Io non dubito, io sostengo. A fianco a V. e a tutte le donne vittime di violenza

La notizia è di ieri e si diffonde rapidamente sulla stampa cilena.
V., 23 anni, denuncia il suo (recente) ex Tea Time, leader del gruppo Los Tetas, di violenza fisica e psicologica, pubblicando a testimonianza (sempre è della donna l’onere di provare la violenza) delle foto in cui appare livida e ricoperta di ematomi.

La band all’inizio tiene un profilo basso, condannando la violenza “contro le donne e contro qualunque persona” e dando solidarietà alle donne che denunciano ma, al tempo stesso, chiedono tempo perché la situazione si chiarisca. Rettificano dopo poche ore, cacciando Tea Time dal gruppo. La band era in procinto di firmare con la Universal per il nuovo album, difficile momento per un caso mediatico di questo tipo.

Intanto altri nomi della musica cilena esprimono la loro solidarietà a V.: Anita Tijoux, Mon Laferte, Alex Anwandter

Quest’ultimo ha scritto una nota bella ed intensa, nella quale denuncia il caso di V. e la violenza contro le donne come un caso non isolato, come un fatto da cui non si salva nessun ambiente, neanche quello più culturale e progressista

Buona lettura

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Ieri si è diffusa accusa lunga e molto dettagliata nei confronti di Tea Time (Camilo Castaldi dei Los Tetas), da parte della sua ragazza che ha subito sue ripetute violenze.

Per favore prendetevi il tempo di leggere questa testimonianza coraggiosa e terribile

Questo tipo di violenza è estremamente comune e non estranea ad ambienti teoricamente liberali come il mondo della musica. La musica, come la maggioranza dei settori, è dominata dagli uomini. Questo non è specchio di una supposta superiorità di talento, ma solo uno degli innumerevoli riflessi del machismo che invade ogni area della nostra vita. Ad esempio si può far caso a come si attribuisce il successo di Javiera Mena al suo produttore (uomo) o come ogni volta che racconto delle donne che suonano nella mia band e che mi chiedono se sono coriste, come se la loro partecipazione non potesse che essere accessoria e secondaria.

Los Tetas, un gruppo di uomini con un nome già di per sè misogino – una misoginia tipicamente travestita da pseudo-trasgressione – hanno pubblicato, come risposta a questa accusa, un comunicato ripugnante, riflesso fedele di come la società risponde quando una donna rivela di essere stata abusata: dubitano della veridicità dell’accusa.

Tutto ciò ha un nome: doppia vittimizzazione. Si chiama così perché non solo la donna deve sopportare terribili episodi di violenza e tortura come quelli descritti nella testimonianza ma, una volta che ha trovato il coraggio di denunciarlo, e nonostante tutta la pressione sociale, deve attraversare un altro dolore: il suo dolore è negato. “Se lo sarà inventato”. “Chissà che avrà fatto lei”. “La giustizia si esprimerà”

Con che faccia chiediamo prove evidenti davanti a tale testimonianza? Davanti a queste foto? Bisogna sorprendere Tea Time mentre la sta picchiando? Avere foto mentre la picchia? Basta?

E su questo, una considerazione personale: questo è il punto in cui la gente parla di presunzione di innocenza. “Non possiamo sapere se è vero”

Però questa presunzione di innocenza è sempre per l’UOMO. Presumere l’innocenza dell’uomo vuole dire presumere che la donna si stia inventando tutto. Che è colpevole di mentire, detto in altre parole.

E mi chiedo per quale dannato motivo qualcuno farebbe una cosa del genere. Esporsi pubblicamente, in questo modo, lasciarsi coinvolgere in qualcosa di così spiacevole.

Questa è una cultura, amiche/i.

Non conosco una sola donna che non sia stata molestata, in un modo o nell’altro. Ne conosco alcune che sono state abusate o violentate.

E’ il sistema giudiziario che deve presumere la innocenza. Noi, tutte le volte che presumiamo la innocenza di uomini accusati di aver picchiato, abusato, violentando, stiamo creando e appoggiando questa cultura.

La cultura che protegge gli abusatori di donne e che mette in dubbio la parola delle donne abusate. Quando assumiamo che una donna che ha il coraggio di denunciare gli abusi subiti dice la verità, creiamo un ambiente che le sostiene.

Io stesso questa mattina sono stato spinto da due o tre persone a non coinvolgere gli altri membri de Los Tetas in quello che sto per scrivere ora.

Però credo che è importante e io dubito di loro, dubito perché voglio mettere in discussione il contesto in cui alberga questa violenza. Dubito che fossero totalmente ignoranti rispetto a tutto ciò. Lo dubito perché conosco la nostra cultura, perché attraverso il loro comunicato si sono allineati con un abusatore, perché credo nelle donne, perché ho visto la ragazza di Tea Time in un backstage, ci siamo fatti delle foto insieme (nella cupola del Rock, a proposito del fatto che il machismo attraversa anche gli ambienti artistici).

Questo va al di là di Tea Time e dei Los Tetas, non per discolparli, ovviamente. E’ un clima. Dobbiamo resistere collettivamente alla tentazione di mettere in dubbio la veridicità di qualcosa che tutti/e sappiamo essere ovunque

Questa è una persona che ha avuto paura per la sua vita, gente. Appoggiamola.

Grazie per il tempo che avete dedicato a leggermi,
Alex

P.S. Due piccole note
1) Il discorso del furto degli strumenti musicali (di cui V. accusa Tea Time nella sua nota, NdSemenella) è grave, però è un altro fatto. Non è necessario rendere invisibile il machismo dando invece la colpa a un “delinquente” o roba del genere
2) Una quantità impressionante ha condannato Tea Time dandogli del “frocio” per insultarlo. Credo che possiamo insultarlo senza usare insulti omofobi. Si capisce che volete dirgli stronzo di merda o il peggior insulto possibile, però lo state facendo usando la parola più tipicamente usata per insultare una persona non eterosessuale. Il linguaggio crea la realtà e voi state associando tale imbecille all’essere gay. Si può fare di meglio. Grazie.

Luchìn. Aprire le gabbie dell’ingiustizia.

11 Settembre 2016, 43esimo anniversario del golpe nel Cile di Salvador Allende.

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(fonte: bbc.com)

Quest’anno è dedicato, su queste pagine, a Victor Jara e al suo bimbo Luchìn. Complice, felicemente, la nuova versione che Ana Tijoux, rapper, femminista, compagna e tante altre meraviglie, ha fatto uscire proprio pochi giorni fa.

Victor Jara non ha bisogno di grandi presentazioni, la sua musica e la sua vita hanno attraversato dolcemente l’oceano. Figlio di un contadino e di una donna con ascendenze mapuche, cresce ascoltando le canzoni popolari cantate da sua madre, intorno ai fuochi nel poblado. Cantautore, musicista, poeta, è membro del Partito Comunista Cileno.

La mattina del golpe Victor è all’Università e lì viene fatto prigioniero insieme ad altri studenti e docenti. I prigionieri vengono portati nel poi tristemente famoso Estadio de Chile e, dopo essere stato torturato, viene ucciso, le sue canzoni bandite.

Nel 2003, durante le commemorazioni del golpe, viene dedicato a Victor Jara lo stadio che fu teatro della sua morte.

In un paese, come il Cile, ancora così diviso sulla sua storia, ancora incapace di punire i colpevoli e assicurare giustizia, l’esempio di Victor Jara rimane presente. E respira.

Non è la morte che rende immortale il cantante ma la sua musica, la sua militanza, il contenuto politico e sociale delle sue canzoni.

Luchìn parla di un bambino che Victor e la moglie Joan conobbero in seguito ad un’esondazione del fiume Mapocho, fatto che mise in pericolo le vite dei bambini e delle famiglie del poblado di Barrancas, attuale Pudahuel.

Per rispondere all’emergenza, si decise di far rifugiare le famiglie all’interno delle sedi universitarie. Una di queste era la facoltà di Danza, dove lavorava Joan, la moglie di Victor. Quello sembra essere un momento rivelatore, in cui entrano in contatto mondi così diversi, come quello dell’università e quello dei poblados.

Luchìn, in particolare, era un bimbo di circa un anno, molto piccolo e denutrito per la sua età. Era coperto di fango e giocava con un pallone di stracci. Il suo arrivo colpì moltissimo i Jara e una loro collega e amica, Eugenia Arrieta, detta la Quena. Luchìn era malato di pleurite, la sua famiglia era molto povera e aveva come unico oggetto di valore il cavallo citato nella canzone. Luchìn venne curato, sfamato durante quell’emergenza e venne poi adottato dalla Quena.

 

 

Ma Luchìn è diventato, soprattutto, un simbolo. Il simbolo delle genti dei poblados, classi popolari poverissime, quelle che si sfamavano cucinando insieme la olla comun, la pentola comune, a cui ognuno contribuiva mettendo una cipolla, una patata o una manciata di pomodori.

Luchìn, nella versione e nel video di Ana Tijoux è il simbolo dell’ingiustizia, della disuaglianza, dell’oppressione e dello sfruttamento.

Perché, come sempre, la musica di Ana Tijoux non è solo memoria, ma anche soffio sulla brace, perché il fuoco delle lotte sociali non si spenga, perché non esistano più Luchin.

A noi, tutte, il compito di aprire le gabbie.

“Si hay niños como Luchín
que comen tierra y gusanos
abramos todas las jaulas
pa’ que vuelen como pájaros”

“Se ci sono bambini come Luchìn, che mangiano terra e insetti, apriamo tutte le gabbie, perché volino come passeri”