Io non dubito, io sostengo. A fianco a V. e a tutte le donne vittime di violenza

La notizia è di ieri e si diffonde rapidamente sulla stampa cilena.
V., 23 anni, denuncia il suo (recente) ex Tea Time, leader del gruppo Los Tetas, di violenza fisica e psicologica, pubblicando a testimonianza (sempre è della donna l’onere di provare la violenza) delle foto in cui appare livida e ricoperta di ematomi.

La band all’inizio tiene un profilo basso, condannando la violenza “contro le donne e contro qualunque persona” e dando solidarietà alle donne che denunciano ma, al tempo stesso, chiedono tempo perché la situazione si chiarisca. Rettificano dopo poche ore, cacciando Tea Time dal gruppo. La band era in procinto di firmare con la Universal per il nuovo album, difficile momento per un caso mediatico di questo tipo.

Intanto altri nomi della musica cilena esprimono la loro solidarietà a V.: Anita Tijoux, Mon Laferte, Alex Anwandter

Quest’ultimo ha scritto una nota bella ed intensa, nella quale denuncia il caso di V. e la violenza contro le donne come un caso non isolato, come un fatto da cui non si salva nessun ambiente, neanche quello più culturale e progressista

Buona lettura

***

Ieri si è diffusa accusa lunga e molto dettagliata nei confronti di Tea Time (Camilo Castaldi dei Los Tetas), da parte della sua ragazza che ha subito sue ripetute violenze.

Per favore prendetevi il tempo di leggere questa testimonianza coraggiosa e terribile

Questo tipo di violenza è estremamente comune e non estranea ad ambienti teoricamente liberali come il mondo della musica. La musica, come la maggioranza dei settori, è dominata dagli uomini. Questo non è specchio di una supposta superiorità di talento, ma solo uno degli innumerevoli riflessi del machismo che invade ogni area della nostra vita. Ad esempio si può far caso a come si attribuisce il successo di Javiera Mena al suo produttore (uomo) o come ogni volta che racconto delle donne che suonano nella mia band e che mi chiedono se sono coriste, come se la loro partecipazione non potesse che essere accessoria e secondaria.

Los Tetas, un gruppo di uomini con un nome già di per sè misogino – una misoginia tipicamente travestita da pseudo-trasgressione – hanno pubblicato, come risposta a questa accusa, un comunicato ripugnante, riflesso fedele di come la società risponde quando una donna rivela di essere stata abusata: dubitano della veridicità dell’accusa.

Tutto ciò ha un nome: doppia vittimizzazione. Si chiama così perché non solo la donna deve sopportare terribili episodi di violenza e tortura come quelli descritti nella testimonianza ma, una volta che ha trovato il coraggio di denunciarlo, e nonostante tutta la pressione sociale, deve attraversare un altro dolore: il suo dolore è negato. “Se lo sarà inventato”. “Chissà che avrà fatto lei”. “La giustizia si esprimerà”

Con che faccia chiediamo prove evidenti davanti a tale testimonianza? Davanti a queste foto? Bisogna sorprendere Tea Time mentre la sta picchiando? Avere foto mentre la picchia? Basta?

E su questo, una considerazione personale: questo è il punto in cui la gente parla di presunzione di innocenza. “Non possiamo sapere se è vero”

Però questa presunzione di innocenza è sempre per l’UOMO. Presumere l’innocenza dell’uomo vuole dire presumere che la donna si stia inventando tutto. Che è colpevole di mentire, detto in altre parole.

E mi chiedo per quale dannato motivo qualcuno farebbe una cosa del genere. Esporsi pubblicamente, in questo modo, lasciarsi coinvolgere in qualcosa di così spiacevole.

Questa è una cultura, amiche/i.

Non conosco una sola donna che non sia stata molestata, in un modo o nell’altro. Ne conosco alcune che sono state abusate o violentate.

E’ il sistema giudiziario che deve presumere la innocenza. Noi, tutte le volte che presumiamo la innocenza di uomini accusati di aver picchiato, abusato, violentando, stiamo creando e appoggiando questa cultura.

La cultura che protegge gli abusatori di donne e che mette in dubbio la parola delle donne abusate. Quando assumiamo che una donna che ha il coraggio di denunciare gli abusi subiti dice la verità, creiamo un ambiente che le sostiene.

Io stesso questa mattina sono stato spinto da due o tre persone a non coinvolgere gli altri membri de Los Tetas in quello che sto per scrivere ora.

Però credo che è importante e io dubito di loro, dubito perché voglio mettere in discussione il contesto in cui alberga questa violenza. Dubito che fossero totalmente ignoranti rispetto a tutto ciò. Lo dubito perché conosco la nostra cultura, perché attraverso il loro comunicato si sono allineati con un abusatore, perché credo nelle donne, perché ho visto la ragazza di Tea Time in un backstage, ci siamo fatti delle foto insieme (nella cupola del Rock, a proposito del fatto che il machismo attraversa anche gli ambienti artistici).

Questo va al di là di Tea Time e dei Los Tetas, non per discolparli, ovviamente. E’ un clima. Dobbiamo resistere collettivamente alla tentazione di mettere in dubbio la veridicità di qualcosa che tutti/e sappiamo essere ovunque

Questa è una persona che ha avuto paura per la sua vita, gente. Appoggiamola.

Grazie per il tempo che avete dedicato a leggermi,
Alex

P.S. Due piccole note
1) Il discorso del furto degli strumenti musicali (di cui V. accusa Tea Time nella sua nota, NdSemenella) è grave, però è un altro fatto. Non è necessario rendere invisibile il machismo dando invece la colpa a un “delinquente” o roba del genere
2) Una quantità impressionante ha condannato Tea Time dandogli del “frocio” per insultarlo. Credo che possiamo insultarlo senza usare insulti omofobi. Si capisce che volete dirgli stronzo di merda o il peggior insulto possibile, però lo state facendo usando la parola più tipicamente usata per insultare una persona non eterosessuale. Il linguaggio crea la realtà e voi state associando tale imbecille all’essere gay. Si può fare di meglio. Grazie.

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#simematan, cento risponderanno!

 

Lesvy aveva 22 anni.
E’ stata trovata impiccata al filo del ricevitore di una cabina telefonica, all’interno dell’UNAM, sede universitaria di Città del Messico.

Fosse un giallo o una serie tv poliziesca la domanda sarebbe immediata: chi è stato? Si tratta di un suicidio? Oppure è stata assassinata? Da chi?

Ma quando a morire è una donna, all’alba per di più, la domanda diventa un’altra: chi era Lesvy?

La prima spiegazione arriva dalla Procura di Giustizia di Città del Messico: Lesvy non studiava più, era indietro con gli esami, era alcolizzata e quella sera era uscita con il suo compagno e degli amici ed insieme avevano bevuto e si erano drogati.

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Sembra si possa tirare una linea sopra questo episodio e voltare pagina. Finire di prendere il caffè e uscire per andare a lavoro.

Raccontare chi fosse Lesvy trasmette due messaggi: Lesvy era una marginale, una “cattiva ragazza”, una che se l’è cercata. Che non ha fatto tutto quello che poteva per evitare di essere uccisa. E’ uscita, ha bevuto, conviveva con il suo ragazzo con cui non era sposata; Lesvy non era una di noi. L’assassinio di Lesvy non ci riguarda, non può capitare alle donne “per bene”, che non vestono minigonne ma i ruoli che ci spettano ed aspettano da quando nasciamo.

Il sacrificio, la colpa, il disciplinamento dei nostri corpi, la rinuncia alla libertà come (quasi) garanzia di sopravvivenza.

La procura viene contestata, si scusa e cancella i tweet.
Come se si potesse cancellare in questo modo il senso di quei tweet.

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(Fonte: Huffington Post Mexico)

La contraddizione è sempre la solita: esplicitamente, in astratto, l’ovvio appare assimilato, metabolizzato nella società: se qualcunx viene uccisx/stupratx/molestatx/picchiatx è chi uccide/stupra/molesta/picchia ad esserne il responsabile. Non c’è bisogno di essere femministi/e per comprenderlo, né (forse) c’è bisogno di grandi mobilitazioni. Sono solo pochi, sparuti, isolati trogloditi che ancora fanno fatica a comprenderlo.

Ma nel concreto i femminicidi aumentano, molestare una donna diventa un simpatico scherzo da prima serata in tv, descrivere improbabili e oggettificanti modelli di donna su base razziale diventa informazione e intrattenimento.

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(Fonte: Huffington Post Mexico)

 

“Tristi i tempi in cui bisogna lottare per ciò che è evidente”, dice una frase dipinta sui muri de Las cuevas de Sesamo, un caratteristico bar di sangria madrileno.

Maria Jose E.H., attivista femminista lancia l’hastag #simematan: se ti ammazzassero, che cosa potrebbero dire di te? Sei lesbica o transessuale? Avevi bevuto? Ti avevano visto parare al bancone con quell’uomo? O addirittura ci hai ballato?

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(Se mi uccidono non dite a nessuno che a volte mi ubriaco, che non sono laureata, che a volte pago in ritardo le bollette, che vivo con il mio ragazzo senza essere sposata, che sono stata depressa e sono in terapia, che a volte torno a casa DA SOLA, che non faccio sport, che mangio troppi zuccheri, che ho mentito, che ho fatto rimanere male i miei amici, che ho avuto problemi con mio padre, che ho avuto dei debiti, che a volte arrivo tardi a lavoro, che sono molto lamentosa, che non vado dal dentista da parecchio tempo)

Lo scorso 5 Maggio per le vie del campus, fino al rettorato, hanno sfilato studentesse e studenti della UNAM, chiedendo giustizia, che l’università sia un luogo sicuro e che nessuna donna più sia da piangere e ricordare. Alla fine della marcia sono state accese candele ed è stata fatta una piccola commemorazione davanti alla cabina dove è stato trovato il corpo di Lesvy, seguita da un minuto di rumore, perché non si può stare in silenzio di fronte a queste aggressioni continue. La madre di Lesvy ha raccontato che sua figlia ha studiato, ma che ha scelto di lasciare per un po’ gli studi per lavorare, rendersi autonoma dalla sua famiglia e andare a convivere con il suo compagno. Che lei ha rispettato le sue scelte, non perché siano genitori permissivi ma perché riconosceva il suo diritto a fare delle scelte.  Ha raccontato che era una ragazza determinata, che amava la musica, le lingue, le amicizie. Che non era una drogata o una perdigiorno.

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(Fonte: Vice Mexico)

Con profondo rispetto per il dolore, la dignità, la forza della madre di Lesvy e per la giusta e legittima difesa dell’immagine di sua figlia è forse il caso di aggiungere un tassello, di fare un passo in più.

©MARIO JASSO /CUARTOSCURO.COM

(Fonte: Huffington Post Mexico)
#eseanchefosse verrebbe da rispondere. Se anche avesse bevuto o avesse problemi con l’alcol, se anche avesse smesso di studiare e non avesse una collocazione precisa nel nostro efficiente sistema produttivo, se anche fosse stata non perfetta, non disciplinata, non allineata, avrebbe meritato di morire soffocata con il ricevitore di una cabina pubblica telefonica pubblica dell’università in cui era uscita a passare una serata in compagnia dei suoi amici/e e del suo compagno?

Un profondo abbraccio alla mamma ed alla famiglia di Lesvy, ai suoi amici e alle sue amiche. Che le parole di questa donna coraggiosa possano indicarci, ancora una volta, la strada perché non succeda mai più.

“Non siamo solo corpi, non siamo solo menti, esiste anche la sensibilità che non si vede, non può toccare ma che stiamo sentendo in questo momento. Spero che ci siano orecchi attenti e voci determinate disposte a condividere questa esperienza, non per piangere, né per per lamentarci, ma per andare avanti, perché possiamo vedere che non siamo sole, non una altra morta, non un’altro femminicidio, nè alla UNAM, nè in Messico nè ovunque”

 

 

(Il video per intero è qui -> https://www.facebook.com/sharer/sharer.php?u=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2FExcelsiorMex%2Fvideos%2F1555141057861412%2F&display=popup&ref=plugin&src=video)

 

 

 

 

 

 

 

Un anniversario, una sentenza, una resistenza

Un anniversario

3 Gennaio 2008. Fundo Las Margaritas, comunità Yeupeco Vilcùn,  Aracaunìa, Cile.

Wallmapu, territorio mapuche, se la storia fosse dei popoli e non degli eserciti.

Matias Catrileo ha 24 anni. E’ uno studente di Agronomia all’Università di Temuco, dopo aver studiato per un po’ a Santiago. Matias pensava che la storia era dei popoli e non degli eserciti e voleva profondamente che il suo popolo tornasse ad autodeterminarsi, a ricostruire la propria nazione, “ad essere mapuche nella nostra terra”.

Per questo il 3 Gennaio Matias era nel Fundo Las Margaritas, partecipava alla riappropriazione delle terre sottratte ai mapuche ed ora di proprietà dei latifondisti.

Ci furono scontri con la polizia, lanci di pietre, qualche balla di fieno incendiata. La polizia, con un atto smisurato e innecessario – lo dicono perfino le sentenze – sparò sui manifestanti. Matias venne colpito con tre colpi di un mitragliatore Uzi che gli perforano i polmoni e lo portarono alla morte in pochi minuti. I manifestanti che erano con lui continuarono la ritirata portandosi dietro il corpo, per non lasciarlo nelle mani dei carabinieri, per evitare che venissero alterate le prove. A sparare fu il carabiniere Walter Ramirez, condannato a 3 anni e un giorno di libertà vigilata, il crimine era “violenza innecessaria con risultato di morte”.

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  • Santiago, Giugno 2014 –

Accanto alla storia di Matias Catrileo andrebbero raccontate quelle di  Jaime Mendoza Collío e di Alex Lemun, e troppe altre, in un tristissimo e lungo elenco. Storie fotocopia di un potere che occupa, uccide, se ne va via impunito. Storie che risalgono agli stessi anni, il 2008, il 2009.

Ma anche storie attuali, perché l’ultimo giovane che ha ricevuto 100 colpi e che ha subito 12 operazioni fino ad oggi, è stato aggredito poco prima di Natale ed è ancora ricoverato in ospedale. Un incidente, hanno detto. Brandon sta ancora lottando.

Una sentenza

Cordoba, Argentina. Il 27 Dicembre Ruben Leiva e Lucas Chavez, poliziotti cordobesi sono condannati all’ergastolo per l’uccisione di Fernando Pellico, 18 anni, detto Güere.

Luglio 2014. Güere e suo cugino Maximiliano Peralta stavano guardando una partita in casa di amici. E’ finita la coca cola per il fernet, e i due partono in motorino per andare a comprarla. Incontrano la pattuglia di Ruben Leiva e Lucas Chavez, che apre il fuoco contro di loro. Güere viene ucciso sul colpo, Maximiliano viene ferito a una gamba, arrestato e per alcune ore trattenuto con il divieto di comunicare con l’esterno. L’ennesimo caso di gatillo facil di Cordoba.

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  • Fonte: https://www.facebook.com/holamafia/

Due anni dopo, due poliziotti pagheranno. Ma sarà sempre infinitamente poco, sarà sempre terribilmente inutile, perché c’era un diciottenne, labbra assetate di vita e vento in faccia su un motorino, che solcava la notte. E ora c’è solo il vuoto.

Una resistenza 

Oggi 3 Gennaio diventano 12 i giorni di sciopero della Machi Francisca Linconao, 59 anni, autorità ancestrale e spirituale del popolo mapuche.

Machi Francisca si trova in custodia da nove mesi, accusata di aver partecipato all’uccisione di Luchsinger e Mackay,  marito e moglie, morti in un incendio nel latifondo di cui erano proprietari.

La lotta della Machi Francisca, che è il ponte tra la dimensione spirituale e materiale per il popolo mapuche, nonché la massima autorità per quanto riguarda la salute, si è scagliato contro le grandi imprese forestali, riuscendo ad evitare che venissero tagliati illegalmente alcuni alberi in una zona di raccolta di piante medicinali utilizzate in cerimonie spirituali e di cura. “Per la prima volta una donna ha fermato lo stato cileno”, dice il sito di informazione mapuche Mapuexpress.

La richiesta è quella degli arresti domiciliari, sia perché è ancora in attesa di una sentenza, sia perché , secondo la cosmovisione mapuche è necessario per la sua sopravvivenza che sia vicina al rewe, il luogo a cui appartiene il suo spirito,

L’ostacolo principale a che questo avvenga sta nel fatto che la machi Francisca sta venendo giudicata secondo la legge “Antiterrorista” e non secondo il procedimento ordinario, per il quale le è stata già concessa la possibilità di attendere la sentenza ai domiciliari.

La legge antiterrorista, infatti, prevede la misura carceraria preventiva, per quanto esponenti degli organismi dei diritti umani, come Enrique Morales, medico della Commisione dei Diritti Umani del Collegio Medico, sostengano che non si possa applicare la legge antiterrorismo ogni volta che vi sia un conflitto tra il popolo mapuche e lo stato cileno, poiché si tratta di una protesta sociale.

 La mobilitazione in sostegno alla Machi Francisca sta diventanto sempre più impellente ed imponente: organizzazioni dei diritti umani, attivisti mapuche, attiviste femministe e lesbofemministe cilene e latinoamericane stanno cercando di diffondere la solidarietà e farle attraversare i confini dello stato cileno.

In particolare la Rete di radiofoniste femministe e lesbofemministe “estende l’appello a continuare le azioni di sorellanza e solidarietà, attivando le reti e partecipando a questa trasmissione radiofonica che renderà visibili le cause della detenzione di un’autorità ancestrale e di altri comuneros mapuche, con particolare enfasi per la situazione di violenza istituzionale contro le donne nel Wallmapu (territorio mapuche)”.

La giornata radiofonica può essere ascoltata a questo link radiokurruf.wordpress.com e sarà ritrasmessa su varie emittenti radiofoniche, tra cui Radio Onda Rossa.  

(Maggiori informazioni qui -> http://www.mapuexpress.org/?p=14790)

 

 

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Lucìa Perez e #Niunamenos Un’intervista a una compagna argentina.

A qualche settimana dalla manifestazione delle donne argentine e latinoamericane al grido di #niunamenos e #vivasnosqueremos, di cui qui si era già parlato, e a pochi giorni dalla data del 26 Novembre, giorno in cui  Roma e in tutta Italia le donne (e speriamo non solo loro) scenderanno in piazza contro i diversi tipi di violenza che le donne subiscono in quanto donne, ecco i podcast della puntata de “Il colpo della strega“, trasmissione radiofonica a cura del Collettivo Medea, in onda su Radio Blackout 105.25.

La trasmissione prevede due approfondimenti, uno sul poligono di Quirra, territorio sardo occupato dalle basi americane e luogo in cui malformazioni di feti e aborti spontanei sono frequentissimi; l’altro è un’intervista in diretta con Pato, compagna argentina, che ci racconta lo sciopero delle donne di Mercoledì 19 Ottobre ma anche più in generale a che punto è  e dove va la lotta delle donne in Argentina.

Un grande ringraziamento alle compagne di Medea e a  Pato e buon ascolto!

 

I podcast de Il colpo della strega: 24ott2016

 

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“Ni una menos! Vivas nos queremos!” L’appello delle donne argentine e latinoamericane

In Argentina Semenella ci è arrivata dalla Bolivia, da un viaggio fuori stagione e fuori dalle mete turistiche, da un viaggio pesante, faticoso in cui spesso c’era d’aver paura. 

L’Argentina era una meta, era la sicurezza, l’Occidente, strade di cemento e taxi che erano davvero taxi. Ma l’Argentina non era il luogo per tirare un sospiro e sentirsi al sicuro, perché non c’è un sol posto, nel mondo, in cui una donna possa tirare il fiato e sentirsi al sicuro. Camille lo ripete, lo stupro “è un rischio inevitabile, è un rischio che le donne devono mettere in conto ed accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente. Se ti succede alzati, dust yourself e passa ad altro”. 

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(“Senza clienti non c’è tratta” – Jujuy, Maggio 2014)

I muri dell’Argentina me lo ricordano al volo: “senza clienti non c’è tratta”, dicono. Tratta, non prostituzione, che sono due cose diverse, e i muri argentini sono precisi, lo dicono chiaramente. Ma si sente parlare di ragazze scomparse, di traffici di donne. 

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(Siamo lavoratrici sessuali, non siamo vittime di tratta – Cordoba, Maggio 2014)

Nord di Jujuy, di ritorno da una comunità indigena guaranì. E’ buio, quasi deserto, fa freddo. In un chiosco della stazione prendo qualcosa da mangiare, aspettando l’autobus che mi porterà indietro. La signora è incuriosita. Mi fa domande. Viaggio, sì. Dall’Europa, sì da sola. E inizia a raccontarmi le storie, di ragazze europee sparite, rapite, ritrovate uccise. Mochilleras, viaggiatrici con lo zaino, come si dice da queste parti. Specie di Icaro post moderne che hanno osato troppo, che hanno volato troppo vicino al sole e non sono state lì dove dovevano stare, ferme. 

Matìas dice che Lucìa stava ferma. Dice che non usciva molto di casa, che era una ragazza tranquilla, ma questo non le ha salvato la vita. Ha fatto forse sentire in dovere il fratello di giustificarsi, di giustificarla. Lucìa non ha fatto niente per meritarselo. Lucìa aveva 16 anni. E’ stata stuprata, drogata, seviziata e uccisa da tre uomini. Lucìa è morta per un arresto cardio-respiratorio dovuto alla violenza delle torture e delle percosse. Lucìa, letteralmente, non ha retto al dolore. L’hanno lavata, rivestita, per provare a nascondere l’orrore. L’hanno abbandonata agonizzante davanti ad un ospedale. Per giorni la storia di Lucìa mi è passata davanti agli occhi, la sua foto con il suo volto sorridente. Per giorni ho accuratamente evitato di leggere di più. Perché fa male.

Ma in fondo è quello che dobbiamo a Lucìa, raccontare la sua storia, ricordarla. E questo hanno deciso di fare le donne argentine, che proprio in quei giorni erano a Rosario, riunite per il 31esimo Incontro Nazionale delle donne. Incontro culminato in un corteo, represso dalla polizia. Hanno deciso di scendere in piazza, hanno deciso di vestirsi di nero, hanno deciso di scioperare. “Smettiamo di lavorare finché non smettete di ammazzarci”. 

 

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(“Basta complicità della polizia! Mai più schiave” – Cordoba, Maggio 2014)

Gli organismi delle donne raccontano di aver ottenuto a fatica, dalle organizzazioni sindacali, un appoggio verbale, ma nessun impegno reale a favorire l’adesione dei lavoratori e delle lavoratrici allo sciopero. 

Nonostante ciò alcune imprese, come quella di Pepsico, hanno votato un’ora di sciopero per turno e l’organizzazione di navette per permettere la partecipazione alla manifestazione.

Alle donne argentine, immediatamente, si sono unite le donne peruviane, boliviane, cilene, ecuadoregne, messicane, venezuelane, uruguayane, costaricane, guatemalteche, honduregne, salvadoregne. 

Alle donne argentine guardano anche le donne europee, le donne italiane che stanno costruendo la manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne del 26 Novembre a Roma: una la violenza, una la risposta. 

E per quanto provino ad ammazzarci, il movimento femminista argentino è più forte che mai, forse una guida all’opposizione del paese. E’ un movimento in crescita ma solido, avanzato a livello di analisi e di contenuti. 

Non perdetevene una parola.

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II documento letto dal collettivo “Ni una menos” in Plaza de Mayo, Buenos Aires.

Noi ci fermiamo. 

Contro quelli che vogliono fermarci.

Mentre si svolgeva il 31esimo Incontro Nazionale delle donne, violentavano e assassinavano Lucìa a Mar del Plata. Un anno prima eravamo state caricate in quella città, come quest’anno a Rosario. 

Noi ci fermiamo. 

Perché non ci fermino con la loro pedagogia criminale. Per fare noi stesse pedagogia, perché unite costruiremo una società senza macismo. Perché libertà vuol dire smontare definitivamente il patriarcato.

 

Noi ci fermiamo e scioperiamo. Perché ci addolora e ci indigna che in questo mese di Ottobre si contino già 19 morte. Scioperiamo perché per fermare la violenza femminicida abbiamo bisogno di partire dall’autonomia delle nostre scelte, e questo non è possibile finché l’aborto non sarà legale, sicuro e gratuito per tutte. Finché le condizioni economiche continueranno a riprodurre la violenza macista: perché le nostre giornate lavorative sono due ore più lunghe di quelle degli uomini, dato che i compiti di cura e riproduttivi ricadono sulle nostre spalle e non hanno nessun valore nel mercato del lavoro.

Perché la disoccupazione si alza di due punti quando si parla di donne, perché la differenza salariale è, in media, del 27%. Vale a dire che le donne guadagnano molto meno dei loro compagni, a parità di incarico lavorativo.

In un contesto di tarifazos (aumento dei prezzi dei servizi pubblici energetici e dei trasporti), adeguamenti per l’inflazione, incremento della povertà e restringimento dello Stato, come quello che propone il Governo dell’Alleanza “Cambiamo”, noi donne sopportiamo il peso maggiore: la povertà ha un volto femminile e ci toglie la libertà di dire no quando siamo nel circolo della violenza.

Noi scioperiamo. 

Scioperiamo contro i proiettili di gomma che provano ad arrestare la nostra forza. Una forza che cresce attraverso gli incontri, le mobilitazioni, i dibattiti. Una forza femminista, forza di donne.

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(da Pikara Magazine)

Scioperiamo contro il disciplinamento delle donne, che significa che Milagro Sala (1) è in carcere in quanto donna, indigena; per essersi organizzata, per aver reclamato non soltanto i diritti di base, ma anche il diritto di tutte e tutti alla festa ed ai momenti ricreativi. Contro la detenzione e il procedimento giudiziario irregolare che tiene in ostaggio Reina Maraz (2), migrante di lingua quechua, che una giustizia misogina e coloniale ha condannato ingiustamente all’ergastolo. Contro le condizioni delle carceri femminili, che le rendono sempre più spazi dove si amplificano le gerarchie classiste e razziste. Contro il fatto che in quartieri come Bajo Flores le adolescenti sono perseguitate per giorni e poi spariscono, dopo essere state minacciate. Ma anche contro il modo in cui i quartieri diventano ogni giorno più asfissianti, teatro di trame di economie illegali che portano a forme di violenza nuove e sempre più dure. 

 

Contro la politica retrograda che inaugura un centro di detenzione per immigrati, in una chiara retrocessione della legislazione vigente. 

Scioperiamo prendendo l’iniziativa. Mostrando una capacità forte di reazione alla guerra contro le donne che viene scritta giorno dopo giorno. Ci mobilitiamo e ci autodifendiamo.

Quando toccano una, rispondiamo tutte.

Per questo oggi, 19 di Ottobre, noi scioperiamo.

Siamo le casalinghe, le lavoratrici dell’economia formale e informale, le maestre, le lavoratrici delle cooperative, le accademiche, le operaie, le disoccupate, le giornaliste, le militanti, le artiste, le madri e le figlie, le domestiche, quelle che incontri per strada, quelle che escono di casa, quelle che stanno nel quartiere, quelle che sono andate ad una festa, quelle che hanno una riunione, quelle che vanno in giro da sole o accompagnate, quelle che hanno scelto di abortire, quelle che hanno deciso come e con chi vivere la nostra sessualità.

Siamo donne, trans, travestite, lesbiche. Siamo molte, e della paura che ci vogliono imporre e dalla furia che ci tirano fuori a forza di violenza, ne facciamo un suono, una mobilitazione, un grido comune: Non una di meno! Ci vogliamo vive!

 Noi scioperiamo. 

Scioperiamo contro il femminicidio, che è il punto più alto di una trama di violenze, che include lo sfruttamento, la crudeltà e l’odio alle forme più diverse di autonomia e vitalità femminile, che pensa che i nostri corpi sono cose da usare e scartare, rompere e saccheggiare. 

 

Lo stupro e il femminicidio di Lucía Pérez mostrano una linea decisa contro l’autonomia e la capacità di decidere, l’azione, la scelta e il desiderio delle donne.

 Lucía è stata considerata come una cosa, da percuotere fino a che lo sopporta, e lasciata poi davanti ad un pronto soccorso per far credere che era morta di overdose, per nascondere la verità. 

Non è stata la droga, sono stati i maschi. 

L’hanno stuprata ed uccisa a Mar de Plata, poche ore prima che la marcia dell’Incontro nazionale delle donne venisse caricato dalla polizia. 

L’incontro più trasversale e creativo, che mobilita identità e sensibilità diverse, sotto forma di organizzazioni a loro volta diverse: collettivi politici, artistici, di quartiere, sindacali… Tutte totalmente politiche: perché la politica è una lotta insistente per l’invenzione della libertà, per la costruzione comunitaria e per l’ampliamento dei diritti.

Come tutti i femminicidi, anche quello di Lucía ha come obiettivo il disciplinamento delle donne e di tutte le persone che si ribellano contro i ruoli che questa società difende: o sarà ciò che si suppone sia normale o non sarà niente. E non potrai dire di NO perché il costo di dire di NO sarà, all’estremo, la morte. 

Da una gabbia ad un altra. Da un tipo di oppressione ad altre più cruente. Tra le donne di meno di 30 anni la disoccupazione è al 22%. La precarietà delle nostre vite. Donne trasformate in puttane o incarcerate. Trans e travestiti repressi quotidianamente per strada benché non gli si assicuri il diritto ad entrare nella vita lavorativa e si continui ad imporgli la prostituzione come unico destino. Donne assassinate dai loro partner, abusate dai loro padri o picchiate dalla polizia. Stiamo vivendo una stagione di caccia. E il neoliberismo fa le sue prove di forza sui nostri corpi. In ogni città, in ogni angolo del mondo non siamo al sicuro.

Noi scioperiamo.

Perché tutte le variabili economiche mostrano la violenza macista. I femminicidi sono il risultato di una serie di violenze economiche e sociali, di pedagogie della crudeltà, di una cultura del “ci sarà un motivo”, “qualcosa avranno fatto”, che glielo permette, li giustifica e li avvalla. Non sono un problema di sicurezza o insicurezza. Lottare contro queste violenze esige risposte multiple. Ci riguarda tutti e tutte, anche se sappiamo che i poteri dello stato e tutte le sue istituzioni (nazionali, provinciali e municipali) agiscono solo se costretti dalla pressione sociale che spinge dal basso. Per questo siamo qui oggi, in tutto il paese e in vari paesi contemporaneamente, dicendo Non una di meno! Ci vogliamo vive!

Come possiamo creare un altro mondo possibile se le misure che tendono a questa trasformazione come il Programma di Educazione Sessuale Integrale viene smantellato poco a poco o semplicemente non viene applicato in varie province? 

Como osano paragonare delle scritte su un muro all’uccisione e alla tortura di una bambina?

Come fanno a chiederci di avere pazienza se guadagniamo il 27% in meno degli uomini per fare lo stesso lavoro? 

Come pretendono che facciamo attenzione se allo stesso tempo dai mezzi di comunicazione ci dicono che quelle che vanno sole e vengono ritrovate morte ne hanno la colpa? Come pretendono che abbiamo pazienza se ci tolgono la pensione da casalinghe e non considerano seriamente il lavoro che è prendersi cura di una famiglia? Sì, lavoro. Il 76% dei lavori non remunerati lo facciamo noi. Come osano dirci che questo non è così grave quando tolgono l’autonomia economica a migliaia di donne cacciandole dal loro lavoro, quando ci abbassano lo stipendio, quando ci minacciano di abbassarci i contratti collettivi? Come pretendono che aspettiamo, quando moriamo per aborti fatti male o ci incarcerano se andiamo in ospedale per un aborto spontaneo? E potremmo continuare…

Nessuno vuole farsi carico di queste domande. e ancora meno di trovare delle risposte che ci includano, e non soltanto come vittime, morte, cose, ma come protagoniste con una propria voce. Noi vogliamo insistere, esigere, chiedere, rispondere, perché non vogliamo più vittime, di nessun tipo. Per questo noi donne scioperiamo.

E questa richiesta diventa di tutta la regione latinoamerica: Bolivia, Cile, Perù, Uruguay, Costa Rica, Guatemala, El Salvador. E in America Latina ci accompagniamo l’un l’altra. 

Ni Una Menos. Vivas nos queremos

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(“Rivoluzione nelle piazze, nelle case e nei letti!” – Cordoba, Maggio 2014)

** Note **

(1) Dirigente política, sociale e indigena argentina, leader dell’Organizzaciòn Barrial Tupac Amaru, arrestata in seguito ad una serie di iniziative politiche, in particolare una acampada contro il governatore

(2) Donna boliviana di etnia quechua, vittima di violenze da parte del marito e non solo, accusata di aver preso parte all’omicidio dello stesso durante una lite con un vicino e amico, dal quale probabilmente anche lei subiva violenza. Processata e condannata all’ergastolo benché lei non parli castigliano e non abbia potuto né difendersi né comprendere che cosa le stava accadendo

 

 

La finta savia e il XVIII Dicembre

Nelle storie ci si imbatte per sbaglio, o forse il modo più bello di apprendere, qualunque cosa si apprenda, è relazionale.

Metro, calda mattina di Luglio. Una famiglia latina chiede a quale stazione scendere per visitare il centro città. In particolare vorrebbero visitare una delle piazze centrali, dove si affaccia il Palazzo Reale e un’antica residenza dalle tre anime, come una matrioska, all’interno lo strato più antico.

Una ragazza indica la fermata della stazione principale dei treni.

Qualche minuto dopo sale un ragazzo, giovane, ben vestito. Ha in mano una bustina di carta trasparente, dentro dei fogli, quello che potremmo pensare essere un curriculum. Va nella medesima piazza, dove c’è anche un ufficio per i giovani, che avrebbe l’ambizione di orientarli verso opportunità e invece, nella migliore delle ipotesi, potrà fornire un po’ di consolazione.

Chiede alla ragazza qual è la fermata più vicina per la suddetta piazza. La ragazza tentenna, dice di non essere del posto e cita due stazioni. La conversazione si estende ad altri passeggeri e si concorda che la piazza è probabilmente al centro tra le due stazioni principali.

A quel punto la metro giunge alla fermata XVIII dicembre. Il signore latino chiede che cosa è successo in quella data. Una delle ragazze risponde in spagnolo, il signore ascolta. La moglie gli fa notare che abbiamo cambiato lingua, nel mentre.

Nessuno lo sa, non stiamo facendo una bella figura come giovani di un paese industrializzato. Sembra un po’ la solita scenetta da candid camera, in cui la giovani generazioni non conoscono i più banali avvenimenti storici del paese. Il ragazzo dice di essere rumeno e un po’ si auto-assolve. Ma una delle ragazze non ci sta e allora inizia un articolato processo di deduzione. E di racconto. Suppone che la data sia riferita al periodo pre-unitario e quindi probabilmente legato alla storia di quel periodo e di quel regno, che, diciamolo, non era ancora l’Italia. E racconta alla famiglia, ormai rivelatasi peruviana, di Cusco per l’esattezza, dell’Italia pre-unitaria, dell’annessione e della nascita della Repubblica. E auto-assolvendosi pure lei, che in fondo la storia del regno di Sardegna non è mica quella di casa sua.

Nell’era non digitale la cosa sarebbe pure finita qua. Due nozioni storiche la famiglia peruviana le aveva avute, la ragazza aveva salvato la faccia della gioventù italiana, non più ignorante e tutti vissero felici e contenti. Ma ai tempi della 4G è tutto diverso. Il ragazzo rumeno, con la complicità di Gooogle, smentisce.

Il XVIII dicembre, a Torino, si è consumata una strage fascista, una rappresaglia (ma come si dice strage in spagnolo?, qua la finta savia si deve proprio arrendere).

Il prequel

E’ la sera di una nebbiosa domenica di Dicembre, il 17 appunto, Francesco Prato si sta recando a trovare la sua fidanzata.

Faceva il bigliettaio del tram, viveva in una pensione in Corso Spezia, nel quartiere operaio di Barriera Nizza ed era un comunista. Lo descrivono come di “temperamento audace, battagliero, insofferente d’ogni sopruso e d’ogni prepotenza, incuteva timore agli stessi fascisti. Ovunque si trattava di difendere dei compagni o delle istituzioni proletarie dalle violenze delle camicie nere, il Prato si trovava in prima linea”. Il fascismo si stava consolidando in Italia, e a Torino si era già reso protagonista di aggressioni ed intimidazioni. Il clima era teso. Per questo Francesco Prato aveva in tasca una rivoltella quando cadde nell’imboscata di tre fascisti che gli spararono ferendolo a una gamba. Prato sparò a sua volta, uccidendo due dei suoi aggressori e riuscendo a fuggire. Si rifugia prima in casa di alcuni compagni e poi viene fatto espatriare in Unione Sovietica dove morirà, in un gulag.

Alcune versioni sostengono che i fascisti fossero stati assoldati dal padre della fidanzata di Prato, contrario alla relazione. Non ci direbbe nulla di nuovo sul machismo fascista.

Nel mentre al Teatro Alfieri i fascisti festeggiano la costituzione di una nuova squadra, con personalità politiche influenti, attrici e numerose squadre fasciste provenienti da Parma.

La strage

Il XVIII dicembre Torino si sveglia invasa da << gruppi di camice neri provenienti da altre città: essi erano armati di pistola, di manganello e avevano a tracolla una coperta arrotolata […] altri gruppi di fascisti forestieri appollaiati persino sui predellini e parafanghi di alcune automobili saettanti, brandivano pugnali, pistole, e gridavano per terrorizzare i passanti. Ci parve di capire la vera ragione dell’affluenza a Torino di squadristi da altre località  […] i caporioni fascisti, per giustificare il massacro che si apprestavano a scatenare contro gli antifascisti torinesi, prendevano a pretesto la batosta che il nostro compagno Prato aveva inferto ai loro sgherri »

Alle 11.30 una cinquantina di fascisti fa irruzione nella Camera del Lavoro, dove bastona il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, l’anarchico Pietro Ferrero. Poi li lascia andare.

Verso l’una, dopo aver cercato Carlo Berruti e averne devastato la casa, entrano nell’ufficio delle Ferrovie di corso Re Umberto, prelevano Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, e il socialista Carlo Fanti, li caricano in una macchina scoperta e li portano in aperta campagna, nella zona di Nichelino e gli sparano alla schiena.

Nel primo pomeriggio i fascisti fanno irruzione in un’osteria in via Nizza 300. Perquisiscono i presenti e trovano la tessera del Partito Socialista ad Ernesto Ventura. Gli sparano e lo feriscono. Leone Mazzola, gestore del locale, prova a protestare. Viene trascinato nel retrobottega dove i fascisti credono di trovare indizi della sua appartenenza comunista. Lo uccidono. L’indagine rivelerà che era un monarchico, probabilmente anche informatore della polizia politica.

Giovanni Massaro era nell’osteria di Mazzola ma riesce a fuggire, rifugiandosi nella sua casa, non lontana. Viene inseguito e ucciso. Il cadavere viene abbandonate nelle campagne in fondo a via S. Paolo e viene ritrovato solo qualche giorno dopo. Massaro aveva 34 anni, era un operaio con problemi psichiatrici che gli avevano fatto perdere il lavoro.

La giornata di sangue non è ancora finita.

E’ già sera, Matteo Chiolero, simpatizzante comunista è a cena con la sua famiglia, sua moglie ed una bimba di 2 anni. Bussano alla porta, va ad aprire ed è freddato con tre revolverate al petto.

I fascisti vanno poi a cercare Andrea Chiomo. Chiomo aveva 25 anni, era comunista ed aveva ucciso un fascista l’anno prima. Ne era uscito assolto ma sapeva che la rappresaglia non si sarebbe fatta attendere. Lo trovano in casa di amici, lo trascinano via e lo ammazzano crudelmente.

Alle dieci di sera Pietro Ferrero, anarchico, segretario della Federazione degli operai metalmeccanici di Torino è davanti alla Camera del Lavoro.

Era stato in giro tutto il giorno, era già stato malmenato alla Camera del Lavoro la mattina e ne era probabilmente scosso. Poco prima aveva incontrato Andrea Viglongo e Mario Montagnana, redattori de “L’Ordine Nuovo” che lo avevano invitato a fermarsi da loro: le strade di Torino per quelli come loro non erano sicure.

Ferrero va invece verso la Camera del Lavoro, occupata dai fascisti. Lo vedono, lo catturano, lo torturano e poi lo uccidono. O forse morì per le torture. Poi bruciano la Camera del Lavoro e impediscono ai pompieri di intervenire finché non ne resta molto.

 

 

A mezzanotte i fascisti irrompono in casa di Erminio Andreoni, 24 anni e lo prelevano davanti alla moglie ed al figlio di un anno. Lo portano nella campagna vicina e lo uccidono a colpi di pistola. Poi tornano nella casa e la devastano.

Irrompono poi in casa di Matteo Tarizzo, 34 anni. Dopo aver lavorato come operaio alla FIAT aveva aperto una piccola officina in via Madama Cristina.Lo portano fuori dalla sua casa e lo uccidono a bastonare. Gli lanciano copie de “L’Ordine Nuovo”.

In quel primo giorno ci furono, o meglio si è venuto a sapere, di otto morti e quindici feriti.

La strage, in realtà, non è ancora finita. Continuerà nei due giorni e nelle due notti successive.

La metro, però, apre le sue porte. La finta savia, il ragazzo rumeno e la famiglia peruviana sono arrivati a destinazione. Scendono, si salutano, si separano.

La finta savia si accorge che sta sorridendo. Che la malinconia che si trascina dietro da settimane si è alleggerita un po’. Pensa a Marcos, marionettista argentino, fintamente scontroso. “Ci sono i turisti e ci sono i viaggiatori”, le aveva detto. La differenza è tutta qui: se si va alla ricerca della Storia o di tante piccole storie che leggono o costruiscono la Storia. Pensa a Flor, ai brindisi agli incontri. Perché la Storia, alla fine, non è fatta che di incontri.

Pensa che, a volte, si può essere viaggiatori anche senza muoversi dalla propria quotidianità. Perché viaggiare, in fondo, è un’attitudine.

Esattamente come incontrare.

 

 

 

(si ringrazia anarchopedia per la dovizia di particolari)

Libertà, amore e fantasia

Leggendo in questi giorni il dibattito su Abbattoimuri rispetto a monogamia e poliamore ho deciso di tradurre questo articolo apparso ieri su Pikara Magazine che mi sembra centrare un punto molto importante. 

La critica radicale a un sistema di pensiero e a pratiche violente e autoritarie contribuisce a costruire discorsi che rischiano, a loro volta, di diventare normativi e normalizzanti, seppur di normalità radicale si tratti. 

Troppo spesso sento pressioni a uniformarsi a forme di liberazione valide in quanto personali perché essere liberi, secondo i parametri di un altro/a, è già meno libertà. 

A un altro post, forse, affiderò le ragioni, la storia e soprattutto la quieta realtà della mia scelta in merito a monogamia/poligamia 

Pane,amore e fantasia,60 anni fa Italia tornava al sorriso

 

Di multi-amori e poli-conflitti

Mi sono resa conto che quando iniziavo relazioni intime e di “coppia”, mi sentivo oppressa dalla categoria della monogamia esattamente come da quella del poliamore.

Sentivo che nessuna delle due aveva senso se volevo sentirmi libera, amando liberamente. E mi resi conto che la libertà era essere fedele a me stessa e alla mia essenza; amare a partire da un sentimento di calma e fiducia.

In effetti non si tratta di categorie discorsive, ma di persone, e dell’unicità dei legami che generiamo tra noi. E tutto ciò mi mette in un transito relazionale tra due poli, apparentemente opposti. Amare da un non luogo, senza riferimenti, senza proiezioni prestabilite e senza manuali di istruzioni.

Sono in un processo difficile, di accettazione. Sono scappata dall’immagine della donna sottomessa e dipendente che proiettavo attraverso lo stereotipo monogamico delle relazioni e ho elaborato un travestimento di “donna che disprezza gli uomini” e di “io ce la faccio da sola” che mi ha causato molto dolore; e, di conseguenza, io l’ho causato agli uomini con i quali ho condiviso intimità. Ho sentito nel mio stesso corpo la battaglia della militante femminista contro la principessa Disney, e non ho saputo che fare. E continuo a cercare, con alcune difficoltà, cos’è questo amore “semplicemente” libero.

Sto cominciando ad accettare che sono una persona che cerca una relazione intima con un’altra persona, uomo o donna; che sono gelosa e che la dipendenza non è necessariamente un’arma di distruzione di massa. Fino ad ora ho negato questa parte di me perché credevo che una femminista navigata, “letta” e politicizzata non può abitare spazi di debolezza e vulnerabilità.

Duro e difficile rispondere a stereotipi, qualunque essi siano.

Ho cercato di non cadere nella trappola del “si risolve tutto amando se stessi/e”; o per lo meno con me questa trappola non funziona. Mi amo, mi rispetto e mi sento così felice di ciò che sono e ho che ho una necessità enorme di condividerlo e far sì che si moltiplichi. E questo succede con tutta la gente vicina e tutta la mia rete di affetti, amplia e diversificata. E mi sembra insufficiente, ho dentro me la volontà di generare un vincolo ancora più intimo, più impegnato e sto iniziando ad accettare che questo non è dannoso, né mi fa meno femminista, né meno autonoma, né meno autosufficiente. E rileggendo quello che scrivo mi emoziono.

Negli ultimi anni ho navigato da un estremo all’altro, dal così a priori e semplice al ventaglio di modalità relazionali; ho letto libri e articoli dei/lle guru che avrebbero dovuto guidarmi ed è finita che mi sono arrabbiata. Comprendo che una funzione importante dei discorsi è generare nuovi spazi che permettano l’emergere di nuove pratiche. La categoria poliamore o amore libero ci permette di collocarci in un altro luogo, fuori dalla monogamia e ci dà aria e sostegno per (de)costruire, riflettere e fuggire in avanti.
Però penso che ci sia un lato B di elitizzazione di queste pratiche e di questi discorsi. Si convertono nel cliché al quale devono aspirare le persone politicizzate, iniziando a riprodurre un altro tipo di vincoli e spazi relazionali che, senza un lavoro personale e senza lo sviluppo di accorgimenti diventano campi minati. Sono d’accordo che in ogni tipo di apprendimento il processo di prova ed errore è potente e trasformativo; però i nostri corpi e ciò che li circonda continuano a trasudare patriarcato a iosa.

E in questo spazio di conflitto non ho incontrato nessun rifugio.

Molti/e degli/lle autori/trici che riproducono questi discorsi emancipanti, che ringrazio profondamente, lo fanno da un luogo di privilegio, perché hanno compiuto le loro funzioni sociali. Sono stati sposati/e, hanno vissuto in monogamie strette, nella loro casa con giardino, hanno fatto nascere nuove personcine e all’improvviso…boom! La fanno finita con tutto questo e si mettono a predicare il miracolo: hanno scoperto la verità!

E come la mettiamo con noi donne di 30 anni che continuiamo a essere single e vogliamo essere madri? Come ci incastriamo in tutta questa decostruzione? Qual è il nostro posto ora che il punto da cui sono partite/i queste/i autrici/tori e guru non è valido?

Non do loro la responsabilità del mio essere orfana di vincoli affettivi e sessuali, sto solo rinforzando la nostra scommessa per costruire il nostro proprio racconto, che berrà dal romanticismo classico e anche dalla necessità di acquisire potere come donne e uomini amanti.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che le mie compagne e i miei riferimenti vivono in appartamenti con i/le propri/e partner, in una modalità di monogamia decaffeinata, e qui si ferma il mio treno. Che ho fatto in tutti questi anni? Come l’ho portato male sto rifiuto frontale al patriarcato!

E non è mai tardi per prendere aria nuova, rivedere che cosa ci definisce e proclamare che iniziano nuovi tempi per la tenerezza, con me stessa, permettendomi di essere e abbracciando la mia essenza. E tenerezza con gli altri/e con cui condivido la mia vita e con i/le quali condividerò il mio letto; in questo non luogo, fuori da qualunque paradigma discorsivo caricato di istruzioni.

 

La guerra di “Mara”

“Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita”

“Mara” combatte, su questo siamo d’accordo. “Mara” combatte innanzitutto le bugie e le parole vuote di un giornalismo sempre più incapace di fare informazione e sempre più avvezzo a cifre scandalistiche.

Ma il taglio dell’articolo del Corriere è lo stesso di quello utilizzato per i vip in vacanza a Porto Cervo o per l’ultima strage di una dimenticata provincia.

La vera storia di una black-block, però, forse dovreste lasciare raccontarla a noi. Noi che eravamo lì con lei, con o senza cappucci, in prima, seconda o ultima fila.

Fonte: https://laburla.wordpress.com

E allora ve la racconto io la storia di Mara. E di Laura, Antonella, Veronica, Anna. E poi ancora quella di Luca, Stefano, Angelo, Pasquale. Mettetevi comod* che ci metterò un po’. Perché eravamo in 1500 (secondo la questura) per le strade della Valsusa e molt* di più, e spesso divers*, siamo stati a Roma, a Milano, a Cremona.

Mara è banalmente una di noi. Ha 19 anni e vive come può, oppure è una studentessa modello, oppure di anni ne ha 30 e qualcosa, ed ha un figlio o forse un cane. Mara fa l’avvocato oppure il medico, oppure la bibliotecaria. Oppure la ricercatrice all’estero oppure la precaria in Italia. Mara lavora nel sociale con uno stipendio da fame ed un contratto a tre mesi. Mara, di sicuro, non fa la giornalista per un quotidiano che su quelle strade nemmeno abbiamo visto. Mara, se frequentasse l’università, sarebbe probabilmente duramente punita se inventasse di sana pianta un’intervista per il suo esame di Sociologia.

La “Mara” di Marco Bardesono è una disagiata, orfana, pochi soldi in tasca quando prende il suo primo treno verso la Capitale, dove vive come può. Un incipit frequente dei romanzetti ad uso personale che scrivevo quando avevo 12 anni e sognavo di diventare grande e conoscere il mondo. Con estrema vergogna, però, poi ho buttato quei rozzi tentativi narrativi. Bardesono non ha seguito, malaguratamente, il mio esempio.

Che poi se anche fosse che Mara provenisse da una situazione svantaggiata socialmente e affettivamente sarebbe comunque alquanto riduttivo e deterministico sostenere questo percorso biografico di una banalità agghiacciante, degno di una psicologia monodimensionale e di una sociologia della devianza poco più che lombrosiana.

Il problema reale per Marco Bardesono, e per molti dei suoi lettori, sta nell’accettare che Mara possa essere una persona reale e “normale”, consapevole e determinata. Da sempre, ci insegna Basaglia, ciò che è diverso viene percepito come minaccia e recluso, escluso dalla società che potrebbe contaminare. Anzi aggiunge: “la ricerca nel gruppo del capro espiatorio, del membro da escludere sul quale scaricare la propria aggressività non può essere spiegata che nella volontà dell’uomo di escludere la parte di sé che gli fa paura”.

E quindi si scomodano raptus di follia per tentare di comprendere gli infanticidi, si sezionano i delitti “passionali” per dimostrare com’è che l’amore può arrivare ad uccidere e si tratteggia il profilo di un’adolescente disagiata per svuotare di significato e di legittimità l’operato di una ragazza e di un intero movimento. Che poi, diciamocelo, ha buttato giù due reti contestate nella loro legittimità e ha guadato un fiume per mettere ancora una volta un piede in quella che è stata la libera repubblica della Maddalena. Azioni prevalentemente simboliche per ribadire che il tempo passa ma la determinazione nel contrastare una grande opera inutile resiste.

Ma a far paura, di Mara, è anche che è una donna. “Mara”, tra l’altro. Anzi “Mara C.”, dice Bardesono.
Strana coincidenza, oppure idiota provocazione. “Mara C.” per tante e tanti di noi è innanzitutto un fiore, un fiore strappato un altro giorno di Giugno, in una cascina nei pressi di Acqui Terme.

“Mara C.”, strana coincidenza, fa venire in mente Mara Cagol, vigliaccamente uccisa mentre era disarmata e con le mani in alto. La storia di Mara Cagol la racconta Paola Staccioli nel suo ultimo libro “Sebben che siamo donne”, e ben descrive l’incredulità dell’Italia di fine anni ’70 davanti all’inspiegabile. “L’ha fatto per amore”, l’amore per quel Renato Curcio che lei stessa, armi in pugno, insieme ad altr* compagn*, liberò dal carcere di Casale Monferrato.

L’incredulità che tutti i titoli di giornali in tutti i decenni passati scrivevano per raccontare le tante azioni armate delle organizzazioni clandestine italiane. Lo dice nella sua introduzione Paola Staccioli che il libro nasce da una congiunzione, “anche”. “Nel commando c’era anche una donna”. Incredulità, stupore e smarrimento.

Erano da poco avvenuti, e forse non ancora digeriti, cambiamenti di costume, culturali e legislativi importanti: il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia e, solo nel 1981, l’abolizione del delitto d’onore.

Che una donna potesse avere ideali politici e fare scelte anche radicali in questo senso appariva inspiegabile ai più.

A distanza di circa 40 anni, malaguratamente, Bardesano ci racconta che poco è cambiato, specialmente se si parla di donne. Non è andato a scavare nella vita di uno dei sessantenni valsusini che si è introdotto nel cantiere ma è andato a raccontare la presunta storia di una giovane donna dal passato difficile e dalla vita inclemente.

“Lotta, donna, che è ciò che li fa incazzare” Fonte: http://www.carrodecombate.com/

Ma la storia vera di “Mara”, di tutte le Mare che negli anni hanno salito e disceso i sentieri della valle e che hanno calpestato altre centinaia di strade, con o senza cappuccio, in prima, seconda o ultima fila è roba nostra.

E’ storia nostra. E la raccontiamo con parole nostre. Parole che Mara Cagol scrive nel 1969 a sua madre e che ancora fioriscono sulle nostre labbra.

“Questa società, che violenta ogni minuto tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci o farci sentire veramente quello che siamo (ci toglie la possibilità di coltivare la famiglia, di coltivare noi stessi, le nostre esigenze, i nostri bisogni, ci reprime a livello psicologico, fisiologico, etico, ci manipola nei bisogni, nell’informazione, ecc. ecc.) ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario. […] Tuttavia esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non sfruttarle. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. […] La vita è una cosa troppo importante”.

Per questo “Mara”, e noi, eravamo su quei sentieri, eravamo a quelle reti.