E forse quel che cerco neanche c’è… – cartoline da Potosì –

Una tappa di viaggio colpevolmente dimenticata. Potosì

semenella

L’arrivo a Potosì è di mattina presto. Piove, fa freddo.

Maledico Nicco, che mi ha detto che un paio di leggins andavano bene. Siamo a 4000 metri, l’aria è rarefatta, il fiato corto. Cammino piano, in tasca le pillole magiche che mi ha dato Nicco per il soroche, il mal di altura.

Potosì è una tappa obbligata, lei è la storia della Bolivia, ai tempi Alto Perù, perché del Vicereame del Perù faceva parte.

Potosì benedetta, fonte di ricchezza, per le sue preziose miniere di argento. Potosì maledetta, per le sue crudeli miniere di argento, raccolto al prezzo della salute e della vita dagli indios e spedito ad abbellire le corti spagnole ed europee.

Eppure Potosí, la città più ricca dell’America Meridionale – vale un Potosí, si diceva – ora è decadente. Non c’è industria, non c’è lavoro, se non il commercio – nel quale i collas sono sorprendenti –…

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