La guerra di “Mara”

“Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita”

“Mara” combatte, su questo siamo d’accordo. “Mara” combatte innanzitutto le bugie e le parole vuote di un giornalismo sempre più incapace di fare informazione e sempre più avvezzo a cifre scandalistiche.

Ma il taglio dell’articolo del Corriere è lo stesso di quello utilizzato per i vip in vacanza a Porto Cervo o per l’ultima strage di una dimenticata provincia.

La vera storia di una black-block, però, forse dovreste lasciare raccontarla a noi. Noi che eravamo lì con lei, con o senza cappucci, in prima, seconda o ultima fila.

Fonte: https://laburla.wordpress.com

E allora ve la racconto io la storia di Mara. E di Laura, Antonella, Veronica, Anna. E poi ancora quella di Luca, Stefano, Angelo, Pasquale. Mettetevi comod* che ci metterò un po’. Perché eravamo in 1500 (secondo la questura) per le strade della Valsusa e molt* di più, e spesso divers*, siamo stati a Roma, a Milano, a Cremona.

Mara è banalmente una di noi. Ha 19 anni e vive come può, oppure è una studentessa modello, oppure di anni ne ha 30 e qualcosa, ed ha un figlio o forse un cane. Mara fa l’avvocato oppure il medico, oppure la bibliotecaria. Oppure la ricercatrice all’estero oppure la precaria in Italia. Mara lavora nel sociale con uno stipendio da fame ed un contratto a tre mesi. Mara, di sicuro, non fa la giornalista per un quotidiano che su quelle strade nemmeno abbiamo visto. Mara, se frequentasse l’università, sarebbe probabilmente duramente punita se inventasse di sana pianta un’intervista per il suo esame di Sociologia.

La “Mara” di Marco Bardesono è una disagiata, orfana, pochi soldi in tasca quando prende il suo primo treno verso la Capitale, dove vive come può. Un incipit frequente dei romanzetti ad uso personale che scrivevo quando avevo 12 anni e sognavo di diventare grande e conoscere il mondo. Con estrema vergogna, però, poi ho buttato quei rozzi tentativi narrativi. Bardesono non ha seguito, malaguratamente, il mio esempio.

Che poi se anche fosse che Mara provenisse da una situazione svantaggiata socialmente e affettivamente sarebbe comunque alquanto riduttivo e deterministico sostenere questo percorso biografico di una banalità agghiacciante, degno di una psicologia monodimensionale e di una sociologia della devianza poco più che lombrosiana.

Il problema reale per Marco Bardesono, e per molti dei suoi lettori, sta nell’accettare che Mara possa essere una persona reale e “normale”, consapevole e determinata. Da sempre, ci insegna Basaglia, ciò che è diverso viene percepito come minaccia e recluso, escluso dalla società che potrebbe contaminare. Anzi aggiunge: “la ricerca nel gruppo del capro espiatorio, del membro da escludere sul quale scaricare la propria aggressività non può essere spiegata che nella volontà dell’uomo di escludere la parte di sé che gli fa paura”.

E quindi si scomodano raptus di follia per tentare di comprendere gli infanticidi, si sezionano i delitti “passionali” per dimostrare com’è che l’amore può arrivare ad uccidere e si tratteggia il profilo di un’adolescente disagiata per svuotare di significato e di legittimità l’operato di una ragazza e di un intero movimento. Che poi, diciamocelo, ha buttato giù due reti contestate nella loro legittimità e ha guadato un fiume per mettere ancora una volta un piede in quella che è stata la libera repubblica della Maddalena. Azioni prevalentemente simboliche per ribadire che il tempo passa ma la determinazione nel contrastare una grande opera inutile resiste.

Ma a far paura, di Mara, è anche che è una donna. “Mara”, tra l’altro. Anzi “Mara C.”, dice Bardesono.
Strana coincidenza, oppure idiota provocazione. “Mara C.” per tante e tanti di noi è innanzitutto un fiore, un fiore strappato un altro giorno di Giugno, in una cascina nei pressi di Acqui Terme.

“Mara C.”, strana coincidenza, fa venire in mente Mara Cagol, vigliaccamente uccisa mentre era disarmata e con le mani in alto. La storia di Mara Cagol la racconta Paola Staccioli nel suo ultimo libro “Sebben che siamo donne”, e ben descrive l’incredulità dell’Italia di fine anni ’70 davanti all’inspiegabile. “L’ha fatto per amore”, l’amore per quel Renato Curcio che lei stessa, armi in pugno, insieme ad altr* compagn*, liberò dal carcere di Casale Monferrato.

L’incredulità che tutti i titoli di giornali in tutti i decenni passati scrivevano per raccontare le tante azioni armate delle organizzazioni clandestine italiane. Lo dice nella sua introduzione Paola Staccioli che il libro nasce da una congiunzione, “anche”. “Nel commando c’era anche una donna”. Incredulità, stupore e smarrimento.

Erano da poco avvenuti, e forse non ancora digeriti, cambiamenti di costume, culturali e legislativi importanti: il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia e, solo nel 1981, l’abolizione del delitto d’onore.

Che una donna potesse avere ideali politici e fare scelte anche radicali in questo senso appariva inspiegabile ai più.

A distanza di circa 40 anni, malaguratamente, Bardesano ci racconta che poco è cambiato, specialmente se si parla di donne. Non è andato a scavare nella vita di uno dei sessantenni valsusini che si è introdotto nel cantiere ma è andato a raccontare la presunta storia di una giovane donna dal passato difficile e dalla vita inclemente.

“Lotta, donna, che è ciò che li fa incazzare” Fonte: http://www.carrodecombate.com/

Ma la storia vera di “Mara”, di tutte le Mare che negli anni hanno salito e disceso i sentieri della valle e che hanno calpestato altre centinaia di strade, con o senza cappuccio, in prima, seconda o ultima fila è roba nostra.

E’ storia nostra. E la raccontiamo con parole nostre. Parole che Mara Cagol scrive nel 1969 a sua madre e che ancora fioriscono sulle nostre labbra.

“Questa società, che violenta ogni minuto tutti noi, togliendoci ogni cosa che possa in qualche modo emanciparci o farci sentire veramente quello che siamo (ci toglie la possibilità di coltivare la famiglia, di coltivare noi stessi, le nostre esigenze, i nostri bisogni, ci reprime a livello psicologico, fisiologico, etico, ci manipola nei bisogni, nell’informazione, ecc. ecc.) ha estremo bisogno di essere trasformata da un profondo processo rivoluzionario. […] Tuttavia esistono moltissime condizioni oggi per trasformare questa società e sarebbe criminale (verso l’umanità) non sfruttarle. Tutto ciò che è possibile fare per combattere questo sistema è dovere farlo, perché questo io credo sia il senso profondo della nostra vita. […] La vita è una cosa troppo importante”.

Per questo “Mara”, e noi, eravamo su quei sentieri, eravamo a quelle reti.

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