Cittadine/i del mondo

 

Una traduzione di un post di Maureen apparso su Proyecto Khalo un po’ di tempo fa. Un post che pone tante questioni attuali e personali. Dal ricordo dell’esperienza di un -blando – razzismo antigringxs nei mercati boliviani, alle riflesisoni, personali e collettive, sui privilegi di cui tanti/e di noi dispongono, di quanto sia difficile non già separarsene ma ancor prima metterli in discussione.
Il privilegio di essere bianchi, uomini, cisgender, eterossessuali. Infine la necessità di provare davvero a intersecare queste lotte, questi privilegi per smontarli. Riconoscerli, prima di tutto, decidere di rinunciarvi e iniziare a distruggerli. Buon lavoro e buona lettura

 

Per quelli/e che ancora non lo sanno, il mondo è diviso in due gruppi: le persone con i passaporti “buoni” ed il resto della gente; e non è affatto sorprendente che siano proprio queste persone con i passaporti fortunati ad alzare sempre la bandiera dei/lle “cittadine/i del mondo”. Provendendo per lo più da paesi ricchi, hanno il potere economico di viaggiare e quello diplomatico dei loro passaporti. Ovunque vadano nel mondo e le porte si aprono, non sentiranno mai l’umiliazione di dover fare la coda per giorni di fronte ad un’ambasciata per chiedere un visto e vederselo negato, non sentiranno mai l’umiliazione di dover rispondere a domande stupide e personali in ogni aeroporto, nè si sentiranno guardati/e con sospetto e non dovranno mai usare l’altra fila, quella dei non cittadini/e del mondo.

Vogliamo tutti/e sembrare gente “cool”, aperta e viaggiatrice, mostrando tutti i timbri che abbiamo sui nostri passaporti e mostrando le foto che ci siamo fatti/e con le persone che abbiamo incontrato, dicendo con emozione frasi banali tipo “questa gente non ha niente però è così ospitale”…ma la verità è che non tutti/e hanno la possibilità di sperimentare l’accoglienza dei popoli più svantaggiati del mondo; per questo mi piacerebbe che la gente che entra ed esce dalle frontiere facilmente come il vento dalle finestre, quelli che prendono sempre la coda più veloce per il controllo del passaporto (“solo Uk/Eu e Schengen”), si voltino e guardino la gente, generalmente con più melanina, che sta facendo lunghe code, dovendo rispondere con calma a domande nel migliore dei casi stupide, nel peggiore umilianti e razziste; perché la realtà del mondo in cui viviamo è che essere cittadini/e del mondo è una questione di privilegio piuttosto che di apertura di mentalità e di Wanderlust.

“Che viene a fare qui?” “Che ci fa qui?” “Conosce qualcuno/a?” “A casa di chi ti fermi?” “Famiglia o amici?” “Vai all’Università?” “Quale?” “Non assomigli molto alla foto.” “Metti il dito qui, ora l’altro. Spostati di lato e aspetta, abbiamo ancora qualcosa da verificare”. E’ che ci sono persone che sono più difficili da identificare… Sopportare senza lamentarsi ciò che assomiglia in tutto e per tutto a un interrogatorio di polizia è una realtà per la maggior parte dei viaggiatori/viaggiatrici.

Viaggiare senza essere bianchi/e è complicato sin dall’inizio, dalla richiesta del visto. Ovviamente ci sono persone non bianche che hanno passaporti buoni, ma se sono loro ad occuparsi del problema del visto continua ad esistere il problema del razzismo e del non essere accettati/e e non c’è niente di peggio per rovinare le vacanze.

Sono una persona nera che ama viaggiare ed ho notato che le persone con fenotipi accettati non si chiedono mai se il colore della loro pelle sarà un problema quando scelgono una destinazione di viaggio e questo è un privilegio che mi piacerebbe avere. Le persone nere sì, se lo chiedono. Io, per esempio, ho imparato viaggiando che ero nera, attraverso gli sguardi e le domande antropologiche della gente: “I tuoi capelli sembrano una spugna” – tentando di toccarli senza chiedere – “Con questo naso riesci a usare gli occhiali?” “Perché il palmo della tua mano non è dello stesso colore del resto del corpo?” “Voi avete un tipo di pelle differente”. “Davvero, non sapevo che le nere usassero il trucco!” “Hai anche la figa nera?”

Quindi adesso, prima di organizzare un viaggio, mi chiedo sempre ciò che mi aspetta. Devo dire che nella maggior parte dei viaggi che ho fatto la gente in generale era simpatica con me anche se ci sono stati momenti molto sgradevoli  in cui non mi sono sentita un essere umano ma un animale in uno zoo. Nonostante ciò mi sono resa conto che la gente era simpatica perché quasi sempre ero in compagnia di gente bianca: dato che ero l’unica scaglia di cioccolato del biscotto la mia presenza era diluita, e pure il razzismo.

Invece viaggiare con un gruppo per la maggior parte nero è un’esperienza molto differente, credetemi. Potreste averne conferma da un gruppo di miei amici del Madagascar che hanno deciso di visitare Varsavia, in Polonia; o quella collega che affittò un appartamento a Roma per passarci le vacanze con la sua famiglia. Dopo il loro arrivo i vicini chiamarono il proprietario per cacciarli, perché non volevano che questa famiglia nera portasse l’ebola nell’edificio.

Bisogna aggiungere che, in generale, le persone nere si trattano meglio quando sono in un viaggio turistico, quando non sono del paese e non sono qui per fermarsi. Un giorno stavo lavorando in Bretagna, una regione nel nord est della Francia, quando un anziano si avvicinò a me e mi chiese se fossi brasiliano. Rimasi sorpresa e chiesi perchè brasiliana; al che il signore mi rispose: “perché c’è molta gente del suo colore in Brasile”. Volevo rispondere che c’è anche tantissima gente del mio colore in Francia, e che non sono arrivati stanotte ma gli risposi solo che non ero brasiliana e continuai a lavorare. E’ perché mi aspetto reazioni di questo tipo, ed anche pegigori, che ho sempre avuto un po’ d’apprensione a lasciare il mio contesto multiculturale parigino per andare a visitare la Francia profonda.

Preferisco visitare paesi stranieri perché essere vittima di razzismo nel tuo stesso paese è molto più doloroso.

Quindi per noi, neri/e viaggiatori/trici ci sono due opzioni: rimanere a casa per mantenere la nostra salute mentale e la nostra autostima di essere umani o andare a visitare il mondo ed essere pronti a ricevere schiaffi.

Non è che mi piaccia prender schiaffi (né nel senso letterale né figurato) però non riesco a considerare la prima opzione perchè il mondo è anche mio e voglio vederlo. Sono contenta di vedere che non sono l’unica che la pensa così e che giovani neri/e abbiamo preso l’iniziativa per spronare le persone nere a viaggiare- Come nel caso di Zim Ugochukwu, creatrice del concetto di “Viaggio Nero”. In internet fioriscono anche blog e piattaforme, spesso dedicate a donne nere per scambiarsi idee sui viaggi, raccontarsi esperienze, condividere foto…tutto con l’obiettivo di spingere le persone nere ed alleviare la loro frustrazione a viaggiare.

L’unica cosa che posso obiettare è che queste iniziative sono quasi tutte statunitensi. Quando viaggio mi chiedono sempre se sono degli Stati Uniti. Essere afroamericano vuol dire portarsi dietro il prestigio legato alla potenza politica, economica e culturale di quel paese, prestigio di cui non beneficiano gli altri discendenti africani/e e men che meno gli africani/e. Quando rispondo che sono francese non mi crede nessuno perché evidentemente nessuno sa che ci sono neri/e in Francia e quando dico che sono della Costa d’Avorio nemmeno mi credono, perché sembra che tutti/e i/le africani/e siano troppo poveri per poter viaggiare.

Mi piacerebbe che queste iniziative si moltiplicassero tra i popoli del contintente africano e che dalla loro diaspora nel mondo si rendano conto di quanto siamo diversi/e e interessanti.

Anche noi vogliamo essere cittadine/i del mondo.

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