Luchìn. Aprire le gabbie dell’ingiustizia.

11 Settembre 2016, 43esimo anniversario del golpe nel Cile di Salvador Allende.

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(fonte: bbc.com)

Quest’anno è dedicato, su queste pagine, a Victor Jara e al suo bimbo Luchìn. Complice, felicemente, la nuova versione che Ana Tijoux, rapper, femminista, compagna e tante altre meraviglie, ha fatto uscire proprio pochi giorni fa.

Victor Jara non ha bisogno di grandi presentazioni, la sua musica e la sua vita hanno attraversato dolcemente l’oceano. Figlio di un contadino e di una donna con ascendenze mapuche, cresce ascoltando le canzoni popolari cantate da sua madre, intorno ai fuochi nel poblado. Cantautore, musicista, poeta, è membro del Partito Comunista Cileno.

La mattina del golpe Victor è all’Università e lì viene fatto prigioniero insieme ad altri studenti e docenti. I prigionieri vengono portati nel poi tristemente famoso Estadio de Chile e, dopo essere stato torturato, viene ucciso, le sue canzoni bandite.

Nel 2003, durante le commemorazioni del golpe, viene dedicato a Victor Jara lo stadio che fu teatro della sua morte.

In un paese, come il Cile, ancora così diviso sulla sua storia, ancora incapace di punire i colpevoli e assicurare giustizia, l’esempio di Victor Jara rimane presente. E respira.

Non è la morte che rende immortale il cantante ma la sua musica, la sua militanza, il contenuto politico e sociale delle sue canzoni.

Luchìn parla di un bambino che Victor e la moglie Joan conobbero in seguito ad un’esondazione del fiume Mapocho, fatto che mise in pericolo le vite dei bambini e delle famiglie del poblado di Barrancas, attuale Pudahuel.

Per rispondere all’emergenza, si decise di far rifugiare le famiglie all’interno delle sedi universitarie. Una di queste era la facoltà di Danza, dove lavorava Joan, la moglie di Victor. Quello sembra essere un momento rivelatore, in cui entrano in contatto mondi così diversi, come quello dell’università e quello dei poblados.

Luchìn, in particolare, era un bimbo di circa un anno, molto piccolo e denutrito per la sua età. Era coperto di fango e giocava con un pallone di stracci. Il suo arrivo colpì moltissimo i Jara e una loro collega e amica, Eugenia Arrieta, detta la Quena. Luchìn era malato di pleurite, la sua famiglia era molto povera e aveva come unico oggetto di valore il cavallo citato nella canzone. Luchìn venne curato, sfamato durante quell’emergenza e venne poi adottato dalla Quena.

 

 

Ma Luchìn è diventato, soprattutto, un simbolo. Il simbolo delle genti dei poblados, classi popolari poverissime, quelle che si sfamavano cucinando insieme la olla comun, la pentola comune, a cui ognuno contribuiva mettendo una cipolla, una patata o una manciata di pomodori.

Luchìn, nella versione e nel video di Ana Tijoux è il simbolo dell’ingiustizia, della disuaglianza, dell’oppressione e dello sfruttamento.

Perché, come sempre, la musica di Ana Tijoux non è solo memoria, ma anche soffio sulla brace, perché il fuoco delle lotte sociali non si spenga, perché non esistano più Luchin.

A noi, tutte, il compito di aprire le gabbie.

“Si hay niños como Luchín
que comen tierra y gusanos
abramos todas las jaulas
pa’ que vuelen como pájaros”

“Se ci sono bambini come Luchìn, che mangiano terra e insetti, apriamo tutte le gabbie, perché volino come passeri”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Uno cade, mille si alzeranno.

Felipe, la mia guida durante il “Free City Tour di Santiago” raccontava ad interessat* turist* che i mapuche vivono a Sud, con i loro vestiti tipici e la loro cultura. Che quasi mai vengono in città.

I mapuche sono in città e più precisamente sono sotto il palazzo della Moneda, perché il 1 di Ottobre José Mauricio Quintriqueo Huaiquimil è stato investito ed ucciso da un trattore durante l’occupazione pacifica di un terreno, terra ancestrale che il popolo mapuche stava tentando di riprendersi.

Lo stesso giorno viene convocata una manifestazione sotto La Moneda e queste sono le immagini di quel pomeriggio. Ad accoglierli la solita brutale violenza poliziesca, a contrastare le forze dell’ordine e la loro arroganza la rabbia, il dolore, e la determinazione del popolo mapuche.

Cariche, idranti ed una ventina di persone ferite ed arrestate.

La terra è dei mapuche e mai si arrenderanno. “Mai la farete finita con il nostro popolo”, urla un’anziana signora ai carabinieri schierati che poi la malmeneranno, “uno cade mille si rialzeranno”.

E intanto la repressione si sposta poi sui territori.

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Il governo cileno invia forze speciali nella regione di Arauco. La Arauco che cantava Violeta Parra.

“Arauco tiene una pena más negra que su chamal
ya no son los españoles los que les hacen llorar
hoy son los propios chilenos los que les quitan su pan
levántate Pailahuán”

“Arauco ha un dolore, più nera del suo chamal (indumento mapuche)
non sono più gli spagnoli quelli che li fanno piangere
oggi sono i cileni che gli tolgono il loro pane
Alzati Pailahuán”