La guerra di “Mara”

“Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita”

“Mara” combatte, su questo siamo d’accordo. “Mara” combatte innanzitutto le bugie e le parole vuote di un giornalismo sempre più incapace di fare informazione e sempre più avvezzo a cifre scandalistiche.

Ma il taglio dell’articolo del Corriere è lo stesso di quello utilizzato per i vip in vacanza a Porto Cervo o per l’ultima strage di una dimenticata provincia.

La vera storia di una black-block, però, forse dovreste lasciare raccontarla a noi. Noi che eravamo lì con lei, con o senza cappucci, in prima, seconda o ultima fila.

Fonte: https://laburla.wordpress.com

E allora ve la racconto io la storia di Mara. E di Laura, Antonella, Veronica, Anna. E poi ancora quella di Luca, Stefano, Angelo, Pasquale. Mettetevi comod* che ci metterò un po’. Perché eravamo in 1500 (secondo la questura) per le strade della Valsusa e molt* di più, e spesso divers*, siamo stati a Roma, a Milano, a Cremona.

Mara è banalmente una di noi. Ha 19 anni e vive come può, oppure è una studentessa modello, oppure di anni ne ha 30 e qualcosa, ed ha un figlio o forse un cane. Mara fa l’avvocato oppure il medico, oppure la bibliotecaria. Oppure la ricercatrice all’estero oppure la precaria in Italia. Mara lavora nel sociale con uno stipendio da fame ed un contratto a tre mesi. Mara, di sicuro, non fa la giornalista per un quotidiano che su quelle strade nemmeno abbiamo visto. Mara, se frequentasse l’università, sarebbe probabilmente duramente punita se inventasse di sana pianta un’intervista per il suo esame di Sociologia.

La “Mara” di Marco Bardesono è una disagiata, orfana, pochi soldi in tasca quando prende il suo primo treno verso la Capitale, dove vive come può. Un incipit frequente dei romanzetti ad uso personale che scrivevo quando avevo 12 anni e sognavo di diventare grande e conoscere il mondo. Con estrema vergogna, però, poi ho buttato quei rozzi tentativi narrativi. Bardesono non ha seguito, malaguratamente, il mio esempio.

Che poi se anche fosse che Mara provenisse da una situazione svantaggiata socialmente e affettivamente sarebbe comunque alquanto riduttivo e deterministico sostenere questo percorso biografico di una banalità agghiacciante, degno di una psicologia monodimensionale e di una sociologia della devianza poco più che lombrosiana.

Il problema reale per Marco Bardesono, e per molti dei suoi lettori, sta nell’accettare che Mara possa essere una persona reale e “normale”, consapevole e determinata. Da sempre, ci insegna Basaglia, ciò che è diverso viene percepito come minaccia e recluso, escluso dalla società che potrebbe contaminare. Anzi aggiunge: “la ricerca nel gruppo del capro espiatorio, del membro da escludere sul quale scaricare la propria aggressività non può essere spiegata che nella volontà dell’uomo di escludere la parte di sé che gli fa paura”.

E quindi si scomodano raptus di follia per tentare di comprendere gli infanticidi, si sezionano i delitti “passionali” per dimostrare com’è che l’amore può arrivare ad uccidere e si tratteggia il profilo di un’adolescente disagiata per svuotare di significato e di legittimità l’operato di una ragazza e di un intero movimento. Che poi, diciamocelo, ha buttato giù due reti contestate nella loro legittimità e ha guadato un fiume per mettere ancora una volta un piede in quella che è stata la libera repubblica della Maddalena. Azioni prevalentemente simboliche per ribadire che il tempo passa ma la determinazione nel contrastare una grande opera inutile resiste.

Ma a far paura, di Mara, è anche che è una donna. “Mara”, tra l’altro. Anzi “Mara C.”, dice Bardesono.
Strana coincidenza, oppure idiota provocazione. “Mara C.” per tante e tanti di noi è innanzitutto un fiore, un fiore strappato un altro giorno di Giugno, in una cascina nei pressi di Acqui Terme.

“Mara C.”, strana coincidenza, fa venire in mente Mara Cagol, vigliaccamente uccisa mentre era disarmata e con le mani in alto. La storia di Mara Cagol la racconta Paola Staccioli nel suo ultimo libro “Sebben che siamo donne”, e ben descrive l’incredulità dell’Italia di fine anni ’70 davanti all’inspiegabile. “L’ha fatto per amore”, l’amore per quel Renato Curcio che lei stessa, armi in pugno, insieme ad altr* compagn*, liberò dal carcere di Casale Monferrato.

L’incredulità che tutti i titoli di giornali in tutti i decenni passati scrivevano per raccontare le tante azioni armate delle organizzazioni clandestine italiane. Lo dice nella sua introduzione Paola Staccioli che il libro nasce da una congiunzione, “anche”. “Nel commando c’era anche una donna”. Incredulità, stupore e smarrimento.

Erano da poco avvenuti, e forse non ancora digeriti, cambiamenti di costume, culturali e legislativi importanti: il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia e, solo nel 1981, l’abolizione del delitto d’onore.

Che una donna potesse avere ideali politici e fare scelte anche radicali in questo senso appariva inspiegabile ai più.

A distanza di circa 40 anni, malaguratamente, Bardesano ci racconta che poco è cambiato, specialmente se si parla di donne. Non è andato a scavare nella vita di uno dei sessantenni valsusini che si è introdotto nel cantiere ma è andato a raccontare la presunta storia di una giovane donna dal passato difficile e dalla vita inclemente.

“Lotta, donna, che è ciò che li fa incazzare” Fonte: http://www.carrodecombate.com/

Ma la storia vera di “Mara”, di tutte le Mare che negli anni hanno salito e disceso i sentieri della valle e che hanno calpestato altre centinaia di strade, con o senza cappuccio, in prima, seconda o ultima fila è roba nostra.

E’ storia nostra. E la raccontiamo con parole nostre. Parole che Mara Cagol scrive nel 1969 a sua madre e che ancora fioriscono sulle nostre labbra.

“Questa società, che violenta ogni minuto tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci o farci sentire veramente quello che siamo (ci toglie la possibilità di coltivare la famiglia, di coltivare noi stessi, le nostre esigenze, i nostri bisogni, ci reprime a livello psicologico, fisiologico, etico, ci manipola nei bisogni, nell’informazione, ecc. ecc.) ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario. […] Tuttavia esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non sfruttarle. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. […] La vita è una cosa troppo importante”.

Per questo “Mara”, e noi, eravamo su quei sentieri, eravamo a quelle reti.

Annunci

L’amore ai tempi del Reader’s Digest

Mi sono imbattuta per la prima volta nella storia di Elizabeth Barret Browning da bambina, quando inquieta e curiosa mettevo mani ovunque, trovando chissà dove vecchi libri di un nonno mai conosciuto. Era abbonato al Reader’s Digest, una rivista mensile nordamericana poi tradotta in molte lingue, che ogni tanto pubblicava anche dei libri con racconti di vario genere. Il tema principale era il dramma e la commozione; storie sulla prima trasfusione di sangue della storia, sul terremoto che incendiò San Francisco nel 1906 o dell’uomo che rimase otto giorni seppellito sotto una valanga.

Elizabeth Barret Browning era lì, in mezzo ad avventure tragiche e a romantiche storie di amore, era lì, “stesa sul divano d’una camera al primo piano di Wimpole Street”. Il racconto, breve e desueto, nel lessico e nella cultura che esprime, la descrive come una zitella dalla salute fragile e dall’animo rassegnato. Una nota e stimata poetessa, senza dubbio, devota, o forse sarebbe meglio dire succube, di un padre despota. Remissiva aveva accettato tutte le sue imposizioni e si era rifugiata nella sua prigione di cristallo a scrivere poesie ed aspettare la morte.

Inattesa, nel Gennaio del 1845 arriva nella casa di Londra, dalla quale non usciva più per via della malattia che le aveva colpito polmoni e spina dorsale all’età di quindici anni, una lettera di un ancora poco conosciuto Robert Barrett, poeta anch’egli.

Elizabeth Barring e Rober Browning – Fonte wikimedia.org

Con il compassato linguaggio consentito dall’epoca vittoriana in cui vivevano, i due si scrissero per circa un anno, per un totale di 573 lettere d’amore. Nell’anno in cui durò la loro corrispondenza Elizabeth riprese poco alla volta le forze, iniziò ad alzarsi dal divano, a scendere al piano di sotto della sua abitazione e ad incontrare l’innamorato poeta. Arrivò in estate perfino ad uscire di casa e ad andare a passeggiare al Regent’s Park.

Il 10 Settembre scrive a Robert Browning: “Questa sera è stato emesso un decreto”. Il padre ha deciso che è il momento di abbandonare la casa di Wimpole Street perché possano essere eseguiti lavori di ammodernamento. In gran fretta Robert la convince e prepara il matrimonio; Elizabeth esce di casa con la sua cameriera Wilson il 12 Settembre con la scusa di andare a far visita ad un’amica e raggiunge la Chiesa dove l’attende Robert. Per strada si sente male, la cameriera è costretta a comprare i sali in una vicina farmacia. Rientra a casa spossata quella sera Elizabeth, ormai Barret Browning. Una settimana dopo, il 19 Settembre, Elizabeth, recuperate le forze, scende per l’ultima volta le scale della casa di Wimpole Street. Gli anni in cui viaggiano per l’Europa – Parigi, Pisa, Venezia, Firenze, Roma – sono i più felici per la coppia che ha anche un bambino, Pen.

Elizabeth muore nel 1861 a Firenze, in seguito ad un’ultima fatale bronchite, tra le braccia di Robert Browning a cui aveva consegnato, poco tempo prima, una raccolta di poesie che vennero poi pubblicate con il titolo “Sonetti dal Portoghese”.

Il racconto terminava con una poesia di Elizabeth Barret Browning, “la più bella poesia d’amore che sia mai stata scritta da una donna in inglese”, concludono gli autori del saggio.

Quella poesia, a distanza di una quindicina d’anni, è ancora impressa nella mia memoria ed ogni tanto torna a trovarmi. Nessun amore me ne è parso mai all’altezza forse perché solo all’amore, incorporeo e senza volto può essere dedicata.

L’ho recitata, con profondo imbarazzo, una domenica mattina di ritorno da qualcosa che pur non essendo amore ne ricordava, dopo tanto tempo, il profumo. Il sole aveva spinto le mie interlocutrici a passeggiate nei cimiteri monumentali ed io raccontavo del Cimitero degli Inglesi di Firenze, dove Elizabeth Barret Browning è seppellita e della sua storia di amore e morte, per complicità all’argomento “cimiteri”.

La tomba di Elizabeth Barrett Browning al Cimitero degli Inglesi, Firenze. Fonte: Tursimoletterario.com

Torno nella casa in cui sono stata bambina con il proposito di ricercare quei libri, quella storia, la mia storia dentro quella storia. Ma prima mi imbatto in un altro libro. Una raccolta di lettere d’amore, da Enrico VIII a Napoleone, da Garibaldi a Foscolo, e così via. Al suo interno, ovviamente, una lettera di Elizabeth a Robert Browning. Ritrovo il libro, ormai spaginato e ingiallito e rileggo il racconto. Lo scopro intriso di morale dell’Italia degli anni ’60 (l’edizione è del ’63) e mi domando quanto queste letture mi siano poi rimaste dentro e quanto per fortuna il percorso successivo sia riuscito a scardinarle.

Sulle labbra, però, ancora un lieve sapore amaro di delusione. Io forse dell’amore non ci ho ancora capito nulla, se non la necessità di ricoprirlo di teorie effimere e in fin dei conti inutili. Nauseata dal compassato e gelido mondo vittoriano e indispettita da quello costringente del Dopoguerra cerco ancora. E’ una ricerca spossante, anche quando solo teorica e letteraria. Infruttuosa e quindi deludente.

Cerco parole che siano risposte e riposo. E senza un motivo apparente torno a parole che ho ancora solo sfogliato, che non ho ancora davvero capito, sentito. A parte una frase, che mi ha rapito all’istante.

“Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente. Non solo la beatitudine si trova al di fuori del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita”.

Quando l’amore è un istante senza domande, è poesia che sospende il tempo. Quando l’amore è il senso ed è l’assenza del bisogno. Per ognuno di questi istanti, ad ogni sfumatura che essi prendono nella quieta frenesia dei giorni. Per ogni forma di amore e per ogni forma di bellezza. Per ogni istante senza tempo e per ogni emozione senza nome.

Come t’amo – Elizabeth Barrett Browning

Come t’amo? Lascia che ne conti i modi.
T’amo con la profondità con la vastità e l’altezza che l’anima mia può attingere
quando mi sento smarrita oltre i confini dell’Essere e della Grazia ideale.
E così t’amo, nelle più piccole cose d’ogni giorno, alla luce del sole e a quella delle candele.
T’amo liberamente come gli uomini che lottano per la Giustizia;
e puramente come quelli che rifuggono la lode.
T’amo con la passione che ponevo un tempo nelle pene e con la fede della fanciullezza.
T’amo con quell’amore che mi pareva perdere, con i santi che ho perduto
T’amo con il respiro,, i sorrisi, le lacrime di tutta la mia vita!
se Dio vorrà, T’amerò ancor di più dopo la morte.

Je suis, moi non plus

“Je suis Nader, ho 21 anni e non lo so bene che faccio nella vita. Cerco lavoro che vuol dire fare un sacco di cose. Vado all’agenzia interinale, all’Informagiovani, che mi stampano il curriculum gratis. Mia madre lavora in un ristorante ed i soldi sono pochi. Però ho un sacco di e pure di tempo e allora me ne vado in giro per la città. Conosco tutti e se non li conosco ancora mi bastano cinque minuti. Una sigaretta che passa di mano in mano e poi riconosco un amico da lontano. Gli urlo dietro mentre la sua bici si allontana ma poi mi sente e torna indietro. Ci sediamo al sole sui gradini di un portone e inizio a fare un filtro. Lascio passare la signora bionda con le buste di tela, che ormai la plastica non si usa più, che deve entrare. Mi guarda un po’ male, la verità”.

“Je suis Michele, con la e chiusa. Sono arrivato qua 53 anni fa e la e aperta non la imparerò a dire mai. Qua mica era come lo vedi mo’. Qua ci stavamo in 5 o 6 in ogni casa e il bagno lo tenevamo fuori. Io facevo il meccanico e pure mo’, ma con le moto mie. So’ bellissime, perché con la manutenzione si mantengono bene. Io sempre, le pulisco, le vernicio, le aggiusto. Mai ne ho venduta una delle moto mie, non esiste. E per sistemarle lo sai il tempo che ci passo qua ragazzì? E vedo tutto in questo cortile, li vedo lo sai. L’altro giorno sono entrati là al secondo piano. Lo vedi quel balcone col passeggìno fuori? Là stavano. Parlavano tutti nervosi e poi uno è uscito che quasi si metteva a correre. Non lo so che fanno là dentro ma io un giorno la chiamo la polizia e vediamo”.

“Je suis Kadhija e faccio la promoter. Andiamo nei supermercati, nei centri commerciali. Facciamo assaggiare i prodotti e sorridiamo. Ho smesso di portare il velo da quando mi sono separata da mio marito e la gente non è più così imbarazzata quando gli faccio assaggiare i cioccolatini in promozione. Che poi che cazzo di differenza fa se ho il velo o no quando ti sto offrendo i cioccolatini?”

“Je suis Livia e oggi quando ho acceso la tv non ci potevo credere. A Parigi ci sono stata a Pasqua e la Francia è veramente dietro l’angolo. Quando finiranno la Tav ci vorranno solo tre ore, ho letto sul giornale. E comunque mica c’è bisogno di andare in Francia per capire che c’hanno ragione. Siamo invasi da questa gente, che poi non si capisce che ci vengono a fare qua. Sono dei perdigiorno, li hai visti quelli oggi. Seduti sul gradino del portone a fumare, senza niente da fare. Sì quando sono tornata dalla spesa, ero andata a comprare la pasta biologica e il sapone sfuso. Che stavo dicendo? Sì, che ora sono davvero troppi. Un tempo mica era così il quartiere. Poi sono arrivati loro, e prima la macelleria, poi la panetteria. Si sente parlare più arabo che italiano ormai. E poi quando la gente non ne può più si mettono pure a sparare. Io non sono razzista ma se devono venire a fare i terroristi non capisco perché li dobbiamo fare entrare”.

“Je suis Brahim, ho 8 anni e faccio la terza quest’anno. Mia mamma sembrava preoccupata oggi, mi ha detto che dovevo comportarmi bene sull’autobus, che non dovevo fiatare e che dovevamo sembrare invisibili. Io non ho capito perché, ma quando la signora sull’autobus mi ha sorriso ho abbassato lo sguardo e mi sono fatto piccolo piccolo. Speriamo che mi sono comportato bene”.

“Je suis Matteo e faccio l’operaio. Cioè adesso non sto facendo niente, sono disoccupato. Mi hanno lasciato a casa ed hanno assunto Amhed e Ismael. Ne pagano due con quello che pagavano me. E no, io non sono razzista, veramente. Però secondo me non è giusto che io che sono italiano non devo lavorare e loro devono fare il lavoro mio. E lo stato che fa? Niente fa, anzi. Che manco un aiuto ti danno, che i soldi glieli danno a loro che c’hanno più figli e a mia figlia chi glielo dà da mangiare?”

“Je suis Rachida e ho 27 anni. Mio padre è arrivato qua scappando dal regime. Era un’attivista politico e se non scappava l’ammazzavano. Ha attraversato il mare in barca e poi ha girato tutta l’Europa fino alla Danimarca. Là ha chiesto l’asilo politico per sé e per noi, perché aveva paura che c’è l’avrebbero fatta pagare se fossimo rimasti nel nostro paese. Ma gliel’hanno rifiutato, lo volevano dare solo a lui. E allora se n’è andato, ha passato il confine coi trafficanti e ha lavorato duro così è riuscito a farci venire qua. È morto cinque anni dopo. Mia mamma si è risposata con un italiano e sono nati altri due fratelli. Yassin è il più piccolo, aveva solo tre anni quando mamma è mancata. Poi il marito di mia mamma non ce l’ha più fatta a stare appresso a tutti noi, che siamo cinque. Si è messo in giri strani e alla fine lo hanno arrestato. Mi occupo io di tutti quanti ma certe volte sono proprio stanca. Poi sento la risata di Yassin e non importa, mi dimentico del mio capo stronzo, di quanto è difficile la mia vita e di quella tipa finta come la permanente che ha cambiato posto quando siamo saliti sull’autobus”.

“Je suis Olivier e sono sconvolto pure io che credete. Émile, che è praticamente mio fratello, ha fatto uno stage là due anni fa. È una storia di merda, cazzo. Però non ce l’ho fatta oggi a starmene zitto. Su tre caffè che servivo due glieli avrei tirati in faccia. E quando quel tipo distinto si è sistemato gli occhiali su quel naso da topo ed ha borbottato che è una religione violenta non me la sono tenuta e gli ho rinfacciato le sentinelle in piedi e gli antiabortisti che ti danno dell’assassina in ospedale. O quell’altra vecchia cornacchia che “poi come le trattano loro le donne”. Che è donna pure quella che ti viene a fare le pulizie a 3 euro l’ora e quasi ti deve dire grazie lei a te; e la badante di tua madre che è una stronza se da quando c’ha un compagno la domenica d’estate la vuole libera per andare al mare e tu, che quando ha accompagnato tua madre a casa tua per Natale, gli hai pure concesso di sedersi a tavola con voi, quale atto di filantropia.

Je suis Olivier e non me ne starò zitto mentre strumentalizzate questa storia, mentre soffiate odio coi vostri polmoni pieni di sgomento. Je suis Olivier ma al tempo stesso Je suis Nader, Khadija, Brahim e Rachida.

Je suis Remi, morto perché contrario alla costruzione di una diga e
Je suis Federico, che ero andato a ballare con gli amici e tornavo a casa di mattina presto, e non è stata l’alba ad uccidermi. Je suis Alfon che m’hanno dato 4 anni di carcere per porto d’esplosivo e perché non ho voluto denunciare i miei compagni. Je suis Matias Catrileo e la polizia cilena mi ha sparato, mentre cercavo di riprendermi le terre che appartengono al mio popolo. “Tutti a difendere le nostre libertà moderne, la libertà d’opinione, d’espressione, che voglio sapere che ve ne facevate di queste libertà la notte che hanno ammazzato Remi, quella in cui hanno sparato a Matias, quella in cui hanno ucciso Federico? Dove la tenevate quando hanno arrestato Alfon ed oggi che l’hanno condannato?” Così gli ho detto, e loro se me rimanevano lì, che un barista non ti tratta così, dove s’è mai visto. E se ne andavano stizziti, qualcuno minacciava di non tornare più.

E allora il capo ha detto di andarmene anche a me, e di non tornare più. Perché adesso mi possono licenziare così, e se io penso che non è giusto, Dio santo, qualunque dio vogliate voi, che tanto io non ci credo, dicevo, se io penso che non è giusto poi lo devo dimostrare io, e se lo dimostro mi danno poi dei soldi, mica il mio posto di lavoro, anche se mi hanno licenziato perché stavo esercitando la mia libertà d’espressione. Quello che volevo dire, e poi la smetto, finisco quest’amaro e me ne vado a casa, quello che volevo dire è che io sarò pure un tipo un po’ nervoso ma non le sopporto queste ondate emotive che sembra la morte di Lady D o i funerali di Giovanni Paolo II. E mi innervosisco che all’improvviso tutti c’hanno delle opinioni, e dei valori e degli ideali. Che tutti ne parlano e tutti si sentono più vivi e meno soli. Che poi domani se ne scordano, se va bene, o la ritirano fuori, se va male, sta storia, per difendere leggi ancora più liberticide o odi ancora più immotivati. E lo so che sto facendo la stessa cosa pure io, e infatti basta, basta così che sono solo un barista, ora disoccupato, stanco e pure un po’ ubriaco. Me ne vado a dormire, e in questa notta buia e sconfortante, ancora una volta che mi guidino le stelle.

Trenzaré mi tristeza

Mi sono imbattuta per caso in queste parole di Paula Klug, di cui, tuttora, ammetto di non saper nulla.

Sono parole che mi hanno riportata lontano, alle sedie in semicerchio nell’aia di fronte al Parapety, agli sguardi timidi delle donne vicino al fuoco, ai piedi nudi dei bambini. Alle ragazze della Tekove, prima del Sabato Culturale, intrecciandosi i capelli come cambas, o lasciandoli sciolti come collas. Alle mie dita inesperte e titubanti, una ragazza ad insegnarmi, una cavia e la minaccia dei pidocchi.

Ad una saggezza che ancora mi emoziona, ad una poesia che già mi manca.
Un gesto quotidiano che torna ad essere legame con la vita, la natura, gli spiriti.

“Intreccerò la mia tristezza”.

Mia nonna diceva che quando una donna si sente triste la cosa migliore che può fare è intrecciarsi i capelli: in questo modo il dolore rimarrebbe intrappolato dentro i capelli e non potrebbe arrivare al resto del corpo; bisogna fare attenzione a che la tristezza non si metta negli occhi perché li farebbe piovere, né bisogna farla entrare tra le labbra, perché le obbligherebbe a dire cose non vere, “che non si metta tra le tue mani”, mi diceva, perché puoi tostare troppo il caffè o lasciare crudo l’impasto: è che alla tristezza piacciono i sapori amari. Quando ti senti triste, bambina, intrecciati i capelli; intrappola il dolore nella matassa e lascialo scappare quando il vento del nord soffia con forza.

I nostri capelli sono una rete capace di intrappolare tutto, sono forti come le radici dell’ ahuehuete e morbido come la schiuma dell’atole.

Che la malinconia non ti prenda alla sprovvista, bambina mia, anche se hai il cuore rotto o le ossa fredde per una qualche assenza. Non farla entrare dentro di te con i capelli sciolti, perché scorrerà come una cascata per i canali che la luna ha tracciato dentro il tuo corpo.

Intreccia la tua tristezza, diceva, intreccia sempre la tua tristezza.

E domani, svegliati con il canto del passero e la troverai pallida e dissolta nel telaio dei tuoi capelli.

Paola Klug ☾ La pinche Canela ☽

Decía mi abuela que cuando una mujer se sintiera triste lo mejor que podía hacer era trenzarse el cabello; de esta manera el dolor quedaría atrapado entre los cabellos y no podría llegar hasta el resto del cuerpo; había que tener cuidado de que la tristeza no se metiera en los ojos pues los harìa llover, tampoco era bueno dejarla entrar en nuestros labios pues los obligaría a decir cosas que no eran ciertas,  que no se meta entre tus manos- me decía-  porque puedes tostar de más el café o dejar cruda la masa; y es que a la tristeza le gusta el sabor amargo. Cuando te sientas triste niña, trénzate el cabello; atrapa el dolor en la madeja y déjalo escapar  cuando el viento del norte pegue con fuerza.

Nuestro cabello es una red capaz de atraparlo todo, es fuerte como las raíces del ahuehuete y suave como la espuma…

View original post 320 altre parole

Semenella

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero”.

Che a dirla tutta non ho mai nemmeno capito se Baricco mi piace o no. Nel dubbio propenderei per il no. Ma non importa, quello che volevo dire è che secondo me ci sono sue espressioni felici, guizzi accattivanti, musicalità indovinate e destinate a cristallizzarsi nella memoria. Questa, per me, e’ una di quelle.

“La prima cosa è il mio nome, la seconda quegli occhi, la terza un pensiero”.

La prima cosa il mio nome, dunque. È un nome che risale ai tempi in cui nasceva un sogno. Di fuga, di scoperta, di libertà. Struggente e patetica l’adolescenza. E in quei giorni, in cui sognavo di attraversare l’oceano e raggiungere la maggiore età, passavo i pomeriggi tra il collettivo e la sezione di una città (d’arte) di provincia. Oltre a quell’atmosfera e a quell’arredamento da dopoguerra, alle Peroni piccole con il vuoto a rendere e alle carte consumate da molte mani, quel luogo era la seconda casa di molti compagni, dal cuore rosso e dall’italiano incerto. Uno in particolare resta nei miei ricordi come il custode di un luogo, di una storia, di un ideale. La sua, di storia, inizia quando, ancora bambino, inizia a lavorare nella “carovana facchina”, a scoprire la politica e l’ideale nei soprusi di ogni giorno, negli scioperi per i diritti, nella fede nel partito e nelle difficoltà ad accettare un mondo che cambia, un movimento che si contrappone, si allontana, si scontra. Anche noi, nei primi anni 2000, eravamo i gruppettari, perché noi nel partito non ci volevamo stare, pur essendone energia e linfa vitale. Ma non credo di sbagliarmi nel dire che a lui, burbero e irascibile, testardo e disponibile, quella schiera di adolescenti esuberanti piacesse un bel po’. Per le discussioni politiche e per le schermaglie di cui era spettatore tanto quanto protagonista, per la testardaggine e per le partite a tressette, dal prevedibile epilogo. L’avanzare dell’età non aveva minimamente intaccato la memoria del giocatore, e la logica e l’esperienza rendevano ogni mossa ovvia e ineccepibile. Al contrario, il suo compagno di squadra era esposto all’ira ed alla traiettoria delle carte, che puntualmente volavano all’indirizzo del malcapitato, quando il suo gioco era frainteso o la risposta ad esso francamente indifendibile. Ma la tenerezza di quest’uomo rude e dai modi spicci io la sento nel soprannome che mi aveva dato, Semenella. Semenella vuol dire semino, piccolo seme, o almeno a me, che pure il dialetto l’ho imparato in quegli anni lì, così sembra di ricordare. Il suono, invece, resta chiarissimo. Le prime due e sono mute, forse la fonetica della mia lingua le scriverebbe con la dieresi, e la a finale nemmeno si pronuncia. Un codice fiscale, come molte delle parole della mia terra, un suono chiuso e un po’ ruvido, come i campi quando d’estate il fuoco li brucia per purificarli e prepararli a un nuovo raccolto. Un piccolo seme perché piccola ero, e sono. Più nessuno mi chiama così, Nnill se ne è andato qualche anno fa e il piccolo seme già era stato trasportato lontano dal vento. Sono passati più di dieci anni da quei pomeriggi, e per quanto ancora mi sembri un sogno, tra pochi giorni un nuovo vento, ancora più forte, porterà un sempre piccolo seme ancora più lontano. E mi piace la metafora del seme perché porta con se la speranza di una semina sempre possibile, di un raccolto a cui lavorare con dedizione., l’ambizione che le radici continuino a ramificarsi e i frutti a succedersi.
Un piccolo seme, un grande zaino e che il sogno abbia inizio!