E forse quel che cerco neanche c’è… – cartoline da Potosì –

Una tappa di viaggio colpevolmente dimenticata. Potosì

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L’arrivo a Potosì è di mattina presto. Piove, fa freddo.

Maledico Nicco, che mi ha detto che un paio di leggins andavano bene. Siamo a 4000 metri, l’aria è rarefatta, il fiato corto. Cammino piano, in tasca le pillole magiche che mi ha dato Nicco per il soroche, il mal di altura.

Potosì è una tappa obbligata, lei è la storia della Bolivia, ai tempi Alto Perù, perché del Vicereame del Perù faceva parte.

Potosì benedetta, fonte di ricchezza, per le sue preziose miniere di argento. Potosì maledetta, per le sue crudeli miniere di argento, raccolto al prezzo della salute e della vita dagli indios e spedito ad abbellire le corti spagnole ed europee.

Eppure Potosí, la città più ricca dell’America Meridionale – vale un Potosí, si diceva – ora è decadente. Non c’è industria, non c’è lavoro, se non il commercio – nel quale i collas sono sorprendenti –…

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L’amore ai tempi di Daniela Santanchè

Santanchè intervistata da Dario Vergassola a Polignano a mare sostiene che la donna, se innamorata, è ben felice di servire il suo uomo.

Per fortuna il pubblico di Polignano fischia.

http://video.repubblica.it/edizione/bari/santanche-e-il-bottone-di-sallusti-la-donna-deve-servire-fischi-a-polignano/245702/245797

Fa sorridere, se non facesse schifo, che questa donna ritiene il burqa una forma di sottomissione della donna e invece allacciare le scarpe e servire il proprio marito la cosa più gratificante per una donna innamorata.

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Fa venire in mente certe pubblicità degli anni ’50, quelle che sembrano completamente inaccettabili oggi. Nel senso, è sentire comune che siano inaccettabili. E’ ormai un dato di fatto, condiviso da tutti/e, che non si può più pensare a tanta sudditanza.

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Guardando giorni fa “She’s beautiful when she’s angry” pensavo proprio a questo: quante lotte, quante donne, quanta forza è servita ed è stata necessaria per arrivare a questo punto, in cui ancora molto c’è da fare.

E imbattersi nel video della Santanchè è frustrante.

Tra l’altro, praticamente contemporaneamente, a Taranto sfilava un corteo in ricordo di Federica, strangolata dall’uomo da cui stava cercando di separarsi, dopo essere stata brutalmente malmenata. L’uomo ha ucciso anche il figlio, di soli 4 anni con un colpo di pistola, prima di suicidarsi.

La famiglia ha portato in corteo le foto della figlia, del corpo della figlia all’obitorio, il volto completamente tumefatto. Ma questa violenza, questo accanimento contro una donna che vorrebbe chiudere una relazione, ha dei responsabili. Che non sono solo le mani dell’uomo che l’ha uccisa ma anche le parole di coloro che continuano a sottomettere le donne, che continuano a pensare anche solo ipotizzabile un modello di relazione – di famiglia, direbbe la Santanchè – rigorosamente eterosessuale e monogamica, terribilmente prevaricatrice ed oppressiva.

Come se tante lotte fossero passate invano, come se tanto dolore e tanta morte non insegnasse mai niente. Ma Santanchè, politica di spicco del panorama italiano e abituale frequentatrice dei salotti televisivi, entra nelle case delle persone, è stata perfino responsabile delle Pari Opportunità del suo partito fino al 2007, trasmette e diffonde parole che sono pietre, e schiaffi e botte, e coltellate per i femminicidi che verranno.

Dico banalità lo so, non dico niente di nuovo, lo so. Ma per quanto tristemente chiaro, evidente, addirittura banale, è ancora terribilmente vero che il patriarcato ed il machismo opprimono, odiano ed uccidono.

E oggi come allora, ai nostri posti ci troverete.

 

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…e ancora primavera

394 giorni fa, di solitudine e nostalgia. Il potere terapeutico della parola, dei ricordi, delle emozioni. 394 giorni dopo è ancora primavera. A chi cerca, a chi trova. E soprattutto a chi ha fatto con me un pezzo, anche solo un passo. 

 

Manca qualcosa, ma non le parole.

Non la consapevolezza.

Manchi tu, quello che sei e che ho solo potuto sbirciare da lontano, come attraverso una serratura. Manca il concetto, un pensiero.

E quando manca e lo sguardo si fa triste, il cuore poltiglia si può cercare nei ricordi. Perché il passato è finito ma è testimonianza di ciò che un giorno, inaspettato, tornerà.

Torneranno le domeniche senza impegni, sempre libera, la vita fuori gli istanti dentro. Torneranno le canzoni, tutte che parlavano di noi; tornerà la felicità come una giostra in un luna-park coperto di neve. Torneranno le tue risate a vedermi fare il pagliaccio, la tua collana sotto il cuscino, gli sguardi di nascosto e il tuo corpo caldo nelle notti di inverno.

Torneranno i mate al parco, il tempo si ferma e non sono più le parole ma le emozioni a riempirci di vita il respiro. Senza nemmeno toccarsi, come elettricità senza fili

Torneranno le magie, due carte, il tuo cuore il mio cuore, nella clessidra rapida di tempo che sembrava eterna. Una magia solo per me al gate di un volo intercontinentale, di un viaggio da cui non ci sarebbe stato ritorno. “La pioggia” – mi dicevi – “la pioggia resterà per sempre. Ogni volta sarà la pioggia di quella notte che ti ha fatto restare, che ci ha fatto incontrare”. E gli occhi alla luna, che quando la guardi vedi un anatroccolo se sei innamorato. E su il naso e l’anatroccolo era là, nel cielo di un luogo che non ha nemmeno più un nome. E la musica da un negozio, “Only you” diceva mentre ballavamo nella strada, circondati da gente che della strada viveva e il mercato intero ci guardava, e i sorrisi erano degli occhi, dell’anima. E faceva freddo, e scorrevi le mani sul mio corpo nudo e mi dicevi che il freddo non doveva dispiacermi perché con il freddo la pelle è più sensibile e tutto è più intenso e le tue mani lunghe sottili e magiche mi accarezzavano tra la pelle d’oca e i brividi.

Torneranno i Pisco e soda blanca, le canzoni in macchina, il tuo sguardo mentre andavamo a comprare i biglietti che mi avrebbero portato via per sempre. E Valpo bellissima, e noi bellissimi. E tu che ti prendevi cura di me ed io che smettevo di essere dura e inavvicinabile e mi lasciavo cullare in una vita che si srotola facile. E il tuo giorno di ferie, il primo dopo due anni e mezzo, per portarmi al Cajòn del Maipo, e la neve che ci ferma e ci spaventa. E il tuo non aver paura di aver paura.

Tornerà come fosse il primo, via tutti i vestiti, via pure i piercing, fino all’ultimo, perché non esistesse niente oltre i nostri corpi e il cielo stellato su di noi. E un amuleto, la protezione reciproca e eterna, che niente ti possa scalfire, per molto che tu ti possa allontanare.

Torneranno anche le più piccole cose, un pomeriggio d’estate su all’orto, le amache e la naturalezza di sentire che era tutto così semplice anche se sono stata capace di rovinare tutto.

Torneranno gli incontri casuali e fugaci, quando nel giro di tre frasi la mia gamba cercava la tua e poi le tue labbra le mie.

Tornerai, lo spero perché sei andato via troppo in fretta, lasciandomi a fantasticare come sarebbe stato.

Torneranno i discorsi sul balcone, che se ci penso ora che me ne sono andata per fedeltà a un’idea che non esisteva già più spezzando di nuovo un filo che si incastra e si srotola da anni, tra tour per l’Italia centrale e passeggiate su spiagge deturpate posso solo cullarmi un rimpianto. Torneranno i ritorni all’alba in bici in due, un bacio timido ogni tanto sotto i portici deserti inspiegabilmente senza cadere mai.

Ed ora mi manca il presente, che il passato con te è un albero spoglio, adorno di troppi pochi ricordi. Li tengo per me, tortura e dispetto. Ed ora che manchi tu chiamo tutti gli altri a farmi compagnia. Perché quello che cerco da te è un po’ d’amore e un po’ di tenerezza, quelle che conosco, quelle che ho già avuto e che non perderò mai, pure se se ne sono andate già. E ora che mi manca il tuo amore chiamo tutti i miei amanti, torno a quei giorni, perché mi facciano compagnia, perché mi ricordino che esistono, che torneranno. E il corpo si scioglie gli occhi si rilassano e si chiudono e vi invito tutti qua a scaldarmi il sonno, i piedi, e il cuore.

Cittadine/i del mondo

 

Una traduzione di un post di Maureen apparso su Proyecto Khalo un po’ di tempo fa. Un post che pone tante questioni attuali e personali. Dal ricordo dell’esperienza di un -blando – razzismo antigringxs nei mercati boliviani, alle riflesisoni, personali e collettive, sui privilegi di cui tanti/e di noi dispongono, di quanto sia difficile non già separarsene ma ancor prima metterli in discussione.
Il privilegio di essere bianchi, uomini, cisgender, eterossessuali. Infine la necessità di provare davvero a intersecare queste lotte, questi privilegi per smontarli. Riconoscerli, prima di tutto, decidere di rinunciarvi e iniziare a distruggerli. Buon lavoro e buona lettura

 

Per quelli/e che ancora non lo sanno, il mondo è diviso in due gruppi: le persone con i passaporti “buoni” ed il resto della gente; e non è affatto sorprendente che siano proprio queste persone con i passaporti fortunati ad alzare sempre la bandiera dei/lle “cittadine/i del mondo”. Provendendo per lo più da paesi ricchi, hanno il potere economico di viaggiare e quello diplomatico dei loro passaporti. Ovunque vadano nel mondo e le porte si aprono, non sentiranno mai l’umiliazione di dover fare la coda per giorni di fronte ad un’ambasciata per chiedere un visto e vederselo negato, non sentiranno mai l’umiliazione di dover rispondere a domande stupide e personali in ogni aeroporto, nè si sentiranno guardati/e con sospetto e non dovranno mai usare l’altra fila, quella dei non cittadini/e del mondo.

Vogliamo tutti/e sembrare gente “cool”, aperta e viaggiatrice, mostrando tutti i timbri che abbiamo sui nostri passaporti e mostrando le foto che ci siamo fatti/e con le persone che abbiamo incontrato, dicendo con emozione frasi banali tipo “questa gente non ha niente però è così ospitale”…ma la verità è che non tutti/e hanno la possibilità di sperimentare l’accoglienza dei popoli più svantaggiati del mondo; per questo mi piacerebbe che la gente che entra ed esce dalle frontiere facilmente come il vento dalle finestre, quelli che prendono sempre la coda più veloce per il controllo del passaporto (“solo Uk/Eu e Schengen”), si voltino e guardino la gente, generalmente con più melanina, che sta facendo lunghe code, dovendo rispondere con calma a domande nel migliore dei casi stupide, nel peggiore umilianti e razziste; perché la realtà del mondo in cui viviamo è che essere cittadini/e del mondo è una questione di privilegio piuttosto che di apertura di mentalità e di Wanderlust.

“Che viene a fare qui?” “Che ci fa qui?” “Conosce qualcuno/a?” “A casa di chi ti fermi?” “Famiglia o amici?” “Vai all’Università?” “Quale?” “Non assomigli molto alla foto.” “Metti il dito qui, ora l’altro. Spostati di lato e aspetta, abbiamo ancora qualcosa da verificare”. E’ che ci sono persone che sono più difficili da identificare… Sopportare senza lamentarsi ciò che assomiglia in tutto e per tutto a un interrogatorio di polizia è una realtà per la maggior parte dei viaggiatori/viaggiatrici.

Viaggiare senza essere bianchi/e è complicato sin dall’inizio, dalla richiesta del visto. Ovviamente ci sono persone non bianche che hanno passaporti buoni, ma se sono loro ad occuparsi del problema del visto continua ad esistere il problema del razzismo e del non essere accettati/e e non c’è niente di peggio per rovinare le vacanze.

Sono una persona nera che ama viaggiare ed ho notato che le persone con fenotipi accettati non si chiedono mai se il colore della loro pelle sarà un problema quando scelgono una destinazione di viaggio e questo è un privilegio che mi piacerebbe avere. Le persone nere sì, se lo chiedono. Io, per esempio, ho imparato viaggiando che ero nera, attraverso gli sguardi e le domande antropologiche della gente: “I tuoi capelli sembrano una spugna” – tentando di toccarli senza chiedere – “Con questo naso riesci a usare gli occhiali?” “Perché il palmo della tua mano non è dello stesso colore del resto del corpo?” “Voi avete un tipo di pelle differente”. “Davvero, non sapevo che le nere usassero il trucco!” “Hai anche la figa nera?”

Quindi adesso, prima di organizzare un viaggio, mi chiedo sempre ciò che mi aspetta. Devo dire che nella maggior parte dei viaggi che ho fatto la gente in generale era simpatica con me anche se ci sono stati momenti molto sgradevoli  in cui non mi sono sentita un essere umano ma un animale in uno zoo. Nonostante ciò mi sono resa conto che la gente era simpatica perché quasi sempre ero in compagnia di gente bianca: dato che ero l’unica scaglia di cioccolato del biscotto la mia presenza era diluita, e pure il razzismo.

Invece viaggiare con un gruppo per la maggior parte nero è un’esperienza molto differente, credetemi. Potreste averne conferma da un gruppo di miei amici del Madagascar che hanno deciso di visitare Varsavia, in Polonia; o quella collega che affittò un appartamento a Roma per passarci le vacanze con la sua famiglia. Dopo il loro arrivo i vicini chiamarono il proprietario per cacciarli, perché non volevano che questa famiglia nera portasse l’ebola nell’edificio.

Bisogna aggiungere che, in generale, le persone nere si trattano meglio quando sono in un viaggio turistico, quando non sono del paese e non sono qui per fermarsi. Un giorno stavo lavorando in Bretagna, una regione nel nord est della Francia, quando un anziano si avvicinò a me e mi chiese se fossi brasiliano. Rimasi sorpresa e chiesi perchè brasiliana; al che il signore mi rispose: “perché c’è molta gente del suo colore in Brasile”. Volevo rispondere che c’è anche tantissima gente del mio colore in Francia, e che non sono arrivati stanotte ma gli risposi solo che non ero brasiliana e continuai a lavorare. E’ perché mi aspetto reazioni di questo tipo, ed anche pegigori, che ho sempre avuto un po’ d’apprensione a lasciare il mio contesto multiculturale parigino per andare a visitare la Francia profonda.

Preferisco visitare paesi stranieri perché essere vittima di razzismo nel tuo stesso paese è molto più doloroso.

Quindi per noi, neri/e viaggiatori/trici ci sono due opzioni: rimanere a casa per mantenere la nostra salute mentale e la nostra autostima di essere umani o andare a visitare il mondo ed essere pronti a ricevere schiaffi.

Non è che mi piaccia prender schiaffi (né nel senso letterale né figurato) però non riesco a considerare la prima opzione perchè il mondo è anche mio e voglio vederlo. Sono contenta di vedere che non sono l’unica che la pensa così e che giovani neri/e abbiamo preso l’iniziativa per spronare le persone nere a viaggiare- Come nel caso di Zim Ugochukwu, creatrice del concetto di “Viaggio Nero”. In internet fioriscono anche blog e piattaforme, spesso dedicate a donne nere per scambiarsi idee sui viaggi, raccontarsi esperienze, condividere foto…tutto con l’obiettivo di spingere le persone nere ed alleviare la loro frustrazione a viaggiare.

L’unica cosa che posso obiettare è che queste iniziative sono quasi tutte statunitensi. Quando viaggio mi chiedono sempre se sono degli Stati Uniti. Essere afroamericano vuol dire portarsi dietro il prestigio legato alla potenza politica, economica e culturale di quel paese, prestigio di cui non beneficiano gli altri discendenti africani/e e men che meno gli africani/e. Quando rispondo che sono francese non mi crede nessuno perché evidentemente nessuno sa che ci sono neri/e in Francia e quando dico che sono della Costa d’Avorio nemmeno mi credono, perché sembra che tutti/e i/le africani/e siano troppo poveri per poter viaggiare.

Mi piacerebbe che queste iniziative si moltiplicassero tra i popoli del contintente africano e che dalla loro diaspora nel mondo si rendano conto di quanto siamo diversi/e e interessanti.

Anche noi vogliamo essere cittadine/i del mondo.

Hanno ucciso tutti!

Ci sono alcuni eventi che lasciano un’orma indelebile a partire dal modo in cui viene registrato nella memoria l’istante in cui accadono o si vengono a sapere.

Si tratta di eventi personali, spesso tragici, o storici, spesso altrettanto. In tanti ricordano esattamente cosa stavano facendo quel pomeriggio dell’11 Settembre. Io mangiavo Nutella in ginocchio sulla sedia del tavolo della cucina con i libri davanti e la tv accesa. Addolcendomi lo studio, probabilmente. In ogni caso questo ricordo non mi causa nessuna particolare emozione. Altre generazioni, altri ricordi. Il sequestro Moro, il terremoto dell’Irpinia del ’80, la strage di Capaci. Questo il patrimonio cultural-televisivo della mia famiglia, ad esempio.

La mattina del 15 Aprile, invece, ancora mi mette un misto di angoscia, impotenza e solitudine.

Groningen, studentato occupato, nel senso di abitato, da erasmus. E’ mattina, siamo svegli da poco, tra la stanchezza di poche ore di sonno dormite e l’imperativo morale di non sprecare neanche un minuto di una giornata di vacanza, né per chi ha l’onere di ospitare né per chi è in visita.

Arriva come un fulmine, come solo un fratello maggiore a digiuno di qualsivoglia forma di attivismo può fare. “Ah, hanno rapito un cooperante italiano a Gaza”.

Senti il tempo che si ferma, almeno per te. Per me, in quel momento, ci sarebbe stata solo da annullare la giornata e sedersi davanti al pc a seguire gli aggiornamenti. Ma come si spiega a qualcuno che una persona che non hai mai conosciuto, che non hai mai nemmeno incontrato  la senti come un fratello? Come spiegare l’apprensione che ti senti addosso e le lacrime che le sue parole ti hanno strappato, tanto da costringerti a chiudere il libro? Non ne sono stata capace e la giornata è trascorsa quindi come sospesa, tra passeggiate in bicicletta e mulini a vento.

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O forse la memoria mi inganna. Non ritrovo il momento in cui ho saputo che Vik era stato giustiziato. Forse li fondo insieme e li confondo. Risfoglio di nuovo, oggi, il suo “Restiamo Umani”, comprato durante una commovente proiezione di “To shoot an elephant”, girato durante l’Operazione Piombo Fuso.

Lo risfoglio perché penso che il senso di queste morti possa essere solo nella memoria che ne coltiviamo. “In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo e purché un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi”. Impugno il libro, 3 Gennaio 2009.

“Ieri (venerdì, ndr) Israele ha aperto il valico di Herez per far evacuare tutti gli stranieri presenti a Gaza. Noi, internazionali della Ism, siamo gli unici a essere rimasti. Abbiamo risposto oggi (ieri, ndr) tramite una conferenza stampa al governo israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non muoverci da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo massacro, e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti dottori e infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi. Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come testimoni oculari dei crimini contro l’inerme popolazione civile ora per ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i dispersi. Settantatré, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite. Anche ieri un’ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due dottori del campo profughi di Jabalia erano morti colpiti in pieno da un missile sparato da un Apache.

Personalmente, non mi muovo da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono”.

Neanche la morte, né dei palestinesi, né di Vik spezza il filo della solidarietà e della lotta fianco a fianco. Né il tempo la memoria.

E sarà pure retorica, ma senza quella, rimane solo il dolore.

A Vittorio Arrigoni – Ibrahim Nasrallah

Hanno ucciso tutti

Hanno ucciso tutti

hanno ucciso tutti i minareti

e le dolci campane

uccise le pianure e la spiaggia snella

ucciso l’amore e i destrieri tutti, hanno ucciso il nitrito.

Per te sia buono il mattino.

Non ti hanno conosciuto

non ti hanno conosciuto fiume straripante di gigli

e bellezza di un tralcio sulla porta del giorno

e delicato stillare di corda

e canto di fiumi, di fiori e di amore bello.

Per te sia buono il mattino.

Non hanno conosciuto un paese che vola su ala di farfalla

e il richiamo di una coppia di uccelli all’alba lontana

e una bambina triste

per un sogno semplice e buono

che un caccia ha scaraventato nella terra dell’impossibile.

Per te sia buono il mattino.

No, loro non hanno amato la terra che tu hai amato

intontiti da alberi e ruscelli sopra gli alberi

non hanno visto i fiori sopravvissuti al bombardamento

che gioiosi traboccano e svettano come palme.

Non hanno conosciuto Gerusalemme … la Galilea

nei loro cuori non c’è appuntamento con un’onda e una poesia

con i soli di dio nell’uva di Hebron,

non sono innamorati degli alberi con cui tu hai parlato

non hanno conosciuto la luna che tu hai abbracciato

non hanno custodito la speranza che tu hai accarezzato

la loro notte non si espone al sole

alla nobile gioia.

Che cosa diremo a questo sole che attraversa i nostri nomi?

Che cosa diremo al nostro mare?

Che cosa diremo a noi stessi? Ai nostri piccoli?

Alla nostra lunga dura notte?

Dormi! Tutta questa morte basta

a farli morire tutti di vergogna e di sconcezza.

Dormi bel bambino.

La cultura dello stupro e la roulette russa delle donne

Certi sabati mattina iniziano con una bottiglia d’acqua accanto, la testa pesante e la sensazione che uno in meno si poteva berne. Ma ci si distrae facilmente, una festa di compleanno, poca gente conosciuta, e così un po’ alla volta si fa amicizia, ci si scioglie, ci si avvicina. Capita pure di avvicinarsi molto con qualcuno, è pur sempre primavera, c’è il sole e c’è spazio, finalmente, per pensarsi di nuovo. E quindi ci si lascia andare, senza troppi pensieri, si parla, si cerca e si trova il contatto fisico e tutte quelle cose là. Ma intanto è già tardi, e la voglia prevalente è quella di stare da sola, di dormire, di fare domani le cose che non riesco a fare mai, leggere mail e notizie arretrate, scrivere. E quindi tanti saluti, magari alla prossima -e chi può dirlo! – ed a casa mi porto un’amica.

Semplice. Banale. Come il risveglio con la bottiglia d’acqua accanto e la testa pesante. Pesa, però, pure un pensiero. Che qualche settimana fa una donna è uscita a fare un aperitivo e non ha potuto scegliere il risveglio che voleva, fatto di una bottiglia d’acqua, la testa pesante e qualche “uno di meno potevo pure berne”, oppure di qualche ora in più a letto a ricordare pezzi della serata, a ridere di sé e degli incontri, e magari chiamare chi era con lei per sapere com’era andato il loro risveglio, o in alcuni casi, il loro ritorno a casa.

Ieri mi è successa una cosa banale. Ho salutato e sono andata via. Ad un’altra donna pochi giorni fa, poco distante da me, non è stato concesso. E’ stata violentata da un “frequentatore di bar con cui aveva condiviso qualche bicchiere”. Così dice il testo della convocazione del corteo. Non si sa molto altro di lei e in effetti poco importa. Potrebbe essere una giovanissima studentessa o una donna che lavora, una madre, una persona solare oppure introversa; potrebbe avere le gambe lunghe e una minigonna oppure una cresta punk e il culo grosso. Davvero non importa. Anche se spesso ci fanno credere il contrario. Quando una donna viene stuprata prima di tutto si iniziano a fare domande, bisogna capire com’è questa donna, forse è troppo bella, o troppo socievole, o forse troppo provocante nel modo di vestire o di affrontare gli uomini; potrebbe essere troppo spregiudicata o semplicemente fuori luogo, dove per fuori luogo intendo proprio che certi spazi e tempi sono preclusi alle donne, in quanto donne, e infilarcisi comunque significa in qualche modo prepararsi ad una tragedia annunciata. Oppure è andata troppo oltre, ormai si è esposta e non può cambiare idea, che qualcuno c’aveva fatto la bocca, come se un sì o un forse non fosse più revocabile, come se una volta pensato di averne voglia non si possa più dire che forse ci si era sbagliate, che in realtà da più vicino non mi piaci più così tanto, sei più brutto, più viscido e puzzi pure un po’.

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Lo stupro entra nella vita delle donne prestissimo. Ti mettono in guardia che sei ancora un po’ bambina, non ti devi fidare, ogni uomo è un potenziale stupratore e la strategia che si impara è di evitare le situazioni di pericolo. Occhio agli autobus di notte, vietato tornare a casa da sola nel buio della notte, vietatissimo l’autostop. E in tempi moderni, molta attenzione con il couchsurfing, con il car-sharing e con tutte quelle situazioni in cui ti trovi ad essere da sola con un uomo senza possibilità di chiedere l’intervento di qualcuno. Perché so lo sanno pure i muri che non si fa, che stai sfidando la sorte, che per una donna è sempre un po’ una roulette russa. O te ne tiri fuori, o giochi.

Ci sono due cose però. Innanzitutto, non è responsabilità mia. Non sono io che devo prevenire il possibile tentativo di stupro evitando di fare cose che potrebbero mettermi in pericolo. A nessuno deve nemmeno per sbaglio saltare in testa che mi può toccare se non ho chiaramente detto di sì. Nonostante ciò basta un attimo, a qualunque donna, per rievocare quel senso di paura e pericolo che mille volte ha provato quando tutta la loro identità, la loro storia, le loro passioni, ideali, ricordi, relazioni venivano annullate dal fatto di essere…Donna. Un bersaglio luminoso per combattimenti notturni.

L’altra cosa è che quella paura ce la teniamo. Camille Paglia, citata da Virginie Despentes, diceva che lo stupro “è un rischio inevitabile, è un rischio che le donne devono mettere in conto ed accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente. Se ti succede alzati, dust yourself e passa ad altro”. E questo cambia tutto.

Sì, abbiamo accettato di giocare alla roulette russa. Sì, abbiamo scelto di fare certi tipi di vite, abbiamo scelto di frequentare luoghi e tempi in cui rischiamo di essere stuprare.

Ma abbiamo pure capito che di questo stupro non saremo vittime silenziose.

Perché la violenza dello stupro prosegue pure dopo. Se giochi alla roulette russa, e parte il colpo, non devi dirlo a nessuno. Tu hai accettato di giocare, tua la colpa di quello che ti è successo, tuo lo scheletro nell’armadio che d’ora in poi t’accollerai, tuo il dolore, il trauma e la vergogna. “Poststupro il solo comportamento tollerato consiste nel rivolgere la violenza contro se stesse. Aumentare di venti chili, per esempio. Uscire dal mercato del sesso, dato che si è state sciupate, sottrarsi da sole al desiderio”.

La violenza non può essere rivolta verso l’esterno, verso l’aggressore, continua Despentes. “Un’impresa politica ancestrale, implacabile, insegna alle donne a non difendersi. […] Farci sapere che non c’è niente di più grave e  nello stesso tempo che non dobbiamo né difenderci né vendicarci. Soffrire e non poter fare nient’altro. E’ Damocle fra le cosce”.

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Lo stupro dice che l’uomo non può dominare il suo desiderio, che la donna è colpevole di suscitarlo in lui. Lo stupro dice che il potere è nel corpo dell’uomo, che prevarica, umilia e sovrasta quello della donna.

E’ per questo che allo stupro non possono rispondere solo le donne, è per questo che di stupro si deve parlare con gli uomini. Un sacco di tempo fa ho letto un bell’articolo, tradotto da Slavina ma scritto da un uomo che descriveva la cultura dello stupro ed andava oltre, proponendo piccoli, banali “esercizi” agli uomini, che proponeva di riflettere e cambiare abitudini e comportamenti nella vita quotidiana.

Questo non vuol dire delegare agli uomini anche la reazione alla violenza che essi stessi procurano, ma coinvolgerli perché solo in questo modo si può combattere.

Coinvolgerli perché oltre alla cultura dello stupro esiste una cultura del potere e della sottomissione, che è talmente dentro di noi, tutte e tutti, da non risparmiare relazioni, personali e politiche, che è presente anche nei luoghi in cui spereremmo di essercene liberate/i. E ce ne libereremo davvero solo quando diventerà un’urgenza anche per gli uomini, in primis per in nostri compagni.

E’ per questo che spero di vederne tanti, questo pomeriggio, al corteo contro la violenza sulle donne.

Il testo dell’appello qui

Terni, Bari e la scuola che punisce: Ci volete schiavi, ci avrete ribelli

Settembre, inizia l’anno scolastico, anche per chi ne è già fuori da un po’ ma non smette di scandire la vita in anni accademici.

E mentre si rimette in moto il sempre più provato sistema dell’istruzione italiana arriva una notizia.
Dieci giorni fa. Siamo a Terni, l’episodio che porta alla sospensione del professor Franco Coppoli risale a Marzo 2014, quando alle porte della sua classe si sono presentati, senza alcun mandato, poliziotti e cani anti-droga.
Il docente rifiuta di farli entrare, minaccia di denunciarli per interruzione di pubblico servizio e continua la lezione.
Il che, a rigor di logica, tornerebbe pure. Un docente che vuole fare lezione in una scuola.
Ma ciò che appare evidente ai più diventa motivo di sanzione disciplinare nei confronti del docente. I Cobas, ai quali Coppoli appartiene, sostengono nel loro comunicato che non si possano militarizzare le istituzioni educative, che queste operazioni sono contrarie al senso più profondo della scuola ed, al tempo stesso, irrilevanti ai fini della repressione dello spaccio e dei consumi. Non si siedono su quei banchi cartelli della droga ma giovani adolescenti che sperimentano nuove condotte, che di tutto gioverebbero fuorché di incontrare repentinamente il meccanismo di controllo-patologizzazione che tanto caratterizza questa società.

Stesso settembre, solo qualche giorno più tardi. Questa volta siamo a Bari, appare un’altra notizia. “Scuola Santarella, Digos ai cancelli: La polizia identifichi gli studenti“. Siamo nella scuola Santarella, istituto tecnico del quartiere Japigia. La situazione, stando ai titoli dei giornali, è la seguente: la scuola è frequentata da vandali, che distruggono i locali e terrorizzano i docenti che si riuniscono quindi in assemblea e chiedono l’intervento della polizia e maggiore sicurezza.

Approfondendo un po’, viene fuori che genitori, studenti e studentesse stavano protestando da qualche giorno contro il trasferimento di alcune classi alla succursale “Gentile”, ritenuta non idonea per via delle strutture fatiscenti. Il preside sostiene che la condizione attuale è dovuta ad atti di vandalismo, che il problema trascende le strutture e si è convertita in una questione di ordine pubblico. Sono stati accesi dei fumogeni nei corridoi, si dice, sono stati aggredite tre persone tra il personale e quindi, “per tutelare cose e persone” bisogna prendere misure drastiche. Ci vuole “polso, forza”, dice una docente in un’intervista. “Siamo bravi sulla didattica”, dice un’altra, “ma non ci si può chiedere di occuparci di violenza, criminalità, bullismo”. Aggiunge che ci sono ragazzi/e che vengono da famiglie “tarate” ma al tempo stesso che loro scovano talenti nascosti e incentivano l’autostima dei ragazzi. Ah, bé.

Dall’assemblea sindacale dei professori, delle professoresse e del personale non docente arriva la soluzione. Una tesserina con nome cognome e fotografia per ogni alunno/a, con l’obiettivo di “accertare che i ragazzi che mettono piede dentro la scuola sono effettivamente studenti ” (parole di Antonella Vulcano, della segreteria provinciale della Flc Cgil Bari), soprattutto per quanto riguarda gli e le studentesse del primo anno che i docenti ancora non conoscono. Sembrerebbe di capire che quelli/e del primo anno sono i “cattivi/e”. O forse la ratio è un’altra. In effetti, oltre ai cartellini identificativi è prevista un’altra misura: la Digos ai cancelli per intervenire in caso di incidenti. O per identificare chi si rifiuta di essere schedato mentre sta andando a scuola, come è accaduto questa mattina quando due studenti/esse si sono rifiutati di fornire le proprie generalità. Infine, immancabili alleate del controllo sociale, verranno installate le telecamere.

La risposta a emergenze sociali, degrado e strutture fatiscenti è maggiore controllo, maggiore “sicurezza”. Ed i meccanismi repressivi e di controllo (pre-filtraggio, sospensioni, perquisizioni senza mandato), sperimentati negli stadi e adottati nelle strade, vengono introdotte anche a scuola, una scuola che diventa sempre più simile ad un’istituzione totale.

Basaglia sosteneva che l’istituzione totale togliesse al malato anche la libertà di ribellarsi, poiché questo stesso atto di ribellione veniva attribuito alla malattia, e spogliava il malato, la persona, del suo potere, della possibilità di opporsi alla propria prevaricazione. La scuola delle identificazioni e della sorveglianza opera nello stesso modo: lo studente che utilizza i mezzi di cui dispone per opporsi ad una società che lo spersonalizza, lo prevarica e lo condanna è un delinquente, e come tale va trattato. Lo stesso concetto di educazione pubblica, gratuita ed universale nasce nel Settecento, nella Prussia del despotismo illuminato con il fine di evitare le rivoluzioni che avvenivano in Francia e di creare un popolo disciplinato, docile, obbediente. Un popolo di sudditi.

Il contrario esatto delle pedagogie libertarie, difficili se praticate ingenuamente, ma che riconoscono al discente il potere di partecipare al proprio percorso educativo, di scegliere tempi ed argomenti in base al proprio interesse, alla propria motivazione, alle proprie necessità. Educare, insegnare è molto più che trasmettere concetti. E’ permettere la crescita, supportarla, fare strada alla ricerca di sé rimuovendo ostacoli e fornendo sostegno emotivo in questo percorso di scoperta, eccitante e spaventoso. “Non è la didattica che cambia il delinquente che ti sta buttando la cattedra appresso, che gli cambia la testa”, dice una professoressa. Verissimo, ma come si può pensare che il ruolo del/della docente si limiti alla trasmissione di concetti e teorie? “Perché la scuola” dice citando una frase letta tempo fa,”è per tutti ma non è vero che tutti sono per la scuola”.
Forse non sono per la scuola, secondo questa professoressa, gli studenti e le studentesse che portano sui banchi la loro vita, i loro dolori e loro frustrazioni, le loro difficoltà, le loro emozioni, le loro famiglie “tarate”. Forse non sono per la scuola quei due ragazzi o ragazze, a cui va la più totale solidarietà, che hanno rifiutato di farsi identificare ed hanno scelto di resistere ad un sistema che li vuole zitti e docili, passivi e remissivi.

“Un potere che agisca su una comunità”, dice ancora Basaglia, “deve tendere a mantenere in atto uno stato di conflitto per rispettarne ogni singolo membro. Ogni potere che tenda a eliminare le resistenze, le opposizioni, le reazioni di chi è a lui affidato, è arbitrario e distruttivo, sia che si presenti sotto l’effigie della forza che sotto quella del paternalismo e della benevolenza”.

Le cattedre smettono di volare quando si ampliano gli spazi di libertà, partecipazione, comunicazione.
Le cattedre continuano a volare con le sospensioni, le perquisizioni, la violenza (dell’istituzione).

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La Traba, sotto la terra continuano a crescere i semi

Agosto.
Il mese dell’attesa del rientro dei vacanzieri, dei buoni propositi per l’anno nuovo (che tanto l’anno inizia a Settembre e mai a Gennaio), dei consigli per il caldo al TG, dei cani abbandonati in autostrada e, a casa mia, della batteria, le Peroni e le “nocelle” in terrazzo con gli amici di mio fratello. E dei fuochi il 16 Agosto.

E degli sgomberi.

A Milano del CSOA Lambretta, a Bologna dell’Hobo e a Madrid del Csoa La Traba, sette anni di occupazione e lotta nel quartiere di Arganzuela.

La polizia è arrivata presto nel quartiere, ha circondato la zona e, senza nessun preavviso né notifica, ha iniziato a distruggerlo.

Gli e le occupanti della Traba erano già riusciti lo scorso 22 Luglio a far rinviare lo sgombero e sostengono che proprio per questo motivo, questa volta, la polizia ha agito di soppiatto.

Come se non bastasse, negli stessi giorni, è stato occupato uno spazio chiamato “Hogar Social”, da giovani appartenenti all’estrema destra, vicini all’MSR (Movimento Sociale Repubblicano). Nel comunicato dichiarano di aver occupato questo spazio per realizzare “attività ludiche, sociali e culturali e dar rifugio agli spagnoli più bisognosi”. In un quartiere in cui è presente molta immigrazione.

La Traba, e le sue idee di antifascismo, antirazzismo ed anticapitalismo, la sua capacità di “costruire reti” e far crescere i movimenti, è scomoda, anzi preoccupante. E va sgomberata.

Quello che resta sotto le macerie è uno skate-park, uno studio di registrazione, la sala concerti, la palestra, il teatro oltre a tutto il materiale, dato che la polizia non ha permesso l’ingresso a nessuno.

Quello che le ruspe non possono distruggere sono il lavoro politico fatto nel e con il quartiere negli ultimi sette anni, la determinazione ed il movimento popolare che sono riuscitx a costruire. Grande, infatti, la partecipazione del quartiere ma anche degli altri spazi sociali della città, alla manifestazione convocata per la sera stessa dello sgombero.

“Vogliono sotterrarci”, scrivono da La Traba, “ma non sanno che siamo semi”.

Nel tempo, del tempo

Gli psicologi e gli psicoanalisti parlano di insight quando si ha come una rivelazione, quando qualcosa fa click, quando tirando un filo, che appare annodato, questo si disincastra perfettamente ed è perfettamente srotolato.

Normalmente questi insight avvengono in seduta, ma poiché questo viaggio si sta rivelando un’autoanalisi continua, come quella di Freud ma senza bamba, possono avvenire nei luoghi e momenti più inaspettati ed inappropriati. Ad esempio quando Andrés mi sta mogiamente accompagnando al Terminal a comprare il biglietto per la partenza, sono in ritardo per il pranzo da Lorena e quindi un po’ tesa. Lui vorrebbe che mi rasserenassi, ma è più teso di me. Io faccio qualcuno dei miei show ma non sono dell’umore per tirarla per le lunghe.

Sto guardando fuori dal finestrino e non so per quali associazioni, lo capisco. È una questione di identità. Non c’entrano niente i punti di riferimento che, per definizione sono mobili e mutabili. È l’identità il problema. Tanto, tanto di quello che sono è frutto di un percorso condiviso. Non è, all’improvviso, lanciarsi in interessi altrui ed entusiasmarsene (e si, sono zi-zen ma sempre fino a un certo punto), è costruire insieme modi di vedere il mondo, portarseli dietro senza pensare all’altro ma avendocelo dentro. Sono state emozioni condivise e conoscenza dell’altro, è stato invitare qualcuno in quanto c’è di più prezioso, la propria essenza.

Sia chiaro, questo è qualcosa che facciamo quotidianamente, nelle piazze, nelle strade, in università, in fabbrica e nei quartieri.

Mi sono fatta prendere la mano, torniamo seri. Condividiamo costantemente pezzi di noi con chi ci circonda, la farmacista o il parrucchiere (primo passo di condivisioni inattese), conoscenti ed incontri. Certe volte questo darsi è un dono, come se un pezzo di sé possa essere un jolly, uno scarabeo che per l’altro diventa un pezzo utile a comporre la propria vita.

Capita che questi spazi siano la quasi totalità della vita di una persona, un mondo intero, di sapori, musiche, odori, pelle. Sono le scritte sui muri, gli odi e le storie raccontate dai film, la Storia, le zampe e l’aceto, il caffè che si fredda sul comodino e gli spaghetti mezzi crudi, i giornali del luogo in cui si è viaggiato e la rassegna stampa con la colazione davanti al pc. Gli scatti e le parole nel sonno, le torce e la sigaretta dopo essersi lavati i denti.

Sono un progetto, che finisce come i contratti a termine, l’amore ai tempi della precarietà. Sono abitudini che non si sa più a chi appartenessero in principio, e a chi apparterranno poi. A tutti ma a nessuno nello stesso modo, si mescoleranno con altri sonni, odori, sogni.

Quando ho capito questa cosa gli occhi si sono riempiti di lacrime, la sensazione di non potersi mai liberare della propria identità, quindi dell’altro. L’idea che non si possa smettere di essere se stessi e quindi, di essere l’altro. Con questa consapevolezza, dura e pesante, lasciavo Santiago. Di nuovo zaino in spalla, di nuovo sola, senza sapere ancora fino a che punto.

Poi le parole, i vortici, gli occhi che brillano, sorridono ed amano. Poi la vita, beffarda e crudele, gioca di nuovo. Ma in fondo, aveva di nuovo ragione lei.

Non smettiamo mai di cambiare, la nostra “identità” evolve, si arricchisce degli altri. Ed agli altri, a volte, deve dire basta. Tenersi aggrappati a ciò che si era, da soli e in due, è un tentativo di nascondersi, di non rischiare. E’ codardia. E la codardia non conosce limiti. Omette, distoglie lo sguardo, semina in più punti senza saper annaffiare mai.

E di nuovo, un piccolo insight. L’identità condivisa, quella che appariva così irrinunciabile è una chimera. E’ un’illusione. Bisogna darsi il permesso di poter riniziare a costruire, ci vuole tempo, perché gli altri penetrino dentro di noi, e spazio perché non sia sempre tutto pieno ed occupato.

E’ già tardi, ma è prepotentemente ora di riniziare a camminare. Da sola, principalmente. Mettere kilometri affettivi tra sé ed il proprio passato. Assumersi responsabilità. Ancora una volta a fare i conti con rabbia e delusione.

La stanchezza, a volte, rende il cammino impervio. A volte sembra di avere centinaia di strade percorribili e torna la fame di occhi, voci, storie, emozioni. Di vita.

Voglio dormire ancora un po’, poi davvero, ripartirò.