La colomba e l’elefante

Se penso a Frida io penso al dolore, al tradimento, all’amore che si sgretola sotto il peso della fiducia tradita. Così mi ha accompagnato Frida nella vita, una Frida “llorona”, pronta all’assassinio dei suoi figli come unica via di uscita, estrema e terribile, di un cuore frantumato. E del tutto inconsapevole torna una Frida in lacrime, lacrime fluo, su sfondo rosso sangue, una Frida che sembra essere ricordo e invece è ancora attuale. Frenci è stupita quando le racconto gli ultimi anni, senza saperlo né volerlo, Frida ha ancora un senso.

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Così attraverso le Scuderie del Quirinale. “E’ mia sorella” urla la Frida del film, Panzòn ha oltrepassato il segno. La reazione, nell’adattamento cinematografico di Julie Taymor della vita di Frida di è l'”Autoritratto con i capelli tagliati”. Frida taglia i capelli che Diego tanto amava, e non lascia spazio a dubbi poiché lo scrive nel quadro stesso: “Mira que si te quise fue por tu pelo, ahora que estás pelona ya no te quiero”, “Guarda che se ti ho amato è stato per i tuoi capelli, ora che sei senza capelli non ti amo già più”. Frida, soprattutto negli ultimi dieci anni, è diventata un’icona, un fenomeno commerciale, un simbolo. Proto-femminista, le si dice, rivoluzionaria, sessualmente liberata, anticonformista. Mi delude un po’, invece, questa donna forte e fragile. Per anni l’ombra di Diego, che segue nei suoi viaggi, che asseconda nei suoi progetti, che sostiene nei suoi ideali rivoluzionari, che sopporta nella sua libertà sessuale, arrivando ad amare le sue amanti, forse a cercare rifugio in un mondo femminile, dato che quello maschile l’aveva tanto delusa e umiliata. Per Frida non esiste che Diego. Lei stessa non esiste senza Diego. Quel Diego che giudica l’esclusività sessuale come borghese, che difende la propria libertà ed incoraggia quella di Frida, nei confronti di altre donne. Meno libertario sulle esperienze eterosessuali di Frida. Sicuramente anticonformista e radicale lei per la sua epoca. Ma spesso la sua libertà sessual-sentimentale sembra un rifugio, una conseguenza del dolore di non poter essere la sola, l’unica, nel cuore e, soprattutto, tra le braccia di Diego. Diego, dal canto suo, le regala questo ruolo di unica vera donna della sua vita. Regalo inutile e scomodo, perché dichiarare l’amore senza praticarlo permette sì di auto-rappresentarsi come amanti devoti ma soprattutto di legittimarsi qualunque nefandezza. La Frida che ho iniziato ad amare poi è quella che si intravede all’ombra di Panzòn. Quella che si intravede quando lui le lascia libera la mente, le mani, il cuore. Così appare il suo genio, il suo sguardo. La pittura di Diego è spesso iconografica, ricercatamente grandiosa, quasi arrogante: il popolo in armi, la bandiera con la falce ed il martello, Frida distribuendo volantini, Zapata, Lenin e gli operai, le manifestazioni con lo striscione “Tierra y libertad”. Frida è più sottile e più arguta. Deride gli Stati Uniti, rappresentando una vetrina della tanto odiata Detroit, e la auto-rappresentazione identitaria del popolo statunitense, sembra criticare il modo di produzione capitalistico in “Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti”, a sinistra la cultura ancestrale americana, la natura e la madre terra fertile e femmina, la piramide di Teotihuacan, a destra i grattacieli, le ciminiere, le fabbriche. Stesso paesaggio urbano, questa volta è il caso di New York, è rappresentato in “Il mio vestito è appeso là”; qui la satira si fa ancora più tagliente ed il vestito di Frida è appeso ad un filo che sovrasta due colonne. Su quella di sinistra, esplicito, un water.

Ma la Frida più rivoluzionaria e profonda è, ai miei occhi, duplice: è uno sguardo all’interno, verso se stessa e la sua storia, con una sincerità e una trasparenza sconcertanti ed emozionanti (Henry Ford Hospital, Le due Fride, La colonna spezzata, tra gli altri) ed uno alle origini, di sé in quanto appartenente alla sua cultura.

Ed appaiono così gli abiti tradizionali messicani, gli animali e la frutta con la simbologia della tradizione popolare, le leggende ed i racconti, le divinità e la cosmovisione dei popoli originari. In questi quadri Frida non deve dimostrare nulla a nessuno: né il suo talento e la sua indipendenza a Diego ed al mondo degli artisti, né la profondità delle sue idee politiche, né nient’altro. Questo è il diario di Frida, il diario del suo popolo (metà, dato che era lei stessa una mestiza), anni prima dello stato plurinazionale di Evo Morales, ben prima che si iniziasse a parlare di riconoscimento dei popoli indigeni, delle discriminazioni subite ed attuali dei popoli originari.

Il diario di Frida è intriso di dolori. La mostra volge al termine con una serie di foto, i disegni dei suoi stati emotivi, i quadri dal tratto sempre più incerto. Ma l’ultima parola su Frida è affidata a Rafael Alberti, poeta spagnolo rifugiatosi in Argentina durante la guerra civile spagnola e poi tornato in Europa dopo la caduta di Franco, trasferendosi però a vivere a Roma. Mi sono chiesta il perché della scelta de “La Paloma”, in che modo i curatori la reputassero esemplificativa di Frida e della sua vita. Rafael Alberti parla di una colomba che si sbaglia, che confonde il Nord con il Sud, il grano con l’acqua, il mare con il cielo. Che Frida abbia confuso il dolore con l’amore, la libertà sessuale di Diego con il rispetto, le parole ascoltate con i sentimenti dimostrati? Frida era senza dubbio la colomba, quella colomba che aveva sposato l’elefante. E il gioco delle sovrapposizioni procede. “La Paloma” di Rafael Alberti è stata poi musicata e interpretata, tra gli altri, da Sergio Endrigo e dal cantautore catalano Joan Manuel Serrat, che la cantò in castigliano suscitando le ire dei suoi fan. Ed ancora una colomba, o forse meglio un passero era quello di Mikel Laboa. Un passero che, per essere passero, deve volare via, e per rimanere deve subire una mutilazione, il taglio delle ali. Ma l’amore ama il passero, e lo lascia andare via, atto di amore supremo. Non è previsto ritorno nella canzone, diventata poi grido di libertà sotto il regime franchista. E’ ineluttabile la fine dell’amore. Ne “La Paloma”, però, vibrano dolenti le note della delusione. Non si tratta di un amore tragicamente destinato a infrangersi sulle ali della libertà; si tratta di un errore, un equivoco, un fraintendimento. Si è sbagliata la colomba. Potessi evitare le ire di Frida riscriverei il finale della sua storia di amore. E immaginerei che ad un certo punto, forse dopo il tradimento di Diego con Cristina, lei gli dicesse queste parole. La colomba, che ha sposato l’elefante, si sbagliava. Non può essere così l’amore, Frida querida, né per te, né per me. “…Si porque te quiero, quieres, Llorona, Quieres que te quiera más, Si ya te he dado Mi Vida, Llorona, ¿Qué más quieres? ¿Quieres más?”

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