E forse quel che cerco neanche c’è… – cartoline da Potosì –

L’arrivo a Potosì è di mattina presto. Piove, fa freddo.

Maledico Nicco, che mi ha detto che un paio di leggins andavano bene. Siamo a 4000 metri, l’aria è rarefatta, il fiato corto. Cammino piano, in tasca le pillole magiche che mi ha dato Nicco per il soroche, il mal di altura.

Potosì è una tappa obbligata, lei è la storia della Bolivia, ai tempi Alto Perù, perché del Vicereame del Perù faceva parte.

Potosì benedetta, fonte di ricchezza, per le sue preziose miniere di argento. Potosì maledetta, per le sue crudeli miniere di argento, raccolto al prezzo della salute e della vita dagli indios e spedito ad abbellire le corti spagnole ed europee.

Eppure Potosí, la città più ricca dell’America Meridionale – vale un Potosí, si diceva – ora è decadente. Non c’è industria, non c’è lavoro, se non il commercio – nel quale i collas sono sorprendenti – e la miniera, che risucchia vite. Non solo perché, comunque, di miniera si può ancora morire ma perché dopo turni estenuanti (12 ore o più, unico alimento le foglie di coca) che cosa resta fuori?

Non parlano, i minatori, della vita fuori dalla miniera. Vi entrano giovanissimi, spesso si trovano lì nei giorni di festa, a bere insieme al Tío.

Carlos, la guida, ci spiega il significato della parola Tío, non come si potrebbe pensare “zio” o “tipo” ma Dio. La lingua quechua non ha la lettera “d” e così si è trasformata la parola.

Il giro turistico è impeccabile, si parte dal deposito, dove ci si veste con pantaloni e giacche impermeabili, stivali di gomma, caschetto e luce. Poi il mercato dei minatori, dove si può comprare acqua, succo di frutta, foglie di coca, dinamite o alcool potabile, come regalo per i minatori. Quest’ultimo non potrebbe avere nome più appropriato, perché ha il sapore dell’alcool puro, costa pochissimo e palesa abbastanza il problema dell’alcolismo.

La tappa successiva per i turisti occidentali mochileros è la raffineria.

dscf6181

 

Carlos ci mostra i macchinari, i procedimenti per la lavorazione del materiale estratto. Le vene di minerali del “cerro rico”, il colle ricco, di Potosì si stanno esaurendo. Si raccolgono pietre con scarse quantità di minerale. I lavoratori sono organizzati in cooperative, che vuol dire che sono pure i datori di lavoro, che più minerale estraggono più guadagnano, che non possono smettere di lavorare, anche perché non c’è sicurezza sociale.  L’aspettativa di vita di un minatore e di circa 40 anni, in miniera si entra a 18 e si esce a 50.

dscf6182

Siam pronti per l’ingresso in miniera. Il percorso è ben studiato. I primi 100-150 metri sono in piano, abbastanza vicini all’uscita e ancora abbastanza vicini all’aria, all’aperto, anche se la luce sparisce dopo pochissimo. Il primo slargo è la rappresentazione del dio della miniera, dove ci sono foglie di coca, mozziconi di sigaretta e lattine vuote di birra. Qui si celebra il dio delle tenebre e degli abissi.

dscf6192

Rimaniamo in tre, il resto del gruppo turistico fa dietro front. Si potrebbe chiamarli vili ma forse si sbaglierebbe: forse si tratta di saggezza.

dscf6195

Proseguiamo, scenderemo tre livelli nella miniera, in alcuni casi bisognerà gattonare, “come marines”, dice Carlos. Ci spiega il funzionamento della vita della miniera. I bivi, la dinamite per l’esplosione, i carretti per il trasporto del minerale. La coca, l’alcol per far passare le giornate.

C’è un carretto che deve partire, con il suo carico di minerali, o uno che deve arrivare. Dobbiamo schiacciarci contro le pareti. “Se è per turisti non vuol dire che non è pericoloso”. I mantra del Sudamerica hanno una loro inconfutabilità.

Incontriamo due figure, uno mastica foglie di coca. Sono padre e figlio, 48 e 18 anni, uno 30 anni di lavoro alle spalle, l’altro appena entrato. Carlos ride e scherza, io ho pochissime parole, pochissima aria. Non vedo l’ora che tutto questo sia finito.

dscf6197

Ma Potosì non è solo la sua miniera. E’ un’antica città coloniale, dai bei palazzi signorili talvolta in decadenza.

DSCF6211.JPG

E’ la città delle chiese in stile barocco-mestizo, artificiose e ricamate, con inserti di figure andine.

dscf6155

Cammino molto per le strade di Potosì, come alla ricerca dell’uscita dal labirinto.

Non parlo molto in ostello, non ho voglia di fare amicizia. Come per timore che qualcunx possa contaminare l’esperienza di un viaggio che voglio solo mio. Il mio primo in Sudamerica. E poi perché vorrei sentirmi diversa, essere diversa da questi mochileros tuttx uguali, tuttx occidentali, tutti ricchi in un paese povero. Non voglio essere una turista bianca e gringa, voglio essere una viaggiatrice. Ma questo lo scoprirò solo dopo. Ora sto cercando di scoprire, di costruire, il mio modo di viaggiare.

DSCF6156.JPG

E’ il motivo per cui faccio poche foto, ai mercati, alla gente. Cerco di scattare quante più possibile foto con i miei occhi, forse credendo di celare un’identità evidente.

DSCF6234.JPG

Fa freddo a Potosì ed io ho pochi vestiti. Li lavo e li stendo creativamente sul tetto dell’albergo. Ho scelto la solitudine in questi giorni, quasi forma di penitenza autoinflitta, senza la beatitudine dell’asceta. Prende un senso di sconforto, in certi momenti, durante il viaggio. “La solitudine è come l’altitudine, si fa più greve di sera”, mi ripetevo camminando per le strade di Potosì, dopo aver mangiato una cena lungamente cercata, sfortunatamente una pizza dolciastra.

Potosì asfissiante, imponente, circondata da cime brune e rossastre. O forse è il sole che tramonta che le ricopre di questa luce ambrata, striata di nuvole cineree.

DSCF6169.JPG

Dal terrazzo dell’albergo si vede il Cerro Rico, le strade battute dalle jeep che portano i minatori al lavoro. La Semenella di oggi cinge con un braccio le spalle della Semenella di quei giorni. L’antica Semenella probabilmente si sta ripetendo la sua litanìa. “Che dura la visita alle miniere, ma andava fatta. Era necessaria per capire la Bolivia”. La guarda con tenerezza la Semenella d’oggi, che riconosce la paura e il dolore fisico di stare per ore nei cuniculi bui e maleodoranti. Non avrebbe mai potuto dirselo la Semenella d’allora che era stato terrorizzante e che nessuna conoscenza vale il terrore. Ma soprattutto che lei stessa, la sua stessa conoscenza, vale meno della vita che quelle miniere da secoli inghiottono.
Quale arroganza l’ha spinta a credere che  fosse importante che Lei sapesse, che Lei vedesse con i suoi occhi quella miseria e quel dramma. Che lei avesse il compito di raccontarlo, a chi, poi? Se l’era chiesto la Semenella antica se la sua visita avrebbe arricchito la vita dei minatori, o se sarebbe stata l’ennesima turista a visitare lo zoo degli indigeni sfruttati, “poverini”. Ma la Semenella d’oggi guarda con tenerezza alla Semenella che dal terrazzo di un ostello guarda, col fiato corto, persa nella sua solitudine, il Cerro Rico di Potosì. Perchè sa che in quelle montagne cercava il suo modo di viaggiare, alcune risposte e in definitiva se stessa.

Annunci

One thought on “E forse quel che cerco neanche c’è… – cartoline da Potosì –

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...