La finta savia e il XVIII Dicembre

Nelle storie ci si imbatte per sbaglio, o forse il modo più bello di apprendere, qualunque cosa si apprenda, è relazionale.

Metro, calda mattina di Luglio. Una famiglia latina chiede a quale stazione scendere per visitare il centro città. In particolare vorrebbero visitare una delle piazze centrali, dove si affaccia il Palazzo Reale e un’antica residenza dalle tre anime, come una matrioska, all’interno lo strato più antico.

Una ragazza indica la fermata della stazione principale dei treni.

Qualche minuto dopo sale un ragazzo, giovane, ben vestito. Ha in mano una bustina di carta trasparente, dentro dei fogli, quello che potremmo pensare essere un curriculum. Va nella medesima piazza, dove c’è anche un ufficio per i giovani, che avrebbe l’ambizione di orientarli verso opportunità e invece, nella migliore delle ipotesi, potrà fornire un po’ di consolazione.

Chiede alla ragazza qual è la fermata più vicina per la suddetta piazza. La ragazza tentenna, dice di non essere del posto e cita due stazioni. La conversazione si estende ad altri passeggeri e si concorda che la piazza è probabilmente al centro tra le due stazioni principali.

A quel punto la metro giunge alla fermata XVIII dicembre. Il signore latino chiede che cosa è successo in quella data. Una delle ragazze risponde in spagnolo, il signore ascolta. La moglie gli fa notare che abbiamo cambiato lingua, nel mentre.

Nessuno lo sa, non stiamo facendo una bella figura come giovani di un paese industrializzato. Sembra un po’ la solita scenetta da candid camera, in cui la giovani generazioni non conoscono i più banali avvenimenti storici del paese. Il ragazzo dice di essere rumeno e un po’ si auto-assolve. Ma una delle ragazze non ci sta e allora inizia un articolato processo di deduzione. E di racconto. Suppone che la data sia riferita al periodo pre-unitario e quindi probabilmente legato alla storia di quel periodo e di quel regno, che, diciamolo, non era ancora l’Italia. E racconta alla famiglia, ormai rivelatasi peruviana, di Cusco per l’esattezza, dell’Italia pre-unitaria, dell’annessione e della nascita della Repubblica. E auto-assolvendosi pure lei, che in fondo la storia del regno di Sardegna non è mica quella di casa sua.

Nell’era non digitale la cosa sarebbe pure finita qua. Due nozioni storiche la famiglia peruviana le aveva avute, la ragazza aveva salvato la faccia della gioventù italiana, non più ignorante e tutti vissero felici e contenti. Ma ai tempi della 4G è tutto diverso. Il ragazzo rumeno, con la complicità di Gooogle, smentisce.

Il XVIII dicembre, a Torino, si è consumata una strage fascista, una rappresaglia (ma come si dice strage in spagnolo?, qua la finta savia si deve proprio arrendere).

Il prequel

E’ la sera di una nebbiosa domenica di Dicembre, il 17 appunto, Francesco Prato si sta recando a trovare la sua fidanzata.

Faceva il bigliettaio del tram, viveva in una pensione in Corso Spezia, nel quartiere operaio di Barriera Nizza ed era un comunista. Lo descrivono come di “temperamento audace, battagliero, insofferente d’ogni sopruso e d’ogni prepotenza, incuteva timore agli stessi fascisti. Ovunque si trattava di difendere dei compagni o delle istituzioni proletarie dalle violenze delle camicie nere, il Prato si trovava in prima linea”. Il fascismo si stava consolidando in Italia, e a Torino si era già reso protagonista di aggressioni ed intimidazioni. Il clima era teso. Per questo Francesco Prato aveva in tasca una rivoltella quando cadde nell’imboscata di tre fascisti che gli spararono ferendolo a una gamba. Prato sparò a sua volta, uccidendo due dei suoi aggressori e riuscendo a fuggire. Si rifugia prima in casa di alcuni compagni e poi viene fatto espatriare in Unione Sovietica dove morirà, in un gulag.

Alcune versioni sostengono che i fascisti fossero stati assoldati dal padre della fidanzata di Prato, contrario alla relazione. Non ci direbbe nulla di nuovo sul machismo fascista.

Nel mentre al Teatro Alfieri i fascisti festeggiano la costituzione di una nuova squadra, con personalità politiche influenti, attrici e numerose squadre fasciste provenienti da Parma.

La strage

Il XVIII dicembre Torino si sveglia invasa da << gruppi di camice neri provenienti da altre città: essi erano armati di pistola, di manganello e avevano a tracolla una coperta arrotolata […] altri gruppi di fascisti forestieri appollaiati persino sui predellini e parafanghi di alcune automobili saettanti, brandivano pugnali, pistole, e gridavano per terrorizzare i passanti. Ci parve di capire la vera ragione dell’affluenza a Torino di squadristi da altre località  […] i caporioni fascisti, per giustificare il massacro che si apprestavano a scatenare contro gli antifascisti torinesi, prendevano a pretesto la batosta che il nostro compagno Prato aveva inferto ai loro sgherri »

Alle 11.30 una cinquantina di fascisti fa irruzione nella Camera del Lavoro, dove bastona il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, l’anarchico Pietro Ferrero. Poi li lascia andare.

Verso l’una, dopo aver cercato Carlo Berruti e averne devastato la casa, entrano nell’ufficio delle Ferrovie di corso Re Umberto, prelevano Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, e il socialista Carlo Fanti, li caricano in una macchina scoperta e li portano in aperta campagna, nella zona di Nichelino e gli sparano alla schiena.

Nel primo pomeriggio i fascisti fanno irruzione in un’osteria in via Nizza 300. Perquisiscono i presenti e trovano la tessera del Partito Socialista ad Ernesto Ventura. Gli sparano e lo feriscono. Leone Mazzola, gestore del locale, prova a protestare. Viene trascinato nel retrobottega dove i fascisti credono di trovare indizi della sua appartenenza comunista. Lo uccidono. L’indagine rivelerà che era un monarchico, probabilmente anche informatore della polizia politica.

Giovanni Massaro era nell’osteria di Mazzola ma riesce a fuggire, rifugiandosi nella sua casa, non lontana. Viene inseguito e ucciso. Il cadavere viene abbandonate nelle campagne in fondo a via S. Paolo e viene ritrovato solo qualche giorno dopo. Massaro aveva 34 anni, era un operaio con problemi psichiatrici che gli avevano fatto perdere il lavoro.

La giornata di sangue non è ancora finita.

E’ già sera, Matteo Chiolero, simpatizzante comunista è a cena con la sua famiglia, sua moglie ed una bimba di 2 anni. Bussano alla porta, va ad aprire ed è freddato con tre revolverate al petto.

I fascisti vanno poi a cercare Andrea Chiomo. Chiomo aveva 25 anni, era comunista ed aveva ucciso un fascista l’anno prima. Ne era uscito assolto ma sapeva che la rappresaglia non si sarebbe fatta attendere. Lo trovano in casa di amici, lo trascinano via e lo ammazzano crudelmente.

Alle dieci di sera Pietro Ferrero, anarchico, segretario della Federazione degli operai metalmeccanici di Torino è davanti alla Camera del Lavoro.

Era stato in giro tutto il giorno, era già stato malmenato alla Camera del Lavoro la mattina e ne era probabilmente scosso. Poco prima aveva incontrato Andrea Viglongo e Mario Montagnana, redattori de “L’Ordine Nuovo” che lo avevano invitato a fermarsi da loro: le strade di Torino per quelli come loro non erano sicure.

Ferrero va invece verso la Camera del Lavoro, occupata dai fascisti. Lo vedono, lo catturano, lo torturano e poi lo uccidono. O forse morì per le torture. Poi bruciano la Camera del Lavoro e impediscono ai pompieri di intervenire finché non ne resta molto.

 

 

A mezzanotte i fascisti irrompono in casa di Erminio Andreoni, 24 anni e lo prelevano davanti alla moglie ed al figlio di un anno. Lo portano nella campagna vicina e lo uccidono a colpi di pistola. Poi tornano nella casa e la devastano.

Irrompono poi in casa di Matteo Tarizzo, 34 anni. Dopo aver lavorato come operaio alla FIAT aveva aperto una piccola officina in via Madama Cristina.Lo portano fuori dalla sua casa e lo uccidono a bastonare. Gli lanciano copie de “L’Ordine Nuovo”.

In quel primo giorno ci furono, o meglio si è venuto a sapere, di otto morti e quindici feriti.

La strage, in realtà, non è ancora finita. Continuerà nei due giorni e nelle due notti successive.

La metro, però, apre le sue porte. La finta savia, il ragazzo rumeno e la famiglia peruviana sono arrivati a destinazione. Scendono, si salutano, si separano.

La finta savia si accorge che sta sorridendo. Che la malinconia che si trascina dietro da settimane si è alleggerita un po’. Pensa a Marcos, marionettista argentino, fintamente scontroso. “Ci sono i turisti e ci sono i viaggiatori”, le aveva detto. La differenza è tutta qui: se si va alla ricerca della Storia o di tante piccole storie che leggono o costruiscono la Storia. Pensa a Flor, ai brindisi agli incontri. Perché la Storia, alla fine, non è fatta che di incontri.

Pensa che, a volte, si può essere viaggiatori anche senza muoversi dalla propria quotidianità. Perché viaggiare, in fondo, è un’attitudine.

Esattamente come incontrare.

 

 

 

(si ringrazia anarchopedia per la dovizia di particolari)

“Oggi inizia il domani!” Ritirata la Legge Pulpìn.

E’ vero, non bisogna essere trionfalisti, ma quando il quotidiano peruviano La Republica titola “Derogata dal Congresso la Legge Pulpìn dopo cinque marce moltitudinarie”, un brividino dietro la schiena si sente.

Cinque ore di dibattito che hanno portato a 91 voti a favore, 18 contrari e cinque astenuti ed all’abolizione della legge alla prima votazione, mentre i giovani e le giovani attendevano i risultati presidiando il Centro di Lima. La marcia, convocata per il 28 Gennaio, infatti, era stata anticipata al 26, dopo che il presidente Ollanta Humala aveva annunciato che in quel giorno sarebbero state decise le sorti della Riforma del Lavoro Giovanile, che, secondo gli ultimi sondaggi, era stata osteggiata  dal 76% della popolazione.

10494645_10204851023108379_8229465591631883038_n

La deroga della Legge Pulpìn è una vittoria, perché è stata la partecipazione e la determinazione dei e delle giovani peruviane a portare nuovamente la Legge in aula e a costringere il Congresso a votarne l’abolizione. Sono state convocate cinque marce in tutto il paese, con decine di migliaia di partecipanti; sono stati i giovani e le giovani peruviane a decidere obiettivi e pratiche delle marce, radicali nelle istanze e nelle modalità di stare in piazza. Ma non si è trattato solo di questo. I “Pulpìn” peruviani, nonostante in quell’emisfero siano in piene vacanze estive, sono stati in grado di creare una mobilitazione imponente e trasversale, che ha coinvolto organizzazioni sindacali, partiti, movimenti studenteschi ed ha ottenuto la partecipazione popolare. E’ una vittoria perché, e da questa parte dell’Oceano lo stiamo dimenticando, la massiva partecipazione del popolo in forma organizzata e determinata costringe il Presidente a ricalendarizzare la legge ed i Parlamentari a tornare sui propri passi, cambiare il proprio voto precedente ed abolirla.

Al tempo stesso, la mobilitazione contro la Riforma del Lavoro Giovanile non si ferma: i giovani e le giovani riunite in piazza ribadiscono che non è finita qui. L’estrema diffusione del lavoro irregolare, la disoccupazione giovanile elevatissima e l’abbandono scolastico, molto diffuso sopratutto nelle zone rurali, rimangono un problema centrale della società peruviana e, sostengono i Pulpin, fino ad oggi si contestava la soluzione, non il problema.

E’ proprio per questo motivo che sta prendendo piede l’idea di un’iniziativa di legge popolare, dichiara il “Coordinamento Giovanile #18D per un lavoro Degno” , esprimendo il proprio rifiuto per una politica che legifera alle spalle del popolo ma anche per il modello neoliberale del governo peruviano.

"Dicevate che le marce erano inutili" Fonte: twitter @aaronormeno

“Dicevate che le marce erano inutili” Fonte: twitter @aaronormeno

Dalla piazza di Lima in cui erano riuniti i e le Pulpìn peruviane arrivano messaggi chiari: “e vogliamo di più, vogliamo lottare per una società più giusta, per una cambiamento, per trasformazioni vere”, e ancora “l’abolizione della Legge Pulpìn è il trionfo di una società più giusta ed umana, nella quale la crescita economica non deve essere a spese dei gruppi vulnerabili”.

Intanto il 28 Gennaio in Perù si torna in piazza per lo sciopero nazionale del settore tessile, sciopero convocato proprio in opposizione alla Riforma del Lavoro Giovanile.

“Oggi inizia il domani”, scrive la blogger Marisa Glave. “Oggi i giovani sanno che hanno potere, che con organizzazione e razionalità è possibile vincere le battaglie. [..] L’abolizione di questa legge é solo l’inizio. La lotta è per la dignità del lavoro per tutte e tutti […]. La lotta è per la giustizia sociale, la lotta è per la democrazia reale”.

Oggi inizia il domani, adelante Perù!

http://www.larepublica.pe/26-01-2015/ley-pulpin-derogatoria-del-regimen-laboral-juvenil-se-debate-hoy-en-el-congreso

“Se non c’è giustizia per il popolo, non ci sarà pace per il governo!” Scontri e arresti a Lima per la quarta marcia contro la Legge Pulpìn

Tornano a marciare i giovani peruviani, nella quarta marcia contro la legge Pulpìn, che riforma il mercato del lavoro. 

Fonte: MaldeOjo Foto

Fonte: MaldeOjo Foto

L’avevano annunciato sui social network, “non sarà una passeggiata! Non lasceremo che  ci facciano fare solo un tour per Lima! Abbiamo deciso che la nostra destinazione deve essere il luogo dove questa legge è stata promulgata, il Congresso!”.

Ma quando i due tronconi si sono riuniti per dirigersi verso il congresso si sono trovati davanti un imponente schieramento di forze dell’ordine, circa 500 poiliziotti, che sbarravano il cammino.

Il tentativo di proseguire il corteo, oltre 20.000 partecipanti, ha portato a lancio di lacrimogeni e gas al peperoncino a cui i manifestanti hanno risposto con lanci di pietre ed oggetti e incendiando barricate.

Fonte: MaldeOjo Foto

Fonte: MaldeOjo Foto

Il bilancio è di 16 poliziotti feriti, 15 manifestanti arrestati, ma già rilasciati, e molti feriti.

Nonostante la brutale repressione poliziesca i giovani e le giovani peruviane non si lasciano intimidire ed hanno già riconvocato una nuova marcia per il 28 Gennaio, chiedendo il ritiro immediato della legge.

In solidarietà ai manifestanti Anonymous ha hackerato 12 pagine web dello stato, tra le quali quelle del Congresso, della Municipalità di Lima del Ministero dell’Interno e di vari enti regionali.

Fonte: Supay Foto

Fonte: Supay Foto

“Sempre in piedi mai in ginocchio”. Lima contro la Legge “Pulpìn”.

Un occhio è sempre puntato all’altro emisfero, qui dalle parti di Semenella.
Non solo per l’estate che ora riscalda quelle latitudini, per le immagini di spiagge cristalline ed amici abbronzati.
Dalle parti di semenella non si riesce a non guardare lontano, a non invidiare quelle strade piene e rumorose.
Analogie, volendo, se ne trovano. Pure in Italia non si ferma la febbrile attività del Consiglio dei Ministri, che approva due decreti attuativi del Jobs Act, l’amministrazione straordinaria dell’Ilva e tutta una serie di altri provvedimenti la vigilia di Natale; la differenza, rispetto al Perù della “Ley Pulpìn”, è che qua le gambe sono sotto le tavole imbandite e le strade sono vuote, ma illuminate dalle luci del Natale.

In Perù, invece, il “Regime Lavorativo Giovanile” sta provocando fortissima opposizione in tutto il paese, soprattutto da parte delle e dei giovani che sono scesi in piazza il 18 ed il 22 Dicembre, a Lima, ma anche a Cusco, Trujillo e ad Arequipa.

La legge 30288, ribattezzata “Ley Pulpìn” (“moccioso”, ma che i peruviani mi correggano), vuole regolamentare l’accesso al lavoro dei giovani tra i 18 ed i 24 anni.

Il governo, per bocca del Ministro Daniel Maurate sostiene che la legge servirà a regolamentare il lavoro informale che, ad oggi, coinvolge, circa 1.800.000 giovani di età compresa tra i 18 ed i 24 anni. L’obiettivo della legge, dice il governo, è “migliorare l’impiegabilità e favorire la contrattazione”; alle aziende verrà impedito, sostengono inoltre, di licenziare lavoratori già assunti per assumere i meno costosi giovani. “Siamo assolutamente in grado di controllare chi entra e chi esce”, dice Danel Maurate in tv. E’ anche vero che il 60% dei lavoratori peruviani ha un contratto a termine, quindi il rimpiazzo con un giovane “pulpin” può avvenire semplicemente non rinnovando il contratto alla scadenza, senza necessità di licenziare.

C’è un altro dettaglio però, che andrebbe considerato: il lavoro informale, che rappresenta l’82.5% dell’occupazione giovanile in Perù si svolge all’interno delle cosiddette “Mypes”, cioè le micro e piccole imprese, che in Perù costituiscono il 98% del mercato produttivo ed alle quali NON si rivolge la Ley Pulpìn che, invece, si rivolge alla medie e grandi imprese. Medie e grandi imprese che potranno, quindi, assumere giovani che, a causa della loro inesperienza e difficoltà a trovare un lavoro regolare, dovrebbero accettare condizioni di lavoro precarie e vantaggiose per le aziende.

B5gv3y0IYAArFSO

Nello specifico, i giovani tra i 18 ed i 24 anni non avrebbero diritto a 30 giorni di ferie ma a soli 15, né al CTS (Indennità per tempo di servizio) né alle “gratificazioni” ne all’assegno familiare. Inoltre per il primo anno di lavoro sarà lo stato a farsi carico della Sicurezza Sociale del lavoratore o della lavoratrice.

La retorica dell’inesperienza è molto presente nei dibattiti televisivi dove si cerca di costringere i giovani alla gratitudine per l’azienda che si assume l’onere di formarli e che, per tale onere, ha il diritto di pagarli poco e male. E’ di oggi la notizia di una proposta di modifica che vorrebbe indirizzare questo provvedimento prevalentemente ai giovani che non hanno studi di livello abbastanza elevato. E così, alla critica di essere una legge discriminatoria nei confronti dei giovani si risponde rendendola discriminatoria nei confronti dei giovani più poveri e quindi con meno titoli di studio.

C’è un altro dato inquietante in tutta questa faccenda: il tasso di occupazione dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, in Perù, è del 9,2% ma il 40% dei giovani tra i 18 ed i 24 anni, in Perù, è padre o madre di famiglia. Se il mondo occidentale approfitta (ed influenza) il crollo della natalità per avere lavoratori sempre più flessibili, pronti a “sacrifici” o rassegnati all’assenza di diritti, la presenza di giovanissime famiglie non implica maggiori tutele dall’altro lato dell’oceano, ma anzi, getta nella precarietà intere, vulnerabili, famiglie.

La “Legge Pulpìn”, approvata in un solo giorno, è già oggetto di modifiche, tentativo estremo di fermare le proteste.

B5e-8koIgAAG5gH

Ci sono infatti già state due manifestazioni, la prima con quindicimila e la seconda con ventimila partecipanti. Il bilancio della seconda marcia è stato di tre poliziotti feriti e cinque manifestanti arrestati. I giovani e le giovani peruviane hanno marciato a partire dal pomeriggio da Plaza San Martin, attraversando il centro di Lima e dirigendosi prima sotto la sede del Confiep (Confederazione nazionale delle istituzioni imprenditoriali private) e poi sotto la sede del Partito Nazionalista del presidente Ollanta Humala, dove i manifestanti hanno chiesto il ritiro della riforma e la polizia ha risposto con il lancio di gas lacrimogeni. Il corteo non si è disperso ma è continuato fino ad arrivare nel quartiere di Miraflores e si è poi diretto nuovamente verso Plaza San Martin bloccando il traffico sulla Via Expresa, la più importante di Lima. Dopo sette ore di corteo, verso la mezzanotte, sono iniziati gli scontri nella centrale piazza della capitale peruviana, con lanci di lacrimogeni e violenti arresti.

I manifestanti anche attraverso la stampa indipendente, denunciano la presenza di agenti di polizia del “Gruppo Terna”, in borghese ed infiltrati nel corteo e che hanno poi arrestato e malmenato manifestanti o giornalisti senza neppure identificarsi.

Ma i giovani e le giovani peruviane non sono affatto disposti a cedere i propri diritti ed hanno convocato una nuova manifestazione Lunedì 29 Dicembre alle ore 17 da Plaza San Martìn gridando di nuovo che “La gioventù cosciente mai sarà serva”.

Machu Picchu for dummies

Viaggiare può essere estenuante, emozionante, gratificante e una serie di altri aggettivi che terminano in -ante. Viceversa essere turisti è frustrante ed annichilente. In alcuni luoghi è difficile essere viaggiatori e non turisti, ed è ovviamente il caso di una delle meraviglie del mondo, Machu Picchu.

La porta d’ingresso é Cusco, capitale dell’impero inca. L’offerta turística é enorme: musei, escursioni, una discreta quantita’ di siti archeologici.

Inoltre sono i giorni che precedono l’Inti Raymi, la festa del sole, una sorta di Capodanno Inca. C’é uno spettacolo di suoni e luci, i fuochi artificiali. Dopo un paio di giorni c’è una sfilata, la señora dell’ostello la chiama “la serenata”, con balli, carri allegorici. Non mi godo tutto questo movimento e mi infastidisce anche un po’ la calca asfissiante.

Una scritto accanto al mio ostello dice “Tourism is colonisation” ed ovviamente Cusco mescola modernità capitalista e povertà antiche. Il pranzo al mercato, che pure è pieno di turisti e di artesanía a loro indirizzata, costa dai quattro ai cinque soles, nei ristoranti per gringos anche cinquanta.

La città’, circondata dalle montagne, è affascinante. Le chiese, la cui architettura rivela l’identità indigena, splendono nella notte, la pietra illuminata che si staglia nell’oscurità. Una vista che, insieme all’altitudine, toglie il respiro.

A Cusco si pianifica la salita al Machu Picchu. Gli ostelli e le agenzie offrono pacchetti di due o più giorni, in bici, in treno.

Faccio la snob e penso di poter fare tutto da sola. Poi scopro che i treni, andata e ritorno, costano 110 dollari. In Sudamérica tutti i prezzi oltre una certa soglia, inaccessibile per la maggior parte della popolazione, diventano in dollari. L’alternativa al treno è una lunga combinazione di bus, fino a Hidroeléctrica, da li si cammina, o si prende un treno, 26 dollari per quaranta minuti. Torno ai tour, 105 dollari, riduzione studenti, due giorni una notte, incluso un pranzo, una cena, una colazione, l’ingresso, la guida, il treno. Qui c’è la mia truffa, dato che il treno sparisce. Dice la polizia ad una ragazza italiana che incontro, che bisogna sempre controllare quello che scrivono perchè promettono una cosa e vendono un’altra. Insomma, io di truffe non ne manco una e nemmeno delle più originali.

Facciamo un confronto con Andrés che ha comprato solo il trasporto in minivan. Il risparmio è di circa quaranta dollari rispetto a quello dell’agenzia.

Tra l’altro il cibo dei ristoranti convenzionati è poco e mediocre, cosi come la guida che ci tocca che genera l’ilarità del gruppo, per la sua incredibile capacità di eludere le domande che ci invita a fare.

Spennatura a parte l’avventura Machu Picchu regala emozioni, gioie e fatiche.

Ti passano a prendere in ostello, si forma il gruppo di una quindicina di persone e si inizia a salire, benche’ il Machu Picchu sia decisamente piu’ basso di Cusco. Questo perche’ il minivan sale la montagna e poi riscende, raggiungendo gli oltre 4000 metri. La sensazione è di essere in un documentario o di essere l’inviata di Licia Coló. Strada tortuosa su montagne verdi e gialle, un massiccio innevato all’orizzonte. Poi, dopo una curva, nuvole in varie tonalità di azzurro sulle montagne scure di fronte.

Dopo poco si inizia a scendere, il paesaggio cambia. La strada si restringe, termina l’asfalto. Passiamo ponti stretti, siamo su uno stretto strapiombo senza protezione alcuna. Il fiume scorre centinaia di metri piu’ in basso, ingrossato dai ruscelli e dai rigagnoli provenienti dai ghiacciai.

Un paio di volte sussulto quando la natura si impone prepotente agli occhi ed alla mente. Gli psicologi (non tutti, solo quelli fighi) dicono che tra le funzioni della neocorteccia, ultima evoluzione del cervello umano, ci sia la capacita’ di contemplare, provandone piacere, il bello. Credo si tratti di questo.

Tornando alla discesa, il paesaggio cambia e diventa selva, vegetazione di luoghi caldi, palme, banani, alberi sottili ed alti decine di metri. Al fondo della valle, Hidroeléctrica, da dove parte la passeggiata a piedi, costeggiando il fiume e la ferrovia.

Il gruppo perde pezzi, si compone e scompone durante il tragitto. Alla fine rimaniamo io, Margot, Andrés, el Chino (mai avrà un nome) e sua moglie. Andrés, argentino, italiano d’origine e di passaporto, è infaticabile, chiacchiera, fa sketch, ci fa ridere; Margot ha solo vent’anni, un fidanzato argentino e uno scudo di Buenos Aires tatuato sulla schiena. Sta per tornare in Francia dopo dieci mesi in Argentina. É innamorata come, ne sono sempre più convinta, solo a vent’anni, del suo ragazzo, di tutto quello che ha vissuto e costruito, di una vita solo sua, dell’ebrieta’ che dà farcela da soli. É impulsiva e testarda, dà giudizi netti, irremovibili, crudeli (poveri peruviani tutti brutti) ma è la veemenza dello gioventù e mi intenerisce.
Siamo rimasti indietro, osservo che tra poco sara’ buio; dalle indicazioni del tour operator ad un certo punto troveremo una casa verde, dobbiamo prendere a destra e da li manca solo una mezz’oretta. Accendiamo una lanterna (iPhone umilia decathlon, la mia non mi illumina nemmeno la punta dei piedi) e facciamo l’inventario del nostro kit d’emergenza: abbiamo acqua, qualche felpa, un accendino per accendere il fuoco. Il tono della conversazione è ironico ma davvero in questo momento non sappiamo dove siamo, a che distanza dagli altri e dal resto del mondo. Qui ci sono solo binari, bosco e montagne ed il suono del fiume. Qui la giovane e coraggiosa donna torna fragile e non ci sarà verso di rasserenarla fino all’ingresso ad Aguas Calientes, nonostante nel cammino incontriamo una casa in cui ci sono dei ragazzi a far festa, un camping, la casetta verde. Decidiamo di cantare per distrarci un po’ e poiché mi lamento di non conoscere canzoni argentine da cantare, la scelta ricade su “Con te, partirò”, versione spagnola di cui nessuno conosce il testo. E così arriviamo ad Aguas Calientes, il fiume tuona tra le montagne, la valle è immersa nell’oscurità e la nostra dissacrante processione ne rompe l’incanto. Andrés brandisce il cellulare da cui fuoriesce la voce di Bocelli (ironie della sorte), accanto a lui io e Margot, intorno a noi tre o quattro tenerissimi cani ed in fondo il chino e sua moglie.

Gli altri sono già in piazza da un pezzo, ci accompagnano negli ostelli. Io sono con Stratos, il greco, ed Oliver, che ha fatto una scommessa con i suoi amici. Se si farà una foto vestito da Indiana Jones accanto al Macchu Picchu vince 1000 dollari. Fumiamo una sigaretta con Stratos, gli confido le mie scarse e partidarie conoscenze del greco e gli insegno la traduzione in italiano. Gliela scrivo su un foglietto e gli chiedo di fare lo stesso.

La cena è, dicevamo, cara e mediocre ma ci dà la possibilità di ironizzare sulla speculazione in atto alle nostre spalle. Il culmine dopo cena, quando andiamo a bere un Pisco Sour: ci fanno accomodare, scherziamo sul fatto che sedersi è incluso nel prezzo; chiediamo di farci una foto ad una cameriera, con risultati pessimi e immaginiamo che ci verrà fatta pagare. Ci sembra ci abbiano ascoltati quando ci portano il conto: 8 soles per il servizio.

Durante la cena ci spiegano le opzioni per il giorno seguente: si può salire e/o scendere a piedi o in autobus. Uno sportivo sale in quarantacinque minuti, gli altri un’ ora e mezza-due. La pendenza è discreta, a meno che non si voglia fare la strada dell’ autobus, più lunga, due ore. Quello che si dimenticano di aggiungere è che sono scale, quasi tutte scale. Alcuni sono scaloni alti, “qualcuno” deve alzare parecchio le ginocchia per salirli. A Tiwanaku mi avevano detto che era una forma di sacrificio, braccia incrociate sul petto e ginocchia che vi si avvicinano, in una sorta di ripetuta e faticosa genuflessione. L’altra opzione è l’autobus, una ventina di dollari andata e ritorno. Nulla da aggiungere.

Bisogna iniziare a camminare alle 4.30 per essere in cima in tempo per vedere l’alba. In tutta onestà, se non si hanno velleità spirituali o mistiche e si hanno dieci dollari da buttare, si può pure salire in autobus. Anche se non si può negare che tutte quelle persone, che marciano in fila indiana, immerse in un buio profondo rotto solo da qualche lanterna, emanano una certa magia. Le montagne che appena si intuiscono o che risplendono nel buio sono uno spettacolo inenarrabile. Anche i momenti in cui, invece, stavo per sputare il cuore, sono indimenticabili ma meno piacevoli. Il punto è che l’obiettivo è arrivare in cima prima del sorgere del sole e quindi man mano che aumentava la luce io, alternativamente, mi intristivo e mi rassegnavo. Non ce l’avrei fatta a vedere questo momento così ricercato e, letteralmente, sudato. La mia stupidità mi precede ed i miei compagni di avventura mi spiegano, senza infierire, che non ci siamo persi nulla, che “la salida del sol” è da dietro la montagna e quindi non dovevamo essere in cima per le prime luci ma per questo momento.

Non si tratta soltanto di una meraviglia della natura ma anche della sagacia dell’ ingegno umano: quando il sole oltrepassa la montagna, i primi raggi si infilano nella finestra del tempio del sole e vi si riflettono. Mi godo lo spettacolo dall’alto perché Andrés mi ha preso sulle spalle per ovviare agli inconvenienti tecnici derivanti dalla statura in dotazione.

Di Machu Picchu, in realtà non ho capito granché a causa della guida economica che abbiamo a disposizione. Ci fa vedere i terrazzamenti dedicati all’agricoltura, ribadisce che coltivavano tremila varietà di patate. Poi quando Andrés gli chiede se usavano la moneta o il baratto dice che scambiavano i loro prodotti per le patate e, data la nostra perplessità, aggiunge che era solo un esempio. Appropriato e fantasioso, verrebbe da dire. Ci molla li da soli dopo un’oretta e allora esploriamo autonomamente, origliando le guide altrui.

Scopriamo cosi la casa del re con bagno annesso (solo per lavarsi, per il resto si usavano pozzi che venivano poi chiusi quando erano pieni), la casa a due piani della principessa, i mortai per macinare i cereali, ricavati nelle stesse pietre, la casa del condor (a terra la testa, in verticale le ali, in picchiata la postura), il sistema idrico.

Nella sua breve visita guidata, la nostra guida ci aveva mostrato le varie aree (coltivazione, spiritualità, abitazioni), la chakana metà in pietra, metà disegnata dall’ombra.

Non abbiamo molto tempo, con il ritorno in giornata alle undici bisogna iniziare a scendere, perché c’è da ripercorrere a piedi sia la scalinata d’accesso al Machu Picchu, sia le due ore e mezza fino ad Hidroeletrica.

Non abbiamo tempo, quindi, per la montagna Machu Picchu e per la Puerta del sol, ma ne abbiamo per dare da mangiare a un lama, guardare le rovine dall’alto e andare al Puente inca. Al ponte inca sì arriva dopo un sentiero corto e stretto a strapiombo sulla selva. In realtà il ponte è chiuso e si intuisce alle sue spalle l’originaria continuazione. C’è ancora molto da scoprire e proprio in questi mesi si sta scavando un nuovo sentiero. Potrei saperne di più se la guida non avesse risposto alle domande con la sua classica modalità “Dove vai?” “Porto cipolle”.

Iniziamo la discesa solo io e Andrés, Margot ha il treno, gli altri li abbiamo persi da un pezzo. Voliamo giù per le scale perché abbiamo un nuovo obiettivo: farci un bagno nel fiume.

L’acqua è gelata ma fuori si sta benissimo, ci laviamo via tutta la fatica della salita, finalmente ci sediamo e riposiamo un attimo. È dalle quattro e mezza del mattino che saliamo e scendiamo scale, camminiamo in salita ed in discesa. Machu Picchu era una zona di riposo per il re, perché lo portavano a braccio su una lettiga, ma per chi lo portava e per chi oggi lo visita, è un discreto esercizio fisico.

Accanto a Machu Picchu c’è Weyna Picchu, salendo si ha una vista aerea spettacolare sul sitio archeologico. Entrare ha un costo, il sentiero è ben faticoso ma, in realtà, non ci si fa venire nemmeno il dubbio perché è prenotato fino ad Agosto.

Machu Picchu è davvero un’esperienza, non sono le rovine in sé ma tutto ciò che lo circonda. La natura, innanzitutto. E poi l’avidità umana; “l’appetito vien mangiando”, dice Stratos riferendosi all’ingordigia degli operatori turistici che oltrepassano qualunque buon senso.

La constatazione è che questo mare di denaro che circonda questa meraviglia del mondo non torna alla popolazione ma arricchisce chi ha avuto la possibilità di crearsi un’occupazione intorno ad essa. Il Salar de Uyuni in Bolivia, il deserto di San Pedro de Atacama e ancor più l’isola di Pasqua in Cile, il Macchu Picchu in Perù sono meraviglie che molti degli abitanti di questi paesi non avranno mai la possibilità di conoscere.

“Ni la tierra, ni las mujeres somos territorio de conquista”, dice una scritta sui muri boliviani.

È l’eterno scontro tra la cultura capitalista, che pratica lo sfruttamento intensivo della terra, che redistribuisce le terre a patto che vengano coltivate e la cosmovisione dei popoli originari, che utilizzano la natura con profondo rispetto e moderazione. Ciò che è necessario, chiedendo permesso al dio del monte prima di andare a cacciare, come fanno i guarani.

Un cartello all’ingresso di Machu Picchu avverte che è un luogo sacro, che si verrà espulsi e segnalati all’ambasciata in caso di atti osceni. Eppure il primo atto osceno è la speculazione, la mercificazione di un luogo sacro, l’invasione dei mercanti al tempio. “Tourism is colonisation”, è perdita di identità ed esclusione.

Se la meraviglia del mondo fosse la specie umana ed il sistema economico in cui vivesse, allora sì, sarebbe un’altra storia.