Decolonizzare ancora un po’. Sull’inaugurazione della statua di Juana Azurduy

E’ stata inaugurata ieri, a Buenos Aires un’enorme statua di Juana Azurduy, eroina dell’indipendenza boliviana.

La statua, del peso di 25 tonnellate ed alta 12 metri sostituisce quella di Cristoforo Colombo. “A tutte le donne che lottano per la propria liberazione, questo è un modo di decolonizzarci da una dominazione”, dice Evo dal sontuoso palco di inaugurazione.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/07/16/foto/argentina_morales_e_la_kirchner-119174968/1/#1

E poi a firmare accordi per il commercio e la sicurezza delle frontiere, quelle stesse frontiere che significano spesso, per i boliviani, stigma ed esclusione.

Evo e Cristina sono un simbolo, soprattutto a guardarli dal Vecchio mondo, che è sicuramente meno rassicurante ma non è uno sguardo ideologico quello che si meritano, nè loro nè tantomeno i loro popoli.

E alla voce dei loro popoli, in questo caso nelle vesti di Mariana Gómez, ricercatrice del CONICET e Florencia Trentini, dottoressa in Scienze Antropologiche, è necessario dare spazio. Per questo è stato tradotto quest’articolo a firma delle due studiose apparso su notas.org.ar

Buona lettura

Polemica indigena per l’inaugurazione del monumento di Juana Azurduy

Mercoledì è stata inaugurata la statua di Juana Azurduy, dietro la Casa Rosada. dove precedentemente era situata la figura di Cristoforo Colombo. Un fatto che, tra le altre cose, ha significato dibattiti, polemiche e diverse posizioni di diverse organizzazioni indigene.

Tre anni fa il governo nazionale annuncià che la statua di Cristoforo Colombo sarebbe stata sostituita con quella di Juana Azurduy. Questo scatenò una forte polemica con il governo della città di Buenos Aires che lo riteneva un intervento illeggitimo del governo nazionale sul patrimonio e sullo spazio pubblico della città. A metà del 2014 si giunse ad un accordo perchè la statua fosse trasferita alla Costanera Norte.

Sicuramente, al di là delle dispute riguardo alla giurisdizione, le figure di Colombo e di Azurduy rappresentano una contesa simbolica. Il primo è chiaramente legato alla conquista ed al genocidio sui Popoli Originari, mentre la seconda è associata alle lotte per l’indipendenza della Nostra America. Quindi, simbolicamente, non è la stessa cosa che l’una o l’altra siano posizionate accanto alla Casa Rosada.

Il monumento è stato donato dalla Bolivia (un milione di dollari) e per questo motivo l’inaugurazione si è svolta durante la breve visita di Evo Morales nel nostro paese, dove sono stati firmati una serie di accordi e di negoziazioni in materia di cooperazione energetica e dove si sta svolgendo la “Festa dell’Integrazione”, che continuerà fino a Sabato 18, con la presenza di vari artisti musicali, una sfilata delle comunità latinoamericane e una fiera delle culture.

L’idea di rimpiazzare Cristoforo Colombo con Azurduy è stata interpretata in diversi modi da parte di diverse organizzazioni indigene. Nel 2013, quando fu annunciato il trasferimento del monumento a Colombo, l’ENOTPO (Incontro nazionale delle organizzazioni territoriali dei popoli originari), legato al governo, dichiarò attraverso un comunicato che appoggiava la decisione della presidenta, perchè la figura di Colombo rappresentava il genocidio e lo sterminio etnico dei Popoli Originari. E considerava questo passo come un passo in più verso uno stato plurinazionale.

Nel comunicato si sosteneva che “è fondamentale rivedere il cammino della colonizzazione in termini materiali e simbolici. Il patrimonio statale non è un’eredità immanente del passato, bensì attraverso di esso si costruisce e ricostruisce politicamente la storia del nostro popolo. E’ per questo che è importante togliere i quadri dei perpetratori di genocidi e non considerare come un momumento Colombo”.

D’altra parte, di fronte all’inaugurazione anche la Confederazione Mapuche di Neuquén ha diffuso un comunicato dal titolo “Pane e circo nella Casa Rosada, dedicato a noi Popoli Indigeni”, nel quale denunciano che ci sono autobus e biglietti aerei per portare rappresentanti delle comunità a questa “festa popolare”, per “applaudire acriticamente ciò che accadrà in essa”.

Per la Confederazione, questa è un altro dei “numerosi atti simbolici e retorici, carichi di demagogia e rassegnazione”. Quindi sostengono che “questa volta ci renderanno parte di una celebrazione, mentre la situazione di saccheggio ed espulsione dai territori comunitari non si arresta. Come prova di questa situazione più di un contingente passerà di fronte all’accampamento Qopiwini nell’Avenida 9 de Julio y Avenida de Mayo, come crudele mostra di questo intento di nascondere il sole con le mani”.

Al tempo stesso sostengono che “la politica statale di non riconoscere la nostra pre-esistenza come nazioni originarie, fino al punto che alla stessa Juana Azurduy sottraggono la sua origine indigena e la mostrano come un’eroina dell’Alto Perù o come una valorosa guerrigliera boliviana. E’ che il “crogiolo di razze”, nazionale e popolare, è un argomento forte per amalgamare tutte le differenze e annegare nel “mestizaje” più di 30 popoli nazione che reclamano diritti rispetto alle loro identità e ricchezze culturali.

Qopiwini, l’organizzazione che da cinque mesi porta avanti l’accampamento in Avenida de Mayo y 9 de Julio, chiedendo che vengano rispettati i diritti umani ed i diritti collettivi dei Popoli Indigeni, ha convocato, dal canto suo, una marcia diretta verso l’inaugurazione per consegnare al presidente Evo Morales una lettera e per invitarlo a visitare l’accampamento e che sia messo al corrente delle rivendicazioni che i diversi Popoli Originari portano avanti nei confronti del governo nazionale.

Queste diverse posizioni possono sembrare contradditorie ma si fondano sulle politiche attuali riguardo ai Popoli originari del nostro paese e alle diverse modalità in cui le organizzazioni indigene si posizionano rispetto ad esse (accettandole, rifiutandole, negoziandole).

Da un lato, la statua di Juana Azurduy nel patio posteriore della Casa Rosada ha una carica simbolica specifica, motivo per cui non celebrare questo cambiamento significherebbe non riconoscere che una figura che rappresenta le donne latinoamericane luchadoras che lottarono per l’indipendenza dei nostri popoli simboleggia qualcosa di completamente differente rispetto alla figura più rappresentativo del genocidio che è stata “la conquista” dell’America.

Senza dubbio, a pochi metri da dove oggi si inaugura questa nuova statua si trova ancora in piede e ben ferma la statua di Julio Argentino Roca, simbolo del genocidio su cui si è fonda questa nazione. Anni fa lo storico Osvaldo Bayer ha provato, senza successo, a sostituirlo con la figura della “donna originaria”.

Al tempo stesso è impossibile negare che questo atto simbolico avviente mentre molti rappresentanti indigeni si trovano nelle maglie del sistema giudiziario, mentre un cacique è prigionero a Tucumàn per aver difeso il suo territorio, mentre i qom, pilagà, wichi e nivaclè presidiano accampati da cinque mesi denunciando ciò che accade nella provincia di Formosa, solo per nominare alcuni episodi specifici che esemplificano la violenza che i Popoli Originari soffrono nel nostro paese quando si mettono a lottare per difendere i proprio territori e a reclamare i propri diritti.

Certamente smettere di considerare monumenti o togliere quadri di gente che ha commesso genocidi non è poco. Però, se qualcosa abbiamo imparato da questo governo in tema di diritti umani è che il livello simbolico deve essere accompagnato da politiche concrete di riparazione e di riconoscimento delle violenze e dei genocidi perpetrati dallo stato nel corso della storia.

Mariana Gómez, doctora en ciencias Antropológicas e investigadora del CONICET

Florencia Trentini, doctora en ciencias Antropológicas – @flortrentini

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