….

(segue)

L’immagine di una donna seduta su un vecchio letto nel patio della sua casa, un bimbo di tre anni accanto, uno di sei, giá adulto, due gemellini di un anno e mezzo che sembrano avere 8 mesi. Un padre assente, bevitore e scansafatiche, forse pure violento, dicono le voci. Le case umili, di legno, di fango, di paglia. I letti fatti con assi di legno, rialzati, materassi inesistenti, le case senza porte. Il fuoco sempre acceso, il mate condiviso e le uminta, mais cotto, a volte con formaggio. I bambini in casa, quelli in un internado, per studiare, quelli giá grandi nati da precedenti relazioni. In una casa una figlia malata, allettata, forse poliomelite. La madre dice che le hanno fatto la maledizione. I compleanni e la data di nascita che nessuno ricorda. La denutrizione, l’aria aperta come bagno. E non va bene, perché poi si contamina l’acqua. Ed allora si prende quest’impegno, la prossima volta ogni famigia avrá scavato un pozzo cieco, prime, rudimentali, latrine. A piccoli passi verso la salute. Una spesa abbondante per noi, perchè poi si possa lasciare un po’ di cibo. Per una buona zuppa, caramelle e banane e soprattutto il latte in polvere per i gemellini denutriti.

Non mancano le risate, come quando provo a tirar fuori dall’ambulanza il pollo che mangeremo a cena; lui grida, io pure, Carlos ride. “Tu puedes, dale puedes hacerlo”. No, non posso. Posso peró guardare Sandra che lo uccide, anche se aveva pensato di non farcelo vedere. Gli tira il collo, poi gli mette un piede sulla testa mentre smette di respirare. Poi lo appendiamo ad una sedia a testa in giú perchè scenda il sangue. Posso spennarlo un po’, digiuna di vita contadina, lavoro cognitivo con delega ad altre persone per tutto il resto. Non mancano le lacrime ed il sincero coinvolgimento. È sera, la zuppa è sul fuoco, noi donne mateamo e chiacchieriamo. Gli uomini sono a giocare a carte, nella scuola con il maestro ed il dottore. Il genere come determinante nelle relazioni, come categoria per la divisione in gruppi. Io, che spesso nemmeno me ne accorgo. Mi piace il mondo degli uomini, lo scherzo pesante, le meno restrizioni ed imposizioni. Sempre le solite cose, sedersi a gambe aperte, la nuditá non condannata, il sesso non negato, l’iniziativa non legittima. Non chiederó permesso per andare in giro da sola la sera, non me ne staró zitta se mi fanno apprezzamenti. Non accetteró di passare per prima, nè di ricevere il piatto prima degli uomini. E spiegheró, se mi verrá chiesto, che non voglio la galanteria ma l’uguaglianza. Che posso muovere pesi e cucinare, giocare con i bambini e parlare con gli uomini senza abbassare lo sguardo. E desiderarli e non nasconderlo.

Ma eravamo tra donne, in questa cucina passandoci il poro. Ed una donna dolce e forte ha finalmente lasciato scorrere il dolore, il senso di impotenza ed il peso della responsabilità di chi vede povertá, ingiustizie e drammi sociali e familiari ogni giorno. L’immagine di un bambino malato, a letto, e la paura di non poterlo proteggerlo da un male da cui non c’è ritorno. Le donne che accolgono, ascoltano, sorreggono, altre donne. Nella cultura guaraní, al tempo stesso, donna ed uomo sono complementari. Durante il parto l’uomo si sedeva alle spalle della donna, con le ginocchia apoggiate alla sua schiena. La sorreggeva, la abbracciava e cosí nascevano i bambini.

Accanto al fuoco la notte, gli animali in lontananza. Il cielo nuvoloso ed a tratti la luna. Al mattino ancora nuvole, come tende ad una finestra. Non si sono aperte per far entrare il sole ma nemmeno per far cadere pioggia. La terra è umida ma non bagnata, il cammino è buono. Come sperato, possiamo tornare verso casa.

Miscellanea

La Misiòn (il film) : contatto e sopraffazione. La disputa tra spagnoli e portoghesi, i gesuiti aiuto e sostegno degli indios ma a quale prezzo? Dov’è la spiritualità di questi luoghi? E se non c’è più ed è rimasto il cattolicesimo retrogrado e prevaricatore, che cambia da una colonizzazione spada e cannone? Che nemmeno ci si può opporre, con faccia brutta, a chi si prodiga per noi. Riconoscenza, sudditanza, di nuovo Basaglia. Le forme di potere sono molte, a volte subdole o inconsapevoli. Non è ancora tempo per smettere di cercare la libertà.

Kronos e Kairos: Il tempo esterno ed il tempo interno. Primo brindisi di Attilio alla Tekove, la Bolivia come luogo per farli coincidere. E se il tempo non è solo tempo ma anche spazio come l’ara guaranì? Al Salar sembra essere così. Nel mezzo del deserto, sale a perdita d’occhio e cielo interminabile, tempo e spazio coincidono o forse spariscono. Kronos e Kairos si allineano, come fenomeno astrale. E non è più internet, né telefono. Non serve più nulla, è pace, è riposo.

Le storie condivise: Sarà la neocorteccia che mi dà tutte queste emozioni. A quanto dicono, come ultima evoluzione del cervello umano le dobbiamo la possibilità di costruire storie e significati con altri membri della nostra specie. Ed ora non sto parlando di processi di costruzione di identità collettive, o di storie che attraversino o cambino altre vite. Intendo piccolissime frasi, parole, che riassumono emozioni condivise. Non importa nemmeno sapere come siano nate esattamente, perché prendono vita propria. E così, non si sa di preciso perché, finiamo ad immaginare un finale alternativo del Sabado Intercultural, in cui, all’improvviso, si spengono le luci ed entrano tutte le persone che, per un attimo, non me ne vogliano, diventano personaggi. Solo le scrivo per ricordarle, per ricordare chi le ha condivise con me, e per condividerle una volta ancora.

¿Qué es la felicidad Santi?

Di nuovo in un nuovo alojamiento. Muy linda la family.
E quando scrivevo questo, non sapevo fino a che punto. Un nuovo attacco di altitudine, mate di coca e pastiglia. Facciamo merenda, chiacchieriamo. Decidiamo di fare aperitivo, mentre aspettiamo la cena. Non sappiamo ancora quanto tempo passeremo a questo tavolo. L’ostello è spartano, le basi dei letti sono in pietra, la luce c’è per poche ore. La nostra stanza è la due, sette letti e sei persone. Compaiono sei Schneider in lattina, una Potosì da mezzo litro, credo, e due bottiglie di vino. Si raccontano storie, si ride. Sono seduta vicino a Santi, di nuovo, e parliamo. Altre due bottiglie di vino, siamo incontenibili, nonostante la sveglia sia prevista per le quattro e mezza. Poi usciamo a fumare, si gela davvero. Poi continuiamo a parlare in bagno, argomenti che è meglio che Edison non senta. Carmen va via. Santi si apre. Mi racconta tanto di sé. Piccolo e già grande. Mi racconta della sua vita, del suo amore, della difficoltà di vivere con un padre così ingombrante. Gli dico che è fortunato ad avere un padre così ma che ha meriti e talenti solo suoi. Mi racconta del nonno, secondo padre, morto poco tempo fa, della sua (di Santi, non del nonno) mentalità imprenditoriale, del commercio su facebook, delle peleas con altri ragazzi. Praticano arti marziali, lui e suo padre, e non smettono di ridere quando scoprono della mia boxe. Sa che cosa vuol dire essere ricco, ed essere povero, frequentare le classi alte e le basse, i piccoli delinquenti. […]

Questo viaggio, al momento, si divide in tre parti. Gutiérrez-Santa Cruz, una despedida. Uyuni, la poesia e Samaipata, al momento l’ignoto.
Santa Cruz, il mercato. Il pane e il cunapé, il poro per il mate e l’artigianato in paglia e metallo. I micro ed il sole. E la despedida. Io vado e lascio alla terminal Lalo e Beti. Ma come sarà tornare alla Tekove senza di loro, è presto per dirlo.

Uyuni: ricordo perfettamente il momento in cui tutto è iniziato. C’è il sole, siamo davanti all’agenzia e capiamo di essere capitati insieme. Ci studiamo, chiacchieriamo, non sappiamo che saremmo diventati coinquilini. Serenità, emozioni, brividi. Tre parole. Impresionante, il paesaggio. Inolvidable, il compleanno di Carmen e questa tre giorni. Challamos, abbiamo bevuto, per la nostra jeep e la nostra temporanea, profonda amicizia. Una foto scattata con gli occhi. Il paesaggio, giallo e azzurro, riflesso negli occhi di Santiago.

Che cos’è la felicità Santi? Vivere il momento, sapere che non tornerà e che per questo è prezioso. Non avere orologi, sveglie, telefoni. Tutto è qui ed ora, e riempie l’anima.

Come essere felici senza il viaggio?

Dentro il quadro

4.3.14

Nessuno si sveglia. Probabilmente nessuno ha nemmeno messo la sveglia. Ci sveglia il sole, ed i rumori. Fuori si sta challando la nostra jeep. La challa è una benedizione indigena, si fa con petali di fiori, festoni ed alcol. Per l’oggetto da benedire e per il proprietario.

La jeep challada

La jeep challada

Si parte, con un po’ di ritardo. L’ultimo saluto è ad un cucciolo di lama che la padrona di casa sta allattando con il biberon. Per provare l’esperienza, un boliviano.

Prima tappa la Laguna Negra o Turkeri, siamo ad oltre 4000 metri. Ecco perché mi costava tanto risalire la salitina della laguna. Seconda tappa il Vulcano Oyaguei, ancora attivo. Potrebbe eruttare “en cualquier momento”? chiedo stuzzicando Freddie. Siamo alla frontiera con il Cile, il vulcano stesso è metà dell’uno e metà dell’altra. Tra la vegetazione di questi luoghi, un’erba che sembra muschio, ma poi è dura, si chiama areta e si usa per accendere il fuoco. Molte rocce in questa parte, saliamo per vedere com’è il deserto da lassù e tornano utili le poche nozioni di arrampicata. Puntare i piedi, cercare appigli, distribuire il peso.

Guardando il Vulcano Ollague - Foto di Carmen

Guardando il Vulcano Ollague – Foto di Carmen

Abbiamo tempo per questa sosta perché nel mentre abbiamo un problema con la ruota. Freddie tutto-fare ritira fuori la sua tuta da lavoro e la ripara. Santiago ripara la radio, a quanto pare è un genietto dell’elettronica. Si riparte. Ora è tutto verde e bruno, pietre ed immancabile cielo azzurro.

Laguna Edihonda: fenicotteri rosa in una laguna bianca. Cartelli che annunciano inesistente wi-fi. Altri che proibiscono ai fenicotteri di volare. Vento, altitudine e coca. Poi ci fermiamo per mangiare. Nomadismo, che meraviglia. Un po’ come una casa di bambole, dal retro della jeep appare la cucina. Cotolette, verdura, pasta (sempre con la funzione di pane), mela. Continua la chiacchierata iniziata con Santi alla laguna. I viaggi, i sogni, il senso della vita, la religione, l’umanità, la felicità.

Il demone della reperibilità

Il demone della reperibilità

Divieto di volo? Fenicotteri avvisati!

Divieto di volo? Fenicotteri avvisati!

Laguna Honda: Sembra sprofondata, sarà solo più profonda? [Non ho idea di che volessi dire quando ho scritto questa frase]. Pianifico i viaggi successivi: Samaipata? Ruta del Ché?

Si sale ancora. 4300 m, poi la pampa di Silori, 4700. Poi El Arbol de Piedra, la Laguna Colorada. La macchina si anima, si parla di amore, di relazioni sentimentali. A volte sembra di poter girare un film, un road movie. Una macchina in viaggio, delle storie. Condividere, lo spazio ed il tempo. Ara, come dicono i guaranì, in entrambi i casi.

Laguna Colorada

Laguna Colorada

Oruro

Dovevo accorgermene dal viaggio che sarebbe stato complicato. Per fortuna la stanchezza ed il sonno abbastastanza profondo non mi hanno fatto rendere conto del tutto del fatto che abbiamo rischiato la vita più volte e che ad un certo punto ci siamo fermati perché la strada era bloccata. Mi sono accorta che qualcosa non andava alle 8 di mattina, a Cochabamba, perché dovevamo essere ad Oruro alle 10. Arriveremo all’una. 

Ad Oruro fa un gran caldo, non vedo l’ora di lanciarmi nel Carnevale. Ma si inizia ad intuire il leit-motiv della due giorni. Rincorrere cose, attendismi e necessità di coordinare più teste. Con un po’ di insofferenza da parte mia. In questo momento si tratta di aspettare gli olandesi, che in realtà sono anche il nostro gancio per dormire. Nostro perché ho reincontrato Attilio. Ci raggiungono quindi al Terminal. Marius e Ronel, un ed una olandesi, Milton di La Paz e Nair sua cugina di Oruro. Il piano, al momento, è dormire in tenda da qualche parte. Lasciamo gli zaini al deposito e saliamo verso la Virgen. 

Oruro, mi dice Nair, si sviluppa tutto intorno a questo cerro, sul quale troneggia, imponente e un po’ inquietante, un’enorme statua della Vergine col bambino, bianchissimo su un cielo celeste e limpido. Per arrivare in cima bisogna salire una scalinata e di nuovo il battito del mio cuore si può vedere ad occhio nudo, Ho portato le foglie di coca, le pastiglie per l’altitudine ma, a causa di un malinteso con Attilio sono rimaste entrambe nello zaino. Milton ci dice che qui su è meglio salire di giorno, perché di notte ci sono assalti e furti. Non finirà meglio di così. 

Riniziamo a scendere, le gambe tremano, sintomo ancora sconosciuto dell’altitudine, suppongo. Entriamo nella città, ora il Carnevale si sente, e si vede. I costumi, il trucco, le acconciature sono meravigliosi e non stento a credere che richiedano un anno di lavoro. Inizio a sentire l’aria della festa ed i morsi della fame, dato che sono le quattro del pomeriggio. E finalmente, succede. Ci propongono di mangiare charquekan da me ribattezzato Jackie Chan, o Shere Kan. Si mangia con le mani, e nel piatto ci sono patate intere bollite, mais, un uovo sodo e carne di lama essiccata. 

Finalmente ci dirigiamo verso la parada. La sfilata è lunga 4 km, lungo i quali sono montate gradinate, a pagamento. Girovaghiamo per le strade (ovviamente non abbiamo comprato posti a sedere), tra le bancarelle i bagni chimici e le costanti spruzzare di schiuma. Data l’assenza di doccia, quando non ti prendono negli occhi, sono pure piacevoli. E comunque, il divertimento sembra essere proprio mirare agli occhi. 

Sono quasi le sette quando mi fermo a prendere un gelato e la signora del negozietto mi racconta della tragedia. E’ caduta una passerella, di quelle che permetteva di attraversare la parata dall’alto, travolgendo alcuni musicisti e alcuni spettatori. I morti sono due, poi quattro, poi sei. Oltre 70 i feriti. Solo la mattina dopo Milton mi dirà che, se non avessimo fatto tardi, avremmo potuto essere nei paraggi, sulle gradinate. La parata prosegue, nonostante un minuto di silenzio e quattro o cinque giorni di lutto nel dipartimento. 

La festa qui prosegue, il livello alcolico si alza vertiginosamente, le lattine di birra sono raccolte in enormi contenitori, la puzza e i fiumiciattoli di piscio iniziano ad apparire e le bande di fricchettoni infestano l’aria. Qui si vede, davvero, il Sud America che ho sempre sognato. Hippies, alternativi, artigiani di tutto il mondo uniti, sono qui con le loro bancarelle di filo e argento, i didgeridoo e l’armonica a fiato. E dieci anni fa avrei tremato d’emozione, che era il mio posto, che era la vera vita. Ora sono contenta di aver conosciuto la vera Bolivia, le comunità, la storia scritta nei libri e quella custodita tra i sorrisi ed intuita negli occhi di Ibana, Guido, Angel, Benito, Florinda, Roxana e tanti altri. Sono ospite, turista, bianca e se questa terra la sto amando e ne sto capendo qualche frammento lo devo solo a loro. 

Non il giardino d’avventura e di anno sabbatico dei ricchi europei, così com’era stata riserva di oro e materie prime dell’Europa coloniale, né il tentativo di girovagare a costo zero di chileni ed argentini. La Bolivia, per me, ora, è la modernità che irrompe nell’assenza totale di comodità e diritti umani (bisogni, si potrebbe dire), è un senso di colpa antico ed attuale, quando dici che vai in viaggio a chi non ha soldi per tornare a casa o per andare a Camiri, da dove inizia un viaggio di studio. 2o bolivianos costa, circa due euro. 

E’ forse per questo che mi sento un po’ stranita mentre la gente balla come se fosse il parco Lambro, come se si stesse compiendo una magia, un trance rituale. Solo “Cariñito”, cantata e suonata da una ventina di sconosciuti mi regala attimi di pura felicità. 

Allo stesso modo il furto della mia macchina fotografica mi sembra quasi un inevitabile karma, come se l’universo dovesse riequilibrare i privilegi dell’uomo bianco sull’indigeno. Sì, mi rendo conto che è solo un misero tentativo di accettare che sia stata vittima di un abile (fino a un certo punto) ladro di strada. Quando, un paio d’ore dopo, anche Marius si accorge di essere stato derubato mi sento meno sola, la tragedia sempre meno evitabile ed una casa calda è quanto di meglio si possa desiderare. Dormiamo a casa di Nair, notte tormentata con numerosi risvegli, in ricordo della macchina fotografica ed anticipando le reazioni dei boss. Puoi andare lontano quanto vuoi ma non sparisce il bisogno di compiacerli e non deluderli. Anche Milton è mattiniero, e usciamo a fare la spesa per organizzare la colazione-brunch. Adoro l’America Latina e la sua frutta. Assaggio i guayaba, piccoli, gialli e succosi, simili a fichi d’India. Milton ci prepara il guacamole, che mangiamo col pane di Oruro o di Cochabamba. Oppure spalmiamo la palta (avocado) o il dulce de leche sul pane. 

Nel mentre la casa si risveglia, ed iniziano ad apparire cugini e zie varie, molti in post sbronza, assolutamente accettata e legittimata. Il re degli sbronzi sembra essere il capofamiglia, tornato a casa barcollante alle sei della mattina, teneramente rimproverato dalla moglie.

In molte culture il Carnevale è la festa degli eccessi, dove tutto è permesso, dove il popolino insulta e “tortura” il padrone, come abbiamo visto in Lucani e come, penso, dovesse essere pure qua. Ora è solo eccesso, furto, gente svenuta e barcollante. 

Torniamo alla faccia bella del Carnevale, con un po’ di fatica, da parte mia, ad abbandonare questa nuova famiglia orurese. E di nuovo ci infiliamo sugli spalti, il sole picchia forte, i colori abbagliano e le musiche echeggiano. E in men che non si dica è ora di partire. 

Il treno ci aspetta, ci porta verso una delle più grandi meraviglie della natura, il Salar de Uyuni.

Lasciare Oruro significa despedirse da una delle più belle frasi mai usate per descrivere una sbronza. “En calidad de condor”, ci dicono dei ragazzi di La Paz. Perché le ali aperte del condor ricordano el pobre borracho che torna a casa sorretto o portato a spalla da più sobri amici. 

 

 

Oruro, un tempo avevo una macchina fotografica

Oruro, un tempo avevo una macchina fotografica

Sollevando il tappeto…

Potrebbe essere disegnata come un pendolo questa oscillazione tra lo scrivere, il condividere e lo sparire. E’ che all’improvviso, dovevo essere solo qui. Tagliate le comunicazioni, quindi. Smesso di scrivere, anche solo per me. Smesso di fare, per esserci davvero. Tiempo pa’ mi, solo l’attimo, ed è serenità. Un po’ c’entra quel senso del dovere che mi schiaccia ovunque vado, che mi obbliga a fare le cose controvoglia. Permettendomi di non farlo mi regalo serenità. Fiduciosa nella comprensione, torno più piena di racconti e pensieri. In un certo senso è stato come assorbire, e lasciare che giungesse in profondità. Perché si riuscissero a vedere la necessità della scuola, le sue contraddizioni, i bisogni dei ragazzi e delle ragazze, quello che proprio non va. La scuola, e la popolazione guaranì, prima di arrivare qua, sono tanta illusione ed un po’ di idealizzazione. Un popolo che lotta per il riconoscimento, che ha un’organizzazione assembleare, l’Assemblea del Popolo Guaranì, che ha come priorità di intervento la produzione, le infrastrutture, la salute, l’istruzione, la terra ed il territorio; che ha ottenuto il bilinguismo nelle scuole, che ha delle proprie autorità nelle comunità, che ha fatto una marcia di due settimane, a piedi, per commemorare la sconfitta di Kuruyuki, dove il popolo guaranì vide morire 5000 persone. E da quel palco si parlava di identità, giustizia, riscatto, una lotta da portare avanti non più con arco e frecce ma con matite e quaderni”, per il futuro della gente guaranì. E così nasce una scuola, completamente gratuita per i giovani dalle diverse etnie indigene, che forma infermieri, tecnici di salute ambientale, assistenti sociali comunitari, che si impegnano a tornare nelle comunità per prendersene cura. Sono giovani scelti dalle comunità, di scarse risorse economiche, che arrivano da tutto il paese. Sono guaranì, guenagè, chiquitanos, qualche colla. Un lavoro immenso, durato decenni ed ancora in atto, dalle prime campagne di vaccinazione, con l’obiettivo di coscientizzare, di aumentare il protagonismo ed il potere. Per la partecipazione, la crescita collettiva. Poi, come sempre, c’è la realtà. Non vuol dire non vedere i meriti di tutto ciò, vuol dire continuare a camminare.
“Le ideologie sono libertà mentre si fanno, oppressione quando sono fatte”, diceva Basaglia citando Sartre. Vuol dire che anche le verità più rivoluzionarie, quando di realizzano possono appiattirsi nella routine e ricreare privilegi, disparità, ingiustizie.
Un mondo di liberi ed eguali non l’ho ancora visto, non fa eccezione la Tekove. Ci sono le differenze economiche, quello che mangiano i ragazzi non è quello che mangiamo noi. O meglio sì, perché ci portano vassoi dalla cucina, ma quasi sempre abbiamo già qualcos’altro e allora mangiamo doppio o avanziamo cibo. Da noi c’è frutta, a volte un po’ di formaggio o mortadella. Le ragazze fanno i turni, e spesso vengono a cucinare con noi, lavano i piatti e puliscono. Rientra nei compiti che si dividono il Sabato. Giovedì, prima di partire hanno chiamato due ragazzi perché ci aiutassero con gli zaini. Noi abbiamo case con scarico del wc, acqua calda (alcuni, alcune volte) e verande. Non ho mai visto i loro dormitori, ma penso siano ben meno comodi. Non saprei essere di meglio, di sicuro, di chi ha scelto di vivere qui la sua vita, ma l’essere estranea mi permette di vedere ciò che altri occhi non vedono perché c’è da sempre e sempre ci sarà.
Ci sono le regole, alla Tekove, ed il controllo. E’ una grossa responsabilità prendersi cura di 50-60 ragazze e ragazze in età prevalentemente adolescenziale, tempeste ormonali, identità in formazione ma io preferisco sempre gli strumenti alla disciplina. La maggior parte delle attività sono obbligatorie, si passa lista e si registrano assenze, che poi diventano castighi. Le ragazze alle dieci e mezza devono essere in camera, dopo di che si chiude chi è fuori ha una falta. I ragazzi non hanno orario ma di solito vanno a dormire alle undici. Tre ritardi a lezione sono una falta. E’ incoraggiato il riferire ai responsabili se qualcuno sta facendo qualcosa di sbagliato (delazione, mi piacerebbe chiamarla), tipo bere, fumare, non rientrare a dormire. Si cerca di limitare le uscite fuori, è per questo che c’è una piccola rivendita all’interno. Molte regole sembrano fatto perché nulla sfugga al controllo, specie i rapporti tra maschi e femmine. Ma allora com’è che fanno sesso lo stesso, le donne rimangono incinta e tutto prosegue come se nulla fosse? Quasi tutto, perché le madri poi lasceranno la scuola per un po’, per stare con i neonati, i li porteranno con sé a scuola, con la concentrazione che ne consegue. Gli uomini rimangono qui, studiano, giocano a pallone, ballano. A volte flirtano con altre ragazze. Ci è stato raccontato che una ragazza è stata allontanata per partorire e non tornare immediatamente, mentre l’altra versione è che tutti concordavano fosse meglio starsene un po’ con bebé.

Poi c’è l’aborto. Qui è illegale, mal visto dalla stragrande maggioranza della popolazione, condannato come atto immorale, condannato dalla religione. E accade così che una ragazza venga allontanata dalla scuola per aver abortito illegalmente, condotta immorale ancora più grave dato che si stanno formando professionisti della salute. E’ il compagno di lei che fa denuncia, portando documentazione sanitaria, lei dice di essere stata violentata, si ribatte che non è possibile perché vivevano insieme da tre mesi. E sebbene si possa immaginare che sia un tentativo in extremis, perché solo lo stupro permette ai più moderni di valutare l’aborto, bisognerebbe ricordare che non solo perché si vive insieme non ci può essere violenza, sia essa fisica, psicologica, sessuale. In ogni caso la ragazza le tenta tutte, viene a parlare con uno zio, ma inutilmente. E’ espulsa. Parlando poi con altre compagne si sente che lei aveva lasciato questo ragazzo e che lui le avrebbe promesso “se non torni con me giuro che ti faccio cacciare”. Si o si. Fosse vero, avrebbe vinto.

Le regole non si mettono in discussione, neppure quando le si è infrante per primi si rinuncia a “vendere”, come qualcuno dice, l’altro. Perché le ragazze hanno la chiusura della porta ed i ragazzi no? “Perché noi rimaniamo ancora un po’, mangiamo qualcosa…” Le ragazze no perché devono rimanere magre?, chiedo. Non ridono.

Neanche la vita fuori dalla scuola è perfetta. La Kuruyuki di quest’anno è la più discussa, molti assenti per divergenze di opinione, soldi del governo per ripagare le terre dei guaranì. Ma qualcuno si alza e dice: “Oggi le paghiamo con i soldi, ma quelle terre ci sono state tolte col sangue”.
Oggi i bianchi sono lì, a ricevere soldi, intramontabili sfruttatori.

Il bilinguismo, mi dice Guido, è più politico che reale. Si insegna a scuola, i bambini lo studiano ma non lo parlano Lo ascolta, dice lui, quando sua madre parla con i parenti in visita.

L’assemblea del popolo guaranì, a cui Flor voleva partecipare, non è mai iniziata. Descrive gente ubriaca, uomini.

Cosa succede al popolo guaranì? E’ in atto un processo di cambiamento che farà perdere identità e fratellanza? E che fare con questi giovani devoti e rispettosi? Una volta dicevamo al padre che era difficile farli interagire, partecipare in classe. Che fanno fatica ad esprimersi in pubblico. E ci è stato risposto che è un bene, perché sennò potrebbero diventare presuntuosi. Ribadisco la stima e riconosco l’età e la mentalità, accettando, contemporaneamente, il dubbio di essere io quella che non ha capito nulla.

Ma continuo a sognare, a cercare, oltre la retorica.
Non ne ho idea, ma sono sicura che si può continuare a camminare.

Di vita piena ed altri interrogativi…

Tekove Katu, in guaranì, vuol dire vita piena. Nomen omen, il nome che rispecchia il contenuto. E non solo di emozioni, condivisione e belle idee è piena la vita degli studenti e delle studentesse. Di impegni, di lavoro, di fatica (per me che li guardo, per loro è normalità). La giornata per alcuni, e per molti, inizia alle quattro, cinque della mattina. Alcuni hanno il turno di pulizia, per altri credo sia un’abitudine. Li sentivo, senza capire perchè, quando vivevo accanto ai dormitori dei ragazzi. Poi c’è la prima lezione, alle sette, poi una pausa alle otto e mezza, poi alle nove si rinizia. Poi altra pausa, refresco, qualcuno è già in turno per la cucina. Il pasto di solito è una zuppa, con patate, carote, qualche raro pezzo di carne; un’insalata di patate, carote rosse e cipolla, un uovo. Riso bianco, oppure con i già citati ingredienti. Riso e fideo (pasta, servita in bianco, con la stessa funzione del riso), pomodori. Pane, che fanno loro, in turni pure quello. Cinquecento ne hanno fatto la settimana scorso. Il refresco che ho provato io è mais bollito, con zucchero e cannella. Si beve e si mangia, perché il mais cotto resta sul fondo e si mangia con il cucchiaio. Qualche volta banane, poca frutta, in questa Bolivia piena di frutti buonissimi. A Gutiérrez il camion della frutta arriva una sola volta a settimana. A mezzogiorno si pranza, poi si rimette a posto e poi si lavora un po’. Non sempre, non tutti, ma capita. Come qualche giorno fa, quando si è iniziato a scavare per far arrivare l’acqua dal bagno della casa del padre ai dormitori. Dopo aver tagliato il prato a colpi di machete, si intende. Una piccola trincea, scavata a suon di zappate da ragazzi e ragazze alle due del pomeriggio di un giorno infuocato. O come Giovedì, noi in partenza e loro che urlavano dal fondo del campo, dove stavano, suppongo, zappando. Il cuore, in frammenti. Poi c’è di nuovo lezione, un’altra pausa, di nuovo lezione. Qualcuno prepara la cena. Suona la campana, si mangia. Nel mentre si lavano i propri vestiti, se stessi, anche se non c’è acqua, ci si dipinge le unghie. I capi di studio decidono poi il resto. Se la sera si studia, o si guarda un film. Il Giovedì pomeriggio si gioca a calcio, prima i ragazzi, poi le ragazze che intanto guardano, ciarlano e ridono. Il Sabato c’è “lavoro” di mattina, dopo una riunione in cui ci si dividono i compiti e si vedono le esigenze del momento, quali riparare un tetto, sterminare petos… Il sabato pomeriggio si fanno le prove per il Sabado Intercultural. Alle 22.30 si chiude la porta delle ragazze, chi è fuori si becca una “falta”. Anche tre ritardi sono una “falta” e ci si guadagna un bel fazzoletto di terra da zappare (4 metri x 4, o 5 metri per 5, non ricordo. C’è pure la possibilità di fare del lavoro volontario, di Domenica. Qualche Domenica fa si iniziava alle sei del mattino. La Domenica si fa anche assemblea di autovalutazione della settimana. Poi, ovviamente, si fa quello che è necessario al momento, raccogliere e spaccare legna, spostare un materasso, ammazzare un maiale, riparare un rubinetto.

Il cammino dell'acqua

Il cammino dell’acqua

Tutto ciò mi riempie di emozioni contrastanti. A volte vedo nei ragazzi e nelle ragazze della Tekove una vera esperienza di autogestione; le assemblee, i delegati, la divisione del lavoro, la vita collettiva e la condivisione. Poi però capita di accorgersi che i rapporti di potere non sono stati eliminati ma sostituiti e che non è il regno dell’orizzontalità. I rappresentanti non mi sembrano a rischio di essere destituiti, non si è tutti uguali. E questo si basa su deduzioni, racconti, ipotesi. Ad esempio, l’altra sera ci sarebbe dovuto essere il dibattito, il tema che “provocatoriamente”, forse, avevamo scelto era “libertà-autorità-potere”, ma si pensò di sostituirlo con un film. Si chiamano i rappresentanti, si chiede la loro opinione e di confrontarsi con gli altri. E viene fuori che no, in quanto capi di studio possono decidere loro. Funziona così. Accettiamo, incassiamo e proiettiamo. Non mi è passata la voglia, però, di parlare con loro di libertà, autorità, potere. Fargli vedere “L’attimo fuggente”. Probabilmente esagero io, che vorrei seminare semi di rebeldìa, che non accetto il loro conformismo, che vorrei parlare di pedagogia degli oppressi, di pensiero critico e che li vorrei liberi. Dalle regole che si auto-impongono, dal controllo reciproco tra di loro e ancora più rigido delle autorità.
Basaglia diceva che non per aver tolto le catene ai malati psichiatrici, essi sarebbero stati più liberi, se al contempo fosse stata introiettata l’autorità. Il paziente libero è quello che mette in discussione lo psichiatra, che fa vacillare le convinzioni di entrambi. La libertà è l’esercizio continuo del dubbio, è dialettica, è movimento.

Saremmo pronti ad accettarlo? Qual è il mio ruolo qui? Serafico rispetto o inopportuna scintilla?
In punta di piedi svelare un po’ di me…

Charagua

Charagua è casa di alcuni dei ragazzi, uno dei più cari. Voglio vedere com’è, immaginarli lì, bambini, chiedermi come sarà “essere nato a Charagua”, quali sono i colori dell’amore per loro, le piante e il cielo e il fiume e il mercato. Da quello che ho capito nessuno è veramente di Charagua, ma di comunità vicine. Ciò che Charagua non è. Vicina. Sono 3 ore e mezza da Gutiérrez, la maggior parte delle quali su strada sterrata, guadando fiumiciattoli purtroppo ruscelli, scansando vacche e soprattutto saltando ad ogni fosso. Noi siamo in quattro nel retro della movilidad, e non ci stiamo. L’arrivo ha il sapore della libertà, i nostri corpi tornano a distendersi. Al principio mi sembra una metropoli, ma ha solo una piazza più grande di Gutiérre, un mercato ed il fiume. Che poi in realtà sono due dita d’acqua, ma è di nuovo aranciato, verde e celeste.

 - Il fiume

Charagua – Il fiume

Il sole picchia forte ed è il Chaco, querido. Il ritorno è più sereno, ci fermiamo a far merenda, a cercare gasolina (si compra, come qualunque altra cosa, a casa delle persone), in quello che sembra essere stato nascondiglio del Ché e in una comunità vicina a Gutierréz.

Sulle tracce del Ché?

Sulle tracce del Ché?

Benzinaio

Benzinaio

Poi, finalmente, Gutiérrez, la cena di pollo in piazza ed un vinito. Si avvicinava la partenza di Flor. 

Dentro

27.2.14

Nuovo inizio, nuova fine. Lascio Gutiérrez, mai così casa; lascio la Tekove, per tornarci. Terza despedida in pochi giorni. Flor, Nicco & Atti, Lalo & Beti.
Non so quando è successo, anche se sono sicura che c’è stato un momento. C’è stato qualcosa, devo averlo da qualche parte nella testa ma se provo a pensarci sono immagini della Tekove, nebulose e sfumate. E’ stato intorno a Charagua, momento di astinenza sentimental-sessuale. Nonostante il mondo intorno a me sembra non avere assolutamente una concezione così basilare della cosa. E’ evidente, se nella lezione di biologia del bachillerato la prima frase nel cartellone de “l’apparato riproduttivo femminile” è “il luogo più sacro del corpo umano”. Ed il caro vecchio “fuera los rosarios de nuestros ovarios” è irrimediabilmente attuale. Intendiamoci, è inviolabile (ma poi da quando è all’apparato riproduttivo che si attribuiscono queste caratteristiche e non a chi gentilmente lo ospita?). Dicevamo, inviolabile (chi ne è proprietaria), intimo, personale, ma sacro…no. Sacrosanto, al massimo, come la pazienza di cui pure, per conoscere ed accettare l’altro, bisogna essere dotati. O meglio, per accettare che retrograde colonizzazioni culturali abbiano così profondamente influenzato uno (e molti) popoli. Ma di questo volevo parlarne un’altra volta. Provando a ritrovare il filo…raccontavo di due settimane fa (già? lo scopro ora!) quando qualcuno (non io, ma non ricordando quando sia davvero successo accetterò questa versione) qualcosa è cambiato.
Si torna a Camiri, perché gli uruguayani hanno bisogno di soldi, per fare qualcosa nel finde e, fondamentalmente, per la despedida di Nicco e Flor. Cioè tra loro. Noi spesso spettatori, talvolta coprotagonisti, a volte leader indiscussi della notte camirese.
L’inizio del viaggio (un’horita, na màs) ha già il sapore dell’avventura. Non ci sono trufi fino al giorno seguente, per questo facciamo autostop. Con noi una donna e le sue due bambine. Si ferma un pick-up e noi, entusiasti, guadagniamo il cassone. Se la felicità avesse un rumore, ora lo so, è quello del vento in faccia. Il conducente corre, la strada asfaltata e (a tratti) gli animali che la abitano, lo permettono. Suo figlio, ipotizzo, è dietro con noi ma si è seduto sul parafanghi posteriore, si copre il volto per proteggersi dal vento. La strada scivola sotto di noi, la vediamo scorrere guardando questo paesaggio dipinto. Non riesco a pensare a niente, se non che, senza dover fare valutazioni di ciò che ho e di ciò che mi manca, sono felice. Attimi di tranquilla, serena, violenta felicità.

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Ma torniamo a Camiri. Il piano è aperitivo con patatine di banana e paceña, pollo chuy (chop suey, lo chiamo io) e karaoke. Non arriverà mai il nostro turno e quindi molesteremo i malcapitati cantanti, rovinandogli l’esibizione. Testardaggine e disagio. Ritorno a casa con evangelizzazione sul Lebowski. Si parla spesso di calcio e la mia squadra è grigionera, non ce n’è. Torniamo sabato nel pomeriggio. Qualcosa è già successo perché ricordo la gioia con cui compravo regali, sapendo che anche piccole cose sono, per loro, enormi. Compro dei film e il mais per i pop-corn. E torniamo in tempo per il sabato interculturale. Non mi emoziona come il primo, gioia della novità, nè come quelli che verranno, volti e sorrisi, risate che hanno incontrato e riconosciuto, e ricambiato i miei.
Un amico dice che ci sono persone che a prima vista sembrano bellissime e poi, col tempo, non sono poi così belle, ed altre che lo diventano sempre più, ad ogni sguardo. A questa verità bisogna aggiungere lo shock culturale. Che piaccia o no, la bellezza ha canoni occidentali, quantomeno il prototipo mainstram, I volti di questa terra rompono la monotonia, a volte in maniera anche forte. Inoltre la bellezza si veste di mode, abiti, ornamenti. E poi se ne rispoglia. Allora si mostrano questi occhi scuri, a volte dal taglio un po’ orientale, i capelli nerissimi, le trecce delle bambine e delle ragazze, lunghissimi se sciolti, come quelli di Carmen, più neri quelli delle collas. Volti da indios, labbra carnose e nasi rotondi, sguardo fiero o divertito. La sensualità delle ragazze quando ballano, mani sui fianchi, è discreta e potente. I piedi nudi, il portamento dei ragazzi. Sembra che non abbiano fatto altro. Cantano sussurrando, tra la timidezza personale e la pacatezza di questi popoli.

A proposito di trecce - Carmen

E poi, all’improvviso, si trasformano, e ridono, e brillano occhi e si nascondono le facce. E il mio cuore trema.
Dicevamo, era sabato, dopo il sabato culturale si continuano le danze. Il rito prevede che si chieda il permesso, e che questo venga accordato. “Siguan bailando hasta las once”. Il padre va via, io scatto qualche foto in solitaria. Grande imbarazzo perché qualche ragazzo mi inviti a ballare. Poi prendo in giro Ivandino, sfidandolo a ballare e lui si rifiuta. E allora Florinda mi invita, e mi insegna. Forse è stato lì che mi sono sentita un po’ più loro e un po’ più me. Li lascio, a na certa, pensando che è meglio per me, che alle 5 si sarebbe partiti per Charagua, e per loro, che finalmente possono essere soli, possono essere un po’ più liberi. Tekove dorme, solo dal salone arrivano ancora le voci, la musica e, immancabili, le risate.

El vinculo con el otro

Non esistono giorni uguali, o per lo meno così sembra. Ogni volta che ci si inizia ad abituare a qualcosa, qualcosa cambia. E tutto cambia, sempre, è così la vita.
Però oggi quello che cambia è che va via Flor. Ho faticato un po’ ad avvicinarmi a lei, non per colpa sua, e nemmeno mia, ma poi è bastato poco per avvicinarsi davvero.
Le cose che ci rendono differenti, probabilmente, sono più di quelle che ci rendono simili, ma le cose che ci rendono simili sono più profonde di quelle che ci rendono differenti. Siamo sognatrici, luchadoras e mujeres, forse mai avevo sentito tanto questa condizione comune. Forse perché ci siamo ad essere trovate ad essere donne qua, dove essere donna non è facile e, per noi, spesso incomprensibile.
Flor è una donna fragile e forte, professoressa di Lettere a scuola ed in carcere, suonatrice di tamburi in un gruppo di sole donne, cattolica, colta e intelligente, appassionata di cinema, di amore e di poesia. Quella della vita, intendo.
La prima sera che beviamo vino, a fine giornata, tutti insieme, è a Flor che tocca il brindisi, e il brindisi va per gli incontri. Perché per Flor quello che conta più di ogni altra cosa è l’altro, parla spesso del “vinculo con el otro” in classe, perché la società che sogna e prova a vivere è quella fatta insieme, nel compartir, nello scambio, nel seguire progetti e tentativi comuni. Conoscere Flor è scoprire un’altra strada per andare nello stesso posto. Insomma, io continuo ad essere convinta che la sua ad un certo punto si interrompe, però la stoffa è buona. Ovviamente, per lei potrebbe essere lo stesso.
La faccenda, però, è stata lunga e ha rischiato addirittura di diventare lacrimosa, perché i ragazzi hanno iniziato a salutarla ieri sera, con canti e discorsi, ed hanno proseguito oggi, con altrettanti canti e balli.
E questa gente così riservata ed al tempo stesso dolce, davvero va oltre le parole. Lo ha detto Maria Heléna nel suo discorso, “màs allà delle parole tante cose te le abbiamo dette con gli occhi” ed uno sguardo, in particolare, ha messo in difficoltà la mia impassibilità. Quello di Rosario, che non ti guarda negli occhi mai ma che fa tremare un po’ quando suona e canta, che io intercetto per sbaglio, e che sento, con tutto quello che voleva dirle e farle sentire.
La trufi arriva, iniziano i saluti. Beti è in classe con infermeria e quando Flor è già su arrivano correndo. Beti, le ragazze ed i ragazzi.
Non finisce qua, questo ci siamo promesse nel nostro scambio di bigliettini.
Que te vaya bien Florcita, porcellana e roccia pure tu.

Flor in partenza

Flor in partenza

Benito e Rosario cantano la canzone strappalacrime, che posterei se non avessi fatto il video al contrario

Benito e Rosario cantano la canzone strappalacrime, che posterei se non avessi fatto il video al contrario