Il Nipote 114 (e gli/le altrx)

“Il messaggio che ci dà Guido e che ci dà Estela è che vale la pena lottare”.
Con queste parole, oltre a mille altre, francamente inutili, Cristina Kirchner, “presidenta” argentina commenta il “ritrovamento” di Guido, il nipote 114.

Guido Montoya Carlotto, nome attuale Ignacio Hurban, è figlio naturale di Laura Carlotto e Walmir Oscar Montoya, ed è nato nel Giugno del 1978 durante la detenzione di sua madre.

Al momento del sequestro, Laura Carlotto aveva 23 anni ed era incinta di due mesi e mezzo. Nessuno della sua famiglia sapeva ancora che la donna aspettasse un bambino ed è soltanto grazie ad un’altra prigioniera, che dopo la sua liberazione contattò la famiglia, che si venne a sapere della gravidanza. Laura aveva affidato alla sua compagna di detenzione il compito di avvisarli, di comunicare loro la data prevista per il parto e che stessero attenti alla “Casa Cuna”, “casa culla”. Il bambino non comparve mai ma la sua famiglia materna, in particolar modo la nonna Estela, presidentessa delle “Nonne di Plaza de Mayo”, non ha mai smesso di cercarlo.

Guido è stato riconosciuto come figlio naturale di Laura Carlotto, “Rita” e Walmir Oscar Montoya, “Chiquito” o “Capitán Jorge”, entrambi militanti di Montoneros, organizzazione giovanile peronista. I due furono sequestrati nel Novembre del 1977; Walmir venne giustiziato nel Dicembre dello stesso anno, Laura invece un paio di mesi dopo il parto.

E’ stato lui stesso, dopo una serie di dubbi e la rivelazione di essere stato adottato, avvenuta un paio di mesi fa, a contattare le “Nonne di Plaza de Mayo” che lo hanno messo in contatto con il CONADI, la “Comnissione Nazionale per il Diritto all’Identità”. Non è ancora chiara la dinamica della sua sottrazione, per quanto vi siano delle ipotesi e degli indizi. Potrebbe essere stato Carlos Aguilar, imprenditore agricolo, dirigente della “Società Rurale”, intimo dell’ambiente militare, l’ultimo anello della catena di questo rapimento. Ma pochi giornali ne parlano.

Laura era una militante e per questo è stata sequestrata, è stata costretta ad assistere alle torture ed all’esecuzione del suo compagno, le è stato sottratto suo figlio a poche ore dalla nascita ed è stata poi uccisa, finito il suo ruolo di “incubatrice” per altri desiderosi genitori. Laura era una militante ed era una donna, in procinto di diventare madre. Maternità grazie alla quale ha probabilmente evitato le torture, grazie alla quale ogni tanto riceveva del cibo migliore, raccontano le compagne di reclusione sopravvissute, grazie alla quale lei stessa è potuta rimanere in vita più lungo. Maternità che le hanno rubato, la crudeltà scientifica, calcolatrice e senza limiti che si appropria del corpo di una donna e del bambino che porta in grembo.

Estela, sua madre, in più interviste riporta una conversazione con sua figlia; sono a La Plata, in un bar, la repressione si fa sempre più crudele e lei impaurita invita Laura a scappare dal paese; Laura rifiuta, le dice che lei ha “un impegno da rispettare, che deve lottare”. “Ma ti ammazzeranno”, le risponde Estela. “Nessuno vuole morire e tutti abbiano un progetto di vita”, dice Laura “ma ci ammazzeranno a migliaia e la nostre morte non sarà invano”.

Riascolto di nuovo le stesse parole. La presidentessa Cristina alla fine della sua conferenza. “Il messaggio che ci dà Guido e che ci dà Estela è che vale la pena lottare”. Il messaggio di Laura, di Wilmar, degli oltre 30.000 desaparecidos.

Ma che cosa succede in Argentina a chi ancora continua a lottare?

Emiliano Coronel è un giovane cordobese, sempre presente nelle iniziative dei movimenti sociali della città argentina e impegnato nel lavoro con i giovani. E’ membro del collettivo di rapper “Rimando Entreversos”, nato intorno alla Fondazione “La Morera”, che lavora nei quartieri più poveri di Cordoba, coinvolge i ragazzi e le ragazze attraverso la musica. Ma a Cordoba essere poveri o venire “dai quartieri” è, di per sé, un crimine.

Emiliano è stato arrestato dalla polizia cordobese il 4 Agosto, alle 11.30 di notte, vicino alla clinica dove la sua compagna era ricoverata in attesa di dare alla luce il loro primo figlio, nato qualche giorno dopo e che Emiliano non ha ancora potuto vedere. L’accusa è quella di furto, gli agenti lo avrebbero individuato come autore del fatto, sebbene il ragazzo non avesse precedenti né particolari ragioni di essere sospettato. A parte, ovviamente, venire dai quartieri “marginali” della città. Per alcune ore di Emiliano non si è saputo nulla, né dove fosse stato trasferito né le sue condizioni di salute. Pochi giorni dopo la polizia irrompe anche nell’ospedale, perquisendo la stanza della compagna di Emiliano e della bimba nata nel frattempo.

Immediata la risposta dei movimenti sociali cordobesi che hanno organizzato marce, festival e presidi per chiedere la sua liberazione. Liberazione che non è ancora avvenuta. Ma c’è dell’altro. Il governatore de la Sota, quello del Codigo de falta e de la Ley de la Gorra rilascia a pochi giorni dall’arresto questa dichiarazione: “Dobbiamo renderci conto che oltre alla riforma economica c’è una gioventù in stato di emergenza, dobbiamo dichiarare l’emergenza giovanile nel paese, e che coloro che non lo vedono dal punto di vista sociale per lo meno ci appoggino per la loro stessa sicurezza, perché un ragazzo che gli apre la porta del taxi quando escono dal ristorante non li pugnali per rubargli il portafoglio e comprare “paco” (pasta base della cocaina)”.

Questa è la visione miope e giustizialista del governatore cordobese, e questa è la risposta alle problematiche sociali, la escalation securitaria, in una città dove sono all’ordine del giorno le detenzioni arbitrarie, le repressioni poco ortodosse con l’ausilio di squadracce informali ed i casi di “gatillo facil”, grilletto facile.
La media dei ragazzi uccisi dalla polizia in strada in circostanze poco chiare è di uno al mese. Il 18 Luglio è stato ucciso, accusato di aver rubato in una libreria, Miguel Ángel Torres, 32 anni, zio di Lautaro Torres, assassinato dalla polizia lo scorso aprile. Una settimana dopo, il 26, la polizia apre il fuoco su Alberto “Were” e Maximiliano, suo cugino. I due stavano andando in moto a comprare una gassosa. Were muore colpito da un proiettile alla nuca, Maximiliano, ferito ad una gamba, viene arrestato e mantenuto in isolamento.

Non è nemmeno necessario lottare, a Cordoba, per rischiare di essere ammazzatX. E’ sufficiente essere natx nei quartieri, è sufficiente far parte di quella classe sociale che è un problema, intrinsecamente.

Ma la lotta, a volte, si eredita. E i nipoti dei desaparecidos non sempre sono ricevuti con sorrisi e attenzioni dalla “Presidenta”. Victoria Moyano è un’altra delle nipoti restituite, figlia di due militanti uruguayani di “Resistencia Obrera”, scappati in Argentina a causa della dittatura nel loro paese di origine.

Victoria Moyano stava partecipando ad un blocco autostradale con i lavoratori e le lavoratrici della Lear ed alcunx solidali. La multinazionale ha licenziato a metà maggio scorso 330 lavoratori e lavoratrici, reintegrandone poi 130, a causa, sostiene l’azienda, della crisi economica. I lavoratori e le lavoratrici smentiscono, sostengono che la produzione non è diminuita. La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della Lear meriterebbe ben altri approfondimenti e l’arresto di Victoria Moyano è una nota stonata in una melodia ben orchestrata.

L’Argentina, nel giro di una settimana, ritrova il “suo” Nipote 114 ed arresta un’altra nipote ritrovata.
I telegiornali e le televisioni si riempiono di gioia, festeggiamenti, dichiarazioni ufficiali e conferenze stampa. Il ritrovamento di Guido/Ignacio è un avvenimento collettivo, è una riparazione collettiva alla tragedia di un paese.
Ma da una prospettiva più cinica, il ritrovamento e soprattutto la celebrazione dello stesso, l’esaltazione e l’orgoglio di aver assunto come impegno (del governo, oltre che delle organizzazioni per i diritti umani) la verità, l’identità, la memoria abbia ben altri fini.
Ampio consenso riguardo all’efferatezza dei crimini commessi, alle infamie delle detenzioni, uccisioni, sequestri, appropriazioni; unanimità di sentimenti e giornata di speranza e allegria per tutto il paese.

Il ritrovamento di Guido/Ignacio non parla solo di un amore che resiste a 36 anni di oblio, racconta la storia, le motivazioni di questa lunga separazione. Guido/Ignacio è stato sottratto a sua madre perché quest’ultima era un’oppositrice della dittatura; i suoi genitori sono stati torturati ed uccisi perché militanti politici che hanno deciso di dare tutto, inclusa la vita.

La gioia per un incontro tanto atteso oscura la rabbia per quegli anni rubati, per quelle vite assassinate. La gioia non fa paura, e permette di depotenziare un avvenimento privandolo del suo contesto storico-politico.
Ci si siede tutti insieme al tavolo della pace e del perdono, ma Laura, Wilmar, gli altri e le altre desaparecidas probabilmente non sarebbero negli studi televisivi. Sarebbero sulla Panamericana con Victoria, sarebbero nelle strade di Cordoba lottando contro la violenza della polizia, sarebbero ad Islas Malvinas a cercare di impedire l’apertura di Monsanto.

Il ritrovamento del Nipote 114 è una bellissima notizia ma la luna è sempre là, per quando le telecamere si saranno stancate di riprendere il dito.

Ennesima repressione poliziesca a Córdoba

Córdoba, Argentina.
Tutti i sabato pomeriggio alla Cañada c’è un mercatino di artigianato, musica, concerti.
Córdoba, però è laboratorio ed al tempo stesso città pioniera di leggi repressive, come ad esempio il “Codigo de falta”, che punisce tutta una serie di comportamenti che “minerebbero la convivenza civile” e che permette, di fatto, di portare in questura tutti coloro che con il loro comportamento, o peggio, con il loro aspetto, risultano sgraditi.
Ed è così che, lo scorso sabato, la polizia decide di portar via due ragazzi perché stavano bevendo vino in strada, comportamento ovviamente proibito.
La feria della Cañada, più che un mercato, è una comunità. Gli artigiani hanno occupato e stanno ristrutturando una casa, che usano come magazzino per l’attrezzatura, ma nella quale fanno anche laboratori, di serigrafia e di percussioni, tra le altre cose.
Ed è per questo che la Cañada stessa, sabato sera denuncia l’illogicità di portar via due ragazzi per una bottiglia di vino, propone di buttare il vino e finirla lì, ma senza successo. Quindi resiste agli arresti e denuncia quello che chiamano “el gatillo facil”, gli abusi della polizia che culminano nelle minacce con armi da fuoco, poiché uno degli agenti intervenuti minaccia con una pistola 9 mm, dichiarano i compagnx.
I e le compagnx riescono a filmare i primi arresti, le minacce, le cariche e la distruzione della fiera, gli arresti di chi ha provato a resistere agli arresti precedenti.
Tra loro alcunx compagnx dell’Acampe contra Monsanto, che, nella fiera, avevano un loro banchetto informativo.
Immediata la mobilitazione: presidi fuori del commissariato, di artigiani e compagnx, telefonate degli avvocati e dell’organizzazione dei diritti umani e telefonate di compagnx da tutto il paese per chiedere la scarcerazione immediata.
Oggi, domenica, sono stati scarcerati tutti, ma i collettivi ed i movimenti sociali non smettono di denunciare e lottare.
In particolare, di chiedere la liberazione di Maximiliano Peralta, ancora in stato di arresto e con divieto di comunicazione dalla notte di Venerdì.
Quale crimine ha commesso Maximiliano Peralta? Secondo la polizia lui e suo cugino sono sfuggiti ad un controllo e da lì è partito un scambio di colpi da arma da fuoco; nel “conflitto a fuoco” rimane ucciso Fernando Alberto Pellico, 18 anni, colpito alla nuca da un proiettile.
Maximiliano, cugino della vittima, ferito da un proiettile ad una gamba, è l’unico testimone di quello che, i familiari, denunciano come un caso di “gatillo facil”, un’uccisione arbitraria, inutile, crudele. I ragazzi erano andati a comprare, in moto, una coca-cola perché stavano bevendo Fernet in casa con degli amici e non avevano nessun’arma con sé, dichiara il fratello di Maximiliano.
Ora si lotta per la libertà di Maximiliano, così come ci sarà da lottare per la verità e la giustizia per Fernando.
Anche a Córdoba, ancora, si muore di polizia.

Video e testimonianza audio sugli arresti della Cañada:

http://www.ivoox.com/testimonio-detenciones-paseo-de-audios-mp3_rf_3352943_1.html

Sulla Cañada e sull’Acampe contra Monsanto

https://semenella.wordpress.com/2014/05/30/511/

https://semenella.wordpress.com/2014/06/02/amara-terra/

Sul “Codigo de falta” e sulla storia di Maximiliano:

http://resistiendoalcodigodefaltascba.blogspot.it/p/20-preguntas-sobre-el-codigo-de-faltas.html

http://www.diaadia.com.ar/policiales/joven-murio-disparo-policial-barrio-boulevares

Sarà una risata che mi seppellirà…

Bisognerebbe seguire l’istinto più spesso. Sento un corteo in lontananza, esplodono bomboni. Passa proprio sotto l’ordine, dove sto cercando di capire quanto sarebbe complicato lavorare qui. Scendo e provo a raggiungere il corteo. Ho in mente di andare ad Alta Gracia, dove c’è la casa, una delle, in cui ha vissuto la sua infanzia il Ché, ora museo. Se ne parlava con Marcos, prezzi aumentati in pochi anni e sfruttamento dell’immagine di un uomo che sarebbe contrario a tutto ciò. Ad ogni modo Fidel e Chávez sono stati qui per l’inaugurazione, come una sala testimonia.

Sono indecisa, oggi dovrebbero approvare la legge dell’ambiente di cui mi hanno parlato i compagni e le compagne dell’acampe, questo corteo mi chiama, chissà cosa sarà. Il Ché sarebbe stato in strada, non in un museo, mi dico. Mi lancio all’inseguimento del corteo ma dopo cinque o sei quadre abbandono il progetto e mi dirigo alla casa del Ché.

Avrei dovuto seguire l’istinto, dicevamo. Il museo è fondamentalmente kitsch, con qualche oggetto emozionante, come la bici a motore del suo primo viaggio e la moto del secondo con Granado. Ci sono i diari, frammenti per presentare le sale ed i quaderni originali, con la sua scrittura semi-incomprensibile, chissà se la mia querida esteta della scrittura rimbrotterebbe anche il Ché. Ci sono foto dall’infanzia alla Bolivia, la lettera a Fidel prima di lasciare Cuba. Costa settanta pesos l’ingresso, un furto. Una quarantina per me che ho ancora la tessera da studentessa, nonostante il mercoledì i musei siano gratis.

C’è il bagno originale, la cucina con i ricordi di Doña Rosario. C’è il giardino che circonda la casa, che suscita le mie amare risate. C’è la statua di un Ché bambino, seduto sul muretto sulla parte centrale, c’è un busto circondato dalla bandiera argentina e cubana e una mattonella, di quelle che ospitano stupide frasi sulla scelta di non fare credito o sul matrimonio; la mattonella invita ad “amarsi gli uni gli altri, principio del Cristianesimo”.

Infine, la mia preferita. Quando esco in cortile due donne, madre e figlia, suppongo, mi chiedono di scattare una foto. C’è una panchina, con una statua del Ché seduto e lo spazio per sedersi con lui.

Aspettando il clown di Mc Donald's

Aspettando il clown di Mc Donald’s

Ronald_McDonald_sitting

L’amarezza si trasforma in riso (amaro) e cavalco l’idiozia facendomi un selfie con il Ché che fuma un sigaro annoiato mentre aspetta l’arrivo del pagliaccio di Mc Donald’s.

#picoftheday #selfieoftheday #specialfriends #ioete3msc

#picoftheday #selfieoftheday #specialfriends #ioete3msc

Amara terra…

Córdoba, me l’avevano detto, è interessante dal punto di vista dei movimenti sociali. Vado a cercarli a Malvinas Argentinas, un piccolo poblado ad una decina di km dalla città. È impressionante il cambio tra i grattacieli della città e le case basse e spesso umili dell’interno. Le strade sono immense e spesso sgombro da edificazioni l’orizzonte. Il tempo sembra scorrere, su questi dieci km, dalla modernissima capitale agli anni ’50. Mi ricorda abbastanza l’ambientazione di “Historias mínimas”, che in realtà è filmato ben più a sud. Quando scendo dal colectivo (cioè dall’autobus) si alzano mani per salutarmi ed invitarmi. I ragazzi e le ragazze dell’acampe sono in assemblea, seduti in cerchio sotto un piacevole sole. Domani potrebbe essere approvata una legge sull’ambiente che favorisce Monsanto. Ah, già non ho ancora spiegato dove sono. A Malvinas Argentinas, da meno di un anno, sorge un campeggio contro la multinazionale Monsanto, che qui vuole costruire un luogo di produzione di mais transgenico. La zona, peraltro, è già pesantemente gravata dalle fumigazioni e da un’enorme impianto della Coca-cola. In particolare, dal punto di vista ambientale, qui si trova un importantissimo ed esteso “acquifero”, riserva naturale di acqua dolce che rischia di essere contaminato; oltre a ciò sono già elevate le cifre di tumore nella zona, il transgenico avvelenerà la catena alimentare e potrebbe raggiungere le coltivazioni della zona. Inoltre, a Malvinas Argentinas è ancora presente denutrizione ed analfabetismo. Ma gli interessi politici ed economici sono enormi, Kristina presentò con giubilo ed orgoglio il piano di investimenti della Monsanto. E la lotta a volte soffre. L’occupazione, nel suo splendore, aveva una serie di “puestos” che bloccavano altrettante entrate dello stabilimento in costruzione. Ora ne sono rimasti due, la cucina ed un altro. Mi fanno fare un giro, mostrandomi i “puestos”, di fango, legno e teli di plastica. C’è ancora molto lavoro da fare, il freddo è arrivato e le tende non bastano più. Dicono che per il freddo tanta gente sia andata via, ed in effetti le condizioni al campo sono difficili. Non c’è luce, l’acqua la porta un camion, il bagno si divide in secco, cioè solido, e aria aperta per il resto. C’è un giovane e bell’orto però, la verdura si riesce abbastanza a recuperarla ai mercati, così come pane e criollos.

Mi raccontano dell’esistenza di un’altra assemblea, “Malvinas lotta per la vita”, nome che suona mezzo inquietante. Ci sono molte divisioni, abbandoni, timori. Se il freddo ne ha portati via molti anche la repressione ci ha messo il suo. Sono stati violenti gli sgomberi lampo per far passare i camion, cariche feroci, pallottole di gomma. Ce n’è stata anche un’altra, di repressione; quella del sindacato delle costruzioni, una di quelle, come accennato, squadracce costituite ad hoc per andare a mettere ordine dove lo si vuole, senza dover aspettare tramiti giudiziari. Dicono che la dittatura non se n’è mai andata, gli e le occupanti. Infine, nel paese, il sindaco è anche proprietario di due delle tre farmacie e raccontano di minacce subite per partecipare all’acampe, di sussidi o farmaci negati o revocati. Fermano compagni diretti a Malvinas nella stazione degli autobus di Córdoba. Pochi giorni fa hanno portato via un ragazzo, perché era con altri che suonavano e giocolavano. L’hanno liberato poche ore dopo ed è di nuovo qua.

Vedo criticità e limiti, forse dovuti alla giovane età, forse ad una radicalita’ che può finire per essere isolante. Vedo un’ottica spesso diversa dalla mia e mi interrogo. Agli ed alle occupanti chiedo se il blocco è simbolico o effettivo. Loro dicono che è reale, che davvero i lavori sono rallentati. Di sicuro la lotta dei movimenti ha fatto crescere l’attenzione, ha costretto Monsanto a presentare uno studio di impatto ambientale che è stato rifiutato, seppur con la possibilità di presentarne un altro. Perché ovviamente Monsanto si è installata prima di aver compiuto tutti i requisiti ed aver ricevuto tutte le autorizzazioni, ma questo no, non suona nuovo. Nel buio della notte gli e le occupanti dividono letti e coperte, un mate i turni di guardia ed il freddo. Tra limiti e difficoltà, la lotta continua.

A ciascuno il suo

Sono tanti i modi di essere donna, ed a Córdoba vado a scoprire l’altro estremo rispetto a quello visto nei tre quattro mesi chaqueñi. In tutta la Bolivia l’identità di donna coincide con quella dimadre. Si potrebbe dire che dipende dal valore attribuito ai figli dai popoli originari, ma forse èsoprattutto responsabilità della religione cattolica sovrappostasi poi. Ci siamo interrogate tanto con Anita su questi temi, la pianificazione familiare imposta dalle Ong che rimproverano i paesi incui intervengono per la loro povertà, dovuta, sostengono, all’elevato numero di figli; i figli in età precoce, tanto scioccanti per la cultura occidentale quanto avvallati dalla natura. Non è semplice il lavoro di decostruzione culturale che sempre si dovrebbe fare quando si giunge o,ancor di più, quando si “coopera” in questi luoghi. Racconto ad Anita della ragazza che è rimasta incinta rassicurando il suo compagno che non sarebbe accaduto nulla, lui racconta che lei gli avrebbe detto che voleva un figlio da lui, anche a costo di crescerlo da sola. Anita parla delle culture e delle troppe volte che non le riconosciamo e le colonizziamo. Al tempo stesso penso che non ci si possa nascondere dietro al “fattore culturale” e finire per legittimare il machismo. Le donne consigliano i loro uomini di ritorno dalle assemblee e con i loro consigli si risolvono impasse politici; ma intanto sono a casa, non hanno potere esplicito e sono continuamente infastidite instrada quando non sono accompagnate.

Le donne di Ammar, l’altro estremo, vivono e lavorano in strada. Ammar vuol dire “Associazione donne meretrici argentine”, attiva in tutto il paese. La sezione di Córdoba, come molte altre sul territorio è fuoriuscita da “Ammar Argentina” a causa di divergenze. La compañera, con cui riesco, dopo un certo peregrinare, a fare due chiacchiere, la mette su un piano economico, su una gestione centralista dei fondi, che Ammar argentina non distribuisce alle organizzazioni locali. In realtà, dalle sue parole, mi sembra di intuire una diversa forma di organizzazione e di concettualizzazione. Ammar argentina si avvale di professionisti retribuiti, Ammar Cordoba si basa sul lavoro volontario, qualche progetto ed un po’ di autofinanziamento. Di fatto, l'”appuntamento” lo prendo durante un locro (scopro che si chiama uguale ma è diverso da quello boliviano; questo si fa con zucca, mais e carne di maiale molto grassa), un pranzo popolare per finanziare quattro “copas de leche”, sulle quali chiedo delucidazioni. In molti poblados, intorno alle grandi città, c’è ancora molta povertà, denutrizione, analfabetismo. In alcune famiglie il pranzo servito a scuola è l’unico pasto caldo del giorno. Allora si organizzano le copas de leche, case private che si aprono per offrire ai bambini una tazza di latte caldo ed un panino o un criollo.

Ammar Córdoba nasce nei primi anni 2000 con il proposito di coordinare le lavoratrici sessuali per il riconoscimento dei propri diritti di lavoratrici. Al momento sono impegnate a fronteggiare un attacco derivante dalla legge imposta da De la Sota, governatore della provincia di Cordoba. Tale provincia è famosa per fare storia a se’ rispetto ai provvedimenti normativi che sono sempre indipendenti e straordinariamente più repressivi rispetto al resto del paese. C’è il codigo de falta e la detenzione “por portacion de rostro”, la ley della gorra, tutti sinonimi per lo stesso contenuto: la polizia può fermarti in strada perché hai l’aspetto sospetto e può portarti via perché ti stai guardando intorno (“merodeo”), perché stai cercando cibo nei cassonetti, perché stai vendendo, suonando o giocolando o, semplicemente, perché non gli piaci. Esiste un reparto di sicurezza che si chiama “de saturación”, controlli a tappeto in nome della “sicurezza”. De la Sota ha anche sostenuto una legge contro la tratta, molto criticata da Ammar perché criminalizza e colpisce le lavoratrici del sesso e perché fa volutamente confusione tra “tratta” e prostituzione liberamente e consapevolmente scelta. Il tema della tratta qui è pressante, lo dicono i muri, i cartelli sugli autobus e in strada. Sembra davvero che qui la leggenda metropolitana dei rapimenti per sottrazione di organi e sfruttamento della prostituzione sia realtà, ma sono già in Cile, mamma, è andata bene pure questa. La legge chiude whiskerie, night club, cabaret e simili,
sostenendo che questi luoghi siano quelli in cui avvenga lo sfruttamento della prostituzione e la schiavizzazione di donne non consenzienti, senza riconoscere chi esercita il mestiere più antico del mondo per scelta e costringendo le lavoratrici sessuali al lavoro in strada, esponendole ancor di più a magnaccia e criminalità. E alla repressione poliziesca.

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Ammar offre assistenza legale e medica gratuita, c’è una ginecologa, un’oculista, un dentista e specialisti pediatrici. Perché ad Ammar ci sono tanti bambini, c’è una scuola ed un asilo. La scuola nasce perché molte “compañeras” non avevano studiato; la scuola è inserita nel sistema nazionale e sono gli unici stipendi ricevuti ad Ammar, dal ministero dell’istruzione. La scuola è aperta, ovviamente, a tutto il quartiere ed è parecchio frequentata; quando le madri iniziarono a seguire le lezioni si presentò il problema dei bambini, dove lasciarli. Per un po’ vennero tenuti fuori dalla aule, su dei materassi, poi venne creato l’asilo. Ad Ammar ci sono i laboratori, di parruccheria e di cucito. L’impressione, stando li, è che davvero sia una casa per il quartiere,la porta si apre incessantemente, nel garage alle nostre spalle stanno cantando e suonando con una chitarra, in cucina si beve mate e si chiacchiera, dalla porta dell’asilo esce un bimbo che stringele gambette, con la faccia sofferente, aspettando che si liberi il bagno. 

Ammar si autogestiona con le assemblee, le compañeras si incaricano delle diverse aree. Ammar ha tutta l’aria di essere una comunità, un punto di riferimento per il quartiere, un luogo di lotta. La prossima iniziativa è il 2 di Giugno, giornata internazionale del lavoro sessuale e le compagne di Ammar saranno in strada ancora una volta, a rivendicare una scelta, a chiedere diritti per le lavoratrici del sesso. Diritto a non essere sfruttate da un magnaccia che si prende il 50, 70% dei guadagni, a non essere portate via dalla polizia arbitrariamente, a non essere strumentalmente
confuse con vittime della tratta.

Vorrei avere sottomano King Kong Theorie, di nuovo, per rileggermi le parole di Virginie Despéntes,perché la prostituzione volontaria appare, al principio, scioccante, incomprensibile, inspiegabile, e mai viene rilevata la analogia con il lavoro salariato, con la vendita del proprio tempo, del proprio corpo, delle proprie braccia che questa società legittima ed incoraggia.
A ciascuno il suo, allora, ma fuori dalle ipocrisie e dalla presunzione di essere liberi.

Ed è solo Sabato notte…

(Premessa: anche Córdoba avrà un disegnetto, al momento è incompleto e impresentabile. Impresentabile lo resterà ma mi è presa voglia di disegnare. Il disegnetto darà ordine a questo post).

Un mate, per iniziare. Passandosi il mate si condividono le prime chiacchiere, poi le strade. Mili mi accompagna in giro per il centro, e intanto racconta. Ma a Córdoba arrivo già preparata dai racconti di Marcos.

La Cañada è uno dei luoghi caratteristici di Córdoba, un canale che un tempo segnava il confine ovest della città. Oggi è un quartiere ricco di bar culturali ma ospita anche la fiera degli artigiani ed una “casa tomada”, una casa presa dagli artigiani. Ho sentito varie storie, dell’occupazione contro la speculazione e dei tentativi di sgombero con un incendio o con le squadracce. Non ricordo come le chiamano ma di fatto è pratica frequente utilizzare semi criminali che fanno giustizia sommaria con l’aiuto e su mandato della polizia. Dell’incendio sento anche un’altra versione, cioè d una candela che appicca il fuoco e si propaga ai libri custoditi poco lontano. Di fatto sembra che prima ci fosse una casa ed ora c’è una tettoia, un paio di tende e si sta costruendo. Il lunedì si lavora, il martedì ci sono i laboratori di serigrafia, il mercoledì di percussioni. È uno spazio giovane ma pieno di entusiasmo. Quando passo di li mi fermo a chiacchierare con Matias, artigiano dalle mille esperienze. Mi accompagna in giro per il centro, al mercato (sempre i mercati come specchio dei luoghi) e mi racconta dei suoi viaggi, della famiglia guarani con cui è rimasto un anno, del sentiero per giungere alle rovine ed entrare gratis dopo le cinque in Perù, di un amico che aiuta a costruire una casa nella sierra. Dice che faranno le empanadas, in realtà troviamo una zuppa, che mangiamo quando già si sta montando la fiera. Lui ha ben poco, gli hanno rubato lo zaino, ci fermiamo a comprare del filo di metallo per fare dei fiori da vendere mentre si passeggia, o da scambiare con una sigaretta o qualcosa da bere. Mi fa vedere il suo “ufficio”, il luogo dove mette il panno per vendere. O meglio gli uffici perché di pomeriggio il sole si sposta e lui pure, attraversando la strada. Ci fermiamo a salutare gli altri che lavorano. Tra le migliaia di braccialetti ed orecchini, simili spesso tra loro, nella feria si vedono creazioni originali: giocattoli in legno, spade e fucili, vestiti, tessuti. C’è musica nella fiera, pagliacci, bambini col primo accenno di rasta e la murga che, mi spiega Matias, è un genere di musica che consiste nel cantare testi ironici su motivi conosciuti. C’è una mezza rissa e tentativi pacifisti di fermarla. C’è la banda della Cañada, ritmi in levare e tanta fricchettonaggine. “Tana”, mi sento chiamare. “Tana” è come chiamano le italiane in Argentina. “Tana”, mi dice Chamba, che in realta si chiama Salvador, è di San Salvador, viveva nella calle San Salvador e poi c’è n’era un’altra, che completava le “quattro volte Salvador” ma non la ricordo più. Chamba pure ha mille storie da raccontare, dei cocktail fruttati che ti stendono sotto il sole dei Caraibi, delle detenzioni lampo che sembrano villeggiature, con i poliziotti che vanno a recuperanti cibo e ti comprano artesania. Mi chiede com’è la situazione in Italia e quando sto per iniziare a lamentarmi dice “così è per chi ha sempre avuto il letto e poi si ritrova a terra. Chi è sempre stato a terra, invece…”. Ma ora mi sta chiamando perché sono da sola Matias è in giro, ci si inizia a chiedere che si fa stasera. Matias voleva andare ad un concerto rock, o meglio fuori perché nessuno ha i soldi per entrare. Io confesso che voglio andare a sentire la Mona e in qualche modo li convinco. Prima però andiamo a recuperare del cibo, c’è una pizzeria qui dietro che gli regala sempre pizza. Nel mentre passano dei giovani cordobesi a cui scrocchiamo delle sigarette, anche se fumo solo io. Quattro ne chiede, noi siamo tre, ed una per il bambino che da questo momento io porterò in grembo. La ragazzina con cui parliamo sogna di partire in viaggio dopo la promozione, è all’ultimo anno. “Lavora un anno, risparmia e compra un biglietto per il Messico”, le dice. “È più facile scendere che salire”, le dice. Vive de la calle, le dice, non en la calle. Artesania, giocoleria, così si sopravvive. Noi europei l’università e i soldi di mamma e papà.

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Ripartiamo, cerchiamo un colectivo e qualcosa da bere, compriamo del liquore al dulce de leche per il bambino, ci rassegniamo a prendere un taxi; il tassista ci chiede se abbiamo dei documenti, c’è un posto di blocco che ferma tutti i taxi, poi arriviamo al barrio. Il tassista ci dice le strade da evitare al ritorno, la polizia presidia il palazzetto dello sport, ci sono nastri di plastica per il prefiltraggio. Lasciamo l’artesania di Matias al chiosco che vende choripan, il piatto tipico di Córdoba e ci inmergíamo nella zarria cordobese. Voglio andare avanti, come al mio solito e li perdo dopo tre passi. Sono sola, senza cellulare, che comunque mi servirebbe poco e volevo giusto evitare questa situazione. La Mona canta “yo también estuve preso” io vago e mi fogo e mi dispero un po’ ma li ritrovo. Qui si palesa la mia incapacità di ballare, il mio senso del ritmo in latinoamerica è insistente, ci prova una ragazza, poi un ragazzo, faccia di uno che non vorrei far arrabbiare. Continua a dirmi che “si sente”, la musica, e “no” continua a ripetermi. A un certo punto sorprendo un tipo ad indicarmi ed a ridere. Senza speranza. Pensiamo di lanciarmi sul palco per chiedere una canzone, esito, discutiamo con due tipe (nemmeno loro vorrei farle arrabbiare), Chamba mi da della cagasotto. Il concerto finisce, parliamo con un musicista, chiediamo la scaletta che non c’è ed usciamo. Mangiamo un choripan, Matias regala un braccialetto all’uomo del chiosco per il favore ricevuto. Con Chamba parliamo dei complessi sulla magrezza, maledetto occidente, dell’età che avanza. Mi dice di non lamentarmi di nessuna delle due cose, che l’età è esperienza e che è bello avere esperienza.

Ritorniamo verso il centro, Matias prova a vendere senza successo e con scarsa convinzione qualche fiore; non sappiamo che ora è mentre siamo seduti sul muretto della Cañada. Non ho il cellulare, non abbiamo orologi, è una bella sensazione. Lo saluto e vado a dormire. Ed è solo Sabato notte…

Salta

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..°° Calle, Turismo y libertad

C’è un mondo in strada, un mondo che non entrerà mai nei musei, che spesso non entra nemmeno nelle narrazioni ufficiali ma di fatto accade ben poco nelle case, o accade troppo in poche stanze.
A prescindere da queste banalità, osservare e camminare per le strade racconta l’oggi quanto i musei racchiudono ieri. Le strade di Salta sono vissute da turisti, dagli artisti e dai lavoratori della strada, da viaggiatori e sicuramente da salteños che, però, non ho avuto modo di conoscere. La strada può essere ufficio, senza porte né orari, che apre quando se ne ha voglia e quando è necessario. Alcuni hanno la propria etica del lavoro: non si lavora la domenica, non si lavora più del necessario, il lavoro serve per vivere, che siano poche ore per poter impiegare il resto del tempo, semplicemente, a vivere. Le spese possono essere davvero poche, il cibo, gli ostelli, dei figli da mantenere, i trasporti. I vestiti non serve comprarli, gli ostelli sono pieni di cose dimenticate da gringos sbadati. Con qualche lavoretto o baratto ci si procura ciò che manca. L’efficiente progresso ed il discorso dominante a cui siamo abituati è una vita di sacrifici per un benessere futuro, una fila di rinunce aspettando un paradiso che (non) verrà. E intanto la vita se ne va, senza tempo per ciò che emoziona: gli altri. Mi dice che sembro libera Marcos, come me lo dissero Santi e Carmen, io che ho centinaia di catene, personali, familiari, sociali. Questo, o meglio il ritorno, sarà il momento della verità, si scoprirà quanta paura mi fa la libertà, se saprò sottrarmi al dover fare per essere (amata).

Daniél, il violinista

In strada avevo conosciuto Juan e Floro, artesanos, che stavano vivendo in una casa occupata, dove una giovane coppia affitta posti letto a 15 pesos. Un enorme acchiappasogni rende riconoscibile la casa, ma nessuno mi apre. Così voleva la Serendipity. Ma andiamo con ordine e torniamo alle strade, che ospitano, oltre ad artesanos, malabaristas (giocolieri), venditori e lustrascarpe, i turisti. Il turismo, si dice, sta cambiando il volto di Salta, la cortesia ed i sorrisi sono interessati, la cultura e la storia si fanno commercio, si moltiplicano negozi di artigianato moderno e bar tutti uguali. La differenza principale tra i callejeros ed i turisti è che i primi costruiscono relazioni, comunità, vincoli, solidarietà; i secondi ne sono spesso incapaci, non si guardano, non si incontrano, non lasciano spazio all’inatteso, troppo occupati a mettere bandierine sul percorso programmato. Non sempre, forse, si decide fino in fondo se essere turisti o viaggiatori. A Salta sono arrivata da turista, due notte in ostello e proseguire, ma gli incontri cambiano le cose, se si è pronti ad accogliere un pomeriggio al parco a prendere mate e sole. Liberarsi dallo stakanovismo del turista, creare legami, conoscere la cultura, la musica, le abitudini, che non entrano in un museo. Immaginarsi salteñi, rifiutare la maratona. Rivaluto la mia attitudine ai tempi di Rio, di cui non ho mai trovato l’anima, perché non la stavo davvero cercando. Nessuna carissima escursione, né la “vera esperienza da gaucho”, né il treno delle nubi, ma la possibilità di immaginarsi a restare.

..°° Serendipity

Con la parola Serendipity mi ero incontrata una decina d’anni fa, per un disco della PFM e per un incontro intenso ed, appunto, inatteso. La parola Serendipity deriva da Serendippo, antico nome dello Sri Lanka, dove è ambientata una favola, che narra di un re che manda i tre principi suoi figli a conoscere il mondo. Sono istruiti ma gli manca la saggezza dell’esperienza. I tre principi fanno scoperte inattese ed utili, trovano una cosa mentre ne stavano cercando un’altra, riuscendo a cavarsela in molte situazioni. Non è la fortuna degli stolti ma un’attitudine a incontrare ciò di cui si ha bisogno e che si desidera, tipica degli audaci e degli scaltri. Al tempo stesso, torna Kundera, sempre lui, e le sue coincidenze. Quelle che fanno sì che io accetti di fermarmi proprio nell’ostello che mi sta “vendendo” la ragazza alla Terminal di Salta, che nessuno mi abbia aperto alla casa dell’acchiappasogno; al tempo stesso convincono Anna Chiara a passare da Marcos, che vive nello stesso ostello, invece di andare a casa come era tentata di fare. E così entra una ragazza e ci salutiamo, mi sembra di notare una somiglianza ma in viaggio può capitare spesso. Ed invece è Anita davvero, ci abbracciamo e cambia il profumo dei giorni. Sono giorni di chiacchiere, condivisione, di racconti, di quello che sono, di come lo sono diventata, degli amori e delle pene, delle aspettative. Sono giorni di sole, pomeriggi al parco e mate amaro e dolce, giornate senza tempo, cucina, tagli di capelli e manualidades, risate, serenità e qualche emozione. Sono le marionette di Marcos per la pedonale, le canzoni della Mona e le chacareras, è un pomeriggio di primavera fuori stagione, prima che arrivino le nuvole.

Viaggiando come vagabonda, come mi direbbero i ragazzi della scuola, bisogna avere una strategia. Intendo dire, qualcosa che dica quando partire e quando restare, un segnale. Salta è inequivocabile. Mercoledì entrare alla Terminal mozza il fiato, non è oggi. Ma si stanno preparando le nuvole, discussioni accese intorno ad un tavolo ed a tre bicchieri di vino (ed uno di Fernet), discussioni che sono metacomunicazione, capirò poi.

La serata continua, io, Anita, Guille e la sua chitarra rock anni ’70 in giro per il centro, incontriamo il Mago che ci mostra i suoi trucchi. Ma vado a dormire triste, pensando che domani sarà ora di andare. Mi sveglio con la stessa sensazione, il cielo è grigio, l’aria è fredda. Non ci sono dubbi: è ora di andare.

..°° Musica

Ci sono delle costanti, come la cumbia, onnipresente ma meno prepotente che in Bolivia e poi ci sono le novità come Carlitos la Mona Jimenez, istituzione popolare, tanto da essere stato dichiarato patrimonio nazionale. La Mona suona tutti i Venerdì a Cordoba, dicono le statistiche che aumentino i furti all’approssimarsi dei concerti della Mona e del quartetto, perché i ragazzi dei quartieri fanno di tutto per mettere insieme i soldi del biglietto. Raccontano che dei ladri siano entrati in una casa per rubare ma che si siano resi conto dalle fotografie di essere entrati in casa della madre di Carlitos, e che abbiano desistito. Dicono che si siano seduti a chiacchierare con lei, tra le foto di Carlitos bambino. Molte canzone del quartetto parlano d’amore, ma anche della vita della gente del barrio, della povertà, della strada. Marcos ha una marionetta della Mona che riscuote grande successo. Mi racconta come è iniziata con le marionette. Era con un amico ad una fiera, faceva ancora l’artigiano. L’amico pure, ed aveva fatto delle marionette che però nessuno usava. Così, per noia o per caso, lui ha iniziato a muoverle e immediatamente si è formato il capannello di gente. Così ha iniziato a prodursi le sue marionette, con pezzi di legno trovati in giro, filo di ferro, comandi. Si fa aiutare per i vestiti, perché non sa cucire. Racconta che con l’amico si scherzava, all’idea di poter dividere il palco con la Mona, ma la realtà a volte supera la fantasia e quel palco l’hanno diviso come una foto testimonia, nonostante Marcos non ami le foto. Non è semplice tradurre culturalmente questo personaggio, mi faccio prestare le parole da un prezioso amico che dice che sembra Cocciante con vestiti più gay ma credo che forse solo la musica neomelodica a Napoli possa rendere l’idea. O almeno a me così viene da pensare.

..°° Storia e Pop Culture

Imparare la storia dalle persone e non dai libri espone ad errori ma permette di conoscere non solo ciò che accadde ma come venne e viene rappresentato. Complessa la storia di questo immenso e ferito paese, cautamente cerco di mettere insieme pezzi. Ascolto della dittatura, dei desparecidos e delle nonne che ancora li cercano, dei bambini rapiti e cresciuti nelle famiglie dei militari o di conniventi con la dittatura, della richiesta, ancora attuale, di “Juicio y Castigo”, ancora sui muri. Ho ascoltato di una legge che impone il test del DNA in casi sospetti, le implicazioni che comporta vedersi la vita distrutta, scoprire di aver amato e di amare i propri rapitori, il rifiuto della propria identità, l’accettazione, il dolore. Ho ascoltato dei centri di detenzione clandestina, luoghi dell’orrore a volte nel centro della città, come a Cordoba, ad un passo dalla Chiesa, nella piazza centrale, dove la vita continuava a scorrere, ignara o impotente. Ho ascoltato della crisi del 2001, la povertà ed il baratto, lo scambio di beni di prima necessità come mezzo di sussistenza. Ho ascoltato della classe medio-alta, che si lamenta, perché si fa una legge per regolarizzare le donne delle pulizie e loro erano abituati a questa moderna schiavitù; ho sentito dire che se sono i ricchi a lamentarsi non c’è da preoccuparsi, vuol dire che le cose vanno nella giusta direzione. Che sono loro a lamentarsi e ad essere danneggiati dalla “cacciata del dollaro”, dalla svalutazione della moneta che rende più caro viaggiare all’estero. “Todos con Kristina, si legge sui muri, ma non è così semplice. Ascolto della Ley de Medios, che per la prima volta ferma l’egemonia ed il monopolio della famiglia Clarin nell’informazione; perfino le cartiere erano loro. Ascolto delle Malvinas, con cui si può scherzare con un inglese, perché i popoli non paghino le colpe dei governi. Dell’istruzione, ancora troppo classista, dell’aborto ancora condannato se non in caso di stupro. Di Peròn, Menem, in un paese che ha nella sua storia recente una cinquantina d’anni di dittatura. E’ un paese complesso, dove sono tutti discendenti di europei, anche se il volto tradisce tratti indigeni. Ma questo è un altro paragrafo.

..°° Musei e Popoli Indigeni

In Bolivia esistono 36 popoli indigeni, e questa nozione non deriva solo dalla quantità di tempo passato in questo paese ma rivela anche in che modo i discorsi costruiscano la cultura. La retorica boliviana è quella dello stato plurinazionale e questa plurinazionalità è legittimata, per quanto non abbia cancellato le discriminazioni, passate e presenti, verso i popoli indigeni. In punta di piedi mi interrogo sull’Argentina ed i suoi popoli originari. I musei ne sono pieni, sia a Jujuy, quello delle culture indigene o il Vicente Lopez o il Pajcha o il MAAM ed il Museo di Antropologia di Salta. Ci sono i guaranì, i wichi, i popoli andini; ci sono vasi, tessuti, corredi delle tombe, perfino le mummie. Un passato glorioso, l’ambita antichità per il nuovo continente. Ciò che è antico è prezioso e degno di attenzione e così acquistano dignità turistica gli edifici che testimoniano la colonizzazione e, specularmente, le culture precolombine. Mi chiedo, con umiltà, che succeda fuori dai musei; tutti sono figli di europei, poliziotti e lavoratori della strada hanno più spesso tratti indigeni, solo prime impressioni, suscettibili di rettifica. Né i discorsi egemoni né le condizioni materiali sembrano rendere giustizia a questi popoli millenari, alla loro saggezza e spiritualità, al parto verticale e rispettato, alla medicina naturale dei curanderi, alla cosmovisione indigena che ricerca e pratica l’armonia con l’ambiente, venendo tacciati di pigrizia se non lo sfruttano intensivamente come fa l’uomo bianco, contaminando l’acqua del parco naturale Calilegua, al confine tra le province di Salta e Jujuy, o convincendo gli abitanti del Chaco ad accettare il disboscamento per installare coltivazioni di soia, che non diminuiranno la malnutrizione e che produranno profitti e qualche posto di lavoro ad alto tasso di sfruttamento. Con la complicità di Kristina, percHé il mondo che sogniamo, purtroppo, non è nemmeno qui.

“Ma così che cosa vedi?”

13-16 Maggio

Tocca scomodare l’odiato Freud per parlare di Jujuy. In realta’ Jujuy é stata, al tempo stesso, brama di Occidente e resistenza alla pianificazione necessaria nel mondo occidentale.
Una doccia calda sotto la quale ridere e scodinzolare, la sicurezza di una casa sicura, la prevedibilita’ della tua cultura.
La gente, innanzitutto, é cortese. Da’ informazioni e suggerimenti volentieri, sa essere empatica.
Primo impatto: la modernità. Asfalto, segnaletica, porte a vetri. Terminal nuovissima. Tanto che ancora non c’è il wi-fi ma Pablo, il ragazzo dell’edicola, ha una connessione alambrica. Non so che significhi ma non importa. È gentile, simpatico, disponibile. Contatto Malu, mi da’ l’indirizzo, mi scrive di far presto che c’è il flan della nonna. Ho voglia di piangere. Pablo dice che mi è cambiata la faccia, è vero, sto sorridendo. Posso finalmente rilassarmi dopo gli ultimi giorni di tensione e denti stretti.

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Il taxi è giallo come ci si aspetta che i taxi debbano essere, accendo una sigaretta, come uno non si aspetta che dovrebbe essere. Malu mi corre incontro, ci abbracciamo mentre Coco e Canela abbaiano intorno a noi. È cambiata l’aria dalla riservatezza e timidezza guarani’.
Sorseggiamo un mate, chiacchieriamo prima della doccia. L’ultima calda era stata a Camiri il 25 Aprile. Ricordare la data dell’ultima doccia calda, dover disimparare a gettare la carta igienica nel cestino.
Aún así, sempre ti amerò, querida Bolivia.

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Ma siamo in Argentina, si mangia milaneza e torta di spinaci dell’orto, si beve vino ed una bevanda gassata alla mela in voga da queste parti; si dorme in un letto caldo, senza paura degli insetti e della sporcizia. Riappaiono i supermercati, il Wi-Fi e si inizia a dimenticare il senso d’attesa ogni volta che si attraversa un gruppo di ragazzi per strada. Stabili, invece, il cochlo ed il locro, le brigate in motorino in tre o quattro, i bagni ad uno, anzi due pesos con il diritto ad un po’ di carta igienica arrotolata. Spunta il mate da passeggio, thermos sotto il braccio o negli uffici. Il Che ed Alberto ben esemplificano la profondità di quest’abitudine. Hanno appena raggiunto una vetta di quasi 5000 metri, in Perù, il camion si ferma per qualche problema. Nell’attesa i due accendono “un fuoco asfittico ma sufficiente a scaldare l’acqua ricavata da un pugno di neve. Lo spettacolo di noi due che sorbivamo la strana bevanda doveva apparire agli occhi degli indios tanto interessante quanto per noi i loro vestiti, perché non smisero un momento di avvicinarsi e chiedere per quale ragione mettessimo dell’acqua in quello strano artefatto”. Ma stavamo dimenticando Freud, in uno di quei famosi lapsus freudiani (maledetto humour inglese). La resistenza è una forma di opposizione inconsapevole così come la mia a fare qualcosa di utile in queste giornate. Un piccolo museo sulle culture indigene, una passeggiata in bicicletta nei dintorni di Jujuy, una passeggiata per il centro, qualche incombenza ed una dolce indolenza. Jujuy è immersa in una natura mozzafiato e varia, che non conoscerò. Non dispongo dell’energia sufficiente per pensare, organizzare. Svegliarsi presto, essere operativi, efficienti. E quando ci provo o sono svogliata o sbaglio tempi e modi. Non mi dispiacciono, però, questi giorni atipici, recuperando energia e inseguendo i miei capricci. E nel mezzo di una riunione di mburuvicha guarani argentini che discutono di come affrontare una compagnia petrolifera che vuole perforare nel parco nazionale di Calilegua, nelle loro comunità, so di essere nel posto giusto. Unità, organizzazione, lotta, territorio. Una comunità che fa politica, un’assemblea più giovane di quella boliviana; donne mburuvicha per niente timide; giovani donne che sono guide del sentiero naturalistico guaranì, assistenti sociali, professoresse di informatica e forse un giorno volontarie di Tekove. Tessere relazioni, condividere esperienze, generare vincoli e complicità. Viaggiare è anche questo, soprattutto questo. “Ma così che cosa vedi?” chiedono al giovane Ernesto che arriva a Jujuy dopo di viaggio filato di un’intera giornata. “Una domanda che resta senza risposta, perché é retorica, non prevede nessuna risposta, perché è vero, che cosa vedo io, per lo meno non mi nutro allo stesso modo dei turisti e mi sembra strano guardare i depliànt pubblicitari, per esempio di Jujuy: l’altare della patria, la cattedrale dove fu benedetto lo stendardo patrio, le decorazioni del pulpito e la miracolosa Vergine di Rio Blanco y Pompeya, la casa dove morì Lavalle, il Consiglio della Rivoluzione, il Museo della Provincia, ecc. No, non è così che si conosce un paese, una forma ed interpretazione della vita, quello è solo la lussuosa coperta, la sua anima si trova nei malati dell’ospedale, in chi sta al commissariato e nel pedone ansioso con cui si entra in confidenza, mentre il Rìo Grande giù in fondo mostra il suo alveo turbolento. Ma tutto ciò è lungo da spiegare e non so nemmeno se verrebbe realmente compreso”.