Il 23 Marzo a San Severo. La memoria, la storia, la nostra.

San Severo, Tavoliere delle Puglie, 23 Marzo 1950.

Il contesto è quello delle lotte dei braccianti, delle occupazioni delle terre e della dura repressione di piazza della polizia di Scelba. In particolare lo sciopero generale del 22 Marzo, in risposta all’uccisione di due disoccupati a Lentella (Chieti) durante uno sciopero e di un altro operaio ucciso, proprio durante il corteo del 22, a Modena.

In questi giorni di rabbia e di lotta San Severo insorge.

“Le voci arrivavano attutite lì, al primo piano di via Fraccacreta, a due passi dalla macelleria Schingo in piazza Tondi. Verso le otto del 23 marzo del 1950, tre agenti di P.S. erano intenti a depositare sul carretto parte della carne acquistata per la mensa quando “una turba di dimostranti, preceduti da alcune donne,” si diresse verso di loro. “Le donne gridavano: vogliamo pane e lavoro”. A detta della stessa guardia Angiolillo, il loro “non era un atteggiamento aggressivo”, era, io penso, l’esplicitazione di un male antico: la fame. E lui a quelle grida non aveva saputo rispondere altro che “non ho la possibilità di esaudire la vostra richiesta”.

Sembrava, dunque, una dimostrazione pacifica come quella del giorno precedente quando il corteo era sfilato per le principali strade cittadine in perfetto ordine con Arcangela Villani che sventolava la bandiera dell’UDI di cui era la dirigente, oltre che essere Consigliera Comunale. Era l’orgoglio delle compagne. Tutte consapevoli e fiere del proprio compito. Accanto ad Arcangela, Teresa Dogna, Teresa Palladino, Armida Salza, Soccorsa Sementino, Elvira Suriani, Isabella Vegliato e poi tante, tante a sostenere con forza gli ideali condivisi. Madri come Lucia La Pietra che marciava con le figlie Maria Teresa, Antonia e Bianca Custodero. E mariti, figli, padri, tutti insieme con le proprie donne a difendere i diritti calpestati da un Governo che, con Scelba e i suoi odiati “guardiacelere” o “scelbini”, aveva fatto un balzo nel passato, un ritorno ad azioni di forza contro operai e contadini inermi. Erano sempre loro a cadere sotto i colpi del fucile. Così era stato a Melissa, a Torremaggiore, a Montescaglioso. E a nulla era servito il patto di Modena, seguito all’ultimo eccidio di lavoratori avvenuto in questa città. Il monito dei politici e dei sindacalisti di sinistra restava inascoltato da parte delle forze dell’ordine, che, con la loro risposta violenta, continuavano a causare morti e feriti tra i manifestanti. Il Consiglio dei Ministri aveva, addirittura, autorizzato i Prefetti a disporre il divieto di comizi pubblici e cortei; si vietava, inoltre, lo “strillonaggio” di giornali nelle pubbliche vie o la loro vendita a domicilio da parte di persone non debitamente autorizzate. Il Comandante Ricciardi era lì a guardare quello sciopero per cui non era stata rilasciata nessuna autorizzazione perché non richiesta. Mordeva il freno, era costretto a non intervenire perché la manifestazione era pacifica. Per i lavoratori di San Severo era stato naturale aderirvi dopo i fatti di Lentella, dove due disoccupati erano stati uccisi dalle forze dell’ordine e dieci erano rimasti feriti. Bisognava protestare per i compagni morti e contro un Governo che ledeva i diritti dei lavoratori, limitava la libertà di esprimere il proprio dissenso. La manifestazione si era così pacificamente conclusa prima delle ore diciotto, termine fissato dai sindacati, e nulla sarebbe successo quel fatidico 23 marzo 1950, se nel pomeriggio del 22 non fossero giunti da Foggia alcuni dirigenti politici e sindacali per i quali bisognava continuare lo sciopero. L’ennesimo fatto di sangue a Parma, un operaio ucciso dalle forze dell’ordine, lo rendeva necessario. […]

Le donne del 23 Marzo – Fonte Archivio Sonoro

 “Verso le 5,30 reparti di polizia di stanza a San Severo, in collaborazione con circa 75 agenti inviati a San Severo nelle primissime ore dal Sig. Questore di Foggia”,erano giunti sul posto e avevano ordinato con la forza lo scioglimento di quei picchetti, che per il pubblico ministero sarebbero diventati blocchi stradali, e portato in carcere i più facinorosi. Tra costoro anche Antonietta Reale. Bisognava, quindi, reagire: imporre la chiusura dei negozi. Le tre guardie Ardemagni, Crudele ed Angiolillo si trovavano lì per caso, dinanzi alla macelleria Schingo, per il solito carico di carne destinato alla mensa, e diventarono subito il simbolo di quel potere che ha da sempre oppresso il popolo e, quando Ardemagni afferrò un coltello e ferì tre lavoratori, i più persero il controllo delle proprie azioni […] La notizia dell’aggressione si era intanto diffusa in tutto il paese e dalla Caserma dei Carabinieri 20 guardie di P.S., al comando del capitano Mollo e del commissario Ricciardi, si diressero verso la macelleria Schingo per andare in soccorso dei tre agenti aggrediti. Così dichiarò nell’interrogatorio Giuseppe De Simone che faceva parte del rinforzo partito da Foggia alle quattro del mattino. Il prefetto li aveva inviati in seguito alla richiesta del Commissario Ricciardi, allarmato dalla denuncia fatta dagli agenti Bisceglie e Morgante che, obbedendo al suo ordine, la sera del ventidue si erano recati, in abito civile, davanti alla Camera del Lavoro per ascoltare gli oratori. Relazionando sull’accaduto, avevano parlato di duemila contadini infervorati dall’avvocato Erminio Colaneri che, con la sua foga oratoria, li invitava alla rivolta. Nel suo interrogatorio De Simone disse che, liberati Angiolillo, Ardemagni e Crudele dalle mani della folla, insieme agli altri era ritornato in Caserma da cui era uscito dieci minuti dopo per affrontare, nuovamente, gruppi di dimostranti che si erano fermati nei vicoli adiacenti al mercato e, quindi, in piazza Castello, sempre nei pressi della macelleria Schingo. La folla caricata dagli agenti si era dispersa ma, poi, aveva attaccato quelli che erano rimasti indietro isolati. De Simone cadde colpito da una randellata e, quando si riprese, vide il suo collega Ruggero aggredito e colpito da un altro gruppo di dimostranti tra cui numerose donne. […] La folla, ormai irrefrenabile, percorreva le strade del paese alla ricerca di armi e strumenti di difesa, alzava barricate. Si voleva impedire che, dalla Caserma, arrivassero nuovi rinforzi in piazza Tondi o che gli agenti giungessero alla Camera del Lavoro e alla sede del Partito Comunista, luoghi simbolici per gli scioperanti.

Barricate a San Severo - Fonte Archivio Sonoro

Barricate a San Severo – Fonte Archivio Sonoro

Venuto a conoscenza dell’arresto e del ferimento di alcuni operai, Cannelonga, dopo essere andato in ospedale a visitare i feriti, si era diretto verso la Caserma dei Carabinieri con l’intento di ottenere una distensione della situazione. Si proponeva di far cessare lo sciopero, facendo ritirare i dimostranti nella Camera del Lavoro. La risposta al suo tentativo di mediazione fu l’arresto. L’atmosfera era ormai rovente. Bisognava difendersi e difendere le sedi del PCI e della Camera del Lavoro. Bloccare le vie di accesso alla città e, in modo particolare, Porta Foggia da cui sin dal primo mattino erano giunti i rinforzi. Il commissario di Pubblica Sicurezza, Guido Celentano, giunto a San Severo intorno alle 12,3035 “con 300 uomini, una metà agenti di P.S. e una metà artiglieri del 14° regg., e con 4 autoblindo” notò “4 ordini di barricate costituiti da fusti pieni di bitume, da carri e carrettoni agricoli rovesciati, da ruote di carretti, da grossi tronchi di alberi, da massi di pietra e da un frantoio per la produzione di pietrisco. Innanzi una di quelle barricate vi era persino un reticolato evidentemente asportato da un campo vicino”. […]  Al commissario Celentano toccò, quindi, l’azione di sgombero della strada ed il successivo rastrellamento nelle case di periferia. […] L’obiettivo finale era ormai prossimo. Le sedi del P.C.I. e della Camera del Lavoro caddero ben presto nelle mani delle forze dell’ordine e le donne (20 su 70) e gli uomini che vi avevano trovato rifugio furono arrestati. Cominciò per loro un calvario durato due anni, anni di carcere e di processi che videro alcune compagne, inizialmente rinviate in giudizio per aver partecipato alla “insurrezione armata contro i Poteri dello Stato” e, poi, dichiarate colpevoli di “radunata sediziosa aggravata”.

(Maria Teresa Santelli, Le compagne del 23 Marzo 1950 a San Severo)

Le donne di San Severo all'uscita del Tribunale di Lucera - fonte http://www.ilmattinodifoggia.it/news/almanacco-dauno/14865/Oggi--23-marzo-1950-.html

Le donne di San Severo all’uscita del Tribunale di Lucera – fonte http://www.ilmattinodifoggia.it/news/almanacco-dauno/14865/Oggi–23-marzo-1950-.html

Il bilancio del 23 Marzo è di un morto, Michele di Nunzio, 33 anni, e 184 arrestati con l’accusa di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”.

Le donne, protagoniste di quella giornata, non vennero risparmiate dai provvedimenti repressivi e fu così che 70 bambini si ritrovarono da soli.

“In un’intervista del 1976, a Raffaele Iacovino che gli chiede quale sia stato il compito delle donne in quel 23 marzo 1950, Matteo D’Onofrio dirà: “Le donne comuniste, alle quali la domanda è rivolta, sono, come per gli uomini, l’avanguardia, la parte organizzata e perciò più sensibile ai problemi femminili in particolare e di tutte le famiglie dei lavoratori in generale. Aiutare le altre donne, tutte le altre donne a prendere coscienza della propria sorte e della sorte delle proprie famiglie, per essere spose felici e per avere figli sani e sorridenti. Questo è il tributo che le donne comuniste, volontariamente, dedicano alla civiltà di un popolo. Non altro poteva essere il compito delle donne anche il 23 marzo. E questo tributo queste care compagne lo hanno pagato a caro prezzo ma con dignità. Quel grido di pane e lavoro in piazza Tondi non era, quindi, una voce indistinta che nella folla perde la propria identità ma una presenza attiva, un consapevole incitamento alla lotta”.

Da questa vicenda prende avvio un progetto di ricerca di Giovanni Rinaldi, che a lungo si è occupato di memoria delle lotte contadine e  del regista Alessandro Piva. L’esito di questa ricerca è un libro, “I treni della felicità” ed un documentario “Pasta Nera”.

Rinaldi e Piva raccontano la storia dei bambini e delle bambine di San Severo, dei figli del 23 Marzo, ma raccontano anche un progetto ben più grande che coinvolse centinaia di migliaia di bambini/e e famiglie dell’Italia del Dopoguerra.

Sono le donne dell’UDI, che insieme alle donne dei partiti di sinistra organizzarono i “treni della felicità”, che permisero a circa 70.000 bambini/e, figli della miseria o provenienti da zone bombardate e distrutte dalla guerra, di avere una famiglia adottiva per qualche mese, di tornare a mangiare, di conoscere un’Italia più ricca, che eccitava e spaventata al tempo stesso.

La solidarietà delle famiglie marchigiane, emiliano romagnole e toscane accolse anche i figli degli scioperanti di San Severo. Ed è proprio da San Severo, da quel 23 Marzo, che iniziò la ricerca di Rinaldi e Piva.
Ed è in Capitanata che Giovanni Rinaldi è tornato questo 23 Marzo a raccontare questa storia, a tramandare quest’esperienza di solidarietà consapevole e politica. Per la precisione allo Scurìa, che dopo vent’anni di silenzio ha fatto tornare la voce alla Provincia di Foggia, voce ostinata di chi ha sempre creduto nella sua terra, voce a volte solitaria ed improvvisamente collettiva, che si guarda indietro, recupera la sua storia, troppo spesso dimenticata. Recupera una storia politica e collettiva, recupera un’identità, recupera la possibilità di pensarsi in maniera differente. I treni, nell’immaginario più comune e nell’esperienza di tanti e tante non sono quelli della felicità ma quelli dell’emigrazione, del distacco, dell’inevitabile allontanamento alla ricerca di emancipazione, a volte, ma sempre e comunque di pane e lavoro.

Le donne, durante la loro detenzione nel carcere di Lucera, composero una canzone che raccontava la loro vicenda.

Alla solidarietà che non lascia mai soli, allo Scurìa che mette radici e alla mia terra che fa male come quando la scrivevo sulla pelle.

E a un futuro dottore che di questa terra è figlio, pur non essendoci nato.

Ancora sul 23 Marzo e sui treni della felicità

Maria Teresa Santelli, Le compagne del 23 Marzo 1950 a San Severo

Il ventitré di Marzo a San Severo, la canzone composta dalle donne recluse nel carcere di Lucera

Mostra fotografica e dibattito allo Scurìa 

Alcune foto dell’Archivio Sonoro

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Argentina. Lear, lavoratori sospesi dall’azienda nel giorno del loro reintegro

“Divisi non siamo niente, tutti uniti si vincerà”, così cantava un’intensa canzone degli anni della contestazione, degli anni in cui il movimento dei lavoratori sapeva essere unito e forte.

E, nostalgia canaglia, torna in mente, pure se sono passati quarant’anni e se siamo dall’altra parte del mondo.
Precisamente siamo davanti ai cancelli della Lear, di nuovo. Di nuovo perché doveva concludersi ieri la battaglia dei lavoratori licenziati che sarebbero dovuti tornare al lavoro, dopo sette mesi di mobilitazione, 15 giornate di lotta solidale in tutto il paese, 22 feriti ed 80 arresti. Si sarebbe dovuta concludere “tutti uniti”, perché insieme non solo si lotta ma pure si vince.

E invece continua ancora la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear che, non a caso, si sono guadagnati, in questi mesi, il soprannome di “indomabili”

“Siamo coscienti di quello che significa questo passo per tutti i lavoratori, non solo della Lear e dello SMATA (sindacato del trasporto) ma di tutto il paese. Significa dimostrare che con la lotta decisa si possono fare passi avanti e distruggere i padroni più duri e le burocrazie più filopadronali. […] Per questo convochiamo alle 5 AM tutti i compagni e le compagne e le organizzazioni che durante questi sette lunghi mesi ci hanno accompagnato in ogni blocco del traffico, nelle mobilitazioni, partecipando al fondo per la lotta e nelle iniziative, […], perché siano con noi questa volta nel momento di entrare nuovamente a lavorare”.

Al comunicato ed all’appello dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear hanno risposto circa 500 persone, tra sindacati, organizzazioni studentesche, intellettuali, lavoratori di Madygraf (ex Donnolley), Kraft, PepsiCo, e molti altri lavoratori. Erano presenti le organizzazioni per i diritti umani, i nipoti desaparecidos recuperati e le Madri di Plaza de Mayo.

Nonostante l’appoggio popolare l’azienda ha deciso di opporsi alla sentenza di reintegro ed ha annunciato che avrebbe fatto entrare i lavoratori uno alla volta per ratificargli una sospensione. In tutta risposta lavoratori e solidali hanno bloccato nuovamente il traffico sulla Panamericana.

Fonte: La Izquierda Diario

Fonte: La Izquierda Diario

Dopo tre ore di blocco della autostrada Panamericana i lavoratori e le lavoratrici hanno convocato un nuovo momento di mobilitazione per il prossimo Giovedì e stanno valutando possibili azioni anche per Mercoledì e Venerdì.

“Non un passo indietro”. Ancora sulla Coca Cola di Fuenlabrada

Era per questa mattina alle sei e mezza il nuovo appello a raggiungere il presidio che i lavoratori della Coca Cola portano davanti da oltre un anno davanti ai cancelli dello stabilimento di Fuenlabrada.

I lavoratori della Coca Cola vogliono impedire il tentativo di smantellamento della fabbrica e vogliono poter rientrare al lavoro, come sancito dalla sentenza dell’Audiencia Nacional.

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Avere una sentenza che gli dà ragione, infatti, non è stato sufficiente per i lavoratori e le lavoratrici che, lo scorso giovedì, sono stati caricati e respinti dalla Polizia madrilena.

Il presidio, infatti, voleva evitare l’ingresso di nuovi operai, contrattati appositamente per smantellare la fabbrica ed avere poi una giustificazione al mancato reintegro dei 351 lavoratori licenziati. Secondo l’impresa, invece, si tratta di operai che svolgono lavori di manutenzione ed inventario.

Dopo le cariche della polizia, che hanno portato a quattro feriti e ad un arresto per resistenza, i lavoratori e le lavoratrici si sono riorganizzati e sono riusciti ad entrare nella fabbrica e a far uscire gli operai che Coca Cola sta strumentalmente utilizzando.

Questa mattina ancora numerosi operai e solidali si sono radunati davanti ai cancelli, ribadendo che non sono affatto disposti ad arrendersi e che non vogliono polizia ma l’esecuzione della sentenza.

All’arroganza della multinazionale nordamericana i lavoratori e le lavoratrici rispondono con la determinazione e l’inflessibilità che contraddistingue le lotte operaie, dall’Argentina all’Italia, dalla Spagna alla Turchia.

La chiamano felicità, si chiama sfruttamento. Il 2015 della Coca Cola.

Il clima natalizio, seppur posticipato di qualche giorno, è quasi completo.

L’aria gelida e le strade che iniziano a essere spolverate di bianco, i primi fiocchi di neve che diventano nuvole, sospinti da folate di vento nordico…da un momento all’altro potrebbe apparire Babbo Natale. A meno che la Coca Cola non abbia deciso di fare economia pure su di lui.

Siamo onesti, il Babbo Natale come invenzione della multinazionale nordamericana è probabilmente una leggenda metropolitana; sono altri, purtroppo, i motivi per cui la Coca Cola in questi giorni è finita a far notizia sui giornali.

La celebre azienda di bevande ha annunciato pochi giorni fa la sua apertura a Gaza; la costruzione dell’impianto è iniziato lo scorso 22 Dicembre, con l’ingresso dei primi camion nei territori.

 AFP Photo - Khaled Desouki - Fonte rt.com

AFP Photo – Khaled Desouki – Fonte rt.com

Non so ancora quale sia la parte peggiore della faccenda. Da un lato, ovviamente, le necessità della Striscia sono immense: medicinali, generi alimentari ma anche materiale per la ricostruzione: sono 7 mila le case distrutte e 89 mila quelle danneggiate dall’operazione Margine Protettivo la scorsa estate; dall’altro il comportamento della multinazionale rende ancora più furenti se si guarda altrove.

Fonte: Facebook Aqsas Yarif

Fonte: Facebook Aqsas Yarif

Soltanto pochi giorni fa il Wall Street Journal ha riferito che la Coca Cola annuncerà presto il suo piano di ristrutturazione che taglierà tra i 1000 ed i 2000 lavoratori e lavoratrici  all’inizio del 2015, con le prime lettere di licenziamento che dovrebbero raggiungere i dipendenti statunitensi già dall’8 di Gennaio, ci sarà tempo fino al 15, invece, per tutti gli altri.

A quanto pare, l’azienda ha registrato una caduta del 14% dei suoi profitti nel terzo trimestre dell’anno ed ha quindi stabilito di effettuare tagli per 3.000 milioni di dollari; e così, oltre a chiedere ai dirigenti di prendere il taxi invece di usare le limousines e a cancellare la festa di Natale colpisce duramente i lavoratori.

Twitter: @BrujaAveriada

Twitter: @BrujaAveriada

E non si parla “solo” dei futuri licenziamenti. E’ da quasi un anno che altri lavoratori della Coca Cola portano avanti la loro battaglia per essere reintegrati sul posto di lavoro, nella vicinissima Madrid.

Sono 271 i lavoratori della sede di Fuenlabrada che sono stati licenziati ingiustamente dall’azienda e che oggi chiedono di essere reintegrati sui loro posti di lavoro.

In realtà il mancato reintegro è solo l’ultima angheria della multinazionale statunitense; alla decisione dell’Audiencia Nacional, che ha dichiarato nulli i licenziamenti e che ha obbligato la Coca Cola a tornare sui suoi passi, il colosso delle bibite ha risposto proponendo sì di tornare a lavorare ma in stabilimenti a centinaia di kilometri da Madrid.

"Fai felice qualcuno! Iniziamo con i lavoratori licenziati di Fuenlabrada".  Fonte: twitter @oskar06

“Fai felice qualcuno! Iniziamo con i lavoratori licenziati di Fuenlabrada”.
Fonte: twitter @oskar06

La mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici ha inondato le reti sociali, facendo diventare l’hashtag “2015sincocacola” tendenza nel twitter spagnolo, e le strade madrilene, dove la protesta dei lavoratori della multinazionale nordamerica si è saldata con quella dei lavoratori di Madrid Rio, in sciopero da due settimane contro 127 licenziamenti e dei malati di epatite C che vedono peggiorare la qualità delle cure loro offerte a causa dei tagli alla sanità.

Fonte: Disopress

Fonte: Disopress

Continua l’invito al boicottaggio, scandito dallo slogan “Se a Madrid non si produce a Madrid non si compra”, mentre i lavoratori e le lavoratrici della Coca Cola si preparano a scendere di nuovo in piazza l’8 Gennaio, chiedendo alla Coca Cola di rispettare la sentenza dell’Audiencia Nacional con il riuscito subvertising di una della pubblicità natalizia del famoso marchio “Fai felice qualcuno! Iniziamo dai lavoratori di Fuenlabrada!”.

Una felicità amara, quella della Coca Cola, che licenzia e non reintegra, che prepara lettere di licenziamento invece che di auguri proprio sotto Natale e che decide di investire a Gaza, pubblicizzando futuri “progetti sociali” nella Striscia, dopo aver contribuito e sostenuto l’economia di Israele: dalla parte del carnefice prima, della vittima poi.

E non c’è aria di Natale che tenga perché la Coca Cola possa convincere dei suoi intenti filantropici, chiudendo e licenziando in Europa per trasferirsi in un uno dei luoghi più poveri e disperati del mondo.

“Fai felice qualcuno”, regalaci un 2015 senza Coca Cola, regalaci un 2015 senza sfruttamento.

Il reintegro degli operai della Lear: Indomabili fino alla vittoria!

La notizia è già vecchia, ha già fatto il giro della rete, è arrivata lontano, anche in Italia.
La notizia è che i lavoratori della Lear, dopo sette mesi di lotta, hanno ottenuto il reintegro nel proprio posto di lavoro.
Viene ancora voglia di parlarne, però, per capire quali sono stati i punti di forza di questa lotta, quali intuizioni hanno permesso di vincere e di ottenere il ritorno in fabbrica dei lavoratori licenziati.
Viene voglia di parlare, a dirla tutta, anche per ricordarci che le lotte si possono vincere, quando si è indomabili, uniti ed inflessibili.

La gioia degli operai della Lear. Fonte: Facebook, Despedidos de Lear

La notizia, in breve, è che la Camera del Lavoro ha stabilito il reintegro dei lavoratori e delle lavoratrici licenziate sette mesi fa, ritenendo illegittimi i licenziamenti di massa da parte dell’azienda che non ha neppure presentato un Piano Preventivo di Crisi, come la legislazione prevede.

In realtà, non si può nemmeno dire che tutto si sia risolto con la sentenza: l’azienda e l’organizzazione sindacale SMATA hanno tentato ancora di ritardare l’effettivo reintegro e di posticiparlo a dopo le vacanze natalizie; inoltre l’azienda sta tentando di non restituire gli stipendi di questi sette mesi, che spettano ai lavoratori in quanto ingiustamente licenziati.

Lunedì, quindi, è stato convocato un nuovo blocco della Panamericana ed un presidio davanti ai cancelli, fino ad ottenere di poter rientrare in fabbrica e firmare l’atto che sancisce il reintegro, considera nullo il licenziamento e stabilisce che i lavoratori e le lavoratrici torneranno alla produzione solo il 20 Gennaio, dopo la riapertura della fabbrica. L’azienda, dopo molte resistenze, si è impegnata a pagare loro parte delle vacanze entro la fine dell’anno.

I festeggiamenti degli operai della Lear dopo il reintegro. Fonte: Facebook Despedidos Lear

La lotta degli “indomabili della Lear” è diventata il principale incubo dei padroni argentini, secondo un’inchiesta svolta negli ultimi mesi ed, al tempo stesso, un esempio per la classe lavoratrice argentina.

Si è trattato di una lotta potente ed estesa, che ha coinvolto lavoratori, studenti, deputati, sindacalisti, organizzazioni in difesa dei diritti umani ma anche artisti, campioni sportivi, intellettuali, cantanti. Si è trattato di una lotta che ha preso sempre più spazio ed invaso sempre più luoghi: dai cancelli della fabbrica all’autostrada Panamericana, alle strade del centro di Buenos Aires e di molte altre città dell’Argentina. Una lotta dura di resistenza alla violenta repressione poliziesca che in più occasioni ha brutalmente sgomberato presidi, caricato manifestanti, ferito aderenti ai blocchi. Una lotta allegra, che ha portato alla creazione di festival, interventi di solidarietà nei concerti, tornei di calcio, festival solidali, una cassa di resistenza che ha permesso il sostentamento delle famiglie dei licenziati. Una lotta che ha scatenato la solidarietà internazionale, dai lavoratori italiani dell’Ikea di Piacenza ai presidi di fronte all’ambasciata argentina a Parigi.

Kumbia Queers, Anita Tijoux e Sara Hebe con i lavoratori della Lear

Kumbia Queers, Anita Tijoux e Sara Hebe con i lavoratori della Lear

Il successo della lotta alla Lear non è solo il successo di una vertenza ma è un avanzamento collettivo. Gli operai della Lear hanno rifiutato gli indennizzi offerti dall’azienda ed hanno deciso di lottare non solo per il proprio posto di lavoro, ma anche perché venisse ribadito che non vi possono essere licenziamenti di massa accampando come scusa una crisi non dimostrata né pianificata con un Procedimento preventivo di Crisi.

Il successo della lotta alla Lear è il successo di un metodo e di una forma di lottare, quello che implica il cercare ed il far crescere l’appoggio popolare, coinvolgere familiari, altri lavoratori, studenti, sindacati, significa moltiplicare le energie ed i fronti di lotta, significa riuscire a mostrare che non si tratta di una vertenza che riguarda pochi operai, significa tornare a credere che tutti insieme si può fermare o ostacolare anche una multinazionale nordamericana.

Sulla lotta alla Lear

https://semenella.wordpress.com/2014/08/18/lear-donnolly-ikea-diversi-padroni-ununica-lotta/

https://semenella.wordpress.com/2014/10/04/la-lotta-paga-e-si-continua-a-lottare-aggiornamenti-dallargentina/

Sulla sentenza di reintegro

http://comitatocarlosfonseca.noblogs.org/post/2014/12/18/grande-vittoria-degli-indomabili-della-lear/

La lotta paga…e si continua a lottare (Aggiornamenti dall’Argentina)

Grande il disordine nelle strade argentine, grande l’agitazione nelle fabbriche e numerose le vertenze e le mobilitazioni dei lavoratori e delle lavoratrici.

Due giorni fa, dopo quattro mesi di mobilitazione contro i licenziamenti e l’accanimento contro i delegati, si è svolta la decima giornata di lotta alla Lear; nonostante l’imponente schieramento di forze dell’ordine, i lavoratori e le lavoratrici sono riusciti ad occupare l’autostrada Panamericana “Buenos Aires-Rosario” all’altezza della località “General Pacheco”. I e le lavoratrici esigono il reintegro di 55 collegh*, non accontentandosi dei 66 che hanno già ottenuto di poter tornare a lavoro.

Fonte: www.facebook.com/enfoquerojo

Contemporaneamente nei pressi del casino City Center di Rosario organizzazioni di sinistra e lavoratori bloccavano l’ingresso all’autostrada nella direzione opposta.

Nello stesso momento nel quartiere di Almagro i lavoratori e le lavoratrici dall’industria alimentare Felfort manifestavano bloccando il traffico ed esigendo il reintegro di 15 persone licenziate ad Agosto, ottenendo il sostegno di delegazioni della Pepsi, della Kraft e della Lodiser, da sindacati e dagli studenti e dalle studentesse.

Alle lotte contro i licenziamenti si affiancano, sostenendosi reciprocamente, le esperienze di autogestione operaia, come accade nell’ex Donnolley, ora Madygraf e nella catena di fast-food “Nac&Pop”.

Le ed i lavoratrici dell’azienda grafica Madygraf si sono innanzitutto costituiti come cooperativa, hanno continuato a produrre e, attraverso la mobilitazione, sono riusciti ad ottenere il pagamento del lavoro svolto in questi oltre 40 giorni di autogestione operaia. Iniziano ad arrivare anche le prime commesse da parte dello stato e delle istituzioni: ieri è stato deciso che la facoltà di Scienze Umane di Rosario si avvarrà della Madygraf per le sue pubblicazioni.

Fonte: La Izquierda Diario

Fonte: La Izquierda Diario

Nella catena di fast food Nac&Pop sono passati all’incirca quindici giorni dalla decisione di rispondere alla sparizione del proprietario e dello stipendio con un’occupazione e l’avvio della produzione sotto il controllo degli e delle lavoratrici. Occupazione legittima, sostiene Laura, poiché quel luogo gli appartiene in quanto lavoratori e lavoratrici. Come alla Madygraf si pensa alla creazione di una cooperativa, ottenendo dal proprietario di poter rimanere nell’immobile; a questo fine le ed i lavoratori stanno cercando di rintracciarlo.

I racconti dei lavoratori e dele lavoratrici di Madygraf e di Nac&Pop sono di determinazione, ostinazione, passione e orgoglio. Sono discorsi che guardano al futuro, un futuro senza padroni. Un futuro che non è però utopia, come racconta l’esperienza della Zanon, sotto il controllo operaio da tredici anni.

Solidarietà, organizzazione e lotta, queste le armi dei lavoratori. Tutte nelle parole di Laura: “Se qualcuno vuole conoscere la nuova impronta degli impiegati, ora che già non siamo più schiavi, perché questo eravamo, vengano, li aspettiamo come non mai. Prima non volevamo lavorare perché ci sfruttavano, ora siamo felici di lavorare perché lo facciamo tra compagni”.