Un anniversario, una sentenza, una resistenza

Un anniversario

3 Gennaio 2008. Fundo Las Margaritas, comunità Yeupeco Vilcùn,  Aracaunìa, Cile.

Wallmapu, territorio mapuche, se la storia fosse dei popoli e non degli eserciti.

Matias Catrileo ha 24 anni. E’ uno studente di Agronomia all’Università di Temuco, dopo aver studiato per un po’ a Santiago. Matias pensava che la storia era dei popoli e non degli eserciti e voleva profondamente che il suo popolo tornasse ad autodeterminarsi, a ricostruire la propria nazione, “ad essere mapuche nella nostra terra”.

Per questo il 3 Gennaio Matias era nel Fundo Las Margaritas, partecipava alla riappropriazione delle terre sottratte ai mapuche ed ora di proprietà dei latifondisti.

Ci furono scontri con la polizia, lanci di pietre, qualche balla di fieno incendiata. La polizia, con un atto smisurato e innecessario – lo dicono perfino le sentenze – sparò sui manifestanti. Matias venne colpito con tre colpi di un mitragliatore Uzi che gli perforano i polmoni e lo portarono alla morte in pochi minuti. I manifestanti che erano con lui continuarono la ritirata portandosi dietro il corpo, per non lasciarlo nelle mani dei carabinieri, per evitare che venissero alterate le prove. A sparare fu il carabiniere Walter Ramirez, condannato a 3 anni e un giorno di libertà vigilata, il crimine era “violenza innecessaria con risultato di morte”.

matias-catrileo

  • Santiago, Giugno 2014 –

Accanto alla storia di Matias Catrileo andrebbero raccontate quelle di  Jaime Mendoza Collío e di Alex Lemun, e troppe altre, in un tristissimo e lungo elenco. Storie fotocopia di un potere che occupa, uccide, se ne va via impunito. Storie che risalgono agli stessi anni, il 2008, il 2009.

Ma anche storie attuali, perché l’ultimo giovane che ha ricevuto 100 colpi e che ha subito 12 operazioni fino ad oggi, è stato aggredito poco prima di Natale ed è ancora ricoverato in ospedale. Un incidente, hanno detto. Brandon sta ancora lottando.

Una sentenza

Cordoba, Argentina. Il 27 Dicembre Ruben Leiva e Lucas Chavez, poliziotti cordobesi sono condannati all’ergastolo per l’uccisione di Fernando Pellico, 18 anni, detto Güere.

Luglio 2014. Güere e suo cugino Maximiliano Peralta stavano guardando una partita in casa di amici. E’ finita la coca cola per il fernet, e i due partono in motorino per andare a comprarla. Incontrano la pattuglia di Ruben Leiva e Lucas Chavez, che apre il fuoco contro di loro. Güere viene ucciso sul colpo, Maximiliano viene ferito a una gamba, arrestato e per alcune ore trattenuto con il divieto di comunicare con l’esterno. L’ennesimo caso di gatillo facil di Cordoba.

guere

  • Fonte: https://www.facebook.com/holamafia/

Due anni dopo, due poliziotti pagheranno. Ma sarà sempre infinitamente poco, sarà sempre terribilmente inutile, perché c’era un diciottenne, labbra assetate di vita e vento in faccia su un motorino, che solcava la notte. E ora c’è solo il vuoto.

Una resistenza 

Oggi 3 Gennaio diventano 12 i giorni di sciopero della Machi Francisca Linconao, 59 anni, autorità ancestrale e spirituale del popolo mapuche.

Machi Francisca si trova in custodia da nove mesi, accusata di aver partecipato all’uccisione di Luchsinger e Mackay,  marito e moglie, morti in un incendio nel latifondo di cui erano proprietari.

La lotta della Machi Francisca, che è il ponte tra la dimensione spirituale e materiale per il popolo mapuche, nonché la massima autorità per quanto riguarda la salute, si è scagliato contro le grandi imprese forestali, riuscendo ad evitare che venissero tagliati illegalmente alcuni alberi in una zona di raccolta di piante medicinali utilizzate in cerimonie spirituali e di cura. “Per la prima volta una donna ha fermato lo stato cileno”, dice il sito di informazione mapuche Mapuexpress.

La richiesta è quella degli arresti domiciliari, sia perché è ancora in attesa di una sentenza, sia perché , secondo la cosmovisione mapuche è necessario per la sua sopravvivenza che sia vicina al rewe, il luogo a cui appartiene il suo spirito,

L’ostacolo principale a che questo avvenga sta nel fatto che la machi Francisca sta venendo giudicata secondo la legge “Antiterrorista” e non secondo il procedimento ordinario, per il quale le è stata già concessa la possibilità di attendere la sentenza ai domiciliari.

La legge antiterrorista, infatti, prevede la misura carceraria preventiva, per quanto esponenti degli organismi dei diritti umani, come Enrique Morales, medico della Commisione dei Diritti Umani del Collegio Medico, sostengano che non si possa applicare la legge antiterrorismo ogni volta che vi sia un conflitto tra il popolo mapuche e lo stato cileno, poiché si tratta di una protesta sociale.

 La mobilitazione in sostegno alla Machi Francisca sta diventanto sempre più impellente ed imponente: organizzazioni dei diritti umani, attivisti mapuche, attiviste femministe e lesbofemministe cilene e latinoamericane stanno cercando di diffondere la solidarietà e farle attraversare i confini dello stato cileno.

In particolare la Rete di radiofoniste femministe e lesbofemministe “estende l’appello a continuare le azioni di sorellanza e solidarietà, attivando le reti e partecipando a questa trasmissione radiofonica che renderà visibili le cause della detenzione di un’autorità ancestrale e di altri comuneros mapuche, con particolare enfasi per la situazione di violenza istituzionale contro le donne nel Wallmapu (territorio mapuche)”.

La giornata radiofonica può essere ascoltata a questo link radiokurruf.wordpress.com e sarà ritrasmessa su varie emittenti radiofoniche, tra cui Radio Onda Rossa.  

(Maggiori informazioni qui -> http://www.mapuexpress.org/?p=14790)

 

 

224

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci

Decolonizzare ancora un po’. Sull’inaugurazione della statua di Juana Azurduy

E’ stata inaugurata ieri, a Buenos Aires un’enorme statua di Juana Azurduy, eroina dell’indipendenza boliviana.

La statua, del peso di 25 tonnellate ed alta 12 metri sostituisce quella di Cristoforo Colombo. “A tutte le donne che lottano per la propria liberazione, questo è un modo di decolonizzarci da una dominazione”, dice Evo dal sontuoso palco di inaugurazione.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/16/foto/argentina_morales_e_la_kirchner-119174968/1/#1

E poi a firmare accordi per il commercio e la sicurezza delle frontiere, quelle stesse frontiere che significano spesso, per i boliviani, stigma ed esclusione.

Evo e Cristina sono un simbolo, soprattutto a guardarli dal Vecchio mondo, che è sicuramente meno rassicurante ma non è uno sguardo ideologico quello che si meritano, nè loro nè tantomeno i loro popoli.

E alla voce dei loro popoli, in questo caso nelle vesti di Mariana Gómez, ricercatrice del CONICET e Florencia Trentini, dottoressa in Scienze Antropologiche, è necessario dare spazio. Per questo è stato tradotto quest’articolo a firma delle due studiose apparso su notas.org.ar

Buona lettura

Polemica indigena per l’inaugurazione del monumento di Juana Azurduy

Mercoledì è stata inaugurata la statua di Juana Azurduy, dietro la Casa Rosada. dove precedentemente era situata la figura di Cristoforo Colombo. Un fatto che, tra le altre cose, ha significato dibattiti, polemiche e diverse posizioni di diverse organizzazioni indigene.

Tre anni fa il governo nazionale annuncià che la statua di Cristoforo Colombo sarebbe stata sostituita con quella di Juana Azurduy. Questo scatenò una forte polemica con il governo della città di Buenos Aires che lo riteneva un intervento illeggitimo del governo nazionale sul patrimonio e sullo spazio pubblico della città. A metà del 2014 si giunse ad un accordo perchè la statua fosse trasferita alla Costanera Norte.

Sicuramente, al di là delle dispute riguardo alla giurisdizione, le figure di Colombo e di Azurduy rappresentano una contesa simbolica. Il primo è chiaramente legato alla conquista ed al genocidio sui Popoli Originari, mentre la seconda è associata alle lotte per l’indipendenza della Nostra America. Quindi, simbolicamente, non è la stessa cosa che l’una o l’altra siano posizionate accanto alla Casa Rosada.

Il monumento è stato donato dalla Bolivia (un milione di dollari) e per questo motivo l’inaugurazione si è svolta durante la breve visita di Evo Morales nel nostro paese, dove sono stati firmati una serie di accordi e di negoziazioni in materia di cooperazione energetica e dove si sta svolgendo la “Festa dell’Integrazione”, che continuerà fino a Sabato 18, con la presenza di vari artisti musicali, una sfilata delle comunità latinoamericane e una fiera delle culture.

L’idea di rimpiazzare Cristoforo Colombo con Azurduy è stata interpretata in diversi modi da parte di diverse organizzazioni indigene. Nel 2013, quando fu annunciato il trasferimento del monumento a Colombo, l’ENOTPO (Incontro nazionale delle organizzazioni territoriali dei popoli originari), legato al governo, dichiarò attraverso un comunicato che appoggiava la decisione della presidenta, perchè la figura di Colombo rappresentava il genocidio e lo sterminio etnico dei Popoli Originari. E considerava questo passo come un passo in più verso uno stato plurinazionale.

Nel comunicato si sosteneva che “è fondamentale rivedere il cammino della colonizzazione in termini materiali e simbolici. Il patrimonio statale non è un’eredità immanente del passato, bensì attraverso di esso si costruisce e ricostruisce politicamente la storia del nostro popolo. E’ per questo che è importante togliere i quadri dei perpetratori di genocidi e non considerare come un momumento Colombo”.

D’altra parte, di fronte all’inaugurazione anche la Confederazione Mapuche di Neuquén ha diffuso un comunicato dal titolo “Pane e circo nella Casa Rosada, dedicato a noi Popoli Indigeni”, nel quale denunciano che ci sono autobus e biglietti aerei per portare rappresentanti delle comunità a questa “festa popolare”, per “applaudire acriticamente ciò che accadrà in essa”.

Per la Confederazione, questa è un altro dei “numerosi atti simbolici e retorici, carichi di demagogia e rassegnazione”. Quindi sostengono che “questa volta ci renderanno parte di una celebrazione, mentre la situazione di saccheggio ed espulsione dai territori comunitari non si arresta. Come prova di questa situazione più di un contingente passerà di fronte all’accampamento Qopiwini nell’Avenida 9 de Julio y Avenida de Mayo, come crudele mostra di questo intento di nascondere il sole con le mani”.

Al tempo stesso sostengono che “la politica statale di non riconoscere la nostra pre-esistenza come nazioni originarie, fino al punto che alla stessa Juana Azurduy sottraggono la sua origine indigena e la mostrano come un’eroina dell’Alto Perù o come una valorosa guerrigliera boliviana. E’ che il “crogiolo di razze”, nazionale e popolare, è un argomento forte per amalgamare tutte le differenze e annegare nel “mestizaje” più di 30 popoli nazione che reclamano diritti rispetto alle loro identità e ricchezze culturali.

Qopiwini, l’organizzazione che da cinque mesi porta avanti l’accampamento in Avenida de Mayo y 9 de Julio, chiedendo che vengano rispettati i diritti umani ed i diritti collettivi dei Popoli Indigeni, ha convocato, dal canto suo, una marcia diretta verso l’inaugurazione per consegnare al presidente Evo Morales una lettera e per invitarlo a visitare l’accampamento e che sia messo al corrente delle rivendicazioni che i diversi Popoli Originari portano avanti nei confronti del governo nazionale.

Queste diverse posizioni possono sembrare contradditorie ma si fondano sulle politiche attuali riguardo ai Popoli originari del nostro paese e alle diverse modalità in cui le organizzazioni indigene si posizionano rispetto ad esse (accettandole, rifiutandole, negoziandole).

Da un lato, la statua di Juana Azurduy nel patio posteriore della Casa Rosada ha una carica simbolica specifica, motivo per cui non celebrare questo cambiamento significherebbe non riconoscere che una figura che rappresenta le donne latinoamericane luchadoras che lottarono per l’indipendenza dei nostri popoli simboleggia qualcosa di completamente differente rispetto alla figura più rappresentativo del genocidio che è stata “la conquista” dell’America.

Senza dubbio, a pochi metri da dove oggi si inaugura questa nuova statua si trova ancora in piede e ben ferma la statua di Julio Argentino Roca, simbolo del genocidio su cui si è fonda questa nazione. Anni fa lo storico Osvaldo Bayer ha provato, senza successo, a sostituirlo con la figura della “donna originaria”.

Al tempo stesso è impossibile negare che questo atto simbolico avviente mentre molti rappresentanti indigeni si trovano nelle maglie del sistema giudiziario, mentre un cacique è prigionero a Tucumàn per aver difeso il suo territorio, mentre i qom, pilagà, wichi e nivaclè presidiano accampati da cinque mesi denunciando ciò che accade nella provincia di Formosa, solo per nominare alcuni episodi specifici che esemplificano la violenza che i Popoli Originari soffrono nel nostro paese quando si mettono a lottare per difendere i proprio territori e a reclamare i propri diritti.

Certamente smettere di considerare monumenti o togliere quadri di gente che ha commesso genocidi non è poco. Però, se qualcosa abbiamo imparato da questo governo in tema di diritti umani è che il livello simbolico deve essere accompagnato da politiche concrete di riparazione e di riconoscimento delle violenze e dei genocidi perpetrati dallo stato nel corso della storia.

Mariana Gómez, doctora en ciencias Antropológicas e investigadora del CONICET

Florencia Trentini, doctora en ciencias Antropológicas – @flortrentini

Uno cade, mille si alzeranno.

Felipe, la mia guida durante il “Free City Tour di Santiago” raccontava ad interessat* turist* che i mapuche vivono a Sud, con i loro vestiti tipici e la loro cultura. Che quasi mai vengono in città.

I mapuche sono in città e più precisamente sono sotto il palazzo della Moneda, perché il 1 di Ottobre José Mauricio Quintriqueo Huaiquimil è stato investito ed ucciso da un trattore durante l’occupazione pacifica di un terreno, terra ancestrale che il popolo mapuche stava tentando di riprendersi.

Lo stesso giorno viene convocata una manifestazione sotto La Moneda e queste sono le immagini di quel pomeriggio. Ad accoglierli la solita brutale violenza poliziesca, a contrastare le forze dell’ordine e la loro arroganza la rabbia, il dolore, e la determinazione del popolo mapuche.

Cariche, idranti ed una ventina di persone ferite ed arrestate.

La terra è dei mapuche e mai si arrenderanno. “Mai la farete finita con il nostro popolo”, urla un’anziana signora ai carabinieri schierati che poi la malmeneranno, “uno cade mille si rialzeranno”.

E intanto la repressione si sposta poi sui territori.

10626679_1528160834086469_4628405557268148295_n

Il governo cileno invia forze speciali nella regione di Arauco. La Arauco che cantava Violeta Parra.

“Arauco tiene una pena más negra que su chamal
ya no son los españoles los que les hacen llorar
hoy son los propios chilenos los que les quitan su pan
levántate Pailahuán”

“Arauco ha un dolore, più nera del suo chamal (indumento mapuche)
non sono più gli spagnoli quelli che li fanno piangere
oggi sono i cileni che gli tolgono il loro pane
Alzati Pailahuán”