Libertà, amore e fantasia

Leggendo in questi giorni il dibattito su Abbattoimuri rispetto a monogamia e poliamore ho deciso di tradurre questo articolo apparso ieri su Pikara Magazine che mi sembra centrare un punto molto importante. 

La critica radicale a un sistema di pensiero e a pratiche violente e autoritarie contribuisce a costruire discorsi che rischiano, a loro volta, di diventare normativi e normalizzanti, seppur di normalità radicale si tratti. 

Troppo spesso sento pressioni a uniformarsi a forme di liberazione valide in quanto personali perché essere liberi, secondo i parametri di un altro/a, è già meno libertà. 

A un altro post, forse, affiderò le ragioni, la storia e soprattutto la quieta realtà della mia scelta in merito a monogamia/poligamia 

Pane,amore e fantasia,60 anni fa Italia tornava al sorriso

 

Di multi-amori e poli-conflitti

Mi sono resa conto che quando iniziavo relazioni intime e di “coppia”, mi sentivo oppressa dalla categoria della monogamia esattamente come da quella del poliamore.

Sentivo che nessuna delle due aveva senso se volevo sentirmi libera, amando liberamente. E mi resi conto che la libertà era essere fedele a me stessa e alla mia essenza; amare a partire da un sentimento di calma e fiducia.

In effetti non si tratta di categorie discorsive, ma di persone, e dell’unicità dei legami che generiamo tra noi. E tutto ciò mi mette in un transito relazionale tra due poli, apparentemente opposti. Amare da un non luogo, senza riferimenti, senza proiezioni prestabilite e senza manuali di istruzioni.

Sono in un processo difficile, di accettazione. Sono scappata dall’immagine della donna sottomessa e dipendente che proiettavo attraverso lo stereotipo monogamico delle relazioni e ho elaborato un travestimento di “donna che disprezza gli uomini” e di “io ce la faccio da sola” che mi ha causato molto dolore; e, di conseguenza, io l’ho causato agli uomini con i quali ho condiviso intimità. Ho sentito nel mio stesso corpo la battaglia della militante femminista contro la principessa Disney, e non ho saputo che fare. E continuo a cercare, con alcune difficoltà, cos’è questo amore “semplicemente” libero.

Sto cominciando ad accettare che sono una persona che cerca una relazione intima con un’altra persona, uomo o donna; che sono gelosa e che la dipendenza non è necessariamente un’arma di distruzione di massa. Fino ad ora ho negato questa parte di me perché credevo che una femminista navigata, “letta” e politicizzata non può abitare spazi di debolezza e vulnerabilità.

Duro e difficile rispondere a stereotipi, qualunque essi siano.

Ho cercato di non cadere nella trappola del “si risolve tutto amando se stessi/e”; o per lo meno con me questa trappola non funziona. Mi amo, mi rispetto e mi sento così felice di ciò che sono e ho che ho una necessità enorme di condividerlo e far sì che si moltiplichi. E questo succede con tutta la gente vicina e tutta la mia rete di affetti, amplia e diversificata. E mi sembra insufficiente, ho dentro me la volontà di generare un vincolo ancora più intimo, più impegnato e sto iniziando ad accettare che questo non è dannoso, né mi fa meno femminista, né meno autonoma, né meno autosufficiente. E rileggendo quello che scrivo mi emoziono.

Negli ultimi anni ho navigato da un estremo all’altro, dal così a priori e semplice al ventaglio di modalità relazionali; ho letto libri e articoli dei/lle guru che avrebbero dovuto guidarmi ed è finita che mi sono arrabbiata. Comprendo che una funzione importante dei discorsi è generare nuovi spazi che permettano l’emergere di nuove pratiche. La categoria poliamore o amore libero ci permette di collocarci in un altro luogo, fuori dalla monogamia e ci dà aria e sostegno per (de)costruire, riflettere e fuggire in avanti.
Però penso che ci sia un lato B di elitizzazione di queste pratiche e di questi discorsi. Si convertono nel cliché al quale devono aspirare le persone politicizzate, iniziando a riprodurre un altro tipo di vincoli e spazi relazionali che, senza un lavoro personale e senza lo sviluppo di accorgimenti diventano campi minati. Sono d’accordo che in ogni tipo di apprendimento il processo di prova ed errore è potente e trasformativo; però i nostri corpi e ciò che li circonda continuano a trasudare patriarcato a iosa.

E in questo spazio di conflitto non ho incontrato nessun rifugio.

Molti/e degli/lle autori/trici che riproducono questi discorsi emancipanti, che ringrazio profondamente, lo fanno da un luogo di privilegio, perché hanno compiuto le loro funzioni sociali. Sono stati sposati/e, hanno vissuto in monogamie strette, nella loro casa con giardino, hanno fatto nascere nuove personcine e all’improvviso…boom! La fanno finita con tutto questo e si mettono a predicare il miracolo: hanno scoperto la verità!

E come la mettiamo con noi donne di 30 anni che continuiamo a essere single e vogliamo essere madri? Come ci incastriamo in tutta questa decostruzione? Qual è il nostro posto ora che il punto da cui sono partite/i queste/i autrici/tori e guru non è valido?

Non do loro la responsabilità del mio essere orfana di vincoli affettivi e sessuali, sto solo rinforzando la nostra scommessa per costruire il nostro proprio racconto, che berrà dal romanticismo classico e anche dalla necessità di acquisire potere come donne e uomini amanti.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che le mie compagne e i miei riferimenti vivono in appartamenti con i/le propri/e partner, in una modalità di monogamia decaffeinata, e qui si ferma il mio treno. Che ho fatto in tutti questi anni? Come l’ho portato male sto rifiuto frontale al patriarcato!

E non è mai tardi per prendere aria nuova, rivedere che cosa ci definisce e proclamare che iniziano nuovi tempi per la tenerezza, con me stessa, permettendomi di essere e abbracciando la mia essenza. E tenerezza con gli altri/e con cui condivido la mia vita e con i/le quali condividerò il mio letto; in questo non luogo, fuori da qualunque paradigma discorsivo caricato di istruzioni.

 

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