…e ancora primavera

394 giorni fa, di solitudine e nostalgia. Il potere terapeutico della parola, dei ricordi, delle emozioni. 394 giorni dopo è ancora primavera. A chi cerca, a chi trova. E soprattutto a chi ha fatto con me un pezzo, anche solo un passo. 

 

Manca qualcosa, ma non le parole.

Non la consapevolezza.

Manchi tu, quello che sei e che ho solo potuto sbirciare da lontano, come attraverso una serratura. Manca il concetto, un pensiero.

E quando manca e lo sguardo si fa triste, il cuore poltiglia si può cercare nei ricordi. Perché il passato è finito ma è testimonianza di ciò che un giorno, inaspettato, tornerà.

Torneranno le domeniche senza impegni, sempre libera, la vita fuori gli istanti dentro. Torneranno le canzoni, tutte che parlavano di noi; tornerà la felicità come una giostra in un luna-park coperto di neve. Torneranno le tue risate a vedermi fare il pagliaccio, la tua collana sotto il cuscino, gli sguardi di nascosto e il tuo corpo caldo nelle notti di inverno.

Torneranno i mate al parco, il tempo si ferma e non sono più le parole ma le emozioni a riempirci di vita il respiro. Senza nemmeno toccarsi, come elettricità senza fili

Torneranno le magie, due carte, il tuo cuore il mio cuore, nella clessidra rapida di tempo che sembrava eterna. Una magia solo per me al gate di un volo intercontinentale, di un viaggio da cui non ci sarebbe stato ritorno. “La pioggia” – mi dicevi – “la pioggia resterà per sempre. Ogni volta sarà la pioggia di quella notte che ti ha fatto restare, che ci ha fatto incontrare”. E gli occhi alla luna, che quando la guardi vedi un anatroccolo se sei innamorato. E su il naso e l’anatroccolo era là, nel cielo di un luogo che non ha nemmeno più un nome. E la musica da un negozio, “Only you” diceva mentre ballavamo nella strada, circondati da gente che della strada viveva e il mercato intero ci guardava, e i sorrisi erano degli occhi, dell’anima. E faceva freddo, e scorrevi le mani sul mio corpo nudo e mi dicevi che il freddo non doveva dispiacermi perché con il freddo la pelle è più sensibile e tutto è più intenso e le tue mani lunghe sottili e magiche mi accarezzavano tra la pelle d’oca e i brividi.

Torneranno i Pisco e soda blanca, le canzoni in macchina, il tuo sguardo mentre andavamo a comprare i biglietti che mi avrebbero portato via per sempre. E Valpo bellissima, e noi bellissimi. E tu che ti prendevi cura di me ed io che smettevo di essere dura e inavvicinabile e mi lasciavo cullare in una vita che si srotola facile. E il tuo giorno di ferie, il primo dopo due anni e mezzo, per portarmi al Cajòn del Maipo, e la neve che ci ferma e ci spaventa. E il tuo non aver paura di aver paura.

Tornerà come fosse il primo, via tutti i vestiti, via pure i piercing, fino all’ultimo, perché non esistesse niente oltre i nostri corpi e il cielo stellato su di noi. E un amuleto, la protezione reciproca e eterna, che niente ti possa scalfire, per molto che tu ti possa allontanare.

Torneranno anche le più piccole cose, un pomeriggio d’estate su all’orto, le amache e la naturalezza di sentire che era tutto così semplice anche se sono stata capace di rovinare tutto.

Torneranno gli incontri casuali e fugaci, quando nel giro di tre frasi la mia gamba cercava la tua e poi le tue labbra le mie.

Tornerai, lo spero perché sei andato via troppo in fretta, lasciandomi a fantasticare come sarebbe stato.

Torneranno i discorsi sul balcone, che se ci penso ora che me ne sono andata per fedeltà a un’idea che non esisteva già più spezzando di nuovo un filo che si incastra e si srotola da anni, tra tour per l’Italia centrale e passeggiate su spiagge deturpate posso solo cullarmi un rimpianto. Torneranno i ritorni all’alba in bici in due, un bacio timido ogni tanto sotto i portici deserti inspiegabilmente senza cadere mai.

Ed ora mi manca il presente, che il passato con te è un albero spoglio, adorno di troppi pochi ricordi. Li tengo per me, tortura e dispetto. Ed ora che manchi tu chiamo tutti gli altri a farmi compagnia. Perché quello che cerco da te è un po’ d’amore e un po’ di tenerezza, quelle che conosco, quelle che ho già avuto e che non perderò mai, pure se se ne sono andate già. E ora che mi manca il tuo amore chiamo tutti i miei amanti, torno a quei giorni, perché mi facciano compagnia, perché mi ricordino che esistono, che torneranno. E il corpo si scioglie gli occhi si rilassano e si chiudono e vi invito tutti qua a scaldarmi il sonno, i piedi, e il cuore.

Cittadine/i del mondo

 

Una traduzione di un post di Maureen apparso su Proyecto Khalo un po’ di tempo fa. Un post che pone tante questioni attuali e personali. Dal ricordo dell’esperienza di un -blando – razzismo antigringxs nei mercati boliviani, alle riflesisoni, personali e collettive, sui privilegi di cui tanti/e di noi dispongono, di quanto sia difficile non già separarsene ma ancor prima metterli in discussione.
Il privilegio di essere bianchi, uomini, cisgender, eterossessuali. Infine la necessità di provare davvero a intersecare queste lotte, questi privilegi per smontarli. Riconoscerli, prima di tutto, decidere di rinunciarvi e iniziare a distruggerli. Buon lavoro e buona lettura

 

Per quelli/e che ancora non lo sanno, il mondo è diviso in due gruppi: le persone con i passaporti “buoni” ed il resto della gente; e non è affatto sorprendente che siano proprio queste persone con i passaporti fortunati ad alzare sempre la bandiera dei/lle “cittadine/i del mondo”. Provendendo per lo più da paesi ricchi, hanno il potere economico di viaggiare e quello diplomatico dei loro passaporti. Ovunque vadano nel mondo e le porte si aprono, non sentiranno mai l’umiliazione di dover fare la coda per giorni di fronte ad un’ambasciata per chiedere un visto e vederselo negato, non sentiranno mai l’umiliazione di dover rispondere a domande stupide e personali in ogni aeroporto, nè si sentiranno guardati/e con sospetto e non dovranno mai usare l’altra fila, quella dei non cittadini/e del mondo.

Vogliamo tutti/e sembrare gente “cool”, aperta e viaggiatrice, mostrando tutti i timbri che abbiamo sui nostri passaporti e mostrando le foto che ci siamo fatti/e con le persone che abbiamo incontrato, dicendo con emozione frasi banali tipo “questa gente non ha niente però è così ospitale”…ma la verità è che non tutti/e hanno la possibilità di sperimentare l’accoglienza dei popoli più svantaggiati del mondo; per questo mi piacerebbe che la gente che entra ed esce dalle frontiere facilmente come il vento dalle finestre, quelli che prendono sempre la coda più veloce per il controllo del passaporto (“solo Uk/Eu e Schengen”), si voltino e guardino la gente, generalmente con più melanina, che sta facendo lunghe code, dovendo rispondere con calma a domande nel migliore dei casi stupide, nel peggiore umilianti e razziste; perché la realtà del mondo in cui viviamo è che essere cittadini/e del mondo è una questione di privilegio piuttosto che di apertura di mentalità e di Wanderlust.

“Che viene a fare qui?” “Che ci fa qui?” “Conosce qualcuno/a?” “A casa di chi ti fermi?” “Famiglia o amici?” “Vai all’Università?” “Quale?” “Non assomigli molto alla foto.” “Metti il dito qui, ora l’altro. Spostati di lato e aspetta, abbiamo ancora qualcosa da verificare”. E’ che ci sono persone che sono più difficili da identificare… Sopportare senza lamentarsi ciò che assomiglia in tutto e per tutto a un interrogatorio di polizia è una realtà per la maggior parte dei viaggiatori/viaggiatrici.

Viaggiare senza essere bianchi/e è complicato sin dall’inizio, dalla richiesta del visto. Ovviamente ci sono persone non bianche che hanno passaporti buoni, ma se sono loro ad occuparsi del problema del visto continua ad esistere il problema del razzismo e del non essere accettati/e e non c’è niente di peggio per rovinare le vacanze.

Sono una persona nera che ama viaggiare ed ho notato che le persone con fenotipi accettati non si chiedono mai se il colore della loro pelle sarà un problema quando scelgono una destinazione di viaggio e questo è un privilegio che mi piacerebbe avere. Le persone nere sì, se lo chiedono. Io, per esempio, ho imparato viaggiando che ero nera, attraverso gli sguardi e le domande antropologiche della gente: “I tuoi capelli sembrano una spugna” – tentando di toccarli senza chiedere – “Con questo naso riesci a usare gli occhiali?” “Perché il palmo della tua mano non è dello stesso colore del resto del corpo?” “Voi avete un tipo di pelle differente”. “Davvero, non sapevo che le nere usassero il trucco!” “Hai anche la figa nera?”

Quindi adesso, prima di organizzare un viaggio, mi chiedo sempre ciò che mi aspetta. Devo dire che nella maggior parte dei viaggi che ho fatto la gente in generale era simpatica con me anche se ci sono stati momenti molto sgradevoli  in cui non mi sono sentita un essere umano ma un animale in uno zoo. Nonostante ciò mi sono resa conto che la gente era simpatica perché quasi sempre ero in compagnia di gente bianca: dato che ero l’unica scaglia di cioccolato del biscotto la mia presenza era diluita, e pure il razzismo.

Invece viaggiare con un gruppo per la maggior parte nero è un’esperienza molto differente, credetemi. Potreste averne conferma da un gruppo di miei amici del Madagascar che hanno deciso di visitare Varsavia, in Polonia; o quella collega che affittò un appartamento a Roma per passarci le vacanze con la sua famiglia. Dopo il loro arrivo i vicini chiamarono il proprietario per cacciarli, perché non volevano che questa famiglia nera portasse l’ebola nell’edificio.

Bisogna aggiungere che, in generale, le persone nere si trattano meglio quando sono in un viaggio turistico, quando non sono del paese e non sono qui per fermarsi. Un giorno stavo lavorando in Bretagna, una regione nel nord est della Francia, quando un anziano si avvicinò a me e mi chiese se fossi brasiliano. Rimasi sorpresa e chiesi perchè brasiliana; al che il signore mi rispose: “perché c’è molta gente del suo colore in Brasile”. Volevo rispondere che c’è anche tantissima gente del mio colore in Francia, e che non sono arrivati stanotte ma gli risposi solo che non ero brasiliana e continuai a lavorare. E’ perché mi aspetto reazioni di questo tipo, ed anche pegigori, che ho sempre avuto un po’ d’apprensione a lasciare il mio contesto multiculturale parigino per andare a visitare la Francia profonda.

Preferisco visitare paesi stranieri perché essere vittima di razzismo nel tuo stesso paese è molto più doloroso.

Quindi per noi, neri/e viaggiatori/trici ci sono due opzioni: rimanere a casa per mantenere la nostra salute mentale e la nostra autostima di essere umani o andare a visitare il mondo ed essere pronti a ricevere schiaffi.

Non è che mi piaccia prender schiaffi (né nel senso letterale né figurato) però non riesco a considerare la prima opzione perchè il mondo è anche mio e voglio vederlo. Sono contenta di vedere che non sono l’unica che la pensa così e che giovani neri/e abbiamo preso l’iniziativa per spronare le persone nere a viaggiare- Come nel caso di Zim Ugochukwu, creatrice del concetto di “Viaggio Nero”. In internet fioriscono anche blog e piattaforme, spesso dedicate a donne nere per scambiarsi idee sui viaggi, raccontarsi esperienze, condividere foto…tutto con l’obiettivo di spingere le persone nere ed alleviare la loro frustrazione a viaggiare.

L’unica cosa che posso obiettare è che queste iniziative sono quasi tutte statunitensi. Quando viaggio mi chiedono sempre se sono degli Stati Uniti. Essere afroamericano vuol dire portarsi dietro il prestigio legato alla potenza politica, economica e culturale di quel paese, prestigio di cui non beneficiano gli altri discendenti africani/e e men che meno gli africani/e. Quando rispondo che sono francese non mi crede nessuno perché evidentemente nessuno sa che ci sono neri/e in Francia e quando dico che sono della Costa d’Avorio nemmeno mi credono, perché sembra che tutti/e i/le africani/e siano troppo poveri per poter viaggiare.

Mi piacerebbe che queste iniziative si moltiplicassero tra i popoli del contintente africano e che dalla loro diaspora nel mondo si rendano conto di quanto siamo diversi/e e interessanti.

Anche noi vogliamo essere cittadine/i del mondo.

Prima che faccia neve

Cartedisperse racconta la straziante storia di Nina, una storia che suona antica ma che è, purtroppo, ancora così recente.
Nina aveva 16 anni nel 1967, mentre iniziava un’epoca di speranze e ideali, di cambiamenti, di fermento politico.
Nina non li vide mai.

La storia di Nina, scrive Cartedisperse, è una storia di oppressioni multiple: di genere, di classe. Nina viene da una famiglia contadina, è donna, è povera. Nina è “matta”.

La storia di Nina è vecchia, sbiadita, talvolta un po’ fumosa.
E così potremmo approcciarci a questa storia, come ad una vecchia fotografia che racconta storie che non ci riguardano. Che non hanno più a che fare col nostro tempo.

E invece, proprio in questi giorni, in una città (fu) operaia la malattia o la sofferenza mentale sono ancora attuali.

In questi giorni, in queste settimane, ancora si parla di costruire una Rems, una struttura residenziale per l’esecuzione di misure di sicurezza sanitaria, la nuova frontiera dopo la chiusura degli OPG. Cambiano le sigle ma la sostanza rimane la stessa: come si può parlare di cura se si parla di pericolosità? Se non si hanno strumenti e risorse per mettere in atto dei percorsi? Se non si coinvolge il paziente, la famiglia, la comunità?

I “matti”, ogni tanto, vanno in prima pagina. Quando uccidono o aggrediscono o quando vengono uccisi durante i TSO. Nella quotidianità di sofferenza e cura, invece, trionfa il silenzio. E la solitudine, dei pazienti e degli operatori, fino ad un provvedimento regionale, il DGR 30, che mette a rischio il posto di lavoro di centinaia di operatori e al tempo stesso palesa la concezione custodialistica dell’assistenza psichiatrica.

Eppure la soluzione non può essere il rifiuto della psichiatria, della cura, della professionalità.
La sofferenza mentale esiste, dichiararsi tutti/e folli/e e pensare di poterla “autogestire” è, semplicemente, ingenuo.
Sedersi a discuterne, tutti e tutte, professionisti, operatori, familiari, malati, comunità è una risposta.

La psichiatria territoriale di comunità, quella che ha aperto le porte ma senza declinare le responsabilità, che ha liberato i malati ma senza abbandonarli alla loro sofferenza.

Quella di Marco Cavallo e dei suoi desideri. Quella che si incontra qui.

cartedisperse

NIna 4

per scaricare il testo che segue come pdf clicca qui Nina

   A 16 anni, si dice, hai una vita davanti. A 16 anni hai i sogni, il mondo è leggero, a 16 anni è tutto chi lo sa, certo le difficoltà, le problematiche dell’adolescenza, ma a 16 anni ogni giorno è primavera, sei ancora un ragazzo, a 16 anni non puoi avere paura, no a 16 anni non puoi avere paura…

   Nina, invece, a 16 anni ha paura. Il dottore scrive «un senso di paura e di ansia immotivate». Poi aggiunge «Si mirava continuamente nello specchio ed a volte piangeva. Una notte riferì di vedere un uomo che girava per la casa».

   Il dottore ha una scrittura nervosa e contratta, perdo ore a decifrare questi tratti di penna incisi su carte ormai ingiallite a segnare una storia di anamnesi, diagnosi, terapie. Una storia clinica, così la…

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Decolonizzare ancora un po’. Sull’inaugurazione della statua di Juana Azurduy

E’ stata inaugurata ieri, a Buenos Aires un’enorme statua di Juana Azurduy, eroina dell’indipendenza boliviana.

La statua, del peso di 25 tonnellate ed alta 12 metri sostituisce quella di Cristoforo Colombo. “A tutte le donne che lottano per la propria liberazione, questo è un modo di decolonizzarci da una dominazione”, dice Evo dal sontuoso palco di inaugurazione.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/16/foto/argentina_morales_e_la_kirchner-119174968/1/#1

E poi a firmare accordi per il commercio e la sicurezza delle frontiere, quelle stesse frontiere che significano spesso, per i boliviani, stigma ed esclusione.

Evo e Cristina sono un simbolo, soprattutto a guardarli dal Vecchio mondo, che è sicuramente meno rassicurante ma non è uno sguardo ideologico quello che si meritano, nè loro nè tantomeno i loro popoli.

E alla voce dei loro popoli, in questo caso nelle vesti di Mariana Gómez, ricercatrice del CONICET e Florencia Trentini, dottoressa in Scienze Antropologiche, è necessario dare spazio. Per questo è stato tradotto quest’articolo a firma delle due studiose apparso su notas.org.ar

Buona lettura

Polemica indigena per l’inaugurazione del monumento di Juana Azurduy

Mercoledì è stata inaugurata la statua di Juana Azurduy, dietro la Casa Rosada. dove precedentemente era situata la figura di Cristoforo Colombo. Un fatto che, tra le altre cose, ha significato dibattiti, polemiche e diverse posizioni di diverse organizzazioni indigene.

Tre anni fa il governo nazionale annuncià che la statua di Cristoforo Colombo sarebbe stata sostituita con quella di Juana Azurduy. Questo scatenò una forte polemica con il governo della città di Buenos Aires che lo riteneva un intervento illeggitimo del governo nazionale sul patrimonio e sullo spazio pubblico della città. A metà del 2014 si giunse ad un accordo perchè la statua fosse trasferita alla Costanera Norte.

Sicuramente, al di là delle dispute riguardo alla giurisdizione, le figure di Colombo e di Azurduy rappresentano una contesa simbolica. Il primo è chiaramente legato alla conquista ed al genocidio sui Popoli Originari, mentre la seconda è associata alle lotte per l’indipendenza della Nostra America. Quindi, simbolicamente, non è la stessa cosa che l’una o l’altra siano posizionate accanto alla Casa Rosada.

Il monumento è stato donato dalla Bolivia (un milione di dollari) e per questo motivo l’inaugurazione si è svolta durante la breve visita di Evo Morales nel nostro paese, dove sono stati firmati una serie di accordi e di negoziazioni in materia di cooperazione energetica e dove si sta svolgendo la “Festa dell’Integrazione”, che continuerà fino a Sabato 18, con la presenza di vari artisti musicali, una sfilata delle comunità latinoamericane e una fiera delle culture.

L’idea di rimpiazzare Cristoforo Colombo con Azurduy è stata interpretata in diversi modi da parte di diverse organizzazioni indigene. Nel 2013, quando fu annunciato il trasferimento del monumento a Colombo, l’ENOTPO (Incontro nazionale delle organizzazioni territoriali dei popoli originari), legato al governo, dichiarò attraverso un comunicato che appoggiava la decisione della presidenta, perchè la figura di Colombo rappresentava il genocidio e lo sterminio etnico dei Popoli Originari. E considerava questo passo come un passo in più verso uno stato plurinazionale.

Nel comunicato si sosteneva che “è fondamentale rivedere il cammino della colonizzazione in termini materiali e simbolici. Il patrimonio statale non è un’eredità immanente del passato, bensì attraverso di esso si costruisce e ricostruisce politicamente la storia del nostro popolo. E’ per questo che è importante togliere i quadri dei perpetratori di genocidi e non considerare come un momumento Colombo”.

D’altra parte, di fronte all’inaugurazione anche la Confederazione Mapuche di Neuquén ha diffuso un comunicato dal titolo “Pane e circo nella Casa Rosada, dedicato a noi Popoli Indigeni”, nel quale denunciano che ci sono autobus e biglietti aerei per portare rappresentanti delle comunità a questa “festa popolare”, per “applaudire acriticamente ciò che accadrà in essa”.

Per la Confederazione, questa è un altro dei “numerosi atti simbolici e retorici, carichi di demagogia e rassegnazione”. Quindi sostengono che “questa volta ci renderanno parte di una celebrazione, mentre la situazione di saccheggio ed espulsione dai territori comunitari non si arresta. Come prova di questa situazione più di un contingente passerà di fronte all’accampamento Qopiwini nell’Avenida 9 de Julio y Avenida de Mayo, come crudele mostra di questo intento di nascondere il sole con le mani”.

Al tempo stesso sostengono che “la politica statale di non riconoscere la nostra pre-esistenza come nazioni originarie, fino al punto che alla stessa Juana Azurduy sottraggono la sua origine indigena e la mostrano come un’eroina dell’Alto Perù o come una valorosa guerrigliera boliviana. E’ che il “crogiolo di razze”, nazionale e popolare, è un argomento forte per amalgamare tutte le differenze e annegare nel “mestizaje” più di 30 popoli nazione che reclamano diritti rispetto alle loro identità e ricchezze culturali.

Qopiwini, l’organizzazione che da cinque mesi porta avanti l’accampamento in Avenida de Mayo y 9 de Julio, chiedendo che vengano rispettati i diritti umani ed i diritti collettivi dei Popoli Indigeni, ha convocato, dal canto suo, una marcia diretta verso l’inaugurazione per consegnare al presidente Evo Morales una lettera e per invitarlo a visitare l’accampamento e che sia messo al corrente delle rivendicazioni che i diversi Popoli Originari portano avanti nei confronti del governo nazionale.

Queste diverse posizioni possono sembrare contradditorie ma si fondano sulle politiche attuali riguardo ai Popoli originari del nostro paese e alle diverse modalità in cui le organizzazioni indigene si posizionano rispetto ad esse (accettandole, rifiutandole, negoziandole).

Da un lato, la statua di Juana Azurduy nel patio posteriore della Casa Rosada ha una carica simbolica specifica, motivo per cui non celebrare questo cambiamento significherebbe non riconoscere che una figura che rappresenta le donne latinoamericane luchadoras che lottarono per l’indipendenza dei nostri popoli simboleggia qualcosa di completamente differente rispetto alla figura più rappresentativo del genocidio che è stata “la conquista” dell’America.

Senza dubbio, a pochi metri da dove oggi si inaugura questa nuova statua si trova ancora in piede e ben ferma la statua di Julio Argentino Roca, simbolo del genocidio su cui si è fonda questa nazione. Anni fa lo storico Osvaldo Bayer ha provato, senza successo, a sostituirlo con la figura della “donna originaria”.

Al tempo stesso è impossibile negare che questo atto simbolico avviente mentre molti rappresentanti indigeni si trovano nelle maglie del sistema giudiziario, mentre un cacique è prigionero a Tucumàn per aver difeso il suo territorio, mentre i qom, pilagà, wichi e nivaclè presidiano accampati da cinque mesi denunciando ciò che accade nella provincia di Formosa, solo per nominare alcuni episodi specifici che esemplificano la violenza che i Popoli Originari soffrono nel nostro paese quando si mettono a lottare per difendere i proprio territori e a reclamare i propri diritti.

Certamente smettere di considerare monumenti o togliere quadri di gente che ha commesso genocidi non è poco. Però, se qualcosa abbiamo imparato da questo governo in tema di diritti umani è che il livello simbolico deve essere accompagnato da politiche concrete di riparazione e di riconoscimento delle violenze e dei genocidi perpetrati dallo stato nel corso della storia.

Mariana Gómez, doctora en ciencias Antropológicas e investigadora del CONICET

Florencia Trentini, doctora en ciencias Antropológicas – @flortrentini

La guerra di “Mara”

“Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita”

“Mara” combatte, su questo siamo d’accordo. “Mara” combatte innanzitutto le bugie e le parole vuote di un giornalismo sempre più incapace di fare informazione e sempre più avvezzo a cifre scandalistiche.

Ma il taglio dell’articolo del Corriere è lo stesso di quello utilizzato per i vip in vacanza a Porto Cervo o per l’ultima strage di una dimenticata provincia.

La vera storia di una black-block, però, forse dovreste lasciare raccontarla a noi. Noi che eravamo lì con lei, con o senza cappucci, in prima, seconda o ultima fila.

Fonte: https://laburla.wordpress.com

E allora ve la racconto io la storia di Mara. E di Laura, Antonella, Veronica, Anna. E poi ancora quella di Luca, Stefano, Angelo, Pasquale. Mettetevi comod* che ci metterò un po’. Perché eravamo in 1500 (secondo la questura) per le strade della Valsusa e molt* di più, e spesso divers*, siamo stati a Roma, a Milano, a Cremona.

Mara è banalmente una di noi. Ha 19 anni e vive come può, oppure è una studentessa modello, oppure di anni ne ha 30 e qualcosa, ed ha un figlio o forse un cane. Mara fa l’avvocato oppure il medico, oppure la bibliotecaria. Oppure la ricercatrice all’estero oppure la precaria in Italia. Mara lavora nel sociale con uno stipendio da fame ed un contratto a tre mesi. Mara, di sicuro, non fa la giornalista per un quotidiano che su quelle strade nemmeno abbiamo visto. Mara, se frequentasse l’università, sarebbe probabilmente duramente punita se inventasse di sana pianta un’intervista per il suo esame di Sociologia.

La “Mara” di Marco Bardesono è una disagiata, orfana, pochi soldi in tasca quando prende il suo primo treno verso la Capitale, dove vive come può. Un incipit frequente dei romanzetti ad uso personale che scrivevo quando avevo 12 anni e sognavo di diventare grande e conoscere il mondo. Con estrema vergogna, però, poi ho buttato quei rozzi tentativi narrativi. Bardesono non ha seguito, malaguratamente, il mio esempio.

Che poi se anche fosse che Mara provenisse da una situazione svantaggiata socialmente e affettivamente sarebbe comunque alquanto riduttivo e deterministico sostenere questo percorso biografico di una banalità agghiacciante, degno di una psicologia monodimensionale e di una sociologia della devianza poco più che lombrosiana.

Il problema reale per Marco Bardesono, e per molti dei suoi lettori, sta nell’accettare che Mara possa essere una persona reale e “normale”, consapevole e determinata. Da sempre, ci insegna Basaglia, ciò che è diverso viene percepito come minaccia e recluso, escluso dalla società che potrebbe contaminare. Anzi aggiunge: “la ricerca nel gruppo del capro espiatorio, del membro da escludere sul quale scaricare la propria aggressività non può essere spiegata che nella volontà dell’uomo di escludere la parte di sé che gli fa paura”.

E quindi si scomodano raptus di follia per tentare di comprendere gli infanticidi, si sezionano i delitti “passionali” per dimostrare com’è che l’amore può arrivare ad uccidere e si tratteggia il profilo di un’adolescente disagiata per svuotare di significato e di legittimità l’operato di una ragazza e di un intero movimento. Che poi, diciamocelo, ha buttato giù due reti contestate nella loro legittimità e ha guadato un fiume per mettere ancora una volta un piede in quella che è stata la libera repubblica della Maddalena. Azioni prevalentemente simboliche per ribadire che il tempo passa ma la determinazione nel contrastare una grande opera inutile resiste.

Ma a far paura, di Mara, è anche che è una donna. “Mara”, tra l’altro. Anzi “Mara C.”, dice Bardesono.
Strana coincidenza, oppure idiota provocazione. “Mara C.” per tante e tanti di noi è innanzitutto un fiore, un fiore strappato un altro giorno di Giugno, in una cascina nei pressi di Acqui Terme.

“Mara C.”, strana coincidenza, fa venire in mente Mara Cagol, vigliaccamente uccisa mentre era disarmata e con le mani in alto. La storia di Mara Cagol la racconta Paola Staccioli nel suo ultimo libro “Sebben che siamo donne”, e ben descrive l’incredulità dell’Italia di fine anni ’70 davanti all’inspiegabile. “L’ha fatto per amore”, l’amore per quel Renato Curcio che lei stessa, armi in pugno, insieme ad altr* compagn*, liberò dal carcere di Casale Monferrato.

L’incredulità che tutti i titoli di giornali in tutti i decenni passati scrivevano per raccontare le tante azioni armate delle organizzazioni clandestine italiane. Lo dice nella sua introduzione Paola Staccioli che il libro nasce da una congiunzione, “anche”. “Nel commando c’era anche una donna”. Incredulità, stupore e smarrimento.

Erano da poco avvenuti, e forse non ancora digeriti, cambiamenti di costume, culturali e legislativi importanti: il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia e, solo nel 1981, l’abolizione del delitto d’onore.

Che una donna potesse avere ideali politici e fare scelte anche radicali in questo senso appariva inspiegabile ai più.

A distanza di circa 40 anni, malaguratamente, Bardesano ci racconta che poco è cambiato, specialmente se si parla di donne. Non è andato a scavare nella vita di uno dei sessantenni valsusini che si è introdotto nel cantiere ma è andato a raccontare la presunta storia di una giovane donna dal passato difficile e dalla vita inclemente.

“Lotta, donna, che è ciò che li fa incazzare” Fonte: http://www.carrodecombate.com/

Ma la storia vera di “Mara”, di tutte le Mare che negli anni hanno salito e disceso i sentieri della valle e che hanno calpestato altre centinaia di strade, con o senza cappuccio, in prima, seconda o ultima fila è roba nostra.

E’ storia nostra. E la raccontiamo con parole nostre. Parole che Mara Cagol scrive nel 1969 a sua madre e che ancora fioriscono sulle nostre labbra.

“Questa società, che violenta ogni minuto tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci o farci sentire veramente quello che siamo (ci toglie la possibilità di coltivare la famiglia, di coltivare noi stessi, le nostre esigenze, i nostri bisogni, ci reprime a livello psicologico, fisiologico, etico, ci manipola nei bisogni, nell’informazione, ecc. ecc.) ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario. […] Tuttavia esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non sfruttarle. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. […] La vita è una cosa troppo importante”.

Per questo “Mara”, e noi, eravamo su quei sentieri, eravamo a quelle reti.

Hanno ucciso tutti!

Ci sono alcuni eventi che lasciano un’orma indelebile a partire dal modo in cui viene registrato nella memoria l’istante in cui accadono o si vengono a sapere.

Si tratta di eventi personali, spesso tragici, o storici, spesso altrettanto. In tanti ricordano esattamente cosa stavano facendo quel pomeriggio dell’11 Settembre. Io mangiavo Nutella in ginocchio sulla sedia del tavolo della cucina con i libri davanti e la tv accesa. Addolcendomi lo studio, probabilmente. In ogni caso questo ricordo non mi causa nessuna particolare emozione. Altre generazioni, altri ricordi. Il sequestro Moro, il terremoto dell’Irpinia del ’80, la strage di Capaci. Questo il patrimonio cultural-televisivo della mia famiglia, ad esempio.

La mattina del 15 Aprile, invece, ancora mi mette un misto di angoscia, impotenza e solitudine.

Groningen, studentato occupato, nel senso di abitato, da erasmus. E’ mattina, siamo svegli da poco, tra la stanchezza di poche ore di sonno dormite e l’imperativo morale di non sprecare neanche un minuto di una giornata di vacanza, né per chi ha l’onere di ospitare né per chi è in visita.

Arriva come un fulmine, come solo un fratello maggiore a digiuno di qualsivoglia forma di attivismo può fare. “Ah, hanno rapito un cooperante italiano a Gaza”.

Senti il tempo che si ferma, almeno per te. Per me, in quel momento, ci sarebbe stata solo da annullare la giornata e sedersi davanti al pc a seguire gli aggiornamenti. Ma come si spiega a qualcuno che una persona che non hai mai conosciuto, che non hai mai nemmeno incontrato  la senti come un fratello? Come spiegare l’apprensione che ti senti addosso e le lacrime che le sue parole ti hanno strappato, tanto da costringerti a chiudere il libro? Non ne sono stata capace e la giornata è trascorsa quindi come sospesa, tra passeggiate in bicicletta e mulini a vento.

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O forse la memoria mi inganna. Non ritrovo il momento in cui ho saputo che Vik era stato giustiziato. Forse li fondo insieme e li confondo. Risfoglio di nuovo, oggi, il suo “Restiamo Umani”, comprato durante una commovente proiezione di “To shoot an elephant”, girato durante l’Operazione Piombo Fuso.

Lo risfoglio perché penso che il senso di queste morti possa essere solo nella memoria che ne coltiviamo. “In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo e purché un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi”. Impugno il libro, 3 Gennaio 2009.

“Ieri (venerdì, ndr) Israele ha aperto il valico di Herez per far evacuare tutti gli stranieri presenti a Gaza. Noi, internazionali della Ism, siamo gli unici a essere rimasti. Abbiamo risposto oggi (ieri, ndr) tramite una conferenza stampa al governo israeliano, illustrando le motivazioni che ci costringono a non muoverci da dove ci troviamo. Ci ripugna che i valichi vengano aperti per evacuare cittadini stranieri, gli unici possibili testimoni di questo massacro, e non si aprano in direzione inversa per far entrare i molti dottori e infermieri stranieri che sono pronti a venire a portare assistenza ai loro eroici colleghi palestinesi. Non ce ne andiamo perché riteniamo essenziale la nostra presenza come testimoni oculari dei crimini contro l’inerme popolazione civile ora per ora, minuto per minuto. Siamo a 445 morti, più di 2.300 feriti, decine i dispersi. Settantatré, al momento in cui scrivo, i minori maciullati da bombe. Al momento Israele conta tre vittime in tutto. Non siamo fuggiti come ci hanno consigliato i nostri consolati perché siamo ben consci che il nostro apporto sulle ambulanze come scudi umani nel dare prima assistenza ai soccorsi potrebbe rivelarsi determinante per salvare vite. Anche ieri un’ambulanza è stata colpita a Gaza City, il giorno prima due dottori del campo profughi di Jabalia erano morti colpiti in pieno da un missile sparato da un Apache.

Personalmente, non mi muovo da qui perché sono gli amici ad avermi pregato di non abbandonarli. Gli amici ancora vivi, ma anche quelli morti, che come fantasmi popolano le mie notti insonni. I loro volti diafani ancora mi sorridono”.

Neanche la morte, né dei palestinesi, né di Vik spezza il filo della solidarietà e della lotta fianco a fianco. Né il tempo la memoria.

E sarà pure retorica, ma senza quella, rimane solo il dolore.

A Vittorio Arrigoni – Ibrahim Nasrallah

Hanno ucciso tutti

Hanno ucciso tutti

hanno ucciso tutti i minareti

e le dolci campane

uccise le pianure e la spiaggia snella

ucciso l’amore e i destrieri tutti, hanno ucciso il nitrito.

Per te sia buono il mattino.

Non ti hanno conosciuto

non ti hanno conosciuto fiume straripante di gigli

e bellezza di un tralcio sulla porta del giorno

e delicato stillare di corda

e canto di fiumi, di fiori e di amore bello.

Per te sia buono il mattino.

Non hanno conosciuto un paese che vola su ala di farfalla

e il richiamo di una coppia di uccelli all’alba lontana

e una bambina triste

per un sogno semplice e buono

che un caccia ha scaraventato nella terra dell’impossibile.

Per te sia buono il mattino.

No, loro non hanno amato la terra che tu hai amato

intontiti da alberi e ruscelli sopra gli alberi

non hanno visto i fiori sopravvissuti al bombardamento

che gioiosi traboccano e svettano come palme.

Non hanno conosciuto Gerusalemme … la Galilea

nei loro cuori non c’è appuntamento con un’onda e una poesia

con i soli di dio nell’uva di Hebron,

non sono innamorati degli alberi con cui tu hai parlato

non hanno conosciuto la luna che tu hai abbracciato

non hanno custodito la speranza che tu hai accarezzato

la loro notte non si espone al sole

alla nobile gioia.

Che cosa diremo a questo sole che attraversa i nostri nomi?

Che cosa diremo al nostro mare?

Che cosa diremo a noi stessi? Ai nostri piccoli?

Alla nostra lunga dura notte?

Dormi! Tutta questa morte basta

a farli morire tutti di vergogna e di sconcezza.

Dormi bel bambino.

L’amore ai tempi del Reader’s Digest

Mi sono imbattuta per la prima volta nella storia di Elizabeth Barret Browning da bambina, quando inquieta e curiosa mettevo mani ovunque, trovando chissà dove vecchi libri di un nonno mai conosciuto. Era abbonato al Reader’s Digest, una rivista mensile nordamericana poi tradotta in molte lingue, che ogni tanto pubblicava anche dei libri con racconti di vario genere. Il tema principale era il dramma e la commozione; storie sulla prima trasfusione di sangue della storia, sul terremoto che incendiò San Francisco nel 1906 o dell’uomo che rimase otto giorni seppellito sotto una valanga.

Elizabeth Barret Browning era lì, in mezzo ad avventure tragiche e a romantiche storie di amore, era lì, “stesa sul divano d’una camera al primo piano di Wimpole Street”. Il racconto, breve e desueto, nel lessico e nella cultura che esprime, la descrive come una zitella dalla salute fragile e dall’animo rassegnato. Una nota e stimata poetessa, senza dubbio, devota, o forse sarebbe meglio dire succube, di un padre despota. Remissiva aveva accettato tutte le sue imposizioni e si era rifugiata nella sua prigione di cristallo a scrivere poesie ed aspettare la morte.

Inattesa, nel Gennaio del 1845 arriva nella casa di Londra, dalla quale non usciva più per via della malattia che le aveva colpito polmoni e spina dorsale all’età di quindici anni, una lettera di un ancora poco conosciuto Robert Barrett, poeta anch’egli.

Elizabeth Barring e Rober Browning – Fonte wikimedia.org

Con il compassato linguaggio consentito dall’epoca vittoriana in cui vivevano, i due si scrissero per circa un anno, per un totale di 573 lettere d’amore. Nell’anno in cui durò la loro corrispondenza Elizabeth riprese poco alla volta le forze, iniziò ad alzarsi dal divano, a scendere al piano di sotto della sua abitazione e ad incontrare l’innamorato poeta. Arrivò in estate perfino ad uscire di casa e ad andare a passeggiare al Regent’s Park.

Il 10 Settembre scrive a Robert Browning: “Questa sera è stato emesso un decreto”. Il padre ha deciso che è il momento di abbandonare la casa di Wimpole Street perché possano essere eseguiti lavori di ammodernamento. In gran fretta Robert la convince e prepara il matrimonio; Elizabeth esce di casa con la sua cameriera Wilson il 12 Settembre con la scusa di andare a far visita ad un’amica e raggiunge la Chiesa dove l’attende Robert. Per strada si sente male, la cameriera è costretta a comprare i sali in una vicina farmacia. Rientra a casa spossata quella sera Elizabeth, ormai Barret Browning. Una settimana dopo, il 19 Settembre, Elizabeth, recuperate le forze, scende per l’ultima volta le scale della casa di Wimpole Street. Gli anni in cui viaggiano per l’Europa – Parigi, Pisa, Venezia, Firenze, Roma – sono i più felici per la coppia che ha anche un bambino, Pen.

Elizabeth muore nel 1861 a Firenze, in seguito ad un’ultima fatale bronchite, tra le braccia di Robert Browning a cui aveva consegnato, poco tempo prima, una raccolta di poesie che vennero poi pubblicate con il titolo “Sonetti dal Portoghese”.

Il racconto terminava con una poesia di Elizabeth Barret Browning, “la più bella poesia d’amore che sia mai stata scritta da una donna in inglese”, concludono gli autori del saggio.

Quella poesia, a distanza di una quindicina d’anni, è ancora impressa nella mia memoria ed ogni tanto torna a trovarmi. Nessun amore me ne è parso mai all’altezza forse perché solo all’amore, incorporeo e senza volto può essere dedicata.

L’ho recitata, con profondo imbarazzo, una domenica mattina di ritorno da qualcosa che pur non essendo amore ne ricordava, dopo tanto tempo, il profumo. Il sole aveva spinto le mie interlocutrici a passeggiate nei cimiteri monumentali ed io raccontavo del Cimitero degli Inglesi di Firenze, dove Elizabeth Barret Browning è seppellita e della sua storia di amore e morte, per complicità all’argomento “cimiteri”.

La tomba di Elizabeth Barrett Browning al Cimitero degli Inglesi, Firenze. Fonte: Tursimoletterario.com

Torno nella casa in cui sono stata bambina con il proposito di ricercare quei libri, quella storia, la mia storia dentro quella storia. Ma prima mi imbatto in un altro libro. Una raccolta di lettere d’amore, da Enrico VIII a Napoleone, da Garibaldi a Foscolo, e così via. Al suo interno, ovviamente, una lettera di Elizabeth a Robert Browning. Ritrovo il libro, ormai spaginato e ingiallito e rileggo il racconto. Lo scopro intriso di morale dell’Italia degli anni ’60 (l’edizione è del ’63) e mi domando quanto queste letture mi siano poi rimaste dentro e quanto per fortuna il percorso successivo sia riuscito a scardinarle.

Sulle labbra, però, ancora un lieve sapore amaro di delusione. Io forse dell’amore non ci ho ancora capito nulla, se non la necessità di ricoprirlo di teorie effimere e in fin dei conti inutili. Nauseata dal compassato e gelido mondo vittoriano e indispettita da quello costringente del Dopoguerra cerco ancora. E’ una ricerca spossante, anche quando solo teorica e letteraria. Infruttuosa e quindi deludente.

Cerco parole che siano risposte e riposo. E senza un motivo apparente torno a parole che ho ancora solo sfogliato, che non ho ancora davvero capito, sentito. A parte una frase, che mi ha rapito all’istante.

“Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente. Non solo la beatitudine si trova al di fuori del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita”.

Quando l’amore è un istante senza domande, è poesia che sospende il tempo. Quando l’amore è il senso ed è l’assenza del bisogno. Per ognuno di questi istanti, ad ogni sfumatura che essi prendono nella quieta frenesia dei giorni. Per ogni forma di amore e per ogni forma di bellezza. Per ogni istante senza tempo e per ogni emozione senza nome.

Come t’amo – Elizabeth Barrett Browning

Come t’amo? Lascia che ne conti i modi.
T’amo con la profondità con la vastità e l’altezza che l’anima mia può attingere
quando mi sento smarrita oltre i confini dell’Essere e della Grazia ideale.
E così t’amo, nelle più piccole cose d’ogni giorno, alla luce del sole e a quella delle candele.
T’amo liberamente come gli uomini che lottano per la Giustizia;
e puramente come quelli che rifuggono la lode.
T’amo con la passione che ponevo un tempo nelle pene e con la fede della fanciullezza.
T’amo con quell’amore che mi pareva perdere, con i santi che ho perduto
T’amo con il respiro,, i sorrisi, le lacrime di tutta la mia vita!
se Dio vorrà, T’amerò ancor di più dopo la morte.

Il 23 Marzo a San Severo. La memoria, la storia, la nostra.

San Severo, Tavoliere delle Puglie, 23 Marzo 1950.

Il contesto è quello delle lotte dei braccianti, delle occupazioni delle terre e della dura repressione di piazza della polizia di Scelba. In particolare lo sciopero generale del 22 Marzo, in risposta all’uccisione di due disoccupati a Lentella (Chieti) durante uno sciopero e di un altro operaio ucciso, proprio durante il corteo del 22, a Modena.

In questi giorni di rabbia e di lotta San Severo insorge.

“Le voci arrivavano attutite lì, al primo piano di via Fraccacreta, a due passi dalla macelleria Schingo in piazza Tondi. Verso le otto del 23 marzo del 1950, tre agenti di P.S. erano intenti a depositare sul carretto parte della carne acquistata per la mensa quando “una turba di dimostranti, preceduti da alcune donne,” si diresse verso di loro. “Le donne gridavano: vogliamo pane e lavoro”. A detta della stessa guardia Angiolillo, il loro “non era un atteggiamento aggressivo”, era, io penso, l’esplicitazione di un male antico: la fame. E lui a quelle grida non aveva saputo rispondere altro che “non ho la possibilità di esaudire la vostra richiesta”.

Sembrava, dunque, una dimostrazione pacifica come quella del giorno precedente quando il corteo era sfilato per le principali strade cittadine in perfetto ordine con Arcangela Villani che sventolava la bandiera dell’UDI di cui era la dirigente, oltre che essere Consigliera Comunale. Era l’orgoglio delle compagne. Tutte consapevoli e fiere del proprio compito. Accanto ad Arcangela, Teresa Dogna, Teresa Palladino, Armida Salza, Soccorsa Sementino, Elvira Suriani, Isabella Vegliato e poi tante, tante a sostenere con forza gli ideali condivisi. Madri come Lucia La Pietra che marciava con le figlie Maria Teresa, Antonia e Bianca Custodero. E mariti, figli, padri, tutti insieme con le proprie donne a difendere i diritti calpestati da un Governo che, con Scelba e i suoi odiati “guardiacelere” o “scelbini”, aveva fatto un balzo nel passato, un ritorno ad azioni di forza contro operai e contadini inermi. Erano sempre loro a cadere sotto i colpi del fucile. Così era stato a Melissa, a Torremaggiore, a Montescaglioso. E a nulla era servito il patto di Modena, seguito all’ultimo eccidio di lavoratori avvenuto in questa città. Il monito dei politici e dei sindacalisti di sinistra restava inascoltato da parte delle forze dell’ordine, che, con la loro risposta violenta, continuavano a causare morti e feriti tra i manifestanti. Il Consiglio dei Ministri aveva, addirittura, autorizzato i Prefetti a disporre il divieto di comizi pubblici e cortei; si vietava, inoltre, lo “strillonaggio” di giornali nelle pubbliche vie o la loro vendita a domicilio da parte di persone non debitamente autorizzate. Il Comandante Ricciardi era lì a guardare quello sciopero per cui non era stata rilasciata nessuna autorizzazione perché non richiesta. Mordeva il freno, era costretto a non intervenire perché la manifestazione era pacifica. Per i lavoratori di San Severo era stato naturale aderirvi dopo i fatti di Lentella, dove due disoccupati erano stati uccisi dalle forze dell’ordine e dieci erano rimasti feriti. Bisognava protestare per i compagni morti e contro un Governo che ledeva i diritti dei lavoratori, limitava la libertà di esprimere il proprio dissenso. La manifestazione si era così pacificamente conclusa prima delle ore diciotto, termine fissato dai sindacati, e nulla sarebbe successo quel fatidico 23 marzo 1950, se nel pomeriggio del 22 non fossero giunti da Foggia alcuni dirigenti politici e sindacali per i quali bisognava continuare lo sciopero. L’ennesimo fatto di sangue a Parma, un operaio ucciso dalle forze dell’ordine, lo rendeva necessario. […]

Le donne del 23 Marzo – Fonte Archivio Sonoro

 “Verso le 5,30 reparti di polizia di stanza a San Severo, in collaborazione con circa 75 agenti inviati a San Severo nelle primissime ore dal Sig. Questore di Foggia”,erano giunti sul posto e avevano ordinato con la forza lo scioglimento di quei picchetti, che per il pubblico ministero sarebbero diventati blocchi stradali, e portato in carcere i più facinorosi. Tra costoro anche Antonietta Reale. Bisognava, quindi, reagire: imporre la chiusura dei negozi. Le tre guardie Ardemagni, Crudele ed Angiolillo si trovavano lì per caso, dinanzi alla macelleria Schingo, per il solito carico di carne destinato alla mensa, e diventarono subito il simbolo di quel potere che ha da sempre oppresso il popolo e, quando Ardemagni afferrò un coltello e ferì tre lavoratori, i più persero il controllo delle proprie azioni […] La notizia dell’aggressione si era intanto diffusa in tutto il paese e dalla Caserma dei Carabinieri 20 guardie di P.S., al comando del capitano Mollo e del commissario Ricciardi, si diressero verso la macelleria Schingo per andare in soccorso dei tre agenti aggrediti. Così dichiarò nell’interrogatorio Giuseppe De Simone che faceva parte del rinforzo partito da Foggia alle quattro del mattino. Il prefetto li aveva inviati in seguito alla richiesta del Commissario Ricciardi, allarmato dalla denuncia fatta dagli agenti Bisceglie e Morgante che, obbedendo al suo ordine, la sera del ventidue si erano recati, in abito civile, davanti alla Camera del Lavoro per ascoltare gli oratori. Relazionando sull’accaduto, avevano parlato di duemila contadini infervorati dall’avvocato Erminio Colaneri che, con la sua foga oratoria, li invitava alla rivolta. Nel suo interrogatorio De Simone disse che, liberati Angiolillo, Ardemagni e Crudele dalle mani della folla, insieme agli altri era ritornato in Caserma da cui era uscito dieci minuti dopo per affrontare, nuovamente, gruppi di dimostranti che si erano fermati nei vicoli adiacenti al mercato e, quindi, in piazza Castello, sempre nei pressi della macelleria Schingo. La folla caricata dagli agenti si era dispersa ma, poi, aveva attaccato quelli che erano rimasti indietro isolati. De Simone cadde colpito da una randellata e, quando si riprese, vide il suo collega Ruggero aggredito e colpito da un altro gruppo di dimostranti tra cui numerose donne. […] La folla, ormai irrefrenabile, percorreva le strade del paese alla ricerca di armi e strumenti di difesa, alzava barricate. Si voleva impedire che, dalla Caserma, arrivassero nuovi rinforzi in piazza Tondi o che gli agenti giungessero alla Camera del Lavoro e alla sede del Partito Comunista, luoghi simbolici per gli scioperanti.

Barricate a San Severo - Fonte Archivio Sonoro

Barricate a San Severo – Fonte Archivio Sonoro

Venuto a conoscenza dell’arresto e del ferimento di alcuni operai, Cannelonga, dopo essere andato in ospedale a visitare i feriti, si era diretto verso la Caserma dei Carabinieri con l’intento di ottenere una distensione della situazione. Si proponeva di far cessare lo sciopero, facendo ritirare i dimostranti nella Camera del Lavoro. La risposta al suo tentativo di mediazione fu l’arresto. L’atmosfera era ormai rovente. Bisognava difendersi e difendere le sedi del PCI e della Camera del Lavoro. Bloccare le vie di accesso alla città e, in modo particolare, Porta Foggia da cui sin dal primo mattino erano giunti i rinforzi. Il commissario di Pubblica Sicurezza, Guido Celentano, giunto a San Severo intorno alle 12,3035 “con 300 uomini, una metà agenti di P.S. e una metà artiglieri del 14° regg., e con 4 autoblindo” notò “4 ordini di barricate costituiti da fusti pieni di bitume, da carri e carrettoni agricoli rovesciati, da ruote di carretti, da grossi tronchi di alberi, da massi di pietra e da un frantoio per la produzione di pietrisco. Innanzi una di quelle barricate vi era persino un reticolato evidentemente asportato da un campo vicino”. […]  Al commissario Celentano toccò, quindi, l’azione di sgombero della strada ed il successivo rastrellamento nelle case di periferia. […] L’obiettivo finale era ormai prossimo. Le sedi del P.C.I. e della Camera del Lavoro caddero ben presto nelle mani delle forze dell’ordine e le donne (20 su 70) e gli uomini che vi avevano trovato rifugio furono arrestati. Cominciò per loro un calvario durato due anni, anni di carcere e di processi che videro alcune compagne, inizialmente rinviate in giudizio per aver partecipato alla “insurrezione armata contro i Poteri dello Stato” e, poi, dichiarate colpevoli di “radunata sediziosa aggravata”.

(Maria Teresa Santelli, Le compagne del 23 Marzo 1950 a San Severo)

Le donne di San Severo all'uscita del Tribunale di Lucera - fonte http://www.ilmattinodifoggia.it/news/almanacco-dauno/14865/Oggi--23-marzo-1950-.html

Le donne di San Severo all’uscita del Tribunale di Lucera – fonte http://www.ilmattinodifoggia.it/news/almanacco-dauno/14865/Oggi–23-marzo-1950-.html

Il bilancio del 23 Marzo è di un morto, Michele di Nunzio, 33 anni, e 184 arrestati con l’accusa di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”.

Le donne, protagoniste di quella giornata, non vennero risparmiate dai provvedimenti repressivi e fu così che 70 bambini si ritrovarono da soli.

“In un’intervista del 1976, a Raffaele Iacovino che gli chiede quale sia stato il compito delle donne in quel 23 marzo 1950, Matteo D’Onofrio dirà: “Le donne comuniste, alle quali la domanda è rivolta, sono, come per gli uomini, l’avanguardia, la parte organizzata e perciò più sensibile ai problemi femminili in particolare e di tutte le famiglie dei lavoratori in generale. Aiutare le altre donne, tutte le altre donne a prendere coscienza della propria sorte e della sorte delle proprie famiglie, per essere spose felici e per avere figli sani e sorridenti. Questo è il tributo che le donne comuniste, volontariamente, dedicano alla civiltà di un popolo. Non altro poteva essere il compito delle donne anche il 23 marzo. E questo tributo queste care compagne lo hanno pagato a caro prezzo ma con dignità. Quel grido di pane e lavoro in piazza Tondi non era, quindi, una voce indistinta che nella folla perde la propria identità ma una presenza attiva, un consapevole incitamento alla lotta”.

Da questa vicenda prende avvio un progetto di ricerca di Giovanni Rinaldi, che a lungo si è occupato di memoria delle lotte contadine e  del regista Alessandro Piva. L’esito di questa ricerca è un libro, “I treni della felicità” ed un documentario “Pasta Nera”.

Rinaldi e Piva raccontano la storia dei bambini e delle bambine di San Severo, dei figli del 23 Marzo, ma raccontano anche un progetto ben più grande che coinvolse centinaia di migliaia di bambini/e e famiglie dell’Italia del Dopoguerra.

Sono le donne dell’UDI, che insieme alle donne dei partiti di sinistra organizzarono i “treni della felicità”, che permisero a circa 70.000 bambini/e, figli della miseria o provenienti da zone bombardate e distrutte dalla guerra, di avere una famiglia adottiva per qualche mese, di tornare a mangiare, di conoscere un’Italia più ricca, che eccitava e spaventata al tempo stesso.

La solidarietà delle famiglie marchigiane, emiliano romagnole e toscane accolse anche i figli degli scioperanti di San Severo. Ed è proprio da San Severo, da quel 23 Marzo, che iniziò la ricerca di Rinaldi e Piva.
Ed è in Capitanata che Giovanni Rinaldi è tornato questo 23 Marzo a raccontare questa storia, a tramandare quest’esperienza di solidarietà consapevole e politica. Per la precisione allo Scurìa, che dopo vent’anni di silenzio ha fatto tornare la voce alla Provincia di Foggia, voce ostinata di chi ha sempre creduto nella sua terra, voce a volte solitaria ed improvvisamente collettiva, che si guarda indietro, recupera la sua storia, troppo spesso dimenticata. Recupera una storia politica e collettiva, recupera un’identità, recupera la possibilità di pensarsi in maniera differente. I treni, nell’immaginario più comune e nell’esperienza di tanti e tante non sono quelli della felicità ma quelli dell’emigrazione, del distacco, dell’inevitabile allontanamento alla ricerca di emancipazione, a volte, ma sempre e comunque di pane e lavoro.

Le donne, durante la loro detenzione nel carcere di Lucera, composero una canzone che raccontava la loro vicenda.

Alla solidarietà che non lascia mai soli, allo Scurìa che mette radici e alla mia terra che fa male come quando la scrivevo sulla pelle.

E a un futuro dottore che di questa terra è figlio, pur non essendoci nato.

Ancora sul 23 Marzo e sui treni della felicità

Maria Teresa Santelli, Le compagne del 23 Marzo 1950 a San Severo

Il ventitré di Marzo a San Severo, la canzone composta dalle donne recluse nel carcere di Lucera

Mostra fotografica e dibattito allo Scurìa 

Alcune foto dell’Archivio Sonoro

La cultura dello stupro e la roulette russa delle donne

Certi sabati mattina iniziano con una bottiglia d’acqua accanto, la testa pesante e la sensazione che uno in meno si poteva berne. Ma ci si distrae facilmente, una festa di compleanno, poca gente conosciuta, e così un po’ alla volta si fa amicizia, ci si scioglie, ci si avvicina. Capita pure di avvicinarsi molto con qualcuno, è pur sempre primavera, c’è il sole e c’è spazio, finalmente, per pensarsi di nuovo. E quindi ci si lascia andare, senza troppi pensieri, si parla, si cerca e si trova il contatto fisico e tutte quelle cose là. Ma intanto è già tardi, e la voglia prevalente è quella di stare da sola, di dormire, di fare domani le cose che non riesco a fare mai, leggere mail e notizie arretrate, scrivere. E quindi tanti saluti, magari alla prossima -e chi può dirlo! – ed a casa mi porto un’amica.

Semplice. Banale. Come il risveglio con la bottiglia d’acqua accanto e la testa pesante. Pesa, però, pure un pensiero. Che qualche settimana fa una donna è uscita a fare un aperitivo e non ha potuto scegliere il risveglio che voleva, fatto di una bottiglia d’acqua, la testa pesante e qualche “uno di meno potevo pure berne”, oppure di qualche ora in più a letto a ricordare pezzi della serata, a ridere di sé e degli incontri, e magari chiamare chi era con lei per sapere com’era andato il loro risveglio, o in alcuni casi, il loro ritorno a casa.

Ieri mi è successa una cosa banale. Ho salutato e sono andata via. Ad un’altra donna pochi giorni fa, poco distante da me, non è stato concesso. E’ stata violentata da un “frequentatore di bar con cui aveva condiviso qualche bicchiere”. Così dice il testo della convocazione del corteo. Non si sa molto altro di lei e in effetti poco importa. Potrebbe essere una giovanissima studentessa o una donna che lavora, una madre, una persona solare oppure introversa; potrebbe avere le gambe lunghe e una minigonna oppure una cresta punk e il culo grosso. Davvero non importa. Anche se spesso ci fanno credere il contrario. Quando una donna viene stuprata prima di tutto si iniziano a fare domande, bisogna capire com’è questa donna, forse è troppo bella, o troppo socievole, o forse troppo provocante nel modo di vestire o di affrontare gli uomini; potrebbe essere troppo spregiudicata o semplicemente fuori luogo, dove per fuori luogo intendo proprio che certi spazi e tempi sono preclusi alle donne, in quanto donne, e infilarcisi comunque significa in qualche modo prepararsi ad una tragedia annunciata. Oppure è andata troppo oltre, ormai si è esposta e non può cambiare idea, che qualcuno c’aveva fatto la bocca, come se un sì o un forse non fosse più revocabile, come se una volta pensato di averne voglia non si possa più dire che forse ci si era sbagliate, che in realtà da più vicino non mi piaci più così tanto, sei più brutto, più viscido e puzzi pure un po’.

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Lo stupro entra nella vita delle donne prestissimo. Ti mettono in guardia che sei ancora un po’ bambina, non ti devi fidare, ogni uomo è un potenziale stupratore e la strategia che si impara è di evitare le situazioni di pericolo. Occhio agli autobus di notte, vietato tornare a casa da sola nel buio della notte, vietatissimo l’autostop. E in tempi moderni, molta attenzione con il couchsurfing, con il car-sharing e con tutte quelle situazioni in cui ti trovi ad essere da sola con un uomo senza possibilità di chiedere l’intervento di qualcuno. Perché so lo sanno pure i muri che non si fa, che stai sfidando la sorte, che per una donna è sempre un po’ una roulette russa. O te ne tiri fuori, o giochi.

Ci sono due cose però. Innanzitutto, non è responsabilità mia. Non sono io che devo prevenire il possibile tentativo di stupro evitando di fare cose che potrebbero mettermi in pericolo. A nessuno deve nemmeno per sbaglio saltare in testa che mi può toccare se non ho chiaramente detto di sì. Nonostante ciò basta un attimo, a qualunque donna, per rievocare quel senso di paura e pericolo che mille volte ha provato quando tutta la loro identità, la loro storia, le loro passioni, ideali, ricordi, relazioni venivano annullate dal fatto di essere…Donna. Un bersaglio luminoso per combattimenti notturni.

L’altra cosa è che quella paura ce la teniamo. Camille Paglia, citata da Virginie Despentes, diceva che lo stupro “è un rischio inevitabile, è un rischio che le donne devono mettere in conto ed accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente. Se ti succede alzati, dust yourself e passa ad altro”. E questo cambia tutto.

Sì, abbiamo accettato di giocare alla roulette russa. Sì, abbiamo scelto di fare certi tipi di vite, abbiamo scelto di frequentare luoghi e tempi in cui rischiamo di essere stuprare.

Ma abbiamo pure capito che di questo stupro non saremo vittime silenziose.

Perché la violenza dello stupro prosegue pure dopo. Se giochi alla roulette russa, e parte il colpo, non devi dirlo a nessuno. Tu hai accettato di giocare, tua la colpa di quello che ti è successo, tuo lo scheletro nell’armadio che d’ora in poi t’accollerai, tuo il dolore, il trauma e la vergogna. “Poststupro il solo comportamento tollerato consiste nel rivolgere la violenza contro se stesse. Aumentare di venti chili, per esempio. Uscire dal mercato del sesso, dato che si è state sciupate, sottrarsi da sole al desiderio”.

La violenza non può essere rivolta verso l’esterno, verso l’aggressore, continua Despentes. “Un’impresa politica ancestrale, implacabile, insegna alle donne a non difendersi. […] Farci sapere che non c’è niente di più grave e  nello stesso tempo che non dobbiamo né difenderci né vendicarci. Soffrire e non poter fare nient’altro. E’ Damocle fra le cosce”.

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Lo stupro dice che l’uomo non può dominare il suo desiderio, che la donna è colpevole di suscitarlo in lui. Lo stupro dice che il potere è nel corpo dell’uomo, che prevarica, umilia e sovrasta quello della donna.

E’ per questo che allo stupro non possono rispondere solo le donne, è per questo che di stupro si deve parlare con gli uomini. Un sacco di tempo fa ho letto un bell’articolo, tradotto da Slavina ma scritto da un uomo che descriveva la cultura dello stupro ed andava oltre, proponendo piccoli, banali “esercizi” agli uomini, che proponeva di riflettere e cambiare abitudini e comportamenti nella vita quotidiana.

Questo non vuol dire delegare agli uomini anche la reazione alla violenza che essi stessi procurano, ma coinvolgerli perché solo in questo modo si può combattere.

Coinvolgerli perché oltre alla cultura dello stupro esiste una cultura del potere e della sottomissione, che è talmente dentro di noi, tutte e tutti, da non risparmiare relazioni, personali e politiche, che è presente anche nei luoghi in cui spereremmo di essercene liberate/i. E ce ne libereremo davvero solo quando diventerà un’urgenza anche per gli uomini, in primis per in nostri compagni.

E’ per questo che spero di vederne tanti, questo pomeriggio, al corteo contro la violenza sulle donne.

Il testo dell’appello qui

La memoria, gli smemorati e i dimenticati di oggi

Un contributo di Silvia D’Autilia e Peppe dell’Acqua alla Giornata della Memoria, quest’anno trascorsa per me con meno retorica del solito. Ma siccome di retorica è sempre invasa e siccome con le vittime si fa spesso festa e si legittima un po’ di tutto, anche che possano essere poi, a loro volta, intoccabili carnefici, è il caso di ricordare tutte quelle vittime dimenticate. Le vittime del fascismo e del razzismo furono molte e varie, ebrei certamente, ma anche oppositori politici, omosessuali e transessuali, rom, disabili e malati psichiatrici. Le vittime e la violenza ci sono ancora oggi ed il merito di questo contributo è quello di ricordarci di non smettere di guardarle, riconoscerle, sentirle e combatterle. 

“Siate sempre capaci siate di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”, diceva qualcuno.

27 gennaio: per non dimenticare la psichiatria che dimentica e tutte le stragi umanitarie.

Tutto comincia nel 1920 dalla pubblicazione di un libro. Karl Binding e Alfred Hocke, il primo professore di diritto penale a Lipsia, il secondo di clinica psichiatrica all’Università di Friburgo pubblicano Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens (Il permesso di annientare vite indegne di vita). L’incontro di un giurista e di uno psichiatra istruisce un dispositivo terribile e inumano che sperimenta le pratiche dello sterminio e aprirà la strada ai campi di concentramento. Essi affermano che la vita degli handicappati, dei bambini disabili, degli schizofrenici cronici negli ospedali psichiatrici sia una vita indegna. “Non c’è dubbio alcuno”, scrive Binding, “che negli ospedali psichiatrici ci siano persone viventi la cui morte rappresenta per loro la redenzione e, per la società e lo Stato, una liberazione.” E ancora, secondo le parole di Hocke, essi sono “gusci umani, totalmente vuoti”.[2] Alla fine si afferma che la loro uccisione non può costituire “alcun crimine”, ma anzi un atto medico consentito e lecito. L’accezione di ‘cronico’ ha il significato di inguaribile, di perduto: in psichiatria è la limpida conseguenza delle teorie positiviste e del grande successo, non solo europeo, del lavoro di Cesare Lombroso.

Quanto sta accadendo e accadrà fino quasi alla fine degli anni ‘50 rappresenta forse l’apoteosi della psichiatria biologica, dell’eugenetica, del mito della razza, del sogno della bonifica umana. Le conseguenze sono indicibili, i numeri non restituiscono quell’orrore e tuttavia saranno circa 70.000 i bambini fatti sparire e più di 200.000 i disabili e i pazzi cronici. Ma ancora gli effetti e le conseguenze di questa scellerata ideologia medico-psichiatrica non si concludono in quel tempo, gli anni ’30 e ’40, e in quello spazio, la Germania nazista, ma si trascinano in teorie e pratiche che sottendono talvolta anche in termini sfacciatamente palesi l’operare intorno alle persone con disturbo mentale, oggi. “Questa è la storia di uno sterminio di massa di cui si parla solo in certi convegni di psichiatria. Ci sarà un motivo per cui altrove non se ne parla? Credo sia perché sappiamo che ci fu uno sterminio, lo sappiamo già che c’erano i campi di sterminio. I dettagli non ci interessano più perché la sostanza non cambia. È roba che fa star male, ci vuole uno sforzo per rimetterci mano. I nazisti, il male, la guerra… vien da dire basta prima di cominciare.”[3] Gli psichiatri di per sé sono stati sempre molto refrattari a riconoscere questa storia. La rimozione è stata gigantesca. Tant’è che c’è voluto quasi mezzo secolo, prima che se ne parlasse in un convegno internazionale di psichiatria. È stato Michael von Cranach, più volte in visita nei servizi psichiatrici di Trieste, direttore dell’istituto psichiatrico di Kaufbeuren, ad avviare una lunga e puntigliosa ricerca negli archivi dell’ospedale psichiatrico da lui diretto nella regione di Monaco di Baviera. Per la prima volta, i risultati della ricerca furono presentati al nono congresso mondiale di psichiatria ad Amburgo nel 1999. Anche a Trieste una ricerca sugli archivi condotta da Lorenzo Toresini, Bruno Norcio e Mariuccia Trebiciani ha potuto accertare il passaggio nei reparti di San Giovanni dei militari nazisti col compito d’individuare non solo gli Ebrei ricoverati, ma anche gli “indegni”. Ma a cosa serve mettere in luce questa storia? A cosa serve se oggi non facciamo fatica a riconoscere nelle pratiche psichiatriche in Italia come nel resto del mondo, ovunque, culture che ancora non riescono ad abbandonare quelle radici?

È evidente che quando parliamo della psichiatria, che qui per brevità defininiamo ‘nazista’, stiamo parlando della psichiatria trionfante della fine del secolo XIX e dell’espansione endemica delle istituzioni manicomiali. Se in quella oscura temperie storica gli schizofrenici[4] venivano uccisi materialmente, fatti scomparire fino all’ultimo brandello della loro concreta testimonianza di esseri viventi, in tutti gli altri Paesi milioni di persone venivano impedite a vivere. Tutte indegne. Tutte di danno. Tutte di peso. Tutte rigorosamente catalogate dalla scienza psichiatrica e messe in attesa di una morte liberatoria in un non-luogo e in un non-tempo. Gli ospedali psichiatrici sono stati chiusi in Italia, ma non nel resto del mondo. E in Italia continuano a essere attivi sei ospedali psichiatrici giudiziari, benchè la loro chiusura sembri essere imminente. È alla portata di tutti cogliere in questi luoghi, benché ammodernati, gli stessi meccanismi di oggettivazione e annientamento. Ma anche se uscissimo da questi istituti, per prestare attenzione alle moderne pratiche biologiche, lasciandoci incantare dalle immagini colorate del cervello, troveremmo le stesse ideologie scientifiche. È recente il maldestro tentativo di recuperare le neuroscienze e la genetica a sostegno dell’oggettiva presenza di determinanti biologici che sarebbero responsabili dei comportamenti, della malattia, della possibilità di definire la guaribilità o l’inguaribilità. Sono note le sentenze della Corte d’appello di Trieste del 2009 e del GUP di Como dell’agosto 2011. Una sorta di brutale psichiatrizzazione delle neuroscienze in chiave neolombrosiana. È quanto mai ovvio che le accademie devono abbandonare un modello scientifico così riduttivo e inattuale e la presupponenza di voler spiegare nella freddezza dei laboratori il male della mente. Sono straordinari naturalmente i contributi che le ricerche in campo genetico e neuroscientifico mettono a disposizione, ma va ricordato oggi che il mondo scientifico sempre più non nega l’importanza delle componenti biologiche, genetiche, psicologiche, ma le iscrive in un variegato terreno di possibilità che altro non sono che le singole vite, la cartografia della vita della persona, dove il cromosoma interagisce, si modifica, cresce a dismisura o scompare negli infiniti e incalcolabili percorsi relazionali, nei luoghi negli sguardi, nei successi, nei fallimenti. Alla luce di queste visioni che hanno prodotto esperienze luminose, appare stridente e tragica la persistenza di pratiche psichiatriche, che loro malgrado non riescono ad allontanarsi dai paradigmi scientifici che sembrano inesorabilmente occupare il campo. Rimane incomprensibile l’entusiasmo manicheo che scienziati, psichiatri, ancorché brillanti e intelligenti manifestano per le false profezie delle genetiche e delle neuroscienze psichiatrizzate, così come fu grande la passione per la mastodontica psichiatria manicomiale. Nelle sentenze di Trieste e di Como ancora una volta l’incontro scellerato di una biologia psichiatrica e di una giurisprudenza in cerca di parametri oggettivi per misurare l’umana sofferenza, rischiano di produrre disastri. Non accadde la stessa cosa nel 1920 nell’incontro del giurista Binding e dello psichiatra Hocke? Molti hanno potuto vedere le immagini rubate dai carabinieri o dalla finanza in sedicenti comunità trerapeutiche dove si esercita la manutenzione di persone oramai inesistenti, alla stregua delle sedie, dei banchi e dei tavoli. Hanno colpito le immagini dei manicomi giudiziari, risultato dell’inchiesta della Commissione del Senato. Quelle immagini, anche al più distratto osservatore, ripropongono con parole e pratiche agghiaccianti il legame con quelle culture e con quelle ideologie. In Italia è il Codice Rocco a governare “la follia criminale”. Il Codice penale del 1930, dove quelle culture giuridiche erano nell’aria e le teorie della malattia, specie in Italia erano dominio di Cesare Lombroso. Ebbene, quell’aria e quella prepotenza si respira nei tribunali e nei manicomi giudiziari quando si occupano delle miserie umane, dei limiti dell’umana comprensione, di uomini e di donne sempre a rischio di scomparire al nostro sguardo. L’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è intitolato a Filippo Saporito, entusiasta direttore dei manicomi criminali e generoso propugnatore delle teorie della bonifica umana. Dove si deve intendere non l’annientamento fisico degli inadatti, dei disturbatori, dei pazzi in fondo, ma la loro minuziosa catalogazione e collocazione fuori da ogni contratto. Molti avranno avuto modo di vedere il filmato della terribile morte in diretta di Francesco Mastrogiovanni. Tantissimi subiscono questo trattamento che tutti non fanno fatica a definire inutile, antiterapeutico, violento. E tuttavia le psichiatrie della biologia, del farmaco, della pericolosità, della sicurezza, del controllo sociale continuano ad applicarlo. Studenti, familiari, operatori, colpiti dalla visione di quel documento hanno chiesto: “com’è possibile che infermieri e medici passavano davanti a quel letto di contenzione e non si accorgevano di quanto quell’uomo soffrisse e della morte imminente?” Cosa si può rispondere? Cosa posso rispondere? Che quegli operatori sono sadici? Che è la banalità del male? Che è il menefreghismo imperante? Viene da ricordare quegli infermieri che caricavano sugli autobus con i vetri oscurati i bambini per destinazione ignota. Non era a loro ignota quella destinazione ed essi non erano degli aguzzini. Tornando a casa la sera abbracciavano i loro bambini, giocavano con il loro cane nel giardino, esprimevano affetto e comprensione. La domanda è incalzante: come mai questi non vedevano? Novanta ore di agonia e tortura diventano invisibili. Quando, dopo quattro giorni, la morte arriva, non Mastrogiovanni, ma il suo corpo diventa visibile. E allora: perché non lo vedevano?  La risposta non può che essere quanto mai certa e tragica: non potevano più vedere Francesco Mastrogiovanni. In questa giornata particolare crediamo sia giusto che la nostra memoria storica si dilati a tutte le tragedie riferite al genere umano, dallo sterminio degli ebrei ai crimini che ogni giorno si consumano nei paesi più poveri del mondo e di cui quasi mai sappiamo, dalle sopraffazioni istituzionali a quelle private, dal mondo dell’infanzia ai disabili, affinchè la nostra cultura non si fregi di pericolosa amnesia rispetto ad alcun essere umano. [Parte del testo riportato è in via di pubblicazione negli atti del convegno del 27 gennaio 2014 tenutosi a Trieste – “La medicina nella shoah”.]


[1] Dal libro Ausmerzen, di Marco Paolini, Einaudi, Torino, 2012.Il libro è il frutto di uno spettacolo teatrale e successivamente di una rappresentazione televisiva. È il risultato di un’attenta ricerca su Aktion T4 (Tiergartenstraße numero 4, via del Giardino zoologico, numero 4: un indirizzo di Berlino), che tra il 1938 e il 1945, sperimentò lo sterminio con malati mentali cronici ed handicappati, prim’ancora dei campi di concentramento. [2] E. Borgna, Come se finisse il mondo. il senso dell’esperienza schizofrenica, Feltrinelli, Milano, 1995. [3] Ausmerzen, op. cit. , p.4. [4] Diciamo qui schizofrenici per dire che le conseguenze, ancora in tanti luoghi catastrofiche, di questa diagnosi trovano ragione in quella pratica che contribuì a sottrarre le persone con questa esperienza a qualsiasi possibilità di comprensione. Ingigantendo il pessimismo della psichiatria clinica di Emil Karepelin.