“Ni una menos! Vivas nos queremos!” L’appello delle donne argentine e latinoamericane

In Argentina Semenella ci è arrivata dalla Bolivia, da un viaggio fuori stagione e fuori dalle mete turistiche, da un viaggio pesante, faticoso in cui spesso c’era d’aver paura. 

L’Argentina era una meta, era la sicurezza, l’Occidente, strade di cemento e taxi che erano davvero taxi. Ma l’Argentina non era il luogo per tirare un sospiro e sentirsi al sicuro, perché non c’è un sol posto, nel mondo, in cui una donna possa tirare il fiato e sentirsi al sicuro. Camille lo ripete, lo stupro “è un rischio inevitabile, è un rischio che le donne devono mettere in conto ed accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente. Se ti succede alzati, dust yourself e passa ad altro”. 

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(“Senza clienti non c’è tratta” – Jujuy, Maggio 2014)

I muri dell’Argentina me lo ricordano al volo: “senza clienti non c’è tratta”, dicono. Tratta, non prostituzione, che sono due cose diverse, e i muri argentini sono precisi, lo dicono chiaramente. Ma si sente parlare di ragazze scomparse, di traffici di donne. 

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(Siamo lavoratrici sessuali, non siamo vittime di tratta – Cordoba, Maggio 2014)

Nord di Jujuy, di ritorno da una comunità indigena guaranì. E’ buio, quasi deserto, fa freddo. In un chiosco della stazione prendo qualcosa da mangiare, aspettando l’autobus che mi porterà indietro. La signora è incuriosita. Mi fa domande. Viaggio, sì. Dall’Europa, sì da sola. E inizia a raccontarmi le storie, di ragazze europee sparite, rapite, ritrovate uccise. Mochilleras, viaggiatrici con lo zaino, come si dice da queste parti. Specie di Icaro post moderne che hanno osato troppo, che hanno volato troppo vicino al sole e non sono state lì dove dovevano stare, ferme. 

Matìas dice che Lucìa stava ferma. Dice che non usciva molto di casa, che era una ragazza tranquilla, ma questo non le ha salvato la vita. Ha fatto forse sentire in dovere il fratello di giustificarsi, di giustificarla. Lucìa non ha fatto niente per meritarselo. Lucìa aveva 16 anni. E’ stata stuprata, drogata, seviziata e uccisa da tre uomini. Lucìa è morta per un arresto cardio-respiratorio dovuto alla violenza delle torture e delle percosse. Lucìa, letteralmente, non ha retto al dolore. L’hanno lavata, rivestita, per provare a nascondere l’orrore. L’hanno abbandonata agonizzante davanti ad un ospedale. Per giorni la storia di Lucìa mi è passata davanti agli occhi, la sua foto con il suo volto sorridente. Per giorni ho accuratamente evitato di leggere di più. Perché fa male.

Ma in fondo è quello che dobbiamo a Lucìa, raccontare la sua storia, ricordarla. E questo hanno deciso di fare le donne argentine, che proprio in quei giorni erano a Rosario, riunite per il 31esimo Incontro Nazionale delle donne. Incontro culminato in un corteo, represso dalla polizia. Hanno deciso di scendere in piazza, hanno deciso di vestirsi di nero, hanno deciso di scioperare. “Smettiamo di lavorare finché non smettete di ammazzarci”. 

 

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(“Basta complicità della polizia! Mai più schiave” – Cordoba, Maggio 2014)

Gli organismi delle donne raccontano di aver ottenuto a fatica, dalle organizzazioni sindacali, un appoggio verbale, ma nessun impegno reale a favorire l’adesione dei lavoratori e delle lavoratrici allo sciopero. 

Nonostante ciò alcune imprese, come quella di Pepsico, hanno votato un’ora di sciopero per turno e l’organizzazione di navette per permettere la partecipazione alla manifestazione.

Alle donne argentine, immediatamente, si sono unite le donne peruviane, boliviane, cilene, ecuadoregne, messicane, venezuelane, uruguayane, costaricane, guatemalteche, honduregne, salvadoregne. 

Alle donne argentine guardano anche le donne europee, le donne italiane che stanno costruendo la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne del 26 Novembre a Roma: una la violenza, una la risposta. 

E per quanto provino ad ammazzarci, il movimento femminista argentino è più forte che mai, forse una guida all’opposizione del paese. E’ un movimento in crescita ma solido, avanzato a livello di analisi e di contenuti. 

Non perdetevene una parola.

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II documento letto dal collettivo “Ni una menos” in Plaza de Mayo, Buenos Aires.

Noi ci fermiamo. 

Contro quelli che vogliono fermarci.

Mentre si svolgeva il 31esimo Incontro Nazionale delle donne, violentavano e assassinavano Lucìa a Mar del Plata. Un anno prima eravamo state caricate in quella città, come quest’anno a Rosario. 

Noi ci fermiamo. 

Perché non ci fermino con la loro pedagogia criminale. Per fare noi stesse pedagogia, perché unite costruiremo una società senza macismo. Perché libertà vuol dire smontare definitivamente il patriarcato.

 

Noi ci fermiamo e scioperiamo. Perché ci addolora e ci indigna che in questo mese di Ottobre si contino già 19 morte. Scioperiamo perché per fermare la violenza femminicida abbiamo bisogno di partire dall’autonomia delle nostre scelte, e questo non è possibile finché l’aborto non sarà legale, sicuro e gratuito per tutte. Finché le condizioni economiche continueranno a riprodurre la violenza macista: perché le nostre giornate lavorative sono due ore più lunghe di quelle degli uomini, dato che i compiti di cura e riproduttivi ricadono sulle nostre spalle e non hanno nessun valore nel mercato del lavoro.

Perché la disoccupazione si alza di due punti quando si parla di donne, perché la differenza salariale è, in media, del 27%. Vale a dire che le donne guadagnano molto meno dei loro compagni, a parità di incarico lavorativo.

In un contesto di tarifazos (aumento dei prezzi dei servizi pubblici energetici e dei trasporti), adeguamenti per l’inflazione, incremento della povertà e restringimento dello Stato, come quello che propone il Governo dell’Alleanza “Cambiamo”, noi donne sopportiamo il peso maggiore: la povertà ha un volto femminile e ci toglie la libertà di dire no quando siamo nel circolo della violenza.

Noi scioperiamo. 

Scioperiamo contro i proiettili di gomma che provano ad arrestare la nostra forza. Una forza che cresce attraverso gli incontri, le mobilitazioni, i dibattiti. Una forza femminista, forza di donne.

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(da Pikara Magazine)

Scioperiamo contro il disciplinamento delle donne, che significa che Milagro Sala (1) è in carcere in quanto donna, indigena; per essersi organizzata, per aver reclamato non soltanto i diritti di base, ma anche il diritto di tutte e tutti alla festa ed ai momenti ricreativi. Contro la detenzione e il procedimento giudiziario irregolare che tiene in ostaggio Reina Maraz (2), migrante di lingua quechua, che una giustizia misogina e coloniale ha condannato ingiustamente all’ergastolo. Contro le condizioni delle carceri femminili, che le rendono sempre più spazi dove si amplificano le gerarchie classiste e razziste. Contro il fatto che in quartieri come Bajo Flores le adolescenti sono perseguitate per giorni e poi spariscono, dopo essere state minacciate. Ma anche contro il modo in cui i quartieri diventano ogni giorno più asfissianti, teatro di trame di economie illegali che portano a forme di violenza nuove e sempre più dure. 

 

Contro la politica retrograda che inaugura un centro di detenzione per immigrati, in una chiara retrocessione della legislazione vigente. 

Scioperiamo prendendo l’iniziativa. Mostrando una capacità forte di reazione alla guerra contro le donne che viene scritta giorno dopo giorno. Ci mobilitiamo e ci autodifendiamo.

Quando toccano una, rispondiamo tutte.

Per questo oggi, 19 di Ottobre, noi scioperiamo.

Siamo le casalinghe, le lavoratrici dell’economia formale e informale, le maestre, le lavoratrici delle cooperative, le accademiche, le operaie, le disoccupate, le giornaliste, le militanti, le artiste, le madri e le figlie, le domestiche, quelle che incontri per strada, quelle che escono di casa, quelle che stanno nel quartiere, quelle che sono andate ad una festa, quelle che hanno una riunione, quelle che vanno in giro da sole o accompagnate, quelle che hanno scelto di abortire, quelle che hanno deciso come e con chi vivere la nostra sessualità.

Siamo donne, trans, travestite, lesbiche. Siamo molte, e della paura che ci vogliono imporre e dalla furia che ci tirano fuori a forza di violenza, ne facciamo un suono, una mobilitazione, un grido comune: Non una di meno! Ci vogliamo vive!

 Noi scioperiamo. 

Scioperiamo contro il femminicidio, che è il punto più alto di una trama di violenze, che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio alle forme più diverse di autonomia e vitalità femminile, che pensa che i nostri corpi sono cose da usare e scartare, rompere e saccheggiare. 

 

Lo stupro e il femminicidio di Lucía Pérez mostrano una linea decisa contro l’autonomia e la capacità di decidere, l’azione, la scelta e il desiderio delle donne.

 Lucía è stata considerata come una cosa, da percuotere fino a che lo sopporta, e lasciata poi davanti ad un pronto soccorso per far credere che era morta di overdose, per nascondere la verità. 

Non è stata la droga, sono stati i maschi. 

L’hanno stuprata ed uccisa a Mar de Plata, poche ore prima che la marcia dell’Incontro nazionale delle donne venisse caricato dalla polizia. 

L’incontro più trasversale e creativo, che mobilita identità e sensibilità diverse, sotto forma di organizzazioni a loro volta diverse: collettivi politici, artistici, di quartiere, sindacali… Tutte totalmente politiche: perché la politica è una lotta insistente per l’invenzione della libertà, per la costruzione comunitaria e per l’ampliamento dei diritti.

Come tutti i femminicidi, anche quello di Lucía ha come obiettivo il disciplinamento delle donne e di tutte le persone che si ribellano contro i ruoli che questa società difende: o sarà ciò che si suppone sia normale o non sarà niente. E non potrai dire di NO perché il costo di dire di NO sarà, all’estremo, la morte. 

Da una gabbia ad un altra. Da un tipo di oppressione ad altre più cruente. Tra le donne di meno di 30 anni la disoccupazione è al 22%. La precarietà delle nostre vite. Donne trasformate in puttane o incarcerate. Trans e travestiti repressi quotidianamente per strada benché non gli si assicuri il diritto ad entrare nella vita lavorativa e si continui ad imporgli la prostituzione come unico destino. Donne assassinate dai loro partner, abusate dai loro padri o picchiate dalla polizia. Stiamo vivendo una stagione di caccia. E il neoliberismo fa le sue prove di forza sui nostri corpi. In ogni città, in ogni angolo del mondo non siamo al sicuro.

Noi scioperiamo.

Perché tutte le variabili economiche mostrano la violenza macista. I femminicidi sono il risultato di una serie di violenze economiche e sociali, di pedagogie della crudeltà, di una cultura del “ci sarà un motivo”, “qualcosa avranno fatto”, che glielo permette, li giustifica e li avvalla. Non sono un problema di sicurezza o insicurezza. Lottare contro queste violenze esige risposte multiple. Ci riguarda tutti e tutte, anche se sappiamo che i poteri dello stato e tutte le sue istituzioni (nazionali, provinciali e municipali) agiscono solo se costretti dalla pressione sociale che spinge dal basso. Per questo siamo qui oggi, in tutto il paese e in vari paesi contemporaneamente, dicendo Non una di meno! Ci vogliamo vive!

Come possiamo creare un altro mondo possibile se le misure che tendono a questa trasformazione come il Programma di Educazione Sessuale Integrale viene smantellato poco a poco o semplicemente non viene applicato in varie province? 

Como osano paragonare delle scritte su un muro all’uccisione e alla tortura di una bambina?

Come fanno a chiederci di avere pazienza se guadagniamo il 27% in meno degli uomini per fare lo stesso lavoro? 

Come pretendono che facciamo attenzione se allo stesso tempo dai mezzi di comunicazione ci dicono che quelle che vanno sole e vengono ritrovate morte ne hanno la colpa? Come pretendono che abbiamo pazienza se ci tolgono la pensione da casalinghe e non considerano seriamente il lavoro che è prendersi cura di una famiglia? Sì, lavoro. Il 76% dei lavori non remunerati lo facciamo noi. Come osano dirci che questo non è così grave quando tolgono l’autonomia economica a migliaia di donne cacciandole dal loro lavoro, quando ci abbassano lo stipendio, quando ci minacciano di abbassarci i contratti collettivi? Come pretendono che aspettiamo, quando moriamo per aborti fatti male o ci incarcerano se andiamo in ospedale per un aborto spontaneo? E potremmo continuare…

Nessuno vuole farsi carico di queste domande. e ancora meno di trovare delle risposte che ci includano, e non soltanto come vittime, morte, cose, ma come protagoniste con una propria voce. Noi vogliamo insistere, esigere, chiedere, rispondere, perché non vogliamo più vittime, di nessun tipo. Per questo noi donne scioperiamo.

E questa richiesta diventa di tutta la regione latinoamerica: Bolivia, Cile, Perù, Uruguay, Costa Rica, Guatemala, El Salvador. E in America Latina ci accompagniamo l’un l’altra. 

Ni Una Menos. Vivas nos queremos

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(“Rivoluzione nelle piazze, nelle case e nei letti!” – Cordoba, Maggio 2014)

** Note **

(1) Dirigente política, sociale e indigena argentina, leader dell’Organizzaciòn Barrial Tupac Amaru, arrestata in seguito ad una serie di iniziative politiche, in particolare una acampada contro il governatore

(2) Donna boliviana di etnia quechua, vittima di violenze da parte del marito e non solo, accusata di aver preso parte all’omicidio dello stesso durante una lite con un vicino e amico, dal quale probabilmente anche lei subiva violenza. Processata e condannata all’ergastolo benché lei non parli castigliano e non abbia potuto né difendersi né comprendere che cosa le stava accadendo

 

 

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…morimos para despertar en el sueño del otro

Non ho avuto il piacere di conoscere Elio Ortiz durante i miei mesi nelle terre guaranì, ma ho sempre sentito parlare di lui, complice anche la recente uscita del film “Ivy Maraey”, in cui recita.

Elio Ortiz era un guaranì isoseño, vale a dire la zona della Bolivia che confina con il Paraguay. E’ stata una figura importante per tutto il popolo guaranì, con il suo lavoro di recupero, diffusione e condivisione della cultura, della tradizione e della cosmovisione guaranì.

Ha scritto vari libri e saggi, per bambini ed adulti, in guaranì ed in castigliano, molti a quattro mani con Elías Caurey. Il più conosciuto, e riconosciuto, probabilmente, il “Dizionario etimologico ed etnografico della lingua guaranì parlata in Bolivia”. Questo lavoro non soltanto raccoglie e trascrive le parole della lingua guaranì, ma le inserisce in un contesto socio-culturale. Oltre all’etimologia se ne spiega l’utilizzo, il significato condiviso, si tratti della festa comunitaria dell’arete guazu o degli usi del cupecì (albero diffuso nel Chaco) nella farmacopea tradizionale.

La modernità, poco a poco, sta raggiungendo anche gli angoli più isolati del mondo ed è così che il popolo guaranì si trova ad essere esposto ad una doppia minaccia; da un lato l’eredità di una decennale discriminazione, che significava punizioni per il semplice fatto di parlare la propria lingua e che portava a nascondere la propria identità, dall’altra una cultura occidentale e consumistica allettante ma ingannatrice.
Il rischio di perdere la propria identità e cultura, per l’uno o l’altro motivo, è reale e può essere combattuto solo attraverso la conoscenza, la condivisione e l’orgoglio per la propria appartenenza culturale.

Ed il primo veicolo della cultura è senza dubbio la lingua, anch’essa a rischio di estinzione se non valorizzata. Per questo verso la fine degli anni ’80 vennero creati i primi progetti di bilinguismo, perché l’istruzione pubblica parli la lingua del territorio, perché essa venga preservata e tramandata ed al tempo stesso perché coloro che nella vita quotidiana utilizzano principalmente il guaranì possano continuare a farlo in tutte le istituzioni dello stato (oggi) plurinazionale. Il progetto di bilinguismo prese il nome di “Tata Endi”, “il fuoco che mai si spegne”, il fuoco che rimane sotto la cenere, che le donne ogni mattina riattizzano, per potervi porre la “caldera”, la teiera. Il Tata Endi è diventato metafora del popolo guaranì, che nonostante la strage di Kuruyuki ha continuato ad esistere, a lottare, ad alimentarsi sotto la cenere, a resistere. Così la lingua, dimenticata, nascosta, è tornata ad ardere.

Il lavoro di Elio Ortiz, quindi, è stato soprattutto politico, poiché da sempre la lingua è laboratorio di annientamento dell’oppresso, tentativo di cancellarlo, di assimilarlo, di renderlo innocuo e debole, come la storia dimostra (è il caso del Paese Basco durante il regime franchista, senza andare troppo lontano né dover uscire dall’Europa, né andare troppo indietro nel tempo). Politico perché ogni passo di protagonismo, ogni voce guaranì che si alza, è un passo in avanti nel processo di autodeterminazione.

In un’intervista Elio Ortiz parla del doppio lavoro di ricerca degli intellettuali guaranì, verso l’interno, la propria comunità ed al tempo stesso verso l’esterno, alla ricerca di quella interculturalità che, per Elio Ortiz è inevitabile ed arricchente, perché il guaranì non odia il “karai”, il bianco, benché questo per secoli, ed ancora attualmente, sia stato il peggior oppressore.

Ed è così che descrive “Ivy Maraey”, una storia di interculturalità. Il film di Juan Carlos Valdivia racconta la storia di un viaggio, desiderio di un regista occidentale di conoscere la cultura guaranì, per poterne fare un film, ricerca di quanto di più “indigeno” ed “incontaminato” si possa ritrarre, ricerca, soprattutto, di se stesso. Elio Ortiz lo accompagna percorrendo il Chaco, visitando ed incontrando amici, conoscenti e parenti, descrivendo l’accoglienza ed al tempo stesso la diffidenza guaranì. E’ un viaggio attraverso le differenza, le curiosità e le paure che sono inevitabili (ma non per questo dovrebbero spaventarci) quando si incontra il nuovo, il diverso.

Il giovane gringo vaga alla ricerca di un film, di risposte e forse, soprattutto, della Tierra Sin Mal. Nella cosmovisione guaranì la Tierra Sin Mal è un luogo fertile, dove tutto cresce, un luogo puro dove fermarsi, un luogo ricco di frutti e di pace, il luogo, in definitiva, a cui tutti e tutte siamo destinate. In una scena del film si ascoltano queste parole: “Moriamo per vivere, moriamo per volare, moriamo per vivere, moriamo per sognare, moriamo per brillare, moriamo per svegliarci nel sogno dell’altro”.

Immaginando Elio nella sua Tierra sin Mal, immaginandolo svegliarsi nei nostri sogni, soprattutto in quelli che non avvengono di notte, ma che indirizzano le nostre giornate.

E forse quel che cerco neanche c’è… – cartoline da Potosì –

L’arrivo a Potosì è di mattina presto. Piove, fa freddo.

Maledico Nicco, che mi ha detto che un paio di leggins andavano bene. Siamo a 4000 metri, l’aria è rarefatta, il fiato corto. Cammino piano, in tasca le pillole magiche che mi ha dato Nicco per il soroche, il mal di altura.

Potosì è una tappa obbligata, lei è la storia della Bolivia, ai tempi Alto Perù, perché del Vicereame del Perù faceva parte.

Potosì benedetta, fonte di ricchezza, per le sue preziose miniere di argento. Potosì maledetta, per le sue crudeli miniere di argento, raccolto al prezzo della salute e della vita dagli indios e spedito ad abbellire le corti spagnole ed europee.

Eppure Potosí, la città più ricca dell’America Meridionale – vale un Potosí, si diceva – ora è decadente. Non c’è industria, non c’è lavoro, se non il commercio – nel quale i collas sono sorprendenti – e la miniera, che risucchia vite. Non solo perché, comunque, di miniera si può ancora morire ma perché dopo turni estenuanti (12 ore o più, unico alimento le foglie di coca) che cosa resta fuori?

Non parlano, i minatori, della vita fuori dalla miniera. Vi entrano giovanissimi, spesso si trovano lì nei giorni di festa, a bere insieme al Tío.

Carlos, la guida, ci spiega il significato della parola Tío, non come si potrebbe pensare “zio” o “tipo” ma Dio. La lingua quechua non ha la lettera “d” e così si è trasformata la parola.

Il giro turistico è impeccabile, si parte dal deposito, dove ci si veste con pantaloni e giacche impermeabili, stivali di gomma, caschetto e luce. Poi il mercato dei minatori, dove si può comprare acqua, succo di frutta, foglie di coca, dinamite o alcool potabile, come regalo per i minatori. Quest’ultimo non potrebbe avere nome più appropriato, perché ha il sapore dell’alcool puro, costa pochissimo e palesa abbastanza il problema dell’alcolismo.

La tappa successiva per i turisti occidentali mochileros è la raffineria.

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Carlos ci mostra i macchinari, i procedimenti per la lavorazione del materiale estratto. Le vene di minerali del “cerro rico”, il colle ricco, di Potosì si stanno esaurendo. Si raccolgono pietre con scarse quantità di minerale. I lavoratori sono organizzati in cooperative, che vuol dire che sono pure i datori di lavoro, che più minerale estraggono più guadagnano, che non possono smettere di lavorare, anche perché non c’è sicurezza sociale.  L’aspettativa di vita di un minatore e di circa 40 anni, in miniera si entra a 18 e si esce a 50.

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Siam pronti per l’ingresso in miniera. Il percorso è ben studiato. I primi 100-150 metri sono in piano, abbastanza vicini all’uscita e ancora abbastanza vicini all’aria, all’aperto, anche se la luce sparisce dopo pochissimo. Il primo slargo è la rappresentazione del dio della miniera, dove ci sono foglie di coca, mozziconi di sigaretta e lattine vuote di birra. Qui si celebra il dio delle tenebre e degli abissi.

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Rimaniamo in tre, il resto del gruppo turistico fa dietro front. Si potrebbe chiamarli vili ma forse si sbaglierebbe: forse si tratta di saggezza.

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Proseguiamo, scenderemo tre livelli nella miniera, in alcuni casi bisognerà gattonare, “come marines”, dice Carlos. Ci spiega il funzionamento della vita della miniera. I bivi, la dinamite per l’esplosione, i carretti per il trasporto del minerale. La coca, l’alcol per far passare le giornate.

C’è un carretto che deve partire, con il suo carico di minerali, o uno che deve arrivare. Dobbiamo schiacciarci contro le pareti. “Se è per turisti non vuol dire che non è pericoloso”. I mantra del Sudamerica hanno una loro inconfutabilità.

Incontriamo due figure, uno mastica foglie di coca. Sono padre e figlio, 48 e 18 anni, uno 30 anni di lavoro alle spalle, l’altro appena entrato. Carlos ride e scherza, io ho pochissime parole, pochissima aria. Non vedo l’ora che tutto questo sia finito.

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Ma Potosì non è solo la sua miniera. E’ un’antica città coloniale, dai bei palazzi signorili talvolta in decadenza.

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E’ la città delle chiese in stile barocco-mestizo, artificiose e ricamate, con inserti di figure andine.

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Cammino molto per le strade di Potosì, come alla ricerca dell’uscita dal labirinto.

Non parlo molto in ostello, non ho voglia di fare amicizia. Come per timore che qualcunx possa contaminare l’esperienza di un viaggio che voglio solo mio. Il mio primo in Sudamerica. E poi perché vorrei sentirmi diversa, essere diversa da questi mochileros tuttx uguali, tuttx occidentali, tutti ricchi in un paese povero. Non voglio essere una turista bianca e gringa, voglio essere una viaggiatrice. Ma questo lo scoprirò solo dopo. Ora sto cercando di scoprire, di costruire, il mio modo di viaggiare.

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E’ il motivo per cui faccio poche foto, ai mercati, alla gente. Cerco di scattare quante più possibile foto con i miei occhi, forse credendo di celare un’identità evidente.

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Fa freddo a Potosì ed io ho pochi vestiti. Li lavo e li stendo creativamente sul tetto dell’albergo. Ho scelto la solitudine in questi giorni, quasi forma di penitenza autoinflitta, senza la beatitudine dell’asceta. Prende un senso di sconforto, in certi momenti, durante il viaggio. “La solitudine è come l’altitudine, si fa più greve di sera”, mi ripetevo camminando per le strade di Potosì, dopo aver mangiato una cena lungamente cercata, sfortunatamente una pizza dolciastra.

Potosì asfissiante, imponente, circondata da cime brune e rossastre. O forse è il sole che tramonta che le ricopre di questa luce ambrata, striata di nuvole cineree.

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Dal terrazzo dell’albergo si vede il Cerro Rico, le strade battute dalle jeep che portano i minatori al lavoro. La Semenella di oggi cinge con un braccio le spalle della Semenella di quei giorni. L’antica Semenella probabilmente si sta ripetendo la sua litanìa. “Che dura la visita alle miniere, ma andava fatta. Era necessaria per capire la Bolivia”. La guarda con tenerezza la Semenella d’oggi, che riconosce la paura e il dolore fisico di stare per ore nei cuniculi bui e maleodoranti. Non avrebbe mai potuto dirselo la Semenella d’allora che era stato terrorizzante e che nessuna conoscenza vale il terrore. Ma soprattutto che lei stessa, la sua stessa conoscenza, vale meno della vita che quelle miniere da secoli inghiottono.
Quale arroganza l’ha spinta a credere che  fosse importante che Lei sapesse, che Lei vedesse con i suoi occhi quella miseria e quel dramma. Che lei avesse il compito di raccontarlo, a chi, poi? Se l’era chiesto la Semenella antica se la sua visita avrebbe arricchito la vita dei minatori, o se sarebbe stata l’ennesima turista a visitare lo zoo degli indigeni sfruttati, “poverini”. Ma la Semenella d’oggi guarda con tenerezza alla Semenella che dal terrazzo di un ostello guarda, col fiato corto, persa nella sua solitudine, il Cerro Rico di Potosì. Perchè sa che in quelle montagne cercava il suo modo di viaggiare, alcune risposte e in definitiva se stessa.