Un anniversario, una sentenza, una resistenza

Un anniversario

3 Gennaio 2008. Fundo Las Margaritas, comunità Yeupeco Vilcùn,  Aracaunìa, Cile.

Wallmapu, territorio mapuche, se la storia fosse dei popoli e non degli eserciti.

Matias Catrileo ha 24 anni. E’ uno studente di Agronomia all’Università di Temuco, dopo aver studiato per un po’ a Santiago. Matias pensava che la storia era dei popoli e non degli eserciti e voleva profondamente che il suo popolo tornasse ad autodeterminarsi, a ricostruire la propria nazione, “ad essere mapuche nella nostra terra”.

Per questo il 3 Gennaio Matias era nel Fundo Las Margaritas, partecipava alla riappropriazione delle terre sottratte ai mapuche ed ora di proprietà dei latifondisti.

Ci furono scontri con la polizia, lanci di pietre, qualche balla di fieno incendiata. La polizia, con un atto smisurato e innecessario – lo dicono perfino le sentenze – sparò sui manifestanti. Matias venne colpito con tre colpi di un mitragliatore Uzi che gli perforano i polmoni e lo portarono alla morte in pochi minuti. I manifestanti che erano con lui continuarono la ritirata portandosi dietro il corpo, per non lasciarlo nelle mani dei carabinieri, per evitare che venissero alterate le prove. A sparare fu il carabiniere Walter Ramirez, condannato a 3 anni e un giorno di libertà vigilata, il crimine era “violenza innecessaria con risultato di morte”.

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  • Santiago, Giugno 2014 –

Accanto alla storia di Matias Catrileo andrebbero raccontate quelle di  Jaime Mendoza Collío e di Alex Lemun, e troppe altre, in un tristissimo e lungo elenco. Storie fotocopia di un potere che occupa, uccide, se ne va via impunito. Storie che risalgono agli stessi anni, il 2008, il 2009.

Ma anche storie attuali, perché l’ultimo giovane che ha ricevuto 100 colpi e che ha subito 12 operazioni fino ad oggi, è stato aggredito poco prima di Natale ed è ancora ricoverato in ospedale. Un incidente, hanno detto. Brandon sta ancora lottando.

Una sentenza

Cordoba, Argentina. Il 27 Dicembre Ruben Leiva e Lucas Chavez, poliziotti cordobesi sono condannati all’ergastolo per l’uccisione di Fernando Pellico, 18 anni, detto Güere.

Luglio 2014. Güere e suo cugino Maximiliano Peralta stavano guardando una partita in casa di amici. E’ finita la coca cola per il fernet, e i due partono in motorino per andare a comprarla. Incontrano la pattuglia di Ruben Leiva e Lucas Chavez, che apre il fuoco contro di loro. Güere viene ucciso sul colpo, Maximiliano viene ferito a una gamba, arrestato e per alcune ore trattenuto con il divieto di comunicare con l’esterno. L’ennesimo caso di gatillo facil di Cordoba.

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  • Fonte: https://www.facebook.com/holamafia/

Due anni dopo, due poliziotti pagheranno. Ma sarà sempre infinitamente poco, sarà sempre terribilmente inutile, perché c’era un diciottenne, labbra assetate di vita e vento in faccia su un motorino, che solcava la notte. E ora c’è solo il vuoto.

Una resistenza 

Oggi 3 Gennaio diventano 12 i giorni di sciopero della Machi Francisca Linconao, 59 anni, autorità ancestrale e spirituale del popolo mapuche.

Machi Francisca si trova in custodia da nove mesi, accusata di aver partecipato all’uccisione di Luchsinger e Mackay,  marito e moglie, morti in un incendio nel latifondo di cui erano proprietari.

La lotta della Machi Francisca, che è il ponte tra la dimensione spirituale e materiale per il popolo mapuche, nonché la massima autorità per quanto riguarda la salute, si è scagliato contro le grandi imprese forestali, riuscendo ad evitare che venissero tagliati illegalmente alcuni alberi in una zona di raccolta di piante medicinali utilizzate in cerimonie spirituali e di cura. “Per la prima volta una donna ha fermato lo stato cileno”, dice il sito di informazione mapuche Mapuexpress.

La richiesta è quella degli arresti domiciliari, sia perché è ancora in attesa di una sentenza, sia perché , secondo la cosmovisione mapuche è necessario per la sua sopravvivenza che sia vicina al rewe, il luogo a cui appartiene il suo spirito,

L’ostacolo principale a che questo avvenga sta nel fatto che la machi Francisca sta venendo giudicata secondo la legge “Antiterrorista” e non secondo il procedimento ordinario, per il quale le è stata già concessa la possibilità di attendere la sentenza ai domiciliari.

La legge antiterrorista, infatti, prevede la misura carceraria preventiva, per quanto esponenti degli organismi dei diritti umani, come Enrique Morales, medico della Commisione dei Diritti Umani del Collegio Medico, sostengano che non si possa applicare la legge antiterrorismo ogni volta che vi sia un conflitto tra il popolo mapuche e lo stato cileno, poiché si tratta di una protesta sociale.

 La mobilitazione in sostegno alla Machi Francisca sta diventanto sempre più impellente ed imponente: organizzazioni dei diritti umani, attivisti mapuche, attiviste femministe e lesbofemministe cilene e latinoamericane stanno cercando di diffondere la solidarietà e farle attraversare i confini dello stato cileno.

In particolare la Rete di radiofoniste femministe e lesbofemministe “estende l’appello a continuare le azioni di sorellanza e solidarietà, attivando le reti e partecipando a questa trasmissione radiofonica che renderà visibili le cause della detenzione di un’autorità ancestrale e di altri comuneros mapuche, con particolare enfasi per la situazione di violenza istituzionale contro le donne nel Wallmapu (territorio mapuche)”.

La giornata radiofonica può essere ascoltata a questo link radiokurruf.wordpress.com e sarà ritrasmessa su varie emittenti radiofoniche, tra cui Radio Onda Rossa.  

(Maggiori informazioni qui -> http://www.mapuexpress.org/?p=14790)

 

 

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Lucìa Perez e #Niunamenos Un’intervista a una compagna argentina.

A qualche settimana dalla manifestazione delle donne argentine e latinoamericane al grido di #niunamenos e #vivasnosqueremos, di cui qui si era già parlato, e a pochi giorni dalla data del 26 Novembre, giorno in cui  Roma e in tutta Italia le donne (e speriamo non solo loro) scenderanno in piazza contro i diversi tipi di violenza che le donne subiscono in quanto donne, ecco i podcast della puntata de “Il colpo della strega“, trasmissione radiofonica a cura del Collettivo Medea, in onda su Radio Blackout 105.25.

La trasmissione prevede due approfondimenti, uno sul poligono di Quirra, territorio sardo occupato dalle basi americane e luogo in cui malformazioni di feti e aborti spontanei sono frequentissimi; l’altro è un’intervista in diretta con Pato, compagna argentina, che ci racconta lo sciopero delle donne di Mercoledì 19 Ottobre ma anche più in generale a che punto è  e dove va la lotta delle donne in Argentina.

Un grande ringraziamento alle compagne di Medea e a  Pato e buon ascolto!

 

I podcast de Il colpo della strega: 24ott2016

 

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“Ni una menos! Vivas nos queremos!” L’appello delle donne argentine e latinoamericane

In Argentina Semenella ci è arrivata dalla Bolivia, da un viaggio fuori stagione e fuori dalle mete turistiche, da un viaggio pesante, faticoso in cui spesso c’era d’aver paura. 

L’Argentina era una meta, era la sicurezza, l’Occidente, strade di cemento e taxi che erano davvero taxi. Ma l’Argentina non era il luogo per tirare un sospiro e sentirsi al sicuro, perché non c’è un sol posto, nel mondo, in cui una donna possa tirare il fiato e sentirsi al sicuro. Camille lo ripete, lo stupro “è un rischio inevitabile, è un rischio che le donne devono mettere in conto ed accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente. Se ti succede alzati, dust yourself e passa ad altro”. 

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(“Senza clienti non c’è tratta” – Jujuy, Maggio 2014)

I muri dell’Argentina me lo ricordano al volo: “senza clienti non c’è tratta”, dicono. Tratta, non prostituzione, che sono due cose diverse, e i muri argentini sono precisi, lo dicono chiaramente. Ma si sente parlare di ragazze scomparse, di traffici di donne. 

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(Siamo lavoratrici sessuali, non siamo vittime di tratta – Cordoba, Maggio 2014)

Nord di Jujuy, di ritorno da una comunità indigena guaranì. E’ buio, quasi deserto, fa freddo. In un chiosco della stazione prendo qualcosa da mangiare, aspettando l’autobus che mi porterà indietro. La signora è incuriosita. Mi fa domande. Viaggio, sì. Dall’Europa, sì da sola. E inizia a raccontarmi le storie, di ragazze europee sparite, rapite, ritrovate uccise. Mochilleras, viaggiatrici con lo zaino, come si dice da queste parti. Specie di Icaro post moderne che hanno osato troppo, che hanno volato troppo vicino al sole e non sono state lì dove dovevano stare, ferme. 

Matìas dice che Lucìa stava ferma. Dice che non usciva molto di casa, che era una ragazza tranquilla, ma questo non le ha salvato la vita. Ha fatto forse sentire in dovere il fratello di giustificarsi, di giustificarla. Lucìa non ha fatto niente per meritarselo. Lucìa aveva 16 anni. E’ stata stuprata, drogata, seviziata e uccisa da tre uomini. Lucìa è morta per un arresto cardio-respiratorio dovuto alla violenza delle torture e delle percosse. Lucìa, letteralmente, non ha retto al dolore. L’hanno lavata, rivestita, per provare a nascondere l’orrore. L’hanno abbandonata agonizzante davanti ad un ospedale. Per giorni la storia di Lucìa mi è passata davanti agli occhi, la sua foto con il suo volto sorridente. Per giorni ho accuratamente evitato di leggere di più. Perché fa male.

Ma in fondo è quello che dobbiamo a Lucìa, raccontare la sua storia, ricordarla. E questo hanno deciso di fare le donne argentine, che proprio in quei giorni erano a Rosario, riunite per il 31esimo Incontro Nazionale delle donne. Incontro culminato in un corteo, represso dalla polizia. Hanno deciso di scendere in piazza, hanno deciso di vestirsi di nero, hanno deciso di scioperare. “Smettiamo di lavorare finché non smettete di ammazzarci”. 

 

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(“Basta complicità della polizia! Mai più schiave” – Cordoba, Maggio 2014)

Gli organismi delle donne raccontano di aver ottenuto a fatica, dalle organizzazioni sindacali, un appoggio verbale, ma nessun impegno reale a favorire l’adesione dei lavoratori e delle lavoratrici allo sciopero. 

Nonostante ciò alcune imprese, come quella di Pepsico, hanno votato un’ora di sciopero per turno e l’organizzazione di navette per permettere la partecipazione alla manifestazione.

Alle donne argentine, immediatamente, si sono unite le donne peruviane, boliviane, cilene, ecuadoregne, messicane, venezuelane, uruguayane, costaricane, guatemalteche, honduregne, salvadoregne. 

Alle donne argentine guardano anche le donne europee, le donne italiane che stanno costruendo la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne del 26 Novembre a Roma: una la violenza, una la risposta. 

E per quanto provino ad ammazzarci, il movimento femminista argentino è più forte che mai, forse una guida all’opposizione del paese. E’ un movimento in crescita ma solido, avanzato a livello di analisi e di contenuti. 

Non perdetevene una parola.

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II documento letto dal collettivo “Ni una menos” in Plaza de Mayo, Buenos Aires.

Noi ci fermiamo. 

Contro quelli che vogliono fermarci.

Mentre si svolgeva il 31esimo Incontro Nazionale delle donne, violentavano e assassinavano Lucìa a Mar del Plata. Un anno prima eravamo state caricate in quella città, come quest’anno a Rosario. 

Noi ci fermiamo. 

Perché non ci fermino con la loro pedagogia criminale. Per fare noi stesse pedagogia, perché unite costruiremo una società senza macismo. Perché libertà vuol dire smontare definitivamente il patriarcato.

 

Noi ci fermiamo e scioperiamo. Perché ci addolora e ci indigna che in questo mese di Ottobre si contino già 19 morte. Scioperiamo perché per fermare la violenza femminicida abbiamo bisogno di partire dall’autonomia delle nostre scelte, e questo non è possibile finché l’aborto non sarà legale, sicuro e gratuito per tutte. Finché le condizioni economiche continueranno a riprodurre la violenza macista: perché le nostre giornate lavorative sono due ore più lunghe di quelle degli uomini, dato che i compiti di cura e riproduttivi ricadono sulle nostre spalle e non hanno nessun valore nel mercato del lavoro.

Perché la disoccupazione si alza di due punti quando si parla di donne, perché la differenza salariale è, in media, del 27%. Vale a dire che le donne guadagnano molto meno dei loro compagni, a parità di incarico lavorativo.

In un contesto di tarifazos (aumento dei prezzi dei servizi pubblici energetici e dei trasporti), adeguamenti per l’inflazione, incremento della povertà e restringimento dello Stato, come quello che propone il Governo dell’Alleanza “Cambiamo”, noi donne sopportiamo il peso maggiore: la povertà ha un volto femminile e ci toglie la libertà di dire no quando siamo nel circolo della violenza.

Noi scioperiamo. 

Scioperiamo contro i proiettili di gomma che provano ad arrestare la nostra forza. Una forza che cresce attraverso gli incontri, le mobilitazioni, i dibattiti. Una forza femminista, forza di donne.

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(da Pikara Magazine)

Scioperiamo contro il disciplinamento delle donne, che significa che Milagro Sala (1) è in carcere in quanto donna, indigena; per essersi organizzata, per aver reclamato non soltanto i diritti di base, ma anche il diritto di tutte e tutti alla festa ed ai momenti ricreativi. Contro la detenzione e il procedimento giudiziario irregolare che tiene in ostaggio Reina Maraz (2), migrante di lingua quechua, che una giustizia misogina e coloniale ha condannato ingiustamente all’ergastolo. Contro le condizioni delle carceri femminili, che le rendono sempre più spazi dove si amplificano le gerarchie classiste e razziste. Contro il fatto che in quartieri come Bajo Flores le adolescenti sono perseguitate per giorni e poi spariscono, dopo essere state minacciate. Ma anche contro il modo in cui i quartieri diventano ogni giorno più asfissianti, teatro di trame di economie illegali che portano a forme di violenza nuove e sempre più dure. 

 

Contro la politica retrograda che inaugura un centro di detenzione per immigrati, in una chiara retrocessione della legislazione vigente. 

Scioperiamo prendendo l’iniziativa. Mostrando una capacità forte di reazione alla guerra contro le donne che viene scritta giorno dopo giorno. Ci mobilitiamo e ci autodifendiamo.

Quando toccano una, rispondiamo tutte.

Per questo oggi, 19 di Ottobre, noi scioperiamo.

Siamo le casalinghe, le lavoratrici dell’economia formale e informale, le maestre, le lavoratrici delle cooperative, le accademiche, le operaie, le disoccupate, le giornaliste, le militanti, le artiste, le madri e le figlie, le domestiche, quelle che incontri per strada, quelle che escono di casa, quelle che stanno nel quartiere, quelle che sono andate ad una festa, quelle che hanno una riunione, quelle che vanno in giro da sole o accompagnate, quelle che hanno scelto di abortire, quelle che hanno deciso come e con chi vivere la nostra sessualità.

Siamo donne, trans, travestite, lesbiche. Siamo molte, e della paura che ci vogliono imporre e dalla furia che ci tirano fuori a forza di violenza, ne facciamo un suono, una mobilitazione, un grido comune: Non una di meno! Ci vogliamo vive!

 Noi scioperiamo. 

Scioperiamo contro il femminicidio, che è il punto più alto di una trama di violenze, che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio alle forme più diverse di autonomia e vitalità femminile, che pensa che i nostri corpi sono cose da usare e scartare, rompere e saccheggiare. 

 

Lo stupro e il femminicidio di Lucía Pérez mostrano una linea decisa contro l’autonomia e la capacità di decidere, l’azione, la scelta e il desiderio delle donne.

 Lucía è stata considerata come una cosa, da percuotere fino a che lo sopporta, e lasciata poi davanti ad un pronto soccorso per far credere che era morta di overdose, per nascondere la verità. 

Non è stata la droga, sono stati i maschi. 

L’hanno stuprata ed uccisa a Mar de Plata, poche ore prima che la marcia dell’Incontro nazionale delle donne venisse caricato dalla polizia. 

L’incontro più trasversale e creativo, che mobilita identità e sensibilità diverse, sotto forma di organizzazioni a loro volta diverse: collettivi politici, artistici, di quartiere, sindacali… Tutte totalmente politiche: perché la politica è una lotta insistente per l’invenzione della libertà, per la costruzione comunitaria e per l’ampliamento dei diritti.

Come tutti i femminicidi, anche quello di Lucía ha come obiettivo il disciplinamento delle donne e di tutte le persone che si ribellano contro i ruoli che questa società difende: o sarà ciò che si suppone sia normale o non sarà niente. E non potrai dire di NO perché il costo di dire di NO sarà, all’estremo, la morte. 

Da una gabbia ad un altra. Da un tipo di oppressione ad altre più cruente. Tra le donne di meno di 30 anni la disoccupazione è al 22%. La precarietà delle nostre vite. Donne trasformate in puttane o incarcerate. Trans e travestiti repressi quotidianamente per strada benché non gli si assicuri il diritto ad entrare nella vita lavorativa e si continui ad imporgli la prostituzione come unico destino. Donne assassinate dai loro partner, abusate dai loro padri o picchiate dalla polizia. Stiamo vivendo una stagione di caccia. E il neoliberismo fa le sue prove di forza sui nostri corpi. In ogni città, in ogni angolo del mondo non siamo al sicuro.

Noi scioperiamo.

Perché tutte le variabili economiche mostrano la violenza macista. I femminicidi sono il risultato di una serie di violenze economiche e sociali, di pedagogie della crudeltà, di una cultura del “ci sarà un motivo”, “qualcosa avranno fatto”, che glielo permette, li giustifica e li avvalla. Non sono un problema di sicurezza o insicurezza. Lottare contro queste violenze esige risposte multiple. Ci riguarda tutti e tutte, anche se sappiamo che i poteri dello stato e tutte le sue istituzioni (nazionali, provinciali e municipali) agiscono solo se costretti dalla pressione sociale che spinge dal basso. Per questo siamo qui oggi, in tutto il paese e in vari paesi contemporaneamente, dicendo Non una di meno! Ci vogliamo vive!

Come possiamo creare un altro mondo possibile se le misure che tendono a questa trasformazione come il Programma di Educazione Sessuale Integrale viene smantellato poco a poco o semplicemente non viene applicato in varie province? 

Como osano paragonare delle scritte su un muro all’uccisione e alla tortura di una bambina?

Come fanno a chiederci di avere pazienza se guadagniamo il 27% in meno degli uomini per fare lo stesso lavoro? 

Come pretendono che facciamo attenzione se allo stesso tempo dai mezzi di comunicazione ci dicono che quelle che vanno sole e vengono ritrovate morte ne hanno la colpa? Come pretendono che abbiamo pazienza se ci tolgono la pensione da casalinghe e non considerano seriamente il lavoro che è prendersi cura di una famiglia? Sì, lavoro. Il 76% dei lavori non remunerati lo facciamo noi. Come osano dirci che questo non è così grave quando tolgono l’autonomia economica a migliaia di donne cacciandole dal loro lavoro, quando ci abbassano lo stipendio, quando ci minacciano di abbassarci i contratti collettivi? Come pretendono che aspettiamo, quando moriamo per aborti fatti male o ci incarcerano se andiamo in ospedale per un aborto spontaneo? E potremmo continuare…

Nessuno vuole farsi carico di queste domande. e ancora meno di trovare delle risposte che ci includano, e non soltanto come vittime, morte, cose, ma come protagoniste con una propria voce. Noi vogliamo insistere, esigere, chiedere, rispondere, perché non vogliamo più vittime, di nessun tipo. Per questo noi donne scioperiamo.

E questa richiesta diventa di tutta la regione latinoamerica: Bolivia, Cile, Perù, Uruguay, Costa Rica, Guatemala, El Salvador. E in America Latina ci accompagniamo l’un l’altra. 

Ni Una Menos. Vivas nos queremos

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(“Rivoluzione nelle piazze, nelle case e nei letti!” – Cordoba, Maggio 2014)

** Note **

(1) Dirigente política, sociale e indigena argentina, leader dell’Organizzaciòn Barrial Tupac Amaru, arrestata in seguito ad una serie di iniziative politiche, in particolare una acampada contro il governatore

(2) Donna boliviana di etnia quechua, vittima di violenze da parte del marito e non solo, accusata di aver preso parte all’omicidio dello stesso durante una lite con un vicino e amico, dal quale probabilmente anche lei subiva violenza. Processata e condannata all’ergastolo benché lei non parli castigliano e non abbia potuto né difendersi né comprendere che cosa le stava accadendo

 

 

La finta savia e il XVIII Dicembre

Nelle storie ci si imbatte per sbaglio, o forse il modo più bello di apprendere, qualunque cosa si apprenda, è relazionale.

Metro, calda mattina di Luglio. Una famiglia latina chiede a quale stazione scendere per visitare il centro città. In particolare vorrebbero visitare una delle piazze centrali, dove si affaccia il Palazzo Reale e un’antica residenza dalle tre anime, come una matrioska, all’interno lo strato più antico.

Una ragazza indica la fermata della stazione principale dei treni.

Qualche minuto dopo sale un ragazzo, giovane, ben vestito. Ha in mano una bustina di carta trasparente, dentro dei fogli, quello che potremmo pensare essere un curriculum. Va nella medesima piazza, dove c’è anche un ufficio per i giovani, che avrebbe l’ambizione di orientarli verso opportunità e invece, nella migliore delle ipotesi, potrà fornire un po’ di consolazione.

Chiede alla ragazza qual è la fermata più vicina per la suddetta piazza. La ragazza tentenna, dice di non essere del posto e cita due stazioni. La conversazione si estende ad altri passeggeri e si concorda che la piazza è probabilmente al centro tra le due stazioni principali.

A quel punto la metro giunge alla fermata XVIII dicembre. Il signore latino chiede che cosa è successo in quella data. Una delle ragazze risponde in spagnolo, il signore ascolta. La moglie gli fa notare che abbiamo cambiato lingua, nel mentre.

Nessuno lo sa, non stiamo facendo una bella figura come giovani di un paese industrializzato. Sembra un po’ la solita scenetta da candid camera, in cui la giovani generazioni non conoscono i più banali avvenimenti storici del paese. Il ragazzo dice di essere rumeno e un po’ si auto-assolve. Ma una delle ragazze non ci sta e allora inizia un articolato processo di deduzione. E di racconto. Suppone che la data sia riferita al periodo pre-unitario e quindi probabilmente legato alla storia di quel periodo e di quel regno, che, diciamolo, non era ancora l’Italia. E racconta alla famiglia, ormai rivelatasi peruviana, di Cusco per l’esattezza, dell’Italia pre-unitaria, dell’annessione e della nascita della Repubblica. E auto-assolvendosi pure lei, che in fondo la storia del regno di Sardegna non è mica quella di casa sua.

Nell’era non digitale la cosa sarebbe pure finita qua. Due nozioni storiche la famiglia peruviana le aveva avute, la ragazza aveva salvato la faccia della gioventù italiana, non più ignorante e tutti vissero felici e contenti. Ma ai tempi della 4G è tutto diverso. Il ragazzo rumeno, con la complicità di Gooogle, smentisce.

Il XVIII dicembre, a Torino, si è consumata una strage fascista, una rappresaglia (ma come si dice strage in spagnolo?, qua la finta savia si deve proprio arrendere).

Il prequel

E’ la sera di una nebbiosa domenica di Dicembre, il 17 appunto, Francesco Prato si sta recando a trovare la sua fidanzata.

Faceva il bigliettaio del tram, viveva in una pensione in Corso Spezia, nel quartiere operaio di Barriera Nizza ed era un comunista. Lo descrivono come di “temperamento audace, battagliero, insofferente d’ogni sopruso e d’ogni prepotenza, incuteva timore agli stessi fascisti. Ovunque si trattava di difendere dei compagni o delle istituzioni proletarie dalle violenze delle camicie nere, il Prato si trovava in prima linea”. Il fascismo si stava consolidando in Italia, e a Torino si era già reso protagonista di aggressioni ed intimidazioni. Il clima era teso. Per questo Francesco Prato aveva in tasca una rivoltella quando cadde nell’imboscata di tre fascisti che gli spararono ferendolo a una gamba. Prato sparò a sua volta, uccidendo due dei suoi aggressori e riuscendo a fuggire. Si rifugia prima in casa di alcuni compagni e poi viene fatto espatriare in Unione Sovietica dove morirà, in un gulag.

Alcune versioni sostengono che i fascisti fossero stati assoldati dal padre della fidanzata di Prato, contrario alla relazione. Non ci direbbe nulla di nuovo sul machismo fascista.

Nel mentre al Teatro Alfieri i fascisti festeggiano la costituzione di una nuova squadra, con personalità politiche influenti, attrici e numerose squadre fasciste provenienti da Parma.

La strage

Il XVIII dicembre Torino si sveglia invasa da << gruppi di camice neri provenienti da altre città: essi erano armati di pistola, di manganello e avevano a tracolla una coperta arrotolata […] altri gruppi di fascisti forestieri appollaiati persino sui predellini e parafanghi di alcune automobili saettanti, brandivano pugnali, pistole, e gridavano per terrorizzare i passanti. Ci parve di capire la vera ragione dell’affluenza a Torino di squadristi da altre località  […] i caporioni fascisti, per giustificare il massacro che si apprestavano a scatenare contro gli antifascisti torinesi, prendevano a pretesto la batosta che il nostro compagno Prato aveva inferto ai loro sgherri »

Alle 11.30 una cinquantina di fascisti fa irruzione nella Camera del Lavoro, dove bastona il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, l’anarchico Pietro Ferrero. Poi li lascia andare.

Verso l’una, dopo aver cercato Carlo Berruti e averne devastato la casa, entrano nell’ufficio delle Ferrovie di corso Re Umberto, prelevano Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, e il socialista Carlo Fanti, li caricano in una macchina scoperta e li portano in aperta campagna, nella zona di Nichelino e gli sparano alla schiena.

Nel primo pomeriggio i fascisti fanno irruzione in un’osteria in via Nizza 300. Perquisiscono i presenti e trovano la tessera del Partito Socialista ad Ernesto Ventura. Gli sparano e lo feriscono. Leone Mazzola, gestore del locale, prova a protestare. Viene trascinato nel retrobottega dove i fascisti credono di trovare indizi della sua appartenenza comunista. Lo uccidono. L’indagine rivelerà che era un monarchico, probabilmente anche informatore della polizia politica.

Giovanni Massaro era nell’osteria di Mazzola ma riesce a fuggire, rifugiandosi nella sua casa, non lontana. Viene inseguito e ucciso. Il cadavere viene abbandonate nelle campagne in fondo a via S. Paolo e viene ritrovato solo qualche giorno dopo. Massaro aveva 34 anni, era un operaio con problemi psichiatrici che gli avevano fatto perdere il lavoro.

La giornata di sangue non è ancora finita.

E’ già sera, Matteo Chiolero, simpatizzante comunista è a cena con la sua famiglia, sua moglie ed una bimba di 2 anni. Bussano alla porta, va ad aprire ed è freddato con tre revolverate al petto.

I fascisti vanno poi a cercare Andrea Chiomo. Chiomo aveva 25 anni, era comunista ed aveva ucciso un fascista l’anno prima. Ne era uscito assolto ma sapeva che la rappresaglia non si sarebbe fatta attendere. Lo trovano in casa di amici, lo trascinano via e lo ammazzano crudelmente.

Alle dieci di sera Pietro Ferrero, anarchico, segretario della Federazione degli operai metalmeccanici di Torino è davanti alla Camera del Lavoro.

Era stato in giro tutto il giorno, era già stato malmenato alla Camera del Lavoro la mattina e ne era probabilmente scosso. Poco prima aveva incontrato Andrea Viglongo e Mario Montagnana, redattori de “L’Ordine Nuovo” che lo avevano invitato a fermarsi da loro: le strade di Torino per quelli come loro non erano sicure.

Ferrero va invece verso la Camera del Lavoro, occupata dai fascisti. Lo vedono, lo catturano, lo torturano e poi lo uccidono. O forse morì per le torture. Poi bruciano la Camera del Lavoro e impediscono ai pompieri di intervenire finché non ne resta molto.

 

 

A mezzanotte i fascisti irrompono in casa di Erminio Andreoni, 24 anni e lo prelevano davanti alla moglie ed al figlio di un anno. Lo portano nella campagna vicina e lo uccidono a colpi di pistola. Poi tornano nella casa e la devastano.

Irrompono poi in casa di Matteo Tarizzo, 34 anni. Dopo aver lavorato come operaio alla FIAT aveva aperto una piccola officina in via Madama Cristina.Lo portano fuori dalla sua casa e lo uccidono a bastonare. Gli lanciano copie de “L’Ordine Nuovo”.

In quel primo giorno ci furono, o meglio si è venuto a sapere, di otto morti e quindici feriti.

La strage, in realtà, non è ancora finita. Continuerà nei due giorni e nelle due notti successive.

La metro, però, apre le sue porte. La finta savia, il ragazzo rumeno e la famiglia peruviana sono arrivati a destinazione. Scendono, si salutano, si separano.

La finta savia si accorge che sta sorridendo. Che la malinconia che si trascina dietro da settimane si è alleggerita un po’. Pensa a Marcos, marionettista argentino, fintamente scontroso. “Ci sono i turisti e ci sono i viaggiatori”, le aveva detto. La differenza è tutta qui: se si va alla ricerca della Storia o di tante piccole storie che leggono o costruiscono la Storia. Pensa a Flor, ai brindisi agli incontri. Perché la Storia, alla fine, non è fatta che di incontri.

Pensa che, a volte, si può essere viaggiatori anche senza muoversi dalla propria quotidianità. Perché viaggiare, in fondo, è un’attitudine.

Esattamente come incontrare.

 

 

 

(si ringrazia anarchopedia per la dovizia di particolari)

Decolonizzare ancora un po’. Sull’inaugurazione della statua di Juana Azurduy

E’ stata inaugurata ieri, a Buenos Aires un’enorme statua di Juana Azurduy, eroina dell’indipendenza boliviana.

La statua, del peso di 25 tonnellate ed alta 12 metri sostituisce quella di Cristoforo Colombo. “A tutte le donne che lottano per la propria liberazione, questo è un modo di decolonizzarci da una dominazione”, dice Evo dal sontuoso palco di inaugurazione.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/16/foto/argentina_morales_e_la_kirchner-119174968/1/#1

E poi a firmare accordi per il commercio e la sicurezza delle frontiere, quelle stesse frontiere che significano spesso, per i boliviani, stigma ed esclusione.

Evo e Cristina sono un simbolo, soprattutto a guardarli dal Vecchio mondo, che è sicuramente meno rassicurante ma non è uno sguardo ideologico quello che si meritano, nè loro nè tantomeno i loro popoli.

E alla voce dei loro popoli, in questo caso nelle vesti di Mariana Gómez, ricercatrice del CONICET e Florencia Trentini, dottoressa in Scienze Antropologiche, è necessario dare spazio. Per questo è stato tradotto quest’articolo a firma delle due studiose apparso su notas.org.ar

Buona lettura

Polemica indigena per l’inaugurazione del monumento di Juana Azurduy

Mercoledì è stata inaugurata la statua di Juana Azurduy, dietro la Casa Rosada. dove precedentemente era situata la figura di Cristoforo Colombo. Un fatto che, tra le altre cose, ha significato dibattiti, polemiche e diverse posizioni di diverse organizzazioni indigene.

Tre anni fa il governo nazionale annuncià che la statua di Cristoforo Colombo sarebbe stata sostituita con quella di Juana Azurduy. Questo scatenò una forte polemica con il governo della città di Buenos Aires che lo riteneva un intervento illeggitimo del governo nazionale sul patrimonio e sullo spazio pubblico della città. A metà del 2014 si giunse ad un accordo perchè la statua fosse trasferita alla Costanera Norte.

Sicuramente, al di là delle dispute riguardo alla giurisdizione, le figure di Colombo e di Azurduy rappresentano una contesa simbolica. Il primo è chiaramente legato alla conquista ed al genocidio sui Popoli Originari, mentre la seconda è associata alle lotte per l’indipendenza della Nostra America. Quindi, simbolicamente, non è la stessa cosa che l’una o l’altra siano posizionate accanto alla Casa Rosada.

Il monumento è stato donato dalla Bolivia (un milione di dollari) e per questo motivo l’inaugurazione si è svolta durante la breve visita di Evo Morales nel nostro paese, dove sono stati firmati una serie di accordi e di negoziazioni in materia di cooperazione energetica e dove si sta svolgendo la “Festa dell’Integrazione”, che continuerà fino a Sabato 18, con la presenza di vari artisti musicali, una sfilata delle comunità latinoamericane e una fiera delle culture.

L’idea di rimpiazzare Cristoforo Colombo con Azurduy è stata interpretata in diversi modi da parte di diverse organizzazioni indigene. Nel 2013, quando fu annunciato il trasferimento del monumento a Colombo, l’ENOTPO (Incontro nazionale delle organizzazioni territoriali dei popoli originari), legato al governo, dichiarò attraverso un comunicato che appoggiava la decisione della presidenta, perchè la figura di Colombo rappresentava il genocidio e lo sterminio etnico dei Popoli Originari. E considerava questo passo come un passo in più verso uno stato plurinazionale.

Nel comunicato si sosteneva che “è fondamentale rivedere il cammino della colonizzazione in termini materiali e simbolici. Il patrimonio statale non è un’eredità immanente del passato, bensì attraverso di esso si costruisce e ricostruisce politicamente la storia del nostro popolo. E’ per questo che è importante togliere i quadri dei perpetratori di genocidi e non considerare come un momumento Colombo”.

D’altra parte, di fronte all’inaugurazione anche la Confederazione Mapuche di Neuquén ha diffuso un comunicato dal titolo “Pane e circo nella Casa Rosada, dedicato a noi Popoli Indigeni”, nel quale denunciano che ci sono autobus e biglietti aerei per portare rappresentanti delle comunità a questa “festa popolare”, per “applaudire acriticamente ciò che accadrà in essa”.

Per la Confederazione, questa è un altro dei “numerosi atti simbolici e retorici, carichi di demagogia e rassegnazione”. Quindi sostengono che “questa volta ci renderanno parte di una celebrazione, mentre la situazione di saccheggio ed espulsione dai territori comunitari non si arresta. Come prova di questa situazione più di un contingente passerà di fronte all’accampamento Qopiwini nell’Avenida 9 de Julio y Avenida de Mayo, come crudele mostra di questo intento di nascondere il sole con le mani”.

Al tempo stesso sostengono che “la politica statale di non riconoscere la nostra pre-esistenza come nazioni originarie, fino al punto che alla stessa Juana Azurduy sottraggono la sua origine indigena e la mostrano come un’eroina dell’Alto Perù o come una valorosa guerrigliera boliviana. E’ che il “crogiolo di razze”, nazionale e popolare, è un argomento forte per amalgamare tutte le differenze e annegare nel “mestizaje” più di 30 popoli nazione che reclamano diritti rispetto alle loro identità e ricchezze culturali.

Qopiwini, l’organizzazione che da cinque mesi porta avanti l’accampamento in Avenida de Mayo y 9 de Julio, chiedendo che vengano rispettati i diritti umani ed i diritti collettivi dei Popoli Indigeni, ha convocato, dal canto suo, una marcia diretta verso l’inaugurazione per consegnare al presidente Evo Morales una lettera e per invitarlo a visitare l’accampamento e che sia messo al corrente delle rivendicazioni che i diversi Popoli Originari portano avanti nei confronti del governo nazionale.

Queste diverse posizioni possono sembrare contradditorie ma si fondano sulle politiche attuali riguardo ai Popoli originari del nostro paese e alle diverse modalità in cui le organizzazioni indigene si posizionano rispetto ad esse (accettandole, rifiutandole, negoziandole).

Da un lato, la statua di Juana Azurduy nel patio posteriore della Casa Rosada ha una carica simbolica specifica, motivo per cui non celebrare questo cambiamento significherebbe non riconoscere che una figura che rappresenta le donne latinoamericane luchadoras che lottarono per l’indipendenza dei nostri popoli simboleggia qualcosa di completamente differente rispetto alla figura più rappresentativo del genocidio che è stata “la conquista” dell’America.

Senza dubbio, a pochi metri da dove oggi si inaugura questa nuova statua si trova ancora in piede e ben ferma la statua di Julio Argentino Roca, simbolo del genocidio su cui si è fonda questa nazione. Anni fa lo storico Osvaldo Bayer ha provato, senza successo, a sostituirlo con la figura della “donna originaria”.

Al tempo stesso è impossibile negare che questo atto simbolico avviente mentre molti rappresentanti indigeni si trovano nelle maglie del sistema giudiziario, mentre un cacique è prigionero a Tucumàn per aver difeso il suo territorio, mentre i qom, pilagà, wichi e nivaclè presidiano accampati da cinque mesi denunciando ciò che accade nella provincia di Formosa, solo per nominare alcuni episodi specifici che esemplificano la violenza che i Popoli Originari soffrono nel nostro paese quando si mettono a lottare per difendere i proprio territori e a reclamare i propri diritti.

Certamente smettere di considerare monumenti o togliere quadri di gente che ha commesso genocidi non è poco. Però, se qualcosa abbiamo imparato da questo governo in tema di diritti umani è che il livello simbolico deve essere accompagnato da politiche concrete di riparazione e di riconoscimento delle violenze e dei genocidi perpetrati dallo stato nel corso della storia.

Mariana Gómez, doctora en ciencias Antropológicas e investigadora del CONICET

Florencia Trentini, doctora en ciencias Antropológicas – @flortrentini

Argentina. Lear, lavoratori sospesi dall’azienda nel giorno del loro reintegro

“Divisi non siamo niente, tutti uniti si vincerà”, così cantava un’intensa canzone degli anni della contestazione, degli anni in cui il movimento dei lavoratori sapeva essere unito e forte.

E, nostalgia canaglia, torna in mente, pure se sono passati quarant’anni e se siamo dall’altra parte del mondo.
Precisamente siamo davanti ai cancelli della Lear, di nuovo. Di nuovo perché doveva concludersi ieri la battaglia dei lavoratori licenziati che sarebbero dovuti tornare al lavoro, dopo sette mesi di mobilitazione, 15 giornate di lotta solidale in tutto il paese, 22 feriti ed 80 arresti. Si sarebbe dovuta concludere “tutti uniti”, perché insieme non solo si lotta ma pure si vince.

E invece continua ancora la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear che, non a caso, si sono guadagnati, in questi mesi, il soprannome di “indomabili”

“Siamo coscienti di quello che significa questo passo per tutti i lavoratori, non solo della Lear e dello SMATA (sindacato del trasporto) ma di tutto il paese. Significa dimostrare che con la lotta decisa si possono fare passi avanti e distruggere i padroni più duri e le burocrazie più filopadronali. […] Per questo convochiamo alle 5 AM tutti i compagni e le compagne e le organizzazioni che durante questi sette lunghi mesi ci hanno accompagnato in ogni blocco del traffico, nelle mobilitazioni, partecipando al fondo per la lotta e nelle iniziative, […], perché siano con noi questa volta nel momento di entrare nuovamente a lavorare”.

Al comunicato ed all’appello dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear hanno risposto circa 500 persone, tra sindacati, organizzazioni studentesche, intellettuali, lavoratori di Madygraf (ex Donnolley), Kraft, PepsiCo, e molti altri lavoratori. Erano presenti le organizzazioni per i diritti umani, i nipoti desaparecidos recuperati e le Madri di Plaza de Mayo.

Nonostante l’appoggio popolare l’azienda ha deciso di opporsi alla sentenza di reintegro ed ha annunciato che avrebbe fatto entrare i lavoratori uno alla volta per ratificargli una sospensione. In tutta risposta lavoratori e solidali hanno bloccato nuovamente il traffico sulla Panamericana.

Fonte: La Izquierda Diario

Fonte: La Izquierda Diario

Dopo tre ore di blocco della autostrada Panamericana i lavoratori e le lavoratrici hanno convocato un nuovo momento di mobilitazione per il prossimo Giovedì e stanno valutando possibili azioni anche per Mercoledì e Venerdì.

Il reintegro degli operai della Lear: Indomabili fino alla vittoria!

La notizia è già vecchia, ha già fatto il giro della rete, è arrivata lontano, anche in Italia.
La notizia è che i lavoratori della Lear, dopo sette mesi di lotta, hanno ottenuto il reintegro nel proprio posto di lavoro.
Viene ancora voglia di parlarne, però, per capire quali sono stati i punti di forza di questa lotta, quali intuizioni hanno permesso di vincere e di ottenere il ritorno in fabbrica dei lavoratori licenziati.
Viene voglia di parlare, a dirla tutta, anche per ricordarci che le lotte si possono vincere, quando si è indomabili, uniti ed inflessibili.

La gioia degli operai della Lear. Fonte: Facebook, Despedidos de Lear

La notizia, in breve, è che la Camera del Lavoro ha stabilito il reintegro dei lavoratori e delle lavoratrici licenziate sette mesi fa, ritenendo illegittimi i licenziamenti di massa da parte dell’azienda che non ha neppure presentato un Piano Preventivo di Crisi, come la legislazione prevede.

In realtà, non si può nemmeno dire che tutto si sia risolto con la sentenza: l’azienda e l’organizzazione sindacale SMATA hanno tentato ancora di ritardare l’effettivo reintegro e di posticiparlo a dopo le vacanze natalizie; inoltre l’azienda sta tentando di non restituire gli stipendi di questi sette mesi, che spettano ai lavoratori in quanto ingiustamente licenziati.

Lunedì, quindi, è stato convocato un nuovo blocco della Panamericana ed un presidio davanti ai cancelli, fino ad ottenere di poter rientrare in fabbrica e firmare l’atto che sancisce il reintegro, considera nullo il licenziamento e stabilisce che i lavoratori e le lavoratrici torneranno alla produzione solo il 20 Gennaio, dopo la riapertura della fabbrica. L’azienda, dopo molte resistenze, si è impegnata a pagare loro parte delle vacanze entro la fine dell’anno.

I festeggiamenti degli operai della Lear dopo il reintegro. Fonte: Facebook Despedidos Lear

La lotta degli “indomabili della Lear” è diventata il principale incubo dei padroni argentini, secondo un’inchiesta svolta negli ultimi mesi ed, al tempo stesso, un esempio per la classe lavoratrice argentina.

Si è trattato di una lotta potente ed estesa, che ha coinvolto lavoratori, studenti, deputati, sindacalisti, organizzazioni in difesa dei diritti umani ma anche artisti, campioni sportivi, intellettuali, cantanti. Si è trattato di una lotta che ha preso sempre più spazio ed invaso sempre più luoghi: dai cancelli della fabbrica all’autostrada Panamericana, alle strade del centro di Buenos Aires e di molte altre città dell’Argentina. Una lotta dura di resistenza alla violenta repressione poliziesca che in più occasioni ha brutalmente sgomberato presidi, caricato manifestanti, ferito aderenti ai blocchi. Una lotta allegra, che ha portato alla creazione di festival, interventi di solidarietà nei concerti, tornei di calcio, festival solidali, una cassa di resistenza che ha permesso il sostentamento delle famiglie dei licenziati. Una lotta che ha scatenato la solidarietà internazionale, dai lavoratori italiani dell’Ikea di Piacenza ai presidi di fronte all’ambasciata argentina a Parigi.

Kumbia Queers, Anita Tijoux e Sara Hebe con i lavoratori della Lear

Kumbia Queers, Anita Tijoux e Sara Hebe con i lavoratori della Lear

Il successo della lotta alla Lear non è solo il successo di una vertenza ma è un avanzamento collettivo. Gli operai della Lear hanno rifiutato gli indennizzi offerti dall’azienda ed hanno deciso di lottare non solo per il proprio posto di lavoro, ma anche perché venisse ribadito che non vi possono essere licenziamenti di massa accampando come scusa una crisi non dimostrata né pianificata con un Procedimento preventivo di Crisi.

Il successo della lotta alla Lear è il successo di un metodo e di una forma di lottare, quello che implica il cercare ed il far crescere l’appoggio popolare, coinvolgere familiari, altri lavoratori, studenti, sindacati, significa moltiplicare le energie ed i fronti di lotta, significa riuscire a mostrare che non si tratta di una vertenza che riguarda pochi operai, significa tornare a credere che tutti insieme si può fermare o ostacolare anche una multinazionale nordamericana.

Sulla lotta alla Lear

https://semenella.wordpress.com/2014/08/18/lear-donnolly-ikea-diversi-padroni-ununica-lotta/

https://semenella.wordpress.com/2014/10/04/la-lotta-paga-e-si-continua-a-lottare-aggiornamenti-dallargentina/

Sulla sentenza di reintegro

http://comitatocarlosfonseca.noblogs.org/post/2014/12/18/grande-vittoria-degli-indomabili-della-lear/

La lotta paga…e si continua a lottare (Aggiornamenti dall’Argentina)

Grande il disordine nelle strade argentine, grande l’agitazione nelle fabbriche e numerose le vertenze e le mobilitazioni dei lavoratori e delle lavoratrici.

Due giorni fa, dopo quattro mesi di mobilitazione contro i licenziamenti e l’accanimento contro i delegati, si è svolta la decima giornata di lotta alla Lear; nonostante l’imponente schieramento di forze dell’ordine, i lavoratori e le lavoratrici sono riusciti ad occupare l’autostrada Panamericana “Buenos Aires-Rosario” all’altezza della località “General Pacheco”. I e le lavoratrici esigono il reintegro di 55 collegh*, non accontentandosi dei 66 che hanno già ottenuto di poter tornare a lavoro.

Fonte: www.facebook.com/enfoquerojo

Contemporaneamente nei pressi del casino City Center di Rosario organizzazioni di sinistra e lavoratori bloccavano l’ingresso all’autostrada nella direzione opposta.

Nello stesso momento nel quartiere di Almagro i lavoratori e le lavoratrici dall’industria alimentare Felfort manifestavano bloccando il traffico ed esigendo il reintegro di 15 persone licenziate ad Agosto, ottenendo il sostegno di delegazioni della Pepsi, della Kraft e della Lodiser, da sindacati e dagli studenti e dalle studentesse.

Alle lotte contro i licenziamenti si affiancano, sostenendosi reciprocamente, le esperienze di autogestione operaia, come accade nell’ex Donnolley, ora Madygraf e nella catena di fast-food “Nac&Pop”.

Le ed i lavoratrici dell’azienda grafica Madygraf si sono innanzitutto costituiti come cooperativa, hanno continuato a produrre e, attraverso la mobilitazione, sono riusciti ad ottenere il pagamento del lavoro svolto in questi oltre 40 giorni di autogestione operaia. Iniziano ad arrivare anche le prime commesse da parte dello stato e delle istituzioni: ieri è stato deciso che la facoltà di Scienze Umane di Rosario si avvarrà della Madygraf per le sue pubblicazioni.

Fonte: La Izquierda Diario

Fonte: La Izquierda Diario

Nella catena di fast food Nac&Pop sono passati all’incirca quindici giorni dalla decisione di rispondere alla sparizione del proprietario e dello stipendio con un’occupazione e l’avvio della produzione sotto il controllo degli e delle lavoratrici. Occupazione legittima, sostiene Laura, poiché quel luogo gli appartiene in quanto lavoratori e lavoratrici. Come alla Madygraf si pensa alla creazione di una cooperativa, ottenendo dal proprietario di poter rimanere nell’immobile; a questo fine le ed i lavoratori stanno cercando di rintracciarlo.

I racconti dei lavoratori e dele lavoratrici di Madygraf e di Nac&Pop sono di determinazione, ostinazione, passione e orgoglio. Sono discorsi che guardano al futuro, un futuro senza padroni. Un futuro che non è però utopia, come racconta l’esperienza della Zanon, sotto il controllo operaio da tredici anni.

Solidarietà, organizzazione e lotta, queste le armi dei lavoratori. Tutte nelle parole di Laura: “Se qualcuno vuole conoscere la nuova impronta degli impiegati, ora che già non siamo più schiavi, perché questo eravamo, vengano, li aspettiamo come non mai. Prima non volevamo lavorare perché ci sfruttavano, ora siamo felici di lavorare perché lo facciamo tra compagni”.

Ojos de Papel

Quel giorno arrivò l’autunno.
Senza preavviso e, forse, troppo presto.
Se ne accorse che era nel letto, l’inquietudine con cui si era addormentata ancora giaceva tra le lenzuola stropicciate.
Tirò su le coperte. Faceva freddo ed il cielo era plumbeo.
L’inquietudine non aveva un nome, ma una strada da percorrere in fretta.
Era avvenuto tutto senza parole, lontano dalle parole, e ostinatamente la spingeva là.
Lui era sorpreso ed annichilito quanto lei. La tensione era calata sulla notte, li aveva lasciati tutti e tre soli e spaesati.
Senza parole, era stato un abbraccio a renderle poi inutili.
La partenza diventata necessaria. Inevitabile.
La tv era accesa nella cucina sgangherata dell’ostello. “Muchacha ojos de papel adonde vas, quedate hasta el alba, muchacha pequeños pies no corras màs…” Spinetta cantava in un vecchio programma tv.
Cantava per loro. Ignaro della poesia che spargeva su loro, su quella stanza, su quel momento fugace e intenso.
Un mate, altri abbracci. Inesigenti.
Trovarsi, giusto in tempo per perdersi. E non rivedersi mai più.
Pochi istanti, sufficienti a incidere un ricordo.

E poi mesi dopo. Un oceano nel mezzo. Una vita nel mezzo.
Pensava ad altro, era altrove.
E all’improvviso di nuovo la stessa canzone. Per caso tra le righe di un articolo.
E si insinua una leggera nostalgia, non di qualcosa che sarebbe potuto essere ma di un incontro intenso, per quanto fugace.
La stanchezza si impossessava inclemente del suo corpo. “Cuando todo duerma, te robare un color”.
Di nuovo autunno, di nuovo di malavoglia.
La ascoltò ancora una volta. Sorrise di sé vedendosi sorridere.
Di quanti piccoli istanti è composta una vita, di quante piccole emozioni si compone.

“No corras màs, tu tiempo es hoy”. Non può fermarsi, non può smettere di correre e di cercare la sua strada.
Ma domani, ora fa freddo. Spegne il pc, tira su le coperte.
E’ ancora sola, solo gli incontri del cammino, come luci di una notte stellata, a farle compagnia.
“…hasta que el sol, muchacha, te haga reir..”

Lear, Donnolley, Ikea. Tanti padroni, un’unica lotta.

E’ fine maggio quando la Lear, multinazionale che produce cavi elettrici, la cui produzione è totalmente assorbita dalla Ford, annuncia la sospensione di 330 operai ed operaie (su un totale di circa 600). E’ la crisi, dice l’azienda, a imporre queste misure. Non si preoccupa, in ogni caso, di presentare dati al riguardo né tanto meno possibili strategie di uscita dalla stessa.

La sospensione, ad alcuni giorni di distanza, viene revocata per un centinaio di lavoratori, mentre gli altri vedono peggiorare la propria situazione: l’azienda conferma la sospensione per circa duecento lavoratori e lavoratrici, che, inoltre, passano dal percepire il 75% dello stipendio, al nulla.

La prima risposta dei lavoratori e delle lavoratrici è un blocco del traffico il 26 Giugno, giornata a cui seguono le prime lettere di licenziamento vere e proprie: 20 per lavoratori e lavoratrici non ancora colpiti da alcun provvedimento, ed il resto per coloro che già erano stati sospesi dall’azienda. Tra sospesi/e e licenziati/e sono circa duecento quelli e quelle che sono rimaste senza lavoro e senza stipendio.

A questo punto le lavoratrici ed i lavoratori chiamano un’assemblea e decidono un piano di mobilitazione. Innanzitutto si pianificano e si mettono in atto blocchi dei cancelli, in entrata ed in uscita, ed il blocco della produzione, possibile grazie alla solidarietà ed alla lotta di coloro che ancora conservano il proprio posto di lavoro e che non si sono fattx intimidire dalla politica aziendale di minacce e licenziamenti.

L’azienda indurisce le sue posizioni ed il Martedì successivo militarizza l’area antistante allo stabilimento ed impedisce l’ingresso ai delegati sindacali, cercando in questo modo di piegare e lasciare senza tutele i lavoratori che appoggiano la lotta dall’interno.

Nel mentre cresce la mobilitazione e la solidarietà all’esterno: il 30 giugno, in concomitanza con il blocco della produzione nella fabbrica, gli operai e le operaie sospesi e licenziati bloccano la Panamericana per 3 ore. Il 2 Luglio le donne della Lear, al termine di un blocco per il centro della capitale argentina, installano una tenda di fronte al Ministero del lavoro; il 4 si bloccano i portoni e si impedisce l’accesso allo stabilimento. L’8 la polizia carica lavoratori e lavoratrici e solidali, arrestando, tra gli altri, Victoria Moyano, “nipote restituita”. Nel mentre vengono coinvolti gli studenti e le studentesse, i sindacati di base e varie organizzazioni della sinistra, vengono organizzate cinque giornate nazionali in solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici Lear, si organizza un picchetto permanete davanti ai cancelli, blocchi stradali a piedi ed in auto, si crea un cassa di solidarietà attraverso la quale vengono raccolti soldi ed alimenti per sostenere la lotta dei e delle lavoratrici.

L’arresta di Victoria Moyano
Fonte: http://www.ceprodh.org.ar/

I mezzi che usano azienda e, purtroppo, sindacati “gialli” sono vili; il direttore dello Smata (Sindacato dei meccanici ed affini del trasporto automotore), Ricardo Pignanelli, conduce con l’inganno i lavoratori e le lavoratrici nella sede del sindacato (lontana decine di km dall’azienda) per convincerli a votare una mozione per la destituzione dei membri del comitato d’impresa, organismo indipendente dallo SMATA. In assenza degli integranti del comitato d’impresa ma alla presenza dello zoccolo duro dello SMATA i lavoratori e le lavoratrici firmano, sentendosi minacciati e denunciando tali mezzucci. Coloro che non firmano vengono licenziati.

Nel mentre la giustizia obbliga l’impresa a permettere l’ingresso dei delegati allo stabilimento ma l’azienda non si sente in dovere di compiere con la disposizione giudiziaria. Tale reintegro avverrà, in forma completa, solo il 12 Agosto.

La lotta, inoltre, ha portato al reintegro di circa 50 lavoratori, rafforzando lo spirito e la determinazione dei e delle lavoratrici che proseguono la mobilitazione al grido di “tutte e tutti dentro!” e “mai più famiglie per strada!”

La solidarietà dai/lle facchinx italianx ai lavoratori ed alle lavoratrici della Lear
Fonte: http://www.ft-ci.org/

Ma la lotta, oltre a pagare e dare risultati concreti, si estende ed attraversa persino l’oceano. I lavoratori e le lavoratrici di Lear Argentina, insieme alle donne di Lear in lotta, ai deputati del Partito Socialista dei Lavoratori ed al Fronte di Sinistra dei lavoratori esprimono la loro solidarietà, immediatamente contraccambiata, ai lavoratori ed alle lavoratrici dell’Ikea di Piacenza, licenziati dalla multinazionale svedese ed in lotta, anch’essx, da Maggio. A Piacenza, come in Argentina, i lavoratori e le lavoratrici gridano “Tutti e tutte dentro!”.

La solidarietà dei lavoratori della Lear
Fonte: https://www.facebook.com/ClashCityWorkers

Ma la lotta, oltre a pagare e dare risultati concreti, crea reti di solidarietà e rende più forti gli e le operaie, come dimostra il caso della Donnelley, un’azienda che lavora nell’ambito della grafica e che l’11 Agosto, tramite un cartello sulla porta della fabbrica, ha avvisato i propri e le proprie dipendenti della sua chiusura. 400 familie senza lavoro dall’oggi al domani.

I lavoratori e le lavoratrici della Donnelley non si fanno certo intimorire: entrano nello stabilimento e rimettono in funzione la produzione. Le rivendicazioni degli e delle lavoratrici sono inequivocabili: divieto di licenziamento e divisione delle ore di lavoro, espropriazione di ogni fabbrica che chiuda e gestione operaia delle stesse, che la crisi la paghino gli imprenditori e non i lavoratori e le lavoratrici e fine della persecuzione politica dei delegati sindacali e delle commissioni interne.

Il 16 Agosto, davanti ai cancelli della Donnolley, si è tenuto un incontro di lavoratori e lavoratrici autoconvocatx, che ha coinvolto operai/e di Lear, Kraft, Shell, Calsa e Honda, oltre a sindacati e partiti della sinistra, organizzazioni politiche e sociali, famiglie e solidali. In tutto circa 3000 persone hanno partecipato ad una giornata di lotta convocata ed organizzata in poco tempo.

Dall’assemblea autoconvocata sono emerse strategie ed obiettivi di lotta condivise: ottenere l’espropriazione e la nazionalizzazione della Donnelley, sostenere la lotta per il reintegro dei licenziati e dei membri della Commissione interna della Lear, costringere le organizzazioni sindacali a convocare uno sciopero nazionale di 36 ore. Si è deciso, inoltre, di continuare la campagna “Un milione di pesos per Lear”, che ha come obiettivo il sostegno economico alle famiglie degli e delle operaie in lotta, che i delegati di Lear e Donnolley abbiano un ruolo rilevante nelle prossime mobilitazioni di piazza previste e che si costruisca un coordinamento tra i lavoratori e le lavoratrici della zona Nord del paese che funzioni in forma stabile.

Alle multinazionali, che lamentano crisi che non dimostrano (né Lear, né Donnolley mostrano cali dei profitti negli ultimi anni), ai sindacati che tradiscono invece di lottare con i/le lavoratrici, al governo complice, in un paese già duramente provato da un’elevata inflazione e da un nuovo, dichiarato default, l’unica risposta possibile è l’unione dei lavoratori e delle lavoratrici.

Oltre 3000 i lavoratori e le lavoratrici autoconvocati
Fonte: http://www.ft-ci.org

“Unidad de los trabajadores y al que no le gusta se jode”, gridano oggi gli e le operaie, e la memoria va al

“Divisi non siamo niente tutti uniti si vincerà” delle lotte italiane.