperai. Non mi sorprende né mi sento offesa se l’ultima notte prima di partire ti ubriachi con i tuoi amici e ti capita di desiderare affetto o compagnia. Una buona dormita andrà bene lo stesso, e siamo gli stessi di prima. Tutto questo vorrei dire e continuo a provarci quando capita l’occasione, quando mi si chiede di me e della mia vita. Parlo della mia storia di amore e di rabbia, di com’è vivere con me, di come cerco di cambiare qualche sfumatura nei rapporti con gli uomini, siano amici, compagni di vita o di ideali. E racconto del sogno di trovare la felicità ed un senso, negli affetti, nel lavoro e non necessariamente e non solo, in un amore ed in dei figli. Ed accolgo di nuovo le confidenziale di una donna tradita costantemente, senza neppure la consolazione delle scuse e del pentimento. Così é e così sarà, forte, quest’uomo, di una cultura che non permette alla donna di andar via e non esige nulla all’uomo. Per i figli si va avanti, per un’idea di famiglia che è pura ipocrisia, sconosciuta non solo la felicità ma anche solo un minimo di rispetto. Le voci si stanno aquietando fuori, il rumore delle tende che si chiudono e qualcuno che ancora parla al telefono. Riprende a piovere, mi chiedo che ne sarà di noi. Il viaggio è stato avventuroso, il cammino in brutte condizioni. Bisognava attraversare alcune quebradas, letti di fiumiciattoli durante le piogge, pietre altrimenti. I ragazzi scendevano e né saggiavano la profondità. Entrandoci dentro, quasi fino all’inguine, e testando con i piedi la consistenza del fondo, la forza della corrente e suggerendo il percorso al conducente.

Misurando la profonditá dell'acqua

Misurando la profonditá dell’acqua

Solo una volta abbiamo rischiato di capovolgerci su un lato, ma io ho pensato solo che ci saremmo piantati lì aspettando tempi migliori. Sarà la pioggia a decidere che cosa si farà domani; io voglio solo andare a guardare il Parapety, che scorre proprio qui davanti, separando la comunità. “Fiume in cui sono morti molti”, vuol dire ed arriva fino a Camiri. Al di là delle vicende storiche, che non conosco, si dice che in molti continuino a morire, perché ubriachi, in questo fiume.

Rio Parapety

Rio Parapety

Annunci

Si sta come d’autunno…

Un abbraccio, lungo, bello, caldo. Inaspettato, consueta nei suoi occhi è la timidezza. Un invito a pranzo, impossibile da rifiutare. Gli occhi che temo lucidi, i messaggi su facebook, sul telefono. Mi sento come un albero d’autunno, ad una ad una le foglie, gli e le studentesse, cadono e mi lasciano nuda e vuota. Non verso la fine della loro vita come le foglie d’autunno vanno, ma verso la vita come le gocce del fiume. Racconta un libricino che ad un abuelo guarani, un nonno, un saggio, chiedono che cosa ne pensi della modernità che entra nelle comunità, dei cambi che porta l’istruzione. Risponde che “ci sono acque che vanno verso le sponde , altre nel mezzo del fiume, alcune in superficie, altre in profondità, però tutte vanno unite nello stesso senso. L’acqua che si divide dal resto diventa fango e marcisce”. Questo voglio pensare, che continuare a scorrere è vita, che “il fiume che prosegue incontra nuovi paesaggi” e che tutti noi che siamo passati da Tekove e qui ci siamo innamorati di un’idea e delle persone concrete che ne sono il respiro siamo parte di un tutto. Uniti come le acque del fiume marciamo nella stessa direzione, ognuno ed ognuna con un percorso proprio.
Viviamo negli occhi degli altri, nei loro passi, pensieri, sogni ed emozioni.
Non sarei esistita se non mi avessero visto, cercato, accolto.
“Querida amiga”, mi dicono, segreti e sentimenti profondi e preziosi mi regalano. Occhi, sguardi. Il silenzio sacro dei Guarani mi insegna un linguaggio che va oltre le parole.
Un amore delicato, pacato, potente.
Quell’amore così diverso da quello che ho sempre conosciuto. Non chiedere all’altro nient’altro che la sua semplice presenza, diceva qualcuno. O ancora meno, un ricordo, un’orma, un solco.
Abituata che gli affetti nascono dal dirsi chi si è, chi si è stati, come lo si è diventati continua a sorprendermi l’affetto nato dalla pura e semplice condivisione, il compartir. Il guarani ha un’espressione per designare il “tiempo para compartir”, ara kavi.
Forse per questo il silenzio in cui è immersa la scuola e’ doloroso, perché è nostalgia della condivisione, del “ñieee” in coro delle ragazze, degli urli da ranchero dai dormitori, dal suono della chitarra e del violino, delle zappe e del machete, dei piedi nudi sulla terra nella danza, delle risate di timidezza e di gioia.
Un abbraccio lungo, caldo, inaspettato. Me lo porto, insieme al resto, sotto le coperte. A riscaldarmi e a farmi compagnia, ora che arriva l’autunno e l’albero spoglio attende una nuova fioritura.

Any given Sunday

La domenica è sostanzialmente un giorno inutile. O inesistente. La domenica è il giorno del pigiama, di pranzi e cene poco elaborati e consumati direttamente a letto. La domenica puó essere un giorno difficile o di riposo assoluto. La domenica non si esce mai di casa, recita un assioma.

Pasqua è spesso lontana da casa, ma quando è a casa è un super pranzo di famiglia. Spezzatino di agnello con i carduncell, pastiera e tentativi di riprodurre la torta alla ricotta di nonna, che come la sua non viene mai.

La domenica, da un mesetto a questa parte, è il giorno della cancha. Il che vuol dire svegliarsi già frementi, scalpitare fino a quando non si parte tutte e tutti verso il campo. Le ore passano tentando di non mostrare segni di eccitazione, partecipando alla riunione di valutazione o al pranzo nascondendo i fremiti, tentando di mantenere un minimo di concentrazione per le attività e le interazioni della vita normale.

Questa Domenica di Pasqua è quindi doppiamente strana; attendo un sontuoso pranzo di Pasqua che non ci sarà mai. Penso di cucinare, poi mi ricordo che non ci sarò a pranzo ed ho il terrore di essere intrappolata in qualche modo.

Un’altra cosa bella di queste domeniche è che alcuni ragazzi tornano apposta per giocare, e non ragazzi qualunque, alcuni dei più cari. Ed è ancora un abbraccio, quando vedo Luìs Clarìn, occhi che sorridono ed affetti che si riconoscono.
Sostenitori ridottissimi, le ragazze sono già tutte partite, i ragazzi sono rimasti, quasi tutti per giocare. Siamo in pochi a bordo campo, manca Elias, penso che non ce l’abbia fatta a venire, invece arriva. Ancora sguardi, che rendono innecessarie le parole, che dicono ciò che forse è in altri modi inesprimibile.

Clarìn fa la formazione, i ragazzi si cambiano e Lorenzo “direttore tecnico” non ufficiale da quando l’hanno operato di appendicite, chiede una foto con la squadra. Bianco-arancio la maglia della Tekove, biancorossa quella degli avversari gutierreñi, sostenuti da un forte (e scordinato) tifo. L’arbitro dopo poco non ci capisce più nulla ed un’altra squadra, che ha già giocato, presta la sua casacca gialloverde. La maglia, dunque. Mi hanno raccontato che è della squadra dei colleghi di lavoro del padre di Cecilio. Ce l’hanno prestata per una partita, poi è rimasta. Così è nato il mio sogno, che con un benefit tra i sostenitori dello sport popolare si possa regalare una divisa alla Tekove.

I nostri avversari sono giovanissimi, rapidi e leggeri. Noi siamo un po’ acciaccati: Sebastian, il dottore e poi pure Clarin hanno dolori vari. Segniamo quasi subito, quasi subito ci rimontano. Riusciamo a mettere il secondo, dopo aver sofferto e rischiato tanto. La difesa è zoppicante, il portiere a volte solo ed insicuro. Subiamo pure una traversa ma siamo testardi e continuiamo a risalire. E alla fine lo infiliamo il terzo, che ci fa respirare un po’. Il secondo tempo, da qualche partita a questa parte, è diventato sempre più concitato, ormai non ci sediamo più, nel secondo tempo ci muoviamo a bordo campo con i giocatori. Saliamo e scendiamo con loro, quasi entriamo in campo, neuroni specchio attivissimi. Questi ragazzi non si allenano, non giocano mai insieme, hanno un turn over da far invidia a Mc Donald’s ma sono testardi e lottano. L’arbitro fischia tre volte (o forse due, qua non è così detto).
S’è vinto. L’esultanza è, al solito, più implicita che pacata. Nessuna differenza rispetto a quando si perde. Ma a sto giro s’è vinto, pugno contro pugno all’uscita del campo con il “direttore tecnico”, qualche commento. Qualcuno fa i complimenti a Luis Miguel, instancabile, generoso, realmente bravo. Migliore in campo, gli dicono. Tutti, risponde il “direttore tecnico”, perché tutti eravate in campo. Lo spirito della Tekove è questo qui, si gioca tutti, si fanno tutti i cambi, si invitano gli studenti appena arrivati senza neppure conoscerne il nome. E poi si urla “verde”, dal bordo campo, per il colore della casacca (a sto giro undici uguali non si sono trovate) o li si chiama per numero.

Lentamente andiamo via, disperdendoci e ritrovandoci. C’è Guido, inaspettata, piacevole, sorpresa. Mangio con loro, da loro; porto del cibo che forse non era per loro e forse davvero sto esagerando in questi giorni. Ma mia madre me l’ha sempre detto, casa mia è sempre aperta a tutti, anche se questa non è esattamente casa mia.

E’ che si sono momenti, e ragazzi, con cui mi sembra davvero di stare vivendo qualcosa di profondo. Non importa quanto durerà, non importa se non ci rincontreremo mai. Ogni giorno mi stanno cercando, da lontano e da vicino. A volte pure troppo. Squilla il telefono mentre sto già cercando senza successo di dormire. L’una e mezza del mattino. Uno dei ragazzi; se può vedermi, parlarmi. Mi spavento, penso sia successo qualcosa. E’ ubriaco, dice che sono appena tornati da fuori. Mi dice di una rissa, momenti di silenzio, di stallo. Buonanotte, gli dico, prima che la situazione diventi ancora più patetica, penso. E si torna a dormire. La mattina si mettono in viaggio presto, non li vedo andar via. Un giorno mi racconteranno, spero, che è successo quella notte. Non mancano mai, sempre nuove, queste storie di Tekove.

(segue)

….

(segue)

L’immagine di una donna seduta su un vecchio letto nel patio della sua casa, un bimbo di tre anni accanto, uno di sei, giá adulto, due gemellini di un anno e mezzo che sembrano avere 8 mesi. Un padre assente, bevitore e scansafatiche, forse pure violento, dicono le voci. Le case umili, di legno, di fango, di paglia. I letti fatti con assi di legno, rialzati, materassi inesistenti, le case senza porte. Il fuoco sempre acceso, il mate condiviso e le uminta, mais cotto, a volte con formaggio. I bambini in casa, quelli in un internado, per studiare, quelli giá grandi nati da precedenti relazioni. In una casa una figlia malata, allettata, forse poliomelite. La madre dice che le hanno fatto la maledizione. I compleanni e la data di nascita che nessuno ricorda. La denutrizione, l’aria aperta come bagno. E non va bene, perché poi si contamina l’acqua. Ed allora si prende quest’impegno, la prossima volta ogni famigia avrá scavato un pozzo cieco, prime, rudimentali, latrine. A piccoli passi verso la salute. Una spesa abbondante per noi, perchè poi si possa lasciare un po’ di cibo. Per una buona zuppa, caramelle e banane e soprattutto il latte in polvere per i gemellini denutriti.

Non mancano le risate, come quando provo a tirar fuori dall’ambulanza il pollo che mangeremo a cena; lui grida, io pure, Carlos ride. “Tu puedes, dale puedes hacerlo”. No, non posso. Posso peró guardare Sandra che lo uccide, anche se aveva pensato di non farcelo vedere. Gli tira il collo, poi gli mette un piede sulla testa mentre smette di respirare. Poi lo appendiamo ad una sedia a testa in giú perchè scenda il sangue. Posso spennarlo un po’, digiuna di vita contadina, lavoro cognitivo con delega ad altre persone per tutto il resto. Non mancano le lacrime ed il sincero coinvolgimento. È sera, la zuppa è sul fuoco, noi donne mateamo e chiacchieriamo. Gli uomini sono a giocare a carte, nella scuola con il maestro ed il dottore. Il genere come determinante nelle relazioni, come categoria per la divisione in gruppi. Io, che spesso nemmeno me ne accorgo. Mi piace il mondo degli uomini, lo scherzo pesante, le meno restrizioni ed imposizioni. Sempre le solite cose, sedersi a gambe aperte, la nuditá non condannata, il sesso non negato, l’iniziativa non legittima. Non chiederó permesso per andare in giro da sola la sera, non me ne staró zitta se mi fanno apprezzamenti. Non accetteró di passare per prima, nè di ricevere il piatto prima degli uomini. E spiegheró, se mi verrá chiesto, che non voglio la galanteria ma l’uguaglianza. Che posso muovere pesi e cucinare, giocare con i bambini e parlare con gli uomini senza abbassare lo sguardo. E desiderarli e non nasconderlo.

Ma eravamo tra donne, in questa cucina passandoci il poro. Ed una donna dolce e forte ha finalmente lasciato scorrere il dolore, il senso di impotenza ed il peso della responsabilità di chi vede povertá, ingiustizie e drammi sociali e familiari ogni giorno. L’immagine di un bambino malato, a letto, e la paura di non poterlo proteggerlo da un male da cui non c’è ritorno. Le donne che accolgono, ascoltano, sorreggono, altre donne. Nella cultura guaraní, al tempo stesso, donna ed uomo sono complementari. Durante il parto l’uomo si sedeva alle spalle della donna, con le ginocchia apoggiate alla sua schiena. La sorreggeva, la abbracciava e cosí nascevano i bambini.

Accanto al fuoco la notte, gli animali in lontananza. Il cielo nuvoloso ed a tratti la luna. Al mattino ancora nuvole, come tende ad una finestra. Non si sono aperte per far entrare il sole ma nemmeno per far cadere pioggia. La terra è umida ma non bagnata, il cammino è buono. Come sperato, possiamo tornare verso casa.

“Del doman non v’è certezza….”

La puntualità è un’invenzione occidentale, cosí come la presunzione di dominare la natura e la necessitá di certezze. Se piove, ad esempio, non ci si mette in cammino. O, come mi racconta Jaime, nessuno si meraviglia se chi deve arrivare alle nove del mattino giunge alle sette di sera. Gli imprevisti possono essere infiniti: una ruota bucata, il troppo fango, un fiume impossibile da attraversare. A quel punto ci si siede e si aspetta che le cose tornino a posto. Non sarebbe neanche il caso di chiamarli imprevisti, questa è la normalitá. 

La comunità a cui siamo diretti è lontana dalla strada, piccola, su per il monte. Si chiama Chimbe, ci vivono 17 famiglie per un totale di una settantina di persone. Da Camiri si va verso Cuevo, dove ci fermiamo a prendere il pane. C’è un sacchetto bianco su un palo davanti alla porta e questo, mi spiega Rachele, indica che qui si vende pane. In tutti questi mesi non l’avevo mai notato. La casa è molto bella, ci sono piante medicinali, come il boldo che fa bene all’intestino e fiori. C’è la casa vera e propria, uno spiazzo, poi scalini naturali di terra ed un altro piccolo spiazzo. Qui c’è il tanque, la cisterna per l’acqua, bacinelle varie per lavare, il bagno di terra con il water in pietra ed un lenzuolo come porta. Umile e curato. Da Cuevo si va a Santa Rosa, in lontananza si vede la chiesa, su un’altura. Da quello che ho capito ha qualcosa in comune con quella della Chiquitania ma non riesco a visitarla. Da Santa Rosa parte la strada per Chimbe, circa un’ora e mezza di sterrato (l’asfalto l’abbiamo in realtá lasciato svariati km fa), salendo e poi riscendendo. Il cammino è buono, se avesse piovuto non saremmo potuti passare. Il paesaggio è ancora verde, azzurro ed arancio. Quando stiamo per scollinare, la modernitá, vale a dire Santa Rosa e la sua chiesa, appaiono in lontananza sul monte di fronte ed il segnale del telefono se ne va. A Chimbe è la natura a dettare il ritmo; il sole e la pioggia per il cammino ed il lavoro dei campi, il sole e la luna per la veglia ed il sonno. Siamo ospitati nel Puesto de Salud, costruzione in muratura con l’elettricitá, derivante da un pannello solare. La seconda notta la luce via perchè la carica è finita e, se uscirá il sole, tornerá domani. In tutta onestá trovo estremamente rilassante la totale assenza di comunicazione, spegnere il telefono e dimenticarsi di dover rispondere. 

Nella cultura guarani sono molto importanti la solitudine ed il silenzio. In essi ci si ricongiunge con la natura ed i suoi spiriti, con se stessi ed il Tumpa, il dio. La tradizione, di nuovo, coesiste con la modernitá, con la musica onnipresente, nelle case, nelle strade, nella nostra jeep. Cumbia, lambada, chamamè, chacareras. Ma quando si spegne la luce e ci sediamo accanto al fuoco su cui abbiamo cucinato il locro, una zuppa di pollo, vado a spegnere la radio della jeep. Solo il fuoco, la luna perfettamente rotonda che, a volte, spunta dietro le nuvole ed i rumori degli animali. Rumori che non so sentire. Ci rifletto durante il giorno, quando Juvenál e Luís Miguél sentono il rumore della macchina in lontananza ed io no. Talmente sintonizzata sul mondo interno da non saper ascoltare il mondo esterno. Nella cultura guaraní, invece, sono sincronizzati, trascendendo le singole persone. Sandra, la mattina successiva, racconta che i ragazzi, che sanno riconoscere i suoni degli animali, hanno sentito il rumore di una vipera ed hanno dormito poco, controllando la porta. Anche lei ha dormito male, perchè, ignara di tutto, continuava a sognare una vipera.

 

L’eterogeneitá della Bolivia, i suoi mille volti, si vedono pure a Chimbe. Doña Noemí, l’infermiera, è della cittá, di Camiri, ma negli anni ha camminato in lungo ed in largo, a piedi, per raggiungere il territorio che le spettava. Le macchine private sono abbastanza rare da queste parti, figurarsi qui nel nulla. E cosí Doña Noemí camminava, per raggiungere le case della comunitá, quelle delle comunitá vicine, Santa Rosa. Ore di cammino, che ora non fa piú perché ha avuto il suo terzo figlio che ha quattro mesi. Il dottore, invece, è del Beni, ha studiato, mi sembra di capire, anche a Cuba. Comprensibile il lato umano della sua vicenda. Giovane, alle prime esperienze, finito fuori dalla civiltá, mentra la sua giovane moglie aspetta il loro primo figlio. Gli pesa questa vita senza comoditá, senza comunicazione. E così un giorno prende e va a Santa Rosa. E ci rimane settimane. Di fatto siamo qui anche per questo, per cercare di ricucire lo strappo tra il dottore e la comunitá. 

“Risulta” (cosí iniziano i racconti da queste parti), che il dottore è tornato giú a Santa Rosa e che a causa delle cattive condizioni della strada, della moto rotta, dell’alcaldía che lo osteggia, non è piú tornato. La comunitá è risentita, si è sentita abbandonata. Scuse e svogliatezza appaiono ai loro occhi. Io stessa intuisco alcune loro obiezioni: potrebbe camminare come tutti loro fanno; e comprendo quelle del dottore, non esserci abituati. Questo confronto avviene nella riunione che convochiamo, per dare una restituzione su quanto fatto durante la nostra visita e per mediare discretamente questo confronto. 

Una breve, amata, parentesi sulle forme organizzative guaraní. Ogni comunitá prende la sua decisione in un’assemblea a cui partecipano tutti i comunari. Qui si discutono i problemi della comunitá e si cercano soluzioni. Ogni comunitá ha le sue autoritá, “mburuvicha”, ma nella cosmovisione guaraní il sistema di governo è a spirale. La base sociale comunitaria si autogoverna in modo orizzontale, le autoritá assumono il comando in caso di necessitá, emergenza. Passata la crisi rientrano nella spirale, al loro posto nella comunitá. 

Nella riunione si discute la faccenda, si riportano voci, si esprimono opinioni e si giustificano comportamenti. Il dottore non sembra troppo abile e spesso sembra emergere una concezione del suo lavoro come, appunto, lavoro. Conta le ore di lavoro, ogni ora trascorsa lí è lavoro, rivendica il diritto ai Sabati, alle Domeniche, a stare con la sua famiglia. Anche quelli che lavorano per l’impresa, dice, tornano a casa nel finesettimana. Parla di dati che dovrebbe trasmettere ogni settimana, in deroga ogni due. Ma c’è un errore di fondo. Qui non si puó essere medici in trasferta controvoglia. Qui si vive, si partecipa, si forma parte di una comunitá. Non mi sarei meravigliata se un comunario, chiedendo la parola, avesse detto che la famiglia potrebbe portarla qua. È per questo che serve la Tekove e la sua idea. Professionisti indigeni, compromessi con la causa di un popolo, il proprio, convinti che studiare per garantire salute e futuro ad un popolo diviso tra gli stati e dimenticato dai governi sia una scelta di vita, siano mani, teste, cuori in un progetto collettivo. Quanto di piú lontano da un medico che ha studiato a Cuba, che la critica, perchè lí, chi sta nel privato, nel turismo o vendendo salsicce, guadagna di piú di chi fa il medico o è impiegato statale. Allora nessuno penserá di superarsi, allora a che cosa serve studiare se poi guadagni meno degli altri? A prenderti cura della tua gente e a migliorarne le condizioni, di nuovo non superandosi ed avanzando da soli ma migliorando insieme le condizioni di vita di tutti.

Alla Tekove non si paga nulla, nè tasse, nè cibo (colazione, merenda, pranzo, merenda, cena) e spesso si dá una mano anche con le spese dei trasporti. Il pericolo è che in troppi vogliano approfittare di questa formazione per poi avanzare da soli. 

Allora è la formazione stessa che deve coltivare identitá, solidarietá, giustizia sociale. In un mondo che, al contrario, perpetua vecchie e nuove schiavitú. Nell’Alto Parapety la schiavitú è finita quattro anni fa, nella zona di Chimbe c’è ancora il patrón, il padrone, da cui si va a lavorare e si viene pagati in viveri. E poi è arrivata “l’impresa”, che fa sondaggi alla ricerca del petrolio, che a volte porta migliorie nella comunitá e che offre lavoro. Il benessere come esca, il profitto come missione. 

(segue)

 

Nelle strade, tra la gente…

DIstrazione

Solo in minima parte sono i luoghi a rendere emozionante il viaggio. Il senso del cammino sono gli incontri, i volti, le storie. In ultima analisi, le centinaia di traiettorie, felicitá e tragedie che assume la vita. È un pensiero ricorrente quando le esperienze che si incontrano sono cosí diverse da quelle a cui si è abituati. Ed ogni volta che incontro nuove storie continua la sorpresa e la sensazione di sentire qualcosa di vero. Non (solo) l’ennesima gringa, zaino in spalla ed anno sabbatico, ma passi prudenti in un mondo nuovo. Vivere con gli altri, come gli altri é forse meno rassicurante ed espone ad imprevisti ma sorpassa le barriere e rompe le vetrine dentro le quali spesso si tenta di rinchiudere cittá, monumenti e culture.

Incontro una giovane donna, mentre cerco un posto dove dormire a Camiri. Non é abitudine di questi luoghi dividere una stanza con sconosciuti, e dato che per entrambe sarebbe difficile trovare da dormire decidiamo di condividere una stanza in un alojamiento familiar. Non sarebbe una tragedia spendere dieci o quindici euro per una stanza singola in un albergo ma alla necessitá di risparmio si aggiunge la voglia di vivere come la gente di qui. Questa giovane donna viene da Cochabamba, ha lasciato sua figlia lí perchè suo marito, dice, ha avuto un problema”. Poi mi racconta che è in stato di fermo, perchè c’è stato un problema con la benzina, guidava il mezzo dell’impresa, non aveva una ricevuta. O forse, mi viene da pensare, ne aveva rubata un po’. E sua moglie, forse se ne vergogna un po’, forse nemmeno lei vuole crederci. Chiede in prestito una coperta ala signora della pensione e mi chiede di accompagnarla a portarla a suo marito, insieme alla cena che gli ha comprato. L’aspetto fuori, esce dopo un bel po’ e mi dice che forse lo rilasciano, che potremmo prendere una stanza poú grande, familiare, e dividerla in tre. Le dico che va bene, che non torno immediatamente in albergo ma che mi fido di lei. Sento una sottile solidarietà, pronta ad accettare una disavventura. Il marito non verrá rilasciato e la mia presenza sembra rassicuarla. Mi spiace non salutarla quando vado via, lei non è ancora tornata quando io sono pronta per lasciare questa fatiscente pensione.

Camiri ha le sue abitudini, come iniziare la giornata facendo colazione al mercato con l’insalata di frutta. La signora ormai mi conosce, mi chiede come va il lavoro a Gutiérrez e mi sorride. Questa volta mi racconta della sua famiglia e, con mio grande stupore, mi dice di avere la mia stessa etá. Parliamo, non so piú come ci arriviamo, di figliocci e padrini e le confido che, anche se non abbiamo ancora fatto il battesimo, anche io ho un figlioccio, haijadito, qui. Gli ho comprato un paio di scarpette per il giorno del bimbo, perchè non gli ho ancora fatto un regalo e perchè proprio in questi mesi sta imparando a camminare. Si chiama Samuel, ha un anno e mezzo ma tutti lo chiamano el Gordo.
Ci si sarebbe potuti domandare se quest’esperienza sarebbe stata estemporanea o se sarebbe stata una semina. La risposta è fragorosamente chiara.  

Cronogramma

Per integrare la versione cervellotica ed intimista di Rio, ecco alcune tappe. Se fossi una figa avrei la foto di una cartina con punti rossi e disegnini, ma non lo so sono e delego a Google maps.

Mercoledì
Passeggiata notturna con Joao: dicevamo che l’arrivo è dopo 18 ore di viaggio circa e non m’importa posticipare l’inizio dell’esplorazione, Nico ha un incontro di lavoro alle undici ed a casa si guarda un match della Copa Libertadores. Quando esco dalla doccia (vera!) Guilhermo e Joao mi propongo di fare un giro nei dintorni, mi accompagnerà Joao. Giriamo per il quartiere, mi offre una cachaca e mi porta a vedere il Cristo da un ippodromo. Sembra di fretta, corre più che camminare e penso che lo stia facendo per gentilezza ma che abbia fretta di tornare a casa perché il giorno dopo lavora. Non ho ancora cenato, mi accompagna a prendere un pastel ed un succo di acai, che è piuttosto una crema. Una bomba.

Giovedi
Del Centro si è già detto, vado direttamente al pomeriggio in spiaggia a Lebnon. Anzi no, in centro continua la scoperta della frutta. Prendiamo un’acqua di cocco, che consiste in un cocco verde e dalla forma irregolare, quanto di più lontano possibile dalla mia idea di cocco. Gli si pratica un buco in cima e vi si infilano due cannucce. Non particolarmente saporito ma terribilmente rinfrescante. Perfetto in questi 30 e passa gradi di fine estate. Torniamo al mare. L’oceano, questo pure si è già detto, mi fa paura, il mio bagno è molto simile a quello dei bambini di dieci anni accanto a me e mi viene in mente la lista delle cose che bisogna saper fare secondo Edison. Così come me le ricordo: conoscere una lingua, saper ballare, saper cucinare, conoscere uno sport da combattimento, saper nuotare. La lista seguiva ma sul nuotare sono assolutamente d’accordo.
Cena con Guihlermo: a domanda rispondiamo che non abbiamo preferenze e quindi ci porta all’orientale. Credo di aver mangiato salmone marinato con salsa di soia. Qualunque cosa fosse era buono, non era riso o zuppa e non importa se a Guihlermo non è venuto in mente di portarci a mangiare cucina brasiliana.
Bareggiando: Guihlermo torna a casa e raggiungiamo di nuovo Joao. La peggiore caipirinha in un bar del quartiere Jardim Botanico, il Gentebem, una capatina al Comunia, che ci descrivono come hipster, in realtà c’è una serata anni ’80, con la selezione più pacata che abbia mai ascoltato e intermezzi di anni ’80 brasiliani. Ci stiamo un secondo, poi ci sediamo al bar di fronte, dove stiamo dieci secondi poi Nico è stanco e ci facciamo portare a casa da un taxi, che ci salva da una pioggia torrenziale. Qui capisco che Joao non aveva fretta la sera prima, è solo irrequieto. Non sta fermo, anche quando siamo seduti non smette di tremare e far traballare il tavolino.

Venerdì
Secondo me la mattina traccheggiamo e basta, poi andiamo verso Copacabana, Nico ne vuole vedere il quartiere, ma sono più che altro negozi. La spiaggia è più frequentata che Lebnon, più giovane e altrettanto palestrata.
La sera facciamo un salto al diciottesimo, come l’impressione che Guilhermo non ci voglia lasciare soli, forse non a torto. Poi andiamo in Santa Teresa, per la prima volta sul Morro, la montagna. Vegetazione tropicale e liane, scorci di mare intravisti tra gli alberi, aria fresca. Manifesti sui muri, strade strette e curvate, salite e discese e scale. Ci fermiamo all’Armacen Cultural, un’ottima capivodka al maracuja’. Il posto è molto bello, l’arredamento semplice e soprattutto i dettagli, come le statuine dei santi sui tavolini, accanto ad una candela. Poi un altro bar, non entriamo nemmeno chiacchieriamo fuori. Di fronte quella che sembra una vecchia villa, forse anch’essa un bar. Ci raggiungono Dani (quello del ristorante, dei tre bar…) e Daiana (?), che ha lavorato a Madrid. Poi ci stringiamo in un taxi ed andiamo a Lapa, in un posto improponibile dove balliamo musica tradizionale…del nordest? Fado? Non sono sicura. Poi seguo Nico tra le vie di Lapa, approfittandone per scollarmi un ballerino invadente. Lapa è la vita, piena di gente, on un garage mettono reggae (?), fuori c’è gente in strada che balla e suona. Abbiamo venti minuti, poi dobbiamo tornare da Guihlermo. Questo rimpiango, soprattutto il non poter seguire ciò che l’istinto mi suggerisce, vedere le cose che vorrei assaggiare passarmi davanti e perdersi nei processi di mediazione. Quando torniamo indietro Guihlermo è già andato via, andiamo via pure noi. La bocca un po’ amara, ma ho ancora fiducia nei giorni successivi.

Sabato
Prahia ? : la spiaggia era a quindici minuti di taxi da casa ma il taxista, pur di non ammettere che non sa dove portarci, ci trascina in lungo e in largo. La spiaggia, comunque, vale la pena.
La sera raggiungiamo Guihllermo al Volta, il ristorante di Dani, di cui si è già parlato. E poi al Bukowski, discoteca rock e di altri generi musicali a rotazione. “Quello che succede al Bukowski, rimane al Bukowski”, recita un cartello. Molto giovane il posto, la concezione di comunità molto social network e il merchandising. Comunque l’ingresso costa 50 reales, circa 18 euro, che ci facciamo scontare a una trentina. Il tutto per rimanerci un’oretta. Forse mi son spiegata l’amicizia tra i miei accompagnatori, dev’essere quest’attitudine ad andare nei posti, dare un’occhiata ed andar via. Costi quel che costi, in senso letterale.

Domenica
Siamo finalmente un po’ più operativi e concreti. La mattina in spiaggia sotto casa ed il pomeriggio a vedere il Cristo Redentore del Corcovado. Oddio, l’attitudine è sempre la stessa del “veni, vidi” e apposto così, quindi probabilmente non ci capiamo granché. A parte l’idea di essere in un simbolo mondiale e la splendida vista su Rio, non rimangono grandi emozioni. Caratteristico il trenino che porta su i turisti e lo spettacolo del tramonto.
Abbiamo di nuovo fretta, dobbiamo raggiungere Guihle con cui andiamo a mangiare un pastel. Non l’ho mai visto cucinare in sei giorni, nemmeno un caffè. Chissà da quanto tempo quelle pentole giacevano inutilizzate. Poi si torna a casa, lui lavora ancora un po’ io cucino per il pranzo del giorno dopo. Poi usciamo un po’, nel quartiere accanto al suo, . C’è tantissima gente in strada, pur essendo domenica sera.

Lunedì
Ultimo giorno, il mio cronogramma è fittissimo. Quando Nico si alza io sono già pronta per uscire. Non capisco perché devo arrivare all’ultimo giorno per fare di testa mia, essendomi ormai riempita di nervosismo. Riesco a infilare il Pan di Zucchero, una “galleria di urban art”, una siesta in spiaggia ed una passeggiata per Lapa e Santa Teresa.
In generale Rio m’e’ sembrata senz’anima, come se mancasse sempre qualcosa nelle sue strade, sempre un po’ finta e ben vestita. L’idea di una ricca vita notturna e culturale, entrambe solo annusate.
Esiste un’altra Rio, che non ho visto, ed avrei visto un’altra Rio, se avessi fatto a modo mio. Ho avuto, a volte, la sensazione di aver tutto li a portata di mano e non poterlo toccare, con la conseguente rabbia dettata dal senso di impotenza. Ma in fondo, chi l’avrebbe mai detto che sarei finita a Rio, perché essere ingrati e lamentarsi?

Non esattamente a tempo (pseudocit.)

Viaggiare, penso con un’associazione di pensiero che, non so perché, decido di seguire, potrebbe essere come ballare.

Esistono attitudini e stili diversi, probabilmente, in qualche misura, rivelatori del carattere di ognuno, della personale maniera di interpretare il movimento ed il ritmo. E cosí c’é chi balla spesso, chi proprio mai, chi non riesce a star fermo e chi sembra danzare ad ogni passo che fa, come una mia capa, danzaterapueta, che mi diceva che il movimento degli innamorati é fluido, continuo. C’é chi preferisce ballare in coppia, chi da solo o con gli amici, chi é discreto e chi é scatenato. Non mi ero mai interrogata prima sulla mia maniera di ballare o di viaggiare. Innanzitutto, nel secondo caso, sono una principiante. Poco a poco sviluppo abitudini, rituali, concezioni del viaggio. Nei piccoli paesini o cittá che caratterizzano la Bolivia ci si puó lasciare guidare da suggestioni. Una musica che proviene in lontananza, la direzione in cui cammina la gente. Tappa obbligata, mi hanno insegnato, sono i mercati; é il luogo che piú di ogni altro racchiude una cultura: c’é il cibo, che racconta il territorio, il modo cucinarlo e di consumarlo, c’é la gente, il modo di vestire, gli orari, il modo di vivere la strada. 

Parallelamente la cittá del turista, i musei, i siti archeologici, le escursioni naturalistiche, gli ostelli, le storie degli altri viaggiatori, gli incontri. Ma anche i luoghi congestionati, le centinaia di foto tutte uguali, nelle memorie digitali di mezzo mondo. Cercare di usare i mezzi pubblici, i micros o ônibus come si chiamano in Brasile, non solo perché piú economici ma anche per muoversi come si muove la gente che la cittá la abita, capirne i tempi, le abitudini. Allora a Samaipata, Gutierrez e Camiri si viaggia nel cassone, a la Paz nei micros. Mangiare dove mangiano le facce del posto, quello che mangiano loro, dove mangiano loro, come lo mangiano loro. Il lama con le mani, ad esempio, o le gassose con la cannuccia in sacchetti di plastica da freezer. Ascoltare la musica, i testi, i ritmi. Guardare i muri, cercare tracce di fermento politico, culturale, sociale. Cercare di scoprire anneddooti, leggende, festivitá e quotidianitá. La scuola, la salute, i trasporti, il lavoro. Non solo i luoghi ma le persone che plasmano e da cui sono plasmati. Nel caso di Rio si aggiungono le spiagge e la notte.

Cosí arrivo qui, carica di energia ed incredulitá. Solitaria nel mio primo viaggio per la Bolivia, poi con altri mochilleros casuali mischiati a boliviani, poi la magia del gruppo del Salar. Ora raggiungo Nico, la prima volta in mesi che passo dal tempo con qualcuno che mi conosceva giá prima. Chissá se mi ha trovato diversa, sicuramente un po’ isterica e famelica. Affamata, pensando ogni attimo come irripetibile, divorando ogni secondo con gli occhi. “La vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla”, dice Kundera quando parla del mito dell’eterno ritorno. Poi continua, “la luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina”. 

L’idea che tutto quello che vivo é irripetibile, che non tornerá mai piú, dovrebbe, secondo Kundera, svuotarlo di significato. mentre se ció che viviamo si ripete centinaia di volte, siamo gravati da un peso indicibile. Ció che non si ripete é leggero, privo di responsabilitá. La mia filosofia di viaggio, lungi da voler competere con quella nietzschiana, é esattamente opposta. Proprio perché ogni attimo non tornerá mai pié é un crimine sprecare anche un solo istante. Non c’é un “cras”, un “domani”, come quello del pigro corvo che rimanda, é tutto qui ed ora. Resta da spiegare perché non funziona cosí bene ovunque e a prescindere, che forse basterebbe questo a togliere ruggine all’abitudine e ad aggiungere poesia alla routine. Spiega invece perfettamente la mia insofferenza per l’attendismo, l’irascibilitá e l’impazienza per il traccheggiare.

Ma siamo sopravvissuti, per la prima volta a condividere spazi e tempi (nella metropoli, mi suonava bene, mi sa che c’ho un attacco di ruzzo, #rio) cosí. Dicevo, siamo sopravvisuti per la prima volta a condividere spazi e tempi cosí intrecciati, perfino a volte ci siamo svelati e compresi di piú. La sincronia é una magia difficile, in viaggio é un incantesimo raro. Non era cosí che immaginavo questi giorni, forse avevo bisogno di piú entusiasmo e leggerezza. Ma mi porto via dei momenti che io ho inteso di condivisone profonda, di sinceritá a volte tagliente, di un linguaggio che prescinde dalle parole.

Se saremo bravi smentiremo l’eterno ritorno, e ció che non ritorna avrá un peso o ci cambierá ancora, un po’ ad ognuno a modo suo, un po’ in una giovane amicizia. 

 

Miseria e nobiltà

Due semplici, sintetiche frasi sono sufficienti a guadagnarsi la mia antipatia. Il tizio in questione è un messicano di cui è perfino irrilevante ricordare il nome, conoscente di conosciuti in una birra veloce nel quartiere vicino casa. È qui per lavoro, si occupa di logistica per squadre di calcio, al momento tale León. E dire che per un momento mi era stato pure simpatico, quando mi ha detto di aver vissuto ed amato Madrid. Poi gli chiedono, di lui, con il lavoro che fa, ed il calcio. E pur ammettendo che c’è del calcio che lo fa piangere, risponde che lui lo vede in un’altra maniera, “Como un negocio”. Ecco perfetto, questo non lo dovevi dire. La seconda e definitiva ragione che gli permette di vincere un biglietto omaggio per il prossimo treno per la Siberia era già stata preannunciata dall’isterica e irritante risatina quando qualcuno, in pieno fraintendimento, gli chiede se è boliviano. Li per li non colgo, ma la Bolivia viene di nuovo evocata e lui ha il coraggio di dire che è brutta. Ha visto Santa Cruz, “dicono sia il centro sviluppato ma non ha niente” e la Paz, “nella strada dall’aeroporto ho visto solo povertà, povertà e ancora povertà”. “Nutri l’odio migliore”, dicevano i Marlene. Non credo che parlassero di odio di classe ma tant’è. Non si butta via niente a Gutierrez, sia una bustina di te’ avanzata, del pane duro ancora buono per essere ammorbidito nell’acqua calda di un caffè. Si condivide, senza nemmeno chiedere, un pane spezzandolo in pezzetti, un mate, il poco denaro che c’è. La cultura guarani condivide, dice Nicolaza. Sempre si offre qualcosa a chi giunge, le insegnava sua nonna, sia un bicchiere d’acqua, se non c’è da mangiare, sia “asiento”, un posto per sedersi, se non c’è altro. Ho provato imbarazzo, e colpa, a partire per un viaggio, davanti a chi non comprende perché una Ong italiana si rifiuti di farli salire sul cassone, forma consueta di viaggio. Mi sono vergognata e a disagio ad avere uno Smart phone, un iPod, una macchina fotografica, con ragazzi che quando usano il mouse ricordano mia madre agli inizi del suo rapporto con l’informatica. E poi arrivi a Rio, sentendo parlare di fusioni, investimenti da un milione di euro, gente che viaggia molto per lavoro, gestendo la parte commerciale di un’azienda che si occupa di commercio di metalli, o che lavora per un’azienda che si occupa di “risorse naturali”, che a casa mia non sono commercio ma diritti, o bisogni. È sabato sera, raggiungiamo Guillermo nel ristorante di un amico che ne ha un altro paio in Rio, uno in San Paolo. Lui arriva beve un cocktail che nemmeno sa cos’è, ci fa assaggiare qualche spuntino. Cuore di palma alla griglia, tapioca con pesce crudo, simil asparagi con burrata, empanadas di carne. “Cucina tipica brasiliana attualizzata”, li descrive. Ambiente apparentemente semplice, lampade ricavate da vecchie pentole, “un’idea dell’architetto”, spiega. Al tavolo all’ingresso, all’esterno, sembrano modelle, al nostro, gente elegante, curata. Io e la mia inappropiatezza risaltiamo. Shorts di jeans, birkenstock, maglia stracciata dei tear me down e fascetta rockabilly. “Il tempo cambia”, dice la scritta sotto una donna degli anni ’50 che accende una molotov. Vi toccherebbe, non per quello che siete, siete pure buona gente, ma per quello che rappresentate. Brutta la Bolivia perché povera, bello sarebbe se ti si togliesse tutto quello che hai per ripartirlo tra i boliviani. I documentari e gli scritti sul Che, sempre parlano del suo viaggio per il Sudamerica, come la presa di coscienza, la consapevolezza. Realizza, il Che, l’immensa povertà di questi luoghi, le ingiustizie radicate e violente, e sogna un Sudamerica unito, libero, giusto. Il tempo è stato inflessibile, implacabile, e i volti per e con cui ha combattuto, per i quali ha trovato la morte, ancora gridano e imprecano giustizia. Cosa ci faccio, io che ho avuto tutto, in mezzo a questa gente che sa ancora cos’è la fame e ancora scuote le spalle dinanzi alla morte, crudele sorella dalle visite improvvise? Che cosa ci faccio qui, io che non ho avuto niente, che non ho il vestito buono per la festa del fashion week, che ogni centesimo è pensato. Tra due giorni sono a casa, a Gutierrez, e mai come ora sembra lontana. Di nuovo mi sono abituata alle comodità occidentali, di nuovo si ritorna nel regno dell’incertezza, niente è scontato, niente è sicuro. Di nuovo a Guido, a spasso tra i miei pensieri, diffidente e aggressivo quando gli si racconta ciò che non può vedere.
Forse mai vedrai tutto questo, forse mai sentirai quello che sento io. Ma è più amaro che masticare coca, più di un mate servito dagli uruguaiani. C’è uno spazio nei miei occhi, nei miei nervi, nella mia bocca, dove ci sei, dove ci siete. Sputo di sdegno e di rabbia. Forse no, non sarò più la stessa, forse no, non si può essere più gli stessi. La felicità non può esistere, diceva una vecchia frase, se non è condivisa. La felicità condivisa, si potrebbe aggiungere, non può esistere senza giustizia.

Siate sempre capaci…

“L’hai mai visto il mare?”, chiedo a Guido, seduti nel retro dei dormitori. “Si”, risponde “nei film”. Poi aggiunge che vorrebbe viaggiare perché non sopporta che la gente “se la charle”, “se la racconti”. Mi è capitato di pensare a lui in questo primo giorno a Rio. Sono al mare, quel mare che lui non ha mai visto. Questo mare è sconosciuto anche per me, Oceano potente ed immenso. È la prima cosa che si vede arrivando, le luci della città, i grattacieli e le palme, ed il mare. Potrebbe benissimo essere Miami, così come i film l’hanno raccontata anche a me. L’aereo inizia a perdere quota, fa una curva e si dirige verso la pista d’atterraggio, con la consueta sensazione di stare per entrare nel mare. All’uscita dell’aeroporto l’aria umida dell’oceano che, vedrò, di sera crea come una nebbia, che nasconde il paesaggio ed il mare stesso. E la metropoli, dodici milioni di abitanti, le strutture turistiche, il lungomare semi deserto in questa fine estate. Rio è l’occidente, di nuovo, più violento che mai. Siamo ospiti a Lebnon, quartiere ricco sul mare. Il nome, non so perché , mi sa di Palestina, forse Hebron, forse perché così mi immagino la ricca Israele, occidentale e arrogante giusto accanto a miseria e dignità. Cose minuscole, come far pipì e buttare la carta in un cestino ti rivelano come si stiano radicando nuove abitudini. È circa un mese che non faccio una doccia calda, se si escludono le rare volte in cui ne ho riscaldata un po’. Così come poche sono state quelle in cui l’acqua usciva dalla doccia e non dalle bottiglie. La partenza e l’arrivo sono le due facce di questo infame mondo. Parto da Gutierrez alle quattro del mattino. Ha piovuto di notte e, come spesso accade, è andata via la luce. Tutto il pueblo è immerso nella più totale oscurità e silenzio. La strada è una palude di fango. I cani abbaiano al mio passaggio mentre tutto dorme. Tutto si muove, invece, al mio arrivo. La città non dormirà di certo, le luci non si spengono. In molti lavorano ancora, come il vigilante che 24 h su 24 veglia sulle case di questi quartieri. In casa stanno guardando una partita della coppa libertadores, sorseggiando buon vino in calici di vetro. La Rio che si prepara ad accogliere il mondiale e le olimpiadi, nascondendo miseria ed emergenze sociali, ci sta riuscendo benissimo. Voglio andare al centro, “downtown” pure qui per cercare il carattere di questa città. Nico mi segue controvoglia, preferirebbe un’abbronzatura da portare a casa come souvenir. L’itinerario è casuale ed approssimativo. L’autobus risale Avenida Rio Branco, lasciandosi il mare alle spalle ed iniziano a vedersi i primi edifici storici. Lo stile è, nella mia ignoranza, coloniale ed elegante. Infilandosi nelle strade ad ovest dell’Avenida finalmente inizio a sentirmi un po’ in Sud America. I palazzi tornano ad essere decadenti, scrostati, a volte abbandonati. Nicco amava la decadenza di queste città un tempo belle e ricche e non credo ne capissi la ragione. Questo inclemente segno della ricchezza che fu è l’essenza del (mio) Sudamerica o forse della mia Bolivia. Ricchezza che è sempre stata degli altri, mentre le case basse boliviane, affacciate sulla strada risplendono di colori vivaci, tra tutti il verde acqua. Ammesso che le compagnie telefoniche non si siano impossessate delle modeste facciate per fini pubblicitari. I palazzi coloniali da cui siamo partiti, un po’ di tempo fa, qui sono per la maggior parte in buone condizioni. Rio è opulenza più che decadenza. Nel girovagare ci imbattiamo nel Parco della Repubblica, pericoloso fuori dal viale centrale, ci dicono due studentesse di un istituto tecnico che stanno lavorando ad un progetto per il recupero della storia del parco. Le strade sono piene di frutta, di chioschi semiaperti che vendono succhi di frutti dai nomi sconosciuti, acqua di cocco e varia rosticceria di carne, di pesce, di verdura. Alcuni bar hanno, ai miei occhi, uno stile spagnolo, con le mattonelle di ceramica e l’arredamento anni ’50. Si vedono, finalmente, carretti ambulanti. Ci imbattiamo nella chiesa di S. Francesco da Paola, dall’interno, a naso, barocco. E, infine, il teatro municipal, un’occhiata gettata rapidamente, Nico vuole andare in spiaggia. La cosa più sorprendente di Rio è che cambiando quartiere ti dimentichi di essere sempre nella stessa città. La spiaggia, gente atletica e palestrata, il centro, eterogenea fretta, Santa Teresa rilassata e bohémien, Lapa nottambula e festosa. Dove sono le favelas ed i suoi famigerati bambini? La colla, i travestiti, le danze? Oltre lo stereotipo e le descrizioni da cartolina è la vita quotidiana a dare dimostrazione delle immense diseguaglianze. Ne parliamo con Guillermo, nostro anfitrione. Dice che questi processi sono lunghi, che cent’anni, dalla fine della schiavitù, sono pochi per recuperare le differenze acquisite. Dice che l’educazione stessa, mezzo di emancipazione, richiede generazioni per radicarsi. È il caro vecchio discorso sul merito, che considera meritevoli quelli che sono partiti in vantaggio. Cosa può fare un’istruzione pubblica e gratuita di fronte alla Columbia University, ai viaggi in tutto il mondo, ad un’infanzia cresciuti in un attico con piscina? Come può essere “meritevole” Ivana, cresciuta in una casa senza nemmeno le pareti, di plastica, con una coperta in tre, cuginetti stretti nello stesso letto. Come pensare che con il duro lavoro si ottiene la ricchezza, se Ivana lavora duro da quando ne ha sei, vendendo frutta e verdura, lavorando nell’orto, seminando e raccogliendo mais e zappando un ettaro di terra. Regalando, poco tempo fa, una casa vera alla nonna che l’ha cresciuta, lavorando come muratrice con i cugini, nel fine settimana, mattone su mattone. Ivana ha 18 anni, la stessa età della sorella di Guillermo. Lei li ha festeggiati nel suo attico con piscina, da un lato si vede la spiaggia, dall’altro il Cristo. Anni fa parlavo con un ingegnere gestionale, amico di mio fratello a cui voglio bene. Il nostro disaccordo, tra le altre cose, riguardava l’origine della ricchezza. Da un lato l’idea che non si possa essere ricchi senza aver procurato la miseria di qualcun altro, dall’altra il valore dell’onesta’, di una ricchezza onesta che non fa male a nessuno. Il sistema stesso in cui viviamo funziona così; possiamo assolverci pensando che non è direttamente colpa nostra, possiamo pensare che facciamo la nostra parte cercando di cambiare il mondo (?), leggendo della stampa alternativa o chiudendoci in ghetti di avanguardie dell’inazione ma perché la diciottenne possa avere il suo attico su tre piani è necessario che Ivana non abbia soldi per operarsi alla cistifellea e che la Tekove debba trovare il modo di pagare l’operazione di appendicite di Lorenzo. Bianchi e neri vivono in armonia da queste parti ma non ce n’era uno ieri alla festa di compleanno. La porta di casa si apre però quando c’è da pulire, come per questa donna che sistema e ordina la casa di un giovane avvocato trentenne che si occupa di fusioni tra aziende. Fisici scolpiti da pesi e flessioni, da esibire in spiaggia, forme rotonde nel Chaco, dove si mangia pane, riso e patate e si fa colletta per la Festa del Papà, per comprare una gallina. L’equità, insegnavano durante le lezioni alla Tekove non è la stessa cosa per tutti ma cose diverse secondo quello che si ha. Salgono le lacrime davanti alle disuguaglianze che hanno come altro nome ingiustizia. Ma le nostre lacrime, “le lacrime che dai nostri occhi/ Vedrete sgorgare/ Non crediatele mai/ Segni di disperazione/ Promessa sono solamente/ Promessa di lotta”.