A Stefano. E a tutti gli altri.

A pochi giorni dall’assoluzione di tutti gli imputati per assenza di prove, una bellissima lettera a Stefano Cucchi, apparsa sul ipronosticidigiovannino.tumblr.com. Non c’è più posto per lo stupore né per l’indignazione. Ma, come dice l’autore dell’articolo, odio. Per l’impunità della violenza legalizzata. Per una giustizia che mai sa essere giusta. Per la carne della nostra carne, che continua ad essere torturata, rinchiusa, uccisa nelle carceri, nei repartini psichiatrici ed in piazza. Essere dalla parte giusta, quella vera, significa rischiare la vita. Ma se la giustizia di stato non esiste la nostra forza è nella memoria collettiva. A Stefano, a Francesco Mastrogiovanni, a Carlo, a Remi. E a tutti gli altri.

Per iniziare a fare luce sulla morte di Stefano appuntamento sabato alle ore 18 in Piazza Indipendenza a Roma

Ho dormito poco

ManifestoZerocalcare

Ciao Stefano,

So Giovanni, un ragazzo de Roma de 29 anni, se te stai a chiede se se conoscevamo, no, non se semo mai visti, o forse magari si, forse eravamo vicini ao stadio o forse pe strada na volta t’ho chiesto na sigaretta, o forse me l’hai chiesta te. Comunque no. Non se conoscevamo de persona. Te scrivo perché proprio ieri è arivata na notiziaccia, e tutta stanotte ho dormito a fatica, so agitato, so teso, nun so tranquillo.

A notizia sicuramene già la sai, nun te la vojo manco ripete, però magari quello che nun sai è er clima che se respira stamattina qua a Roma. Questo vojo prova a raccontattelo, pe non fatte sentì solo, anzi, pe fatte sapè che qua, er pischello de borgata, er pizzaiolo, er tassinaro, er fruttatolo, l’impiegato, a cassiera e tutto il resto delle persone comuni so daa parte tua. Che poi nun me sento manco de accomunà ste persone pe professioni chè magari pure diversi giudici e avvocati a pensano come noi, diciamo che semo tutta gente dotata de n etica e na morale. Questo senza dubbio.
E niente, come te stavo a dì, stamattina me so svegliato un pò stranito, ma mica perché ieri sera era Halloween e so andato a fa baldoria, no no, io e streghe l’avevo già viste er pomeriggio, fantasmi del passato, che speri sempre de nun vede più e nvece, periodicamente, ritornano.

Ieri me so sentito frastornato, non so come descrive sta sensazione, non era nè rabbia (quella l’ho già finita tempo fa pe certe situazioni), nè sconcerto, nè sorpresa. Odio si, ma quello da tempo. Ero frastornato un pò tipo se na bella mattina te svegliassi e andando ai fori imperiali nun dovessi vedè più er Colosseo. Chiedi ar vigile e te dice “Ma qui non c’è mai stato nessun Colosseo”. E dici “Ma come?”, ao ma io er Colosseo l’ho visto, ho visto e foto, ho letto e storie, c’ho chiaro in testa la situazione, è palese. Mò tu un giorno, in quattro e quattr’otto, co du parole me stai a dì che er Colosseo nun c’è mai stato, e che magari tutti quii lividi io me li so immaginati.

Qui la realtà la sapemo tutti, e questa Stè è l’unica cosa che conta, e te diró, sta cosa m’ha sorpreso, perché ieri, dar primo all’ultimo, eravamo tutti d’accordo su na versione. E credime, stamme a sentì, nun saranno certo quattro borghesi vestiti de nero, bravi a parole ma meno coi fatti, a facce cambià idea.

Na vorta accertato tutto ciò, c’è solo na cosa che nun me fa dormì, che me manda er sangue ar cervello, er fatto che tutto questo può risuccede. E che tutto questo resterà per l’ennesima volta impunito. E questo me fa sbroccà Stè, perché er prossimo potrebbe esse mi cugino, n amico tuo, mi zio o chiunque altro. Pagare per delle colpe che non ha commesso, subire la frustrazione di persone che si fanno grandi con chi non si può difendere e piccole con chi gli impartisce ordini, troppo piccoli per guardarti negli occhi ma sempre abbastanza alti per piegare la testa. Diventare l’ennesima prova provata che la giustizia no, non è esiste. Riempitevece a bocca coa parola giustizia, scrivetela sui tribunali, lavatevece a coscienza, ma tenetela lontano da tutti noi, perché non c’appartiene. Perché sapevamo già tutti come sarebbe andata a finire. Purtroppo.

Me devo abituà a convive co sta cosa Stè, er pensiero che non semo tutti suo stesso piano, l’idea che se uno se fa na canna viene condannato a morte e nvece se uno ammazza viene assolto.

Maddechè, c’ho già ripensato, è vero che l’omo s’abitua a tutto, ma a sto schifo de pensiero non me vojo abituà, continuerò a tenè le distanze da certa mentalità, da certa gente, da certa giustizia.

Spero de avette fatto capì quello che intendevo Stè, scrivete una lettera era l’unica cosa che m’era venuta in mente. Fatte capì che quaa sera eri solo, ma nun sei mai stato veramente solo, perché se potessimo tornà indietro e sta là, vicino a te, tutti quanti, a migliaia, te posso assicurà che nun saresti morto de sonno, perché saremmo stati pieni de sveje nee mani.

Ciao Stè.

Uno cade, mille si alzeranno.

Felipe, la mia guida durante il “Free City Tour di Santiago” raccontava ad interessat* turist* che i mapuche vivono a Sud, con i loro vestiti tipici e la loro cultura. Che quasi mai vengono in città.

I mapuche sono in città e più precisamente sono sotto il palazzo della Moneda, perché il 1 di Ottobre José Mauricio Quintriqueo Huaiquimil è stato investito ed ucciso da un trattore durante l’occupazione pacifica di un terreno, terra ancestrale che il popolo mapuche stava tentando di riprendersi.

Lo stesso giorno viene convocata una manifestazione sotto La Moneda e queste sono le immagini di quel pomeriggio. Ad accoglierli la solita brutale violenza poliziesca, a contrastare le forze dell’ordine e la loro arroganza la rabbia, il dolore, e la determinazione del popolo mapuche.

Cariche, idranti ed una ventina di persone ferite ed arrestate.

La terra è dei mapuche e mai si arrenderanno. “Mai la farete finita con il nostro popolo”, urla un’anziana signora ai carabinieri schierati che poi la malmeneranno, “uno cade mille si rialzeranno”.

E intanto la repressione si sposta poi sui territori.

10626679_1528160834086469_4628405557268148295_n

Il governo cileno invia forze speciali nella regione di Arauco. La Arauco che cantava Violeta Parra.

“Arauco tiene una pena más negra que su chamal
ya no son los españoles los que les hacen llorar
hoy son los propios chilenos los que les quitan su pan
levántate Pailahuán”

“Arauco ha un dolore, più nera del suo chamal (indumento mapuche)
non sono più gli spagnoli quelli che li fanno piangere
oggi sono i cileni che gli tolgono il loro pane
Alzati Pailahuán”

“Alfòn libero”, lo grida Madrid, lo gridino tuttx. Appello dalla Piattaforma per la libertà di Alfòn

Madrid è, ai miei occhi e nel mio cuore, la città degli opposti e delle contraddizioni. E’ la città non natale di Franco ma dove ancora di Giovedì, si trovano nei bar tapas di paella come voleva il caudillo, o almeno questo narra la leggenda.

E’ la città degli ultras in curva con le bandiere della falange franchista, delle marce commemorative per i falangisti e per Franco, dei concerti di gruppi antifascisti ed internazionalisti (Non Servium e Banda Bassotti, tra gli altri) sospesi, e delle manifestazioni fasciste legali. Come la “marcia contro l’immigrazione anti-spagnola” del Novembre 2007, che Esperanza Aguirre, presidentessa della Comunità Autonoma di Madrid, autorizzò e che portò alla morte di Carlos Palomino, antifascista appena sedicenne.

Carlos Palomino era un ragazzo di Vallecas, municipio fino al 1950, poi quartiere, a sud di Madrid.
Vallecas è il quartiere operaio per eccellenza della capitale spagnola, nato in seguito all’installazione delle prime fabbriche ed abitato prevalentemente da famiglie che emigravano dal resto della Spagna; è un quartiere antifascista, già che forte fu la resistenza all’avanzata franchista. E’ tuttora un quartiere fatto di legami, reti di solidarietà, partecipazione e comunità. E tornando al calcio è la sede del Rayo Vallecano, e dei suoi ultras, i Bukaneros, che portano il loro antifascismo ed il loro anticapitalismo sugli spalti, nelle strade della città e del quartiere.

Di questo stesso quartiere è Alfòn, giovane operaio di 22 anni, che la mattina del 14 Novembre 2012 si stava recando ad uno dei picchetti chiamati per lo sciopero generale europeo. L’accusa è di detenzione di esplosivi ed il carcere preventivo è immediato. 56 i giorni che Alfòn è costretto a passare in regime F.I.E.S., un regime carcerario “speciale”, che prevede la censura stretta di posta e pacchi o l’incomunicabilità con l’esterno, il controllo della vita all’interno del penitenziario (orari, attività permesse) ed il tentativo di isolare dagli altri detenuti e dai/lle solidali all’esterno, attraverso continui trasferimenti e così via.

captura19

La madre denuncia, nei giorni seguenti, violenze psicologiche nei confronti del figlio ed, insieme al coordinamento che nasce per richiedere la libertà del giovane militante, la natura del tutto politica dell’arresto. Alfòn viene arrestato sulla base della figura giuridica dell'”allarme sociale”, non più in vigore dal 2003. Il giudice giustifica tale misura sulla base del fatto che Alfòn simpatizza per i Bukaneros e quindi è sospettato di appartenenza a “banda armata”.

Alfòn ha ottenuto la libertà condizionale il 19 Gennaio successivo ma, a distanza di quasi due anni da quello sciopero generale, è ancora necessario sostenere la lotta dei suoi familiari, amicx, vicinx e compagnx per la sua libertà totale. Infatti, il prossimo 18 Settembre, nella Madrid degli sgomberi dei centri sociali antagonisti e delle occupazioni fasciste, si terrà l’udienza del processo, nel quale Alfòn rischia fino a 5 anni e mezzo di carcere.

Il caso di Alfòn non desta certo stupore, salda l’abitudine alla repressione come maldestro tentativo di indebolire i movimenti. Che l’abitudine, però, non ceda il passo all’inazione.

La “Piattaforma per la Libertà di Alfòn”, composta da familiari, amicx, vicinx e compagnx chiede la solidarietà attiva, attraverso l’organizzazione di dibattiti, presidi ed attacchinaggi di manifesti, a tutti i collettivi e le organizzazioni, a livello nazionale ed internazionale.

Come sempre la risposta alla repressione può essere una sola: unità, solidarietà ed ancora lotta.

Qui la pagina della “Piattaforma per la Libertà di Alfòn”

Di seguito il Comunicato della “Piattaforma per la Libertà di Alfòn”

“Vogliamo che Alfonso resti in libertà”

La Piattaforma per la Libertà di Alfòn chiede di unirsi alla campagna che si sta portando avanti per la libertà di Alfòn.

Il 18 Settembre prossimo si terrà il processo contro un nostro familiare, vicino, amico e compagno, Alfòn, per il quale verranno chiesti 5 anni e mezzo di carcere.

Alfòn è un giovane di 22 anni, del quartiere operaio di Vallecas, Madrid, che è stato arrestato mentre usciva di casa e si dirigeva al picchetto unitario del suo quartiere per lo sciopero generale europeo del 14 Novembre 2012, per manifestare contro la disoccupazione e la riforma del lavoro, i tagli nel settore sociale, la privatizzazione di sanità ed istruzione…

Grazie alla vostra solidarietà ed alle mobilitazioni internazionali del 28 Dicembre 2012 siamo riusciti a rompere il silenzio dei mezzi di informazione che cercavano di mantenerlo nell’ostracismo, e a tirarlo fuori dal carcere a 56 giorni dal suo arresto, il 9 Gennaio del 2013.

La repressione in Spagna è andata crescendo fino a raggiungere limiti insospettabili di assenza di libertà. In decine di migliaia abbiamo multe, più di mille sono le persone imputate e centinaia con richiesta di arresto in carcere par aver preso parte alle lotte sociali, politiche e sindacali.

Per questo motivo abbiamo organizzato una serie di mobilitazioni tanto nel suo quartiere e nella sua città, quanto nel resto dello stato spagnolo ed abbiamo convocato una nuova giornata internazionale di solidarietà per il prossimo 16 di Settembre alle 19.00 e per questo abbiamo bisogno della vostra solidarietà attiva, come in passato.

Vi proponiamo di:

– Dare diffusione a questo caso secondo le vostre possibilità (mail, dibattiti o iniziative)

– Realizzare un presidio e scrivere un comunicato (il giorno 16 alle 19 in un luogo emblematico della vostra città, dove siete soliti organizzare presidi o manifestazioni) e vi saremmo grati se ci mandaste foto al nostro indirizzo e-mail

-Fare uno striscione con la scritta “Alfòn Libertad” ed esporla nella vostra città la notte tra il 9 ed il 10 di Settembre, farvi una foto ed inviarcela per mail, dato che ciò si è già rivelato importante in occasione della sua liberazione.

Vi ringraziamo per la vostra solidarietà e restiamo in attesa della vostra risposta.

Libertà per Alfòn!

Per la libertà ed il ritiro dei carichi penali di tutte le persone accusate o incarcerate per le lotte!

Viva la lotta della classe operaia!

Conto corrente in solidarietà: ES33 0487 0542 86 2000051729 ( a nome di Madres Contra la Represión)

Il Nipote 114 (e gli/le altrx)

“Il messaggio che ci dà Guido e che ci dà Estela è che vale la pena lottare”.
Con queste parole, oltre a mille altre, francamente inutili, Cristina Kirchner, “presidenta” argentina commenta il “ritrovamento” di Guido, il nipote 114.

Guido Montoya Carlotto, nome attuale Ignacio Hurban, è figlio naturale di Laura Carlotto e Walmir Oscar Montoya, ed è nato nel Giugno del 1978 durante la detenzione di sua madre.

Al momento del sequestro, Laura Carlotto aveva 23 anni ed era incinta di due mesi e mezzo. Nessuno della sua famiglia sapeva ancora che la donna aspettasse un bambino ed è soltanto grazie ad un’altra prigioniera, che dopo la sua liberazione contattò la famiglia, che si venne a sapere della gravidanza. Laura aveva affidato alla sua compagna di detenzione il compito di avvisarli, di comunicare loro la data prevista per il parto e che stessero attenti alla “Casa Cuna”, “casa culla”. Il bambino non comparve mai ma la sua famiglia materna, in particolar modo la nonna Estela, presidentessa delle “Nonne di Plaza de Mayo”, non ha mai smesso di cercarlo.

Guido è stato riconosciuto come figlio naturale di Laura Carlotto, “Rita” e Walmir Oscar Montoya, “Chiquito” o “Capitán Jorge”, entrambi militanti di Montoneros, organizzazione giovanile peronista. I due furono sequestrati nel Novembre del 1977; Walmir venne giustiziato nel Dicembre dello stesso anno, Laura invece un paio di mesi dopo il parto.

E’ stato lui stesso, dopo una serie di dubbi e la rivelazione di essere stato adottato, avvenuta un paio di mesi fa, a contattare le “Nonne di Plaza de Mayo” che lo hanno messo in contatto con il CONADI, la “Comnissione Nazionale per il Diritto all’Identità”. Non è ancora chiara la dinamica della sua sottrazione, per quanto vi siano delle ipotesi e degli indizi. Potrebbe essere stato Carlos Aguilar, imprenditore agricolo, dirigente della “Società Rurale”, intimo dell’ambiente militare, l’ultimo anello della catena di questo rapimento. Ma pochi giornali ne parlano.

Laura era una militante e per questo è stata sequestrata, è stata costretta ad assistere alle torture ed all’esecuzione del suo compagno, le è stato sottratto suo figlio a poche ore dalla nascita ed è stata poi uccisa, finito il suo ruolo di “incubatrice” per altri desiderosi genitori. Laura era una militante ed era una donna, in procinto di diventare madre. Maternità grazie alla quale ha probabilmente evitato le torture, grazie alla quale ogni tanto riceveva del cibo migliore, raccontano le compagne di reclusione sopravvissute, grazie alla quale lei stessa è potuta rimanere in vita più lungo. Maternità che le hanno rubato, la crudeltà scientifica, calcolatrice e senza limiti che si appropria del corpo di una donna e del bambino che porta in grembo.

Estela, sua madre, in più interviste riporta una conversazione con sua figlia; sono a La Plata, in un bar, la repressione si fa sempre più crudele e lei impaurita invita Laura a scappare dal paese; Laura rifiuta, le dice che lei ha “un impegno da rispettare, che deve lottare”. “Ma ti ammazzeranno”, le risponde Estela. “Nessuno vuole morire e tutti abbiano un progetto di vita”, dice Laura “ma ci ammazzeranno a migliaia e la nostre morte non sarà invano”.

Riascolto di nuovo le stesse parole. La presidentessa Cristina alla fine della sua conferenza. “Il messaggio che ci dà Guido e che ci dà Estela è che vale la pena lottare”. Il messaggio di Laura, di Wilmar, degli oltre 30.000 desaparecidos.

Ma che cosa succede in Argentina a chi ancora continua a lottare?

Emiliano Coronel è un giovane cordobese, sempre presente nelle iniziative dei movimenti sociali della città argentina e impegnato nel lavoro con i giovani. E’ membro del collettivo di rapper “Rimando Entreversos”, nato intorno alla Fondazione “La Morera”, che lavora nei quartieri più poveri di Cordoba, coinvolge i ragazzi e le ragazze attraverso la musica. Ma a Cordoba essere poveri o venire “dai quartieri” è, di per sé, un crimine.

Emiliano è stato arrestato dalla polizia cordobese il 4 Agosto, alle 11.30 di notte, vicino alla clinica dove la sua compagna era ricoverata in attesa di dare alla luce il loro primo figlio, nato qualche giorno dopo e che Emiliano non ha ancora potuto vedere. L’accusa è quella di furto, gli agenti lo avrebbero individuato come autore del fatto, sebbene il ragazzo non avesse precedenti né particolari ragioni di essere sospettato. A parte, ovviamente, venire dai quartieri “marginali” della città. Per alcune ore di Emiliano non si è saputo nulla, né dove fosse stato trasferito né le sue condizioni di salute. Pochi giorni dopo la polizia irrompe anche nell’ospedale, perquisendo la stanza della compagna di Emiliano e della bimba nata nel frattempo.

Immediata la risposta dei movimenti sociali cordobesi che hanno organizzato marce, festival e presidi per chiedere la sua liberazione. Liberazione che non è ancora avvenuta. Ma c’è dell’altro. Il governatore de la Sota, quello del Codigo de falta e de la Ley de la Gorra rilascia a pochi giorni dall’arresto questa dichiarazione: “Dobbiamo renderci conto che oltre alla riforma economica c’è una gioventù in stato di emergenza, dobbiamo dichiarare l’emergenza giovanile nel paese, e che coloro che non lo vedono dal punto di vista sociale per lo meno ci appoggino per la loro stessa sicurezza, perché un ragazzo che gli apre la porta del taxi quando escono dal ristorante non li pugnali per rubargli il portafoglio e comprare “paco” (pasta base della cocaina)”.

Questa è la visione miope e giustizialista del governatore cordobese, e questa è la risposta alle problematiche sociali, la escalation securitaria, in una città dove sono all’ordine del giorno le detenzioni arbitrarie, le repressioni poco ortodosse con l’ausilio di squadracce informali ed i casi di “gatillo facil”, grilletto facile.
La media dei ragazzi uccisi dalla polizia in strada in circostanze poco chiare è di uno al mese. Il 18 Luglio è stato ucciso, accusato di aver rubato in una libreria, Miguel Ángel Torres, 32 anni, zio di Lautaro Torres, assassinato dalla polizia lo scorso aprile. Una settimana dopo, il 26, la polizia apre il fuoco su Alberto “Were” e Maximiliano, suo cugino. I due stavano andando in moto a comprare una gassosa. Were muore colpito da un proiettile alla nuca, Maximiliano, ferito ad una gamba, viene arrestato e mantenuto in isolamento.

Non è nemmeno necessario lottare, a Cordoba, per rischiare di essere ammazzatX. E’ sufficiente essere natx nei quartieri, è sufficiente far parte di quella classe sociale che è un problema, intrinsecamente.

Ma la lotta, a volte, si eredita. E i nipoti dei desaparecidos non sempre sono ricevuti con sorrisi e attenzioni dalla “Presidenta”. Victoria Moyano è un’altra delle nipoti restituite, figlia di due militanti uruguayani di “Resistencia Obrera”, scappati in Argentina a causa della dittatura nel loro paese di origine.

Victoria Moyano stava partecipando ad un blocco autostradale con i lavoratori e le lavoratrici della Lear ed alcunx solidali. La multinazionale ha licenziato a metà maggio scorso 330 lavoratori e lavoratrici, reintegrandone poi 130, a causa, sostiene l’azienda, della crisi economica. I lavoratori e le lavoratrici smentiscono, sostengono che la produzione non è diminuita. La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear meriterebbe ben altri approfondimenti e l’arresto di Victoria Moyano è una nota stonata in una melodia ben orchestrata.

L’Argentina, nel giro di una settimana, ritrova il “suo” Nipote 114 ed arresta un’altra nipote ritrovata.
I telegiornali e le televisioni si riempiono di gioia, festeggiamenti, dichiarazioni ufficiali e conferenze stampa. Il ritrovamento di Guido/Ignacio è un avvenimento collettivo, è una riparazione collettiva alla tragedia di un paese.
Ma da una prospettiva più cinica, il ritrovamento e soprattutto la celebrazione dello stesso, l’esaltazione e l’orgoglio di aver assunto come impegno (del governo, oltre che delle organizzazioni per i diritti umani) la verità, l’identità, la memoria abbia ben altri fini.
Ampio consenso riguardo all’efferatezza dei crimini commessi, alle infamie delle detenzioni, uccisioni, sequestri, appropriazioni; unanimità di sentimenti e giornata di speranza e allegria per tutto il paese.

Il ritrovamento di Guido/Ignacio non parla solo di un amore che resiste a 36 anni di oblio, racconta la storia, le motivazioni di questa lunga separazione. Guido/Ignacio è stato sottratto a sua madre perché quest’ultima era un’oppositrice della dittatura; i suoi genitori sono stati torturati ed uccisi perché militanti politici che hanno deciso di dare tutto, inclusa la vita.

La gioia per un incontro tanto atteso oscura la rabbia per quegli anni rubati, per quelle vite assassinate. La gioia non fa paura, e permette di depotenziare un avvenimento privandolo del suo contesto storico-politico.
Ci si siede tutti insieme al tavolo della pace e del perdono, ma Laura, Wilmar, gli altri e le altre desaparecidas probabilmente non sarebbero negli studi televisivi. Sarebbero sulla Panamericana con Victoria, sarebbero nelle strade di Cordoba lottando contro la violenza della polizia, sarebbero ad Islas Malvinas a cercare di impedire l’apertura di Monsanto.

Il ritrovamento del Nipote 114 è una bellissima notizia ma la luna è sempre là, per quando le telecamere si saranno stancate di riprendere il dito.