La memoria, gli smemorati e i dimenticati di oggi

Un contributo di Silvia D’Autilia e Peppe dell’Acqua alla Giornata della Memoria, quest’anno trascorsa per me con meno retorica del solito. Ma siccome di retorica è sempre invasa e siccome con le vittime si fa spesso festa e si legittima un po’ di tutto, anche che possano essere poi, a loro volta, intoccabili carnefici, è il caso di ricordare tutte quelle vittime dimenticate. Le vittime del fascismo e del razzismo furono molte e varie, ebrei certamente, ma anche oppositori politici, omosessuali e transessuali, rom, disabili e malati psichiatrici. Le vittime e la violenza ci sono ancora oggi ed il merito di questo contributo è quello di ricordarci di non smettere di guardarle, riconoscerle, sentirle e combatterle. 

“Siate sempre capaci siate di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”, diceva qualcuno.

27 gennaio: per non dimenticare la psichiatria che dimentica e tutte le stragi umanitarie.

Tutto comincia nel 1920 dalla pubblicazione di un libro. Karl Binding e Alfred Hocke, il primo professore di diritto penale a Lipsia, il secondo di clinica psichiatrica all’Università di Friburgo pubblicano Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens (Il permesso di annientare vite indegne di vita). L’incontro di un giurista e di uno psichiatra istruisce un dispositivo terribile e inumano che sperimenta le pratiche dello sterminio e aprirà la strada ai campi di concentramento. Essi affermano che la vita degli handicappati, dei bambini disabili, degli schizofrenici cronici negli ospedali psichiatrici sia una vita indegna. “Non c’è dubbio alcuno”, scrive Binding, “che negli ospedali psichiatrici ci siano persone viventi la cui morte rappresenta per loro la redenzione e, per la società e lo Stato, una liberazione.” E ancora, secondo le parole di Hocke, essi sono “gusci umani, totalmente vuoti”.[2] Alla fine si afferma che la loro uccisione non può costituire “alcun crimine”, ma anzi un atto medico consentito e lecito. L’accezione di ‘cronico’ ha il significato di inguaribile, di perduto: in psichiatria è la limpida conseguenza delle teorie positiviste e del grande successo, non solo europeo, del lavoro di Cesare Lombroso.

Quanto sta accadendo e accadrà fino quasi alla fine degli anni ‘50 rappresenta forse l’apoteosi della psichiatria biologica, dell’eugenetica, del mito della razza, del sogno della bonifica umana. Le conseguenze sono indicibili, i numeri non restituiscono quell’orrore e tuttavia saranno circa 70.000 i bambini fatti sparire e più di 200.000 i disabili e i pazzi cronici. Ma ancora gli effetti e le conseguenze di questa scellerata ideologia medico-psichiatrica non si concludono in quel tempo, gli anni ’30 e ’40, e in quello spazio, la Germania nazista, ma si trascinano in teorie e pratiche che sottendono talvolta anche in termini sfacciatamente palesi l’operare intorno alle persone con disturbo mentale, oggi. “Questa è la storia di uno sterminio di massa di cui si parla solo in certi convegni di psichiatria. Ci sarà un motivo per cui altrove non se ne parla? Credo sia perché sappiamo che ci fu uno sterminio, lo sappiamo già che c’erano i campi di sterminio. I dettagli non ci interessano più perché la sostanza non cambia. È roba che fa star male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. I nazisti, il male, la guerra… vien da dire basta prima di cominciare.”[3] Gli psichiatri di per sé sono stati sempre molto refrattari a riconoscere questa storia. La rimozione è stata gigantesca. Tant’è che c’è voluto quasi mezzo secolo, prima che se ne parlasse in un convegno internazionale di psichiatria. È stato Michael von Cranach, più volte in visita nei servizi psichiatrici di Trieste, direttore dell’istituto psichiatrico di Kaufbeuren, ad avviare una lunga e puntigliosa ricerca negli archivi dell’ospedale psichiatrico da lui diretto nella regione di Monaco di Baviera. Per la prima volta, i risultati della ricerca furono presentati al nono congresso mondiale di psichiatria ad Amburgo nel 1999. Anche a Trieste una ricerca sugli archivi condotta da Lorenzo Toresini, Bruno Norcio e Mariuccia Trebiciani ha potuto accertare il passaggio nei reparti di San Giovanni dei militari nazisti col compito d’individuare non solo gli Ebrei ricoverati, ma anche gli “indegni”. Ma a cosa serve mettere in luce questa storia? A cosa serve se oggi non facciamo fatica a riconoscere nelle pratiche psichiatriche in Italia come nel resto del mondo, ovunque, culture che ancora non riescono ad abbandonare quelle radici?

È evidente che quando parliamo della psichiatria, che qui per brevità defininiamo ‘nazista’, stiamo parlando della psichiatria trionfante della fine del secolo XIX e dell’espansione endemica delle istituzioni manicomiali. Se in quella oscura temperie storica gli schizofrenici[4] venivano uccisi materialmente, fatti scomparire fino all’ultimo brandello della loro concreta testimonianza di esseri viventi, in tutti gli altri Paesi milioni di persone venivano impedite a vivere. Tutte indegne. Tutte di danno. Tutte di peso. Tutte rigorosamente catalogate dalla scienza psichiatrica e messe in attesa di una morte liberatoria in un non-luogo e in un non-tempo. Gli ospedali psichiatrici sono stati chiusi in Italia, ma non nel resto del mondo. E in Italia continuano a essere attivi sei ospedali psichiatrici giudiziari, benchè la loro chiusura sembri essere imminente. È alla portata di tutti cogliere in questi luoghi, benché ammodernati, gli stessi meccanismi di oggettivazione e annientamento. Ma anche se uscissimo da questi istituti, per prestare attenzione alle moderne pratiche biologiche, lasciandoci incantare dalle immagini colorate del cervello, troveremmo le stesse ideologie scientifiche. È recente il maldestro tentativo di recuperare le neuroscienze e la genetica a sostegno dell’oggettiva presenza di determinanti biologici che sarebbero responsabili dei comportamenti, della malattia, della possibilità di definire la guaribilità o l’inguaribilità. Sono note le sentenze della Corte d’appello di Trieste del 2009 e del GUP di Como dell’agosto 2011. Una sorta di brutale psichiatrizzazione delle neuroscienze in chiave neolombrosiana. È quanto mai ovvio che le accademie devono abbandonare un modello scientifico così riduttivo e inattuale e la presupponenza di voler spiegare nella freddezza dei laboratori il male della mente. Sono straordinari naturalmente i contributi che le ricerche in campo genetico e neuroscientifico mettono a disposizione, ma va ricordato oggi che il mondo scientifico sempre più non nega l’importanza delle componenti biologiche, genetiche, psicologiche, ma le iscrive in un variegato terreno di possibilità che altro non sono che le singole vite, la cartografia della vita della persona, dove il cromosoma interagisce, si modifica, cresce a dismisura o scompare negli infiniti e incalcolabili percorsi relazionali, nei luoghi negli sguardi, nei successi, nei fallimenti. Alla luce di queste visioni che hanno prodotto esperienze luminose, appare stridente e tragica la persistenza di pratiche psichiatriche, che loro malgrado non riescono ad allontanarsi dai paradigmi scientifici che sembrano inesorabilmente occupare il campo. Rimane incomprensibile l’entusiasmo manicheo che scienziati, psichiatri, ancorché brillanti e intelligenti manifestano per le false profezie delle genetiche e delle neuroscienze psichiatrizzate, così come fu grande la passione per la mastodontica psichiatria manicomiale. Nelle sentenze di Trieste e di Como ancora una volta l’incontro scellerato di una biologia psichiatrica e di una giurisprudenza in cerca di parametri oggettivi per misurare l’umana sofferenza, rischiano di produrre disastri. Non accadde la stessa cosa nel 1920 nell’incontro del giurista Binding e dello psichiatra Hocke? Molti hanno potuto vedere le immagini rubate dai carabinieri o dalla finanza in sedicenti comunità trerapeutiche dove si esercita la manutenzione di persone oramai inesistenti, alla stregua delle sedie, dei banchi e dei tavoli. Hanno colpito le immagini dei manicomi giudiziari, risultato dell’inchiesta della Commissione del Senato. Quelle immagini, anche al più distratto osservatore, ripropongono con parole e pratiche agghiaccianti il legame con quelle culture e con quelle ideologie. In Italia è il Codice Rocco a governare “la follia criminale”. Il Codice penale del 1930, dove quelle culture giuridiche erano nell’aria e le teorie della malattia, specie in Italia erano dominio di Cesare Lombroso. Ebbene, quell’aria e quella prepotenza si respira nei tribunali e nei manicomi giudiziari quando si occupano delle miserie umane, dei limiti dell’umana comprensione, di uomini e di donne sempre a rischio di scomparire al nostro sguardo. L’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è intitolato a Filippo Saporito, entusiasta direttore dei manicomi criminali e generoso propugnatore delle teorie della bonifica umana. Dove si deve intendere non l’annientamento fisico degli inadatti, dei disturbatori, dei pazzi in fondo, ma la loro minuziosa catalogazione e collocazione fuori da ogni contratto. Molti avranno avuto modo di vedere il filmato della terribile morte in diretta di Francesco Mastrogiovanni. Tantissimi subiscono questo trattamento che tutti non fanno fatica a definire inutile, antiterapeutico, violento. E tuttavia le psichiatrie della biologia, del farmaco, della pericolosità, della sicurezza, del controllo sociale continuano ad applicarlo. Studenti, familiari, operatori, colpiti dalla visione di quel documento hanno chiesto: “com’è possibile che infermieri e medici passavano davanti a quel letto di contenzione e non si accorgevano di quanto quell’uomo soffrisse e della morte imminente?” Cosa si può rispondere? Cosa posso rispondere? Che quegli operatori sono sadici? Che è la banalità del male? Che è il menefreghismo imperante? Viene da ricordare quegli infermieri che caricavano sugli autobus con i vetri oscurati i bambini per destinazione ignota. Non era a loro ignota quella destinazione ed essi non erano degli aguzzini. Tornando a casa la sera abbracciavano i loro bambini, giocavano con il loro cane nel giardino, esprimevano affetto e comprensione. La domanda è incalzante: come mai questi non vedevano? Novanta ore di agonia e tortura diventano invisibili. Quando, dopo quattro giorni, la morte arriva, non Mastrogiovanni, ma il suo corpo diventa visibile. E allora: perché non lo vedevano?  La risposta non può che essere quanto mai certa e tragica: non potevano più vedere Francesco Mastrogiovanni. In questa giornata particolare crediamo sia giusto che la nostra memoria storica si dilati a tutte le tragedie riferite al genere umano, dallo sterminio degli ebrei ai crimini che ogni giorno si consumano nei paesi più poveri del mondo e di cui quasi mai sappiamo, dalle sopraffazioni istituzionali a quelle private, dal mondo dell’infanzia ai disabili, affinchè la nostra cultura non si fregi di pericolosa amnesia rispetto ad alcun essere umano. [Parte del testo riportato è in via di pubblicazione negli atti del convegno del 27 gennaio 2014 tenutosi a Trieste – “La medicina nella shoah”.]


[1] Dal libro Ausmerzen, di Marco Paolini, Einaudi, Torino, 2012.Il libro è il frutto di uno spettacolo teatrale e successivamente di una rappresentazione televisiva. È il risultato di un’attenta ricerca su Aktion T4 (Tiergartenstraße numero 4, via del Giardino zoologico, numero 4: un indirizzo di Berlino), che tra il 1938 e il 1945, sperimentò lo sterminio con malati mentali cronici ed handicappati, prim’ancora dei campi di concentramento. [2] E. Borgna, Come se finisse il mondo. il senso dell’esperienza schizofrenica, Feltrinelli, Milano, 1995. [3] Ausmerzen, op. cit. , p.4. [4] Diciamo qui schizofrenici per dire che le conseguenze, ancora in tanti luoghi catastrofiche, di questa diagnosi trovano ragione in quella pratica che contribuì a sottrarre le persone con questa esperienza a qualsiasi possibilità di comprensione. Ingigantendo il pessimismo della psichiatria clinica di Emil Karepelin.

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“Oggi inizia il domani!” Ritirata la Legge Pulpìn.

E’ vero, non bisogna essere trionfalisti, ma quando il quotidiano peruviano La Republica titola “Derogata dal Congresso la Legge Pulpìn dopo cinque marce moltitudinarie”, un brividino dietro la schiena si sente.

Cinque ore di dibattito che hanno portato a 91 voti a favore, 18 contrari e cinque astenuti ed all’abolizione della legge alla prima votazione, mentre i giovani e le giovani attendevano i risultati presidiando il Centro di Lima. La marcia, convocata per il 28 Gennaio, infatti, era stata anticipata al 26, dopo che il presidente Ollanta Humala aveva annunciato che in quel giorno sarebbero state decise le sorti della Riforma del Lavoro Giovanile, che, secondo gli ultimi sondaggi, era stata osteggiata  dal 76% della popolazione.

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La deroga della Legge Pulpìn è una vittoria, perché è stata la partecipazione e la determinazione dei e delle giovani peruviane a portare nuovamente la Legge in aula e a costringere il Congresso a votarne l’abolizione. Sono state convocate cinque marce in tutto il paese, con decine di migliaia di partecipanti; sono stati i giovani e le giovani peruviane a decidere obiettivi e pratiche delle marce, radicali nelle istanze e nelle modalità di stare in piazza. Ma non si è trattato solo di questo. I “Pulpìn” peruviani, nonostante in quell’emisfero siano in piene vacanze estive, sono stati in grado di creare una mobilitazione imponente e trasversale, che ha coinvolto organizzazioni sindacali, partiti, movimenti studenteschi ed ha ottenuto la partecipazione popolare. E’ una vittoria perché, e da questa parte dell’Oceano lo stiamo dimenticando, la massiva partecipazione del popolo in forma organizzata e determinata costringe il Presidente a ricalendarizzare la legge ed i Parlamentari a tornare sui propri passi, cambiare il proprio voto precedente ed abolirla.

Al tempo stesso, la mobilitazione contro la Riforma del Lavoro Giovanile non si ferma: i giovani e le giovani riunite in piazza ribadiscono che non è finita qui. L’estrema diffusione del lavoro irregolare, la disoccupazione giovanile elevatissima e l’abbandono scolastico, molto diffuso sopratutto nelle zone rurali, rimangono un problema centrale della società peruviana e, sostengono i Pulpin, fino ad oggi si contestava la soluzione, non il problema.

E’ proprio per questo motivo che sta prendendo piede l’idea di un’iniziativa di legge popolare, dichiara il “Coordinamento Giovanile #18D per un lavoro Degno” , esprimendo il proprio rifiuto per una politica che legifera alle spalle del popolo ma anche per il modello neoliberale del governo peruviano.

"Dicevate che le marce erano inutili" Fonte: twitter @aaronormeno

“Dicevate che le marce erano inutili” Fonte: twitter @aaronormeno

Dalla piazza di Lima in cui erano riuniti i e le Pulpìn peruviane arrivano messaggi chiari: “e vogliamo di più, vogliamo lottare per una società più giusta, per una cambiamento, per trasformazioni vere”, e ancora “l’abolizione della Legge Pulpìn è il trionfo di una società più giusta ed umana, nella quale la crescita economica non deve essere a spese dei gruppi vulnerabili”.

Intanto il 28 Gennaio in Perù si torna in piazza per lo sciopero nazionale del settore tessile, sciopero convocato proprio in opposizione alla Riforma del Lavoro Giovanile.

“Oggi inizia il domani”, scrive la blogger Marisa Glave. “Oggi i giovani sanno che hanno potere, che con organizzazione e razionalità è possibile vincere le battaglie. [..] L’abolizione di questa legge é solo l’inizio. La lotta è per la dignità del lavoro per tutte e tutti […]. La lotta è per la giustizia sociale, la lotta è per la democrazia reale”.

Oggi inizia il domani, adelante Perù!

http://www.larepublica.pe/26-01-2015/ley-pulpin-derogatoria-del-regimen-laboral-juvenil-se-debate-hoy-en-el-congreso

Argentina. Lear, lavoratori sospesi dall’azienda nel giorno del loro reintegro

“Divisi non siamo niente, tutti uniti si vincerà”, così cantava un’intensa canzone degli anni della contestazione, degli anni in cui il movimento dei lavoratori sapeva essere unito e forte.

E, nostalgia canaglia, torna in mente, pure se sono passati quarant’anni e se siamo dall’altra parte del mondo.
Precisamente siamo davanti ai cancelli della Lear, di nuovo. Di nuovo perché doveva concludersi ieri la battaglia dei lavoratori licenziati che sarebbero dovuti tornare al lavoro, dopo sette mesi di mobilitazione, 15 giornate di lotta solidale in tutto il paese, 22 feriti ed 80 arresti. Si sarebbe dovuta concludere “tutti uniti”, perché insieme non solo si lotta ma pure si vince.

E invece continua ancora la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear che, non a caso, si sono guadagnati, in questi mesi, il soprannome di “indomabili”

“Siamo coscienti di quello che significa questo passo per tutti i lavoratori, non solo della Lear e dello SMATA (sindacato del trasporto) ma di tutto il paese. Significa dimostrare che con la lotta decisa si possono fare passi avanti e distruggere i padroni più duri e le burocrazie più filopadronali. […] Per questo convochiamo alle 5 AM tutti i compagni e le compagne e le organizzazioni che durante questi sette lunghi mesi ci hanno accompagnato in ogni blocco del traffico, nelle mobilitazioni, partecipando al fondo per la lotta e nelle iniziative, […], perché siano con noi questa volta nel momento di entrare nuovamente a lavorare”.

Al comunicato ed all’appello dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear hanno risposto circa 500 persone, tra sindacati, organizzazioni studentesche, intellettuali, lavoratori di Madygraf (ex Donnolley), Kraft, PepsiCo, e molti altri lavoratori. Erano presenti le organizzazioni per i diritti umani, i nipoti desaparecidos recuperati e le Madri di Plaza de Mayo.

Nonostante l’appoggio popolare l’azienda ha deciso di opporsi alla sentenza di reintegro ed ha annunciato che avrebbe fatto entrare i lavoratori uno alla volta per ratificargli una sospensione. In tutta risposta lavoratori e solidali hanno bloccato nuovamente il traffico sulla Panamericana.

Fonte: La Izquierda Diario

Fonte: La Izquierda Diario

Dopo tre ore di blocco della autostrada Panamericana i lavoratori e le lavoratrici hanno convocato un nuovo momento di mobilitazione per il prossimo Giovedì e stanno valutando possibili azioni anche per Mercoledì e Venerdì.

Un solo braccio, un solo pugno. Figli della stessa rabbia. Emilio resisti!

Certe cose le vieni a sapere così, inattese ed anche incomprese per un istante. Certe cose soffiano il gelo e lo sgomento, lo stupore e lo sdegno. Certe cose fanno sentire impotenti e poi non più soli e allora non più impotenti. Come un taglio al braccio di uno che fa sanguinare una vena che è di tutti. Molti e molte di noi non si sono mai incontrati e molto probabilmente non si incontreranno mai. Ma non è necessario incontrarci per sentirci un solo braccio, un solo pugno, una sola voce, un solo cuore. Camminiamo sulle stese strade, stessi passi e stessi sogni. E oggi ancora, di nuovo e per sempre, stretti insieme, figli e figlie della stessa rabbia!

‪#‎emilioresisti‬, abbiamo bisogno anche della tua rabbia….

“Non un passo indietro”. Ancora sulla Coca Cola di Fuenlabrada

Era per questa mattina alle sei e mezza il nuovo appello a raggiungere il presidio che i lavoratori della Coca Cola portano davanti da oltre un anno davanti ai cancelli dello stabilimento di Fuenlabrada.

I lavoratori della Coca Cola vogliono impedire il tentativo di smantellamento della fabbrica e vogliono poter rientrare al lavoro, come sancito dalla sentenza dell’Audiencia Nacional.

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Avere una sentenza che gli dà ragione, infatti, non è stato sufficiente per i lavoratori e le lavoratrici che, lo scorso giovedì, sono stati caricati e respinti dalla Polizia madrilena.

Il presidio, infatti, voleva evitare l’ingresso di nuovi operai, contrattati appositamente per smantellare la fabbrica ed avere poi una giustificazione al mancato reintegro dei 351 lavoratori licenziati. Secondo l’impresa, invece, si tratta di operai che svolgono lavori di manutenzione ed inventario.

Dopo le cariche della polizia, che hanno portato a quattro feriti e ad un arresto per resistenza, i lavoratori e le lavoratrici si sono riorganizzati e sono riusciti ad entrare nella fabbrica e a far uscire gli operai che Coca Cola sta strumentalmente utilizzando.

Questa mattina ancora numerosi operai e solidali si sono radunati davanti ai cancelli, ribadendo che non sono affatto disposti ad arrendersi e che non vogliono polizia ma l’esecuzione della sentenza.

All’arroganza della multinazionale nordamericana i lavoratori e le lavoratrici rispondono con la determinazione e l’inflessibilità che contraddistingue le lotte operaie, dall’Argentina all’Italia, dalla Spagna alla Turchia.

“Se non c’è giustizia per il popolo, non ci sarà pace per il governo!” Scontri e arresti a Lima per la quarta marcia contro la Legge Pulpìn

Tornano a marciare i giovani peruviani, nella quarta marcia contro la legge Pulpìn, che riforma il mercato del lavoro. 

Fonte: MaldeOjo Foto

Fonte: MaldeOjo Foto

L’avevano annunciato sui social network, “non sarà una passeggiata! Non lasceremo che  ci facciano fare solo un tour per Lima! Abbiamo deciso che la nostra destinazione deve essere il luogo dove questa legge è stata promulgata, il Congresso!”.

Ma quando i due tronconi si sono riuniti per dirigersi verso il congresso si sono trovati davanti un imponente schieramento di forze dell’ordine, circa 500 poiliziotti, che sbarravano il cammino.

Il tentativo di proseguire il corteo, oltre 20.000 partecipanti, ha portato a lancio di lacrimogeni e gas al peperoncino a cui i manifestanti hanno risposto con lanci di pietre ed oggetti e incendiando barricate.

Fonte: MaldeOjo Foto

Fonte: MaldeOjo Foto

Il bilancio è di 16 poliziotti feriti, 15 manifestanti arrestati, ma già rilasciati, e molti feriti.

Nonostante la brutale repressione poliziesca i giovani e le giovani peruviane non si lasciano intimidire ed hanno già riconvocato una nuova marcia per il 28 Gennaio, chiedendo il ritiro immediato della legge.

In solidarietà ai manifestanti Anonymous ha hackerato 12 pagine web dello stato, tra le quali quelle del Congresso, della Municipalità di Lima del Ministero dell’Interno e di vari enti regionali.

Fonte: Supay Foto

Fonte: Supay Foto

Je suis, moi non plus

“Je suis Nader, ho 21 anni e non lo so bene che faccio nella vita. Cerco lavoro che vuol dire fare un sacco di cose. Vado all’agenzia interinale, all’Informagiovani, che mi stampano il curriculum gratis. Mia madre lavora in un ristorante ed i soldi sono pochi. Però ho un sacco di e pure di tempo e allora me ne vado in giro per la città. Conosco tutti e se non li conosco ancora mi bastano cinque minuti. Una sigaretta che passa di mano in mano e poi riconosco un amico da lontano. Gli urlo dietro mentre la sua bici si allontana ma poi mi sente e torna indietro. Ci sediamo al sole sui gradini di un portone e inizio a fare un filtro. Lascio passare la signora bionda con le buste di tela, che ormai la plastica non si usa più, che deve entrare. Mi guarda un po’ male, la verità”.

“Je suis Michele, con la e chiusa. Sono arrivato qua 53 anni fa e la e aperta non la imparerò a dire mai. Qua mica era come lo vedi mo’. Qua ci stavamo in 5 o 6 in ogni casa e il bagno lo tenevamo fuori. Io facevo il meccanico e pure mo’, ma con le moto mie. So’ bellissime, perché con la manutenzione si mantengono bene. Io sempre, le pulisco, le vernicio, le aggiusto. Mai ne ho venduta una delle moto mie, non esiste. E per sistemarle lo sai il tempo che ci passo qua ragazzì? E vedo tutto in questo cortile, li vedo lo sai. L’altro giorno sono entrati là al secondo piano. Lo vedi quel balcone col passeggìno fuori? Là stavano. Parlavano tutti nervosi e poi uno è uscito che quasi si metteva a correre. Non lo so che fanno là dentro ma io un giorno la chiamo la polizia e vediamo”.

“Je suis Kadhija e faccio la promoter. Andiamo nei supermercati, nei centri commerciali. Facciamo assaggiare i prodotti e sorridiamo. Ho smesso di portare il velo da quando mi sono separata da mio marito e la gente non è più così imbarazzata quando gli faccio assaggiare i cioccolatini in promozione. Che poi che cazzo di differenza fa se ho il velo o no quando ti sto offrendo i cioccolatini?”

“Je suis Livia e oggi quando ho acceso la tv non ci potevo credere. A Parigi ci sono stata a Pasqua e la Francia è veramente dietro l’angolo. Quando finiranno la Tav ci vorranno solo tre ore, ho letto sul giornale. E comunque mica c’è bisogno di andare in Francia per capire che c’hanno ragione. Siamo invasi da questa gente, che poi non si capisce che ci vengono a fare qua. Sono dei perdigiorno, li hai visti quelli oggi. Seduti sul gradino del portone a fumare, senza niente da fare. Sì quando sono tornata dalla spesa, ero andata a comprare la pasta biologica e il sapone sfuso. Che stavo dicendo? Sì, che ora sono davvero troppi. Un tempo mica era così il quartiere. Poi sono arrivati loro, e prima la macelleria, poi la panetteria. Si sente parlare più arabo che italiano ormai. E poi quando la gente non ne può più si mettono pure a sparare. Io non sono razzista ma se devono venire a fare i terroristi non capisco perché li dobbiamo fare entrare”.

“Je suis Brahim, ho 8 anni e faccio la terza quest’anno. Mia mamma sembrava preoccupata oggi, mi ha detto che dovevo comportarmi bene sull’autobus, che non dovevo fiatare e che dovevamo sembrare invisibili. Io non ho capito perché, ma quando la signora sull’autobus mi ha sorriso ho abbassato lo sguardo e mi sono fatto piccolo piccolo. Speriamo che mi sono comportato bene”.

“Je suis Matteo e faccio l’operaio. Cioè adesso non sto facendo niente, sono disoccupato. Mi hanno lasciato a casa ed hanno assunto Amhed e Ismael. Ne pagano due con quello che pagavano me. E no, io non sono razzista, veramente. Però secondo me non è giusto che io che sono italiano non devo lavorare e loro devono fare il lavoro mio. E lo stato che fa? Niente fa, anzi. Che manco un aiuto ti danno, che i soldi glieli danno a loro che c’hanno più figli e a mia figlia chi glielo dà da mangiare?”

“Je suis Rachida e ho 27 anni. Mio padre è arrivato qua scappando dal regime. Era un’attivista politico e se non scappava l’ammazzavano. Ha attraversato il mare in barca e poi ha girato tutta l’Europa fino alla Danimarca. Là ha chiesto l’asilo politico per sé e per noi, perché aveva paura che c’è l’avrebbero fatta pagare se fossimo rimasti nel nostro paese. Ma gliel’hanno rifiutato, lo volevano dare solo a lui. E allora se n’è andato, ha passato il confine coi trafficanti e ha lavorato duro così è riuscito a farci venire qua. È morto cinque anni dopo. Mia mamma si è risposata con un italiano e sono nati altri due fratelli. Yassin è il più piccolo, aveva solo tre anni quando mamma è mancata. Poi il marito di mia mamma non ce l’ha più fatta a stare appresso a tutti noi, che siamo cinque. Si è messo in giri strani e alla fine lo hanno arrestato. Mi occupo io di tutti quanti ma certe volte sono proprio stanca. Poi sento la risata di Yassin e non importa, mi dimentico del mio capo stronzo, di quanto è difficile la mia vita e di quella tipa finta come la permanente che ha cambiato posto quando siamo saliti sull’autobus”.

“Je suis Olivier e sono sconvolto pure io che credete. Émile, che è praticamente mio fratello, ha fatto uno stage là due anni fa. È una storia di merda, cazzo. Però non ce l’ho fatta oggi a starmene zitto. Su tre caffè che servivo due glieli avrei tirati in faccia. E quando quel tipo distinto si è sistemato gli occhiali su quel naso da topo ed ha borbottato che è una religione violenta non me la sono tenuta e gli ho rinfacciato le sentinelle in piedi e gli antiabortisti che ti danno dell’assassina in ospedale. O quell’altra vecchia cornacchia che “poi come le trattano loro le donne”. Che è donna pure quella che ti viene a fare le pulizie a 3 euro l’ora e quasi ti deve dire grazie lei a te; e la badante di tua madre che è una stronza se da quando c’ha un compagno la domenica d’estate la vuole libera per andare al mare e tu, che quando ha accompagnato tua madre a casa tua per Natale, gli hai pure concesso di sedersi a tavola con voi, quale atto di filantropia.

Je suis Olivier e non me ne starò zitto mentre strumentalizzate questa storia, mentre soffiate odio coi vostri polmoni pieni di sgomento. Je suis Olivier ma al tempo stesso Je suis Nader, Khadija, Brahim e Rachida.

Je suis Remi, morto perché contrario alla costruzione di una diga e
Je suis Federico, che ero andato a ballare con gli amici e tornavo a casa di mattina presto, e non è stata l’alba ad uccidermi. Je suis Alfon che m’hanno dato 4 anni di carcere per porto d’esplosivo e perché non ho voluto denunciare i miei compagni. Je suis Matias Catrileo e la polizia cilena mi ha sparato, mentre cercavo di riprendermi le terre che appartengono al mio popolo. “Tutti a difendere le nostre libertà moderne, la libertà d’opinione, d’espressione, che voglio sapere che ve ne facevate di queste libertà la notte che hanno ammazzato Remi, quella in cui hanno sparato a Matias, quella in cui hanno ucciso Federico? Dove la tenevate quando hanno arrestato Alfon ed oggi che l’hanno condannato?” Così gli ho detto, e loro se me rimanevano lì, che un barista non ti tratta così, dove s’è mai visto. E se ne andavano stizziti, qualcuno minacciava di non tornare più.

E allora il capo ha detto di andarmene anche a me, e di non tornare più. Perché adesso mi possono licenziare così, e se io penso che non è giusto, Dio santo, qualunque dio vogliate voi, che tanto io non ci credo, dicevo, se io penso che non è giusto poi lo devo dimostrare io, e se lo dimostro mi danno poi dei soldi, mica il mio posto di lavoro, anche se mi hanno licenziato perché stavo esercitando la mia libertà d’espressione. Quello che volevo dire, e poi la smetto, finisco quest’amaro e me ne vado a casa, quello che volevo dire è che io sarò pure un tipo un po’ nervoso ma non le sopporto queste ondate emotive che sembra la morte di Lady D o i funerali di Giovanni Paolo II. E mi innervosisco che all’improvviso tutti c’hanno delle opinioni, e dei valori e degli ideali. Che tutti ne parlano e tutti si sentono più vivi e meno soli. Che poi domani se ne scordano, se va bene, o la ritirano fuori, se va male, sta storia, per difendere leggi ancora più liberticide o odi ancora più immotivati. E lo so che sto facendo la stessa cosa pure io, e infatti basta, basta così che sono solo un barista, ora disoccupato, stanco e pure un po’ ubriaco. Me ne vado a dormire, e in questa notta buia e sconfortante, ancora una volta che mi guidino le stelle.

#Alfonlibertad, dopo la sentenza migliaia in piazza a Madrid

Era sereno Erlantz Ibarrondo, avvocato di Alfòn, all’uscita dell’udienza del 25 Novembre.
“Non possiamo sapere che cosa accadrà però per me è risultato evidente che Alfon è innocente, perché ci sono contraddizioni evidenti, soprattutto rispetto alla catena di custodia del presunto artefatto esplosivo, chi lo ha preso, come è stato trasportato, come è stato analizzato  […] non coincidono le descrizioni dell’artefatto” e ancora “un dato determinante è che stato chiesta l’analisi delle impronte digitali, e curiosamente non ci sono impronte di Alfon ma ce ne sono quattro su cui non si è mai indagato”.

Ricapitolando i fatti: Alfòn sta andando ad un picchetto informativo durante lo sciopero generale del 14 Novembre, viene arrestato per “detenzione di esplosivo”, sconta due mesi di regime Fies, duro regime di isolamento,  in seguito ai quali viene finalmente rilasciato in attesa di processo.

Da subito familiari, amici, compagni e vicini del suo quartiere Vallecas, denunciano un caso di montaggio giudiziario. Alfon è un ottimo capro espiatorio per colpire il dissenso, oggi ancor di più nella Spagna della Ley Mordaza e dell’Operaciòn Pandora.
Alfon è stato fermato e poi arrestato da agenti in borghese della Brigata Provinciale d’Informazione, una sorta di polizia politica e su di lui c’era un fascicolo aperto sin dal 2009, sebbene non fosse accusato di nessun reato. La BPI ha sostenuto che stavano raccogliendo informazioni su tifoserie potenzialmente pericolose, come quella, appunto, dei Bukaneros, di cui fa parte Alfon.

Fonte: twitter @cocacolaenlucha Lavoratori della Coca Cola alla manifestazione di ieri

Fonte: twitter @cocacolaenlucha Lavoratori della Coca Cola alla manifestazione di ieri

Infatti, la giustizia spagnola non si smentisce. E sì che siamo in occidente, e sì che c’abbiamo i diritti umani fondamentali ma non per questo non ci concediamo queste meraviglie del diritto. Nelle testimonianze delle forze dell’ordine non c’è accordo sul luogo in cui è avvenuta la detenzione di Alfon, ci sono molte imprecisioni e contraddizioni sul presunto artefatto esplosivo, tanto che non sono nemmeno stati chiamati gli artificieri per metterlo in sicurezza ma è stato trasportato così com’era, in una busta di plastica. “Abbiamo visto una miccia, e abbiamo pensato che se non si accendeva non c’era pericolo e così l’abbiamo portata via noi. Oggi come oggi, sapendo che era un oggetto così pericoloso non lo porterei ma non mi ero mai trovato in una situazione del genere”. Questa la difesa di uno degli agenti. Alfon ha dichiarato durante il processo che la polizia l’ha minacciato di incriminarlo per detenzione di esplosivi se non avesse identificato fotograficamente membri dei Bukaneros, gruppo ultras della squadra del quartiere popolare di Vallecas, il Rayo Vallecano ed altri giovani appartententi a gruppi antifascisti.

E nonostante questo quadro la magistrata, Maria Pilar Olivan scrive nella sentenza che le prove che giustificano la sentenza sono in primo luogo le dichiarazioni degli agenti, nonostante le divergenze perché sono concordi sull’essenziale. E l’essenziale è che Alfon aveva la busta di plastica con l’artefatto esplosivo.
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Ieri migliaia di persone sono scese in piazza a Madrid per chiedere la libertà di Alfon e denunciare l’incredibile caso di accanimento di cui è vittima. Ieri, mentre Mariano Rajoy, padre della Ley Mordaza, sfilava nella capitale parigina in difesa della libertà di espressione, le strade di Madrid si riempivano di cori per la libertà di Alfon, ma anche per gli e le anarchiche arrestati nell’operazione Pandora. Alfon ha ricevuto la solidarietà da tutto lo stato spagnolo, dal Paese Basco e dalla Catalogna perché “Alfon potremmo essere tutti”.

Alfon non è di sicuro il primo o l’unico prigioniero politico nello stato spagnolo ma è diventato sicuramente un esempio, per la solidarietà e la potenza della campagna organizzata in questi mesi ma anche perché l’arroganza e l’ingiustizia dei tribunali spagnoli colpisce Madrid, la capitale, colpisce un giovanissimo tifoso e militante di un quartiere che è anche comunità, aggregazione ed organizzazione delle lotte.

Questo è il messaggio della Spagna di Rajoy, guai a protestare contro i tagli alla sanità ed al sociale, alle riforme del lavoro, per l’educazione pubblica, guai a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione. Ma disegnetti sì, ne potete fare. Peccato che davvero, a queste condizioni, non possano che essere matite spuntate.