L’amore ai tempi del Reader’s Digest

Mi sono imbattuta per la prima volta nella storia di Elizabeth Barret Browning da bambina, quando inquieta e curiosa mettevo mani ovunque, trovando chissà dove vecchi libri di un nonno mai conosciuto. Era abbonato al Reader’s Digest, una rivista mensile nordamericana poi tradotta in molte lingue, che ogni tanto pubblicava anche dei libri con racconti di vario genere. Il tema principale era il dramma e la commozione; storie sulla prima trasfusione di sangue della storia, sul terremoto che incendiò San Francisco nel 1906 o dell’uomo che rimase otto giorni seppellito sotto una valanga.

Elizabeth Barret Browning era lì, in mezzo ad avventure tragiche e a romantiche storie di amore, era lì, “stesa sul divano d’una camera al primo piano di Wimpole Street”. Il racconto, breve e desueto, nel lessico e nella cultura che esprime, la descrive come una zitella dalla salute fragile e dall’animo rassegnato. Una nota e stimata poetessa, senza dubbio, devota, o forse sarebbe meglio dire succube, di un padre despota. Remissiva aveva accettato tutte le sue imposizioni e si era rifugiata nella sua prigione di cristallo a scrivere poesie ed aspettare la morte.

Inattesa, nel Gennaio del 1845 arriva nella casa di Londra, dalla quale non usciva più per via della malattia che le aveva colpito polmoni e spina dorsale all’età di quindici anni, una lettera di un ancora poco conosciuto Robert Barrett, poeta anch’egli.

Elizabeth Barring e Rober Browning – Fonte wikimedia.org

Con il compassato linguaggio consentito dall’epoca vittoriana in cui vivevano, i due si scrissero per circa un anno, per un totale di 573 lettere d’amore. Nell’anno in cui durò la loro corrispondenza Elizabeth riprese poco alla volta le forze, iniziò ad alzarsi dal divano, a scendere al piano di sotto della sua abitazione e ad incontrare l’innamorato poeta. Arrivò in estate perfino ad uscire di casa e ad andare a passeggiare al Regent’s Park.

Il 10 Settembre scrive a Robert Browning: “Questa sera è stato emesso un decreto”. Il padre ha deciso che è il momento di abbandonare la casa di Wimpole Street perché possano essere eseguiti lavori di ammodernamento. In gran fretta Robert la convince e prepara il matrimonio; Elizabeth esce di casa con la sua cameriera Wilson il 12 Settembre con la scusa di andare a far visita ad un’amica e raggiunge la Chiesa dove l’attende Robert. Per strada si sente male, la cameriera è costretta a comprare i sali in una vicina farmacia. Rientra a casa spossata quella sera Elizabeth, ormai Barret Browning. Una settimana dopo, il 19 Settembre, Elizabeth, recuperate le forze, scende per l’ultima volta le scale della casa di Wimpole Street. Gli anni in cui viaggiano per l’Europa – Parigi, Pisa, Venezia, Firenze, Roma – sono i più felici per la coppia che ha anche un bambino, Pen.

Elizabeth muore nel 1861 a Firenze, in seguito ad un’ultima fatale bronchite, tra le braccia di Robert Browning a cui aveva consegnato, poco tempo prima, una raccolta di poesie che vennero poi pubblicate con il titolo “Sonetti dal Portoghese”.

Il racconto terminava con una poesia di Elizabeth Barret Browning, “la più bella poesia d’amore che sia mai stata scritta da una donna in inglese”, concludono gli autori del saggio.

Quella poesia, a distanza di una quindicina d’anni, è ancora impressa nella mia memoria ed ogni tanto torna a trovarmi. Nessun amore me ne è parso mai all’altezza forse perché solo all’amore, incorporeo e senza volto può essere dedicata.

L’ho recitata, con profondo imbarazzo, una domenica mattina di ritorno da qualcosa che pur non essendo amore ne ricordava, dopo tanto tempo, il profumo. Il sole aveva spinto le mie interlocutrici a passeggiate nei cimiteri monumentali ed io raccontavo del Cimitero degli Inglesi di Firenze, dove Elizabeth Barret Browning è seppellita e della sua storia di amore e morte, per complicità all’argomento “cimiteri”.

La tomba di Elizabeth Barrett Browning al Cimitero degli Inglesi, Firenze. Fonte: Tursimoletterario.com

Torno nella casa in cui sono stata bambina con il proposito di ricercare quei libri, quella storia, la mia storia dentro quella storia. Ma prima mi imbatto in un altro libro. Una raccolta di lettere d’amore, da Enrico VIII a Napoleone, da Garibaldi a Foscolo, e così via. Al suo interno, ovviamente, una lettera di Elizabeth a Robert Browning. Ritrovo il libro, ormai spaginato e ingiallito e rileggo il racconto. Lo scopro intriso di morale dell’Italia degli anni ’60 (l’edizione è del ’63) e mi domando quanto queste letture mi siano poi rimaste dentro e quanto per fortuna il percorso successivo sia riuscito a scardinarle.

Sulle labbra, però, ancora un lieve sapore amaro di delusione. Io forse dell’amore non ci ho ancora capito nulla, se non la necessità di ricoprirlo di teorie effimere e in fin dei conti inutili. Nauseata dal compassato e gelido mondo vittoriano e indispettita da quello costringente del Dopoguerra cerco ancora. E’ una ricerca spossante, anche quando solo teorica e letteraria. Infruttuosa e quindi deludente.

Cerco parole che siano risposte e riposo. E senza un motivo apparente torno a parole che ho ancora solo sfogliato, che non ho ancora davvero capito, sentito. A parte una frase, che mi ha rapito all’istante.

“Che io incontri la bellezza per un secondo o per cent’anni è del tutto indifferente. Non solo la beatitudine si trova al di fuori del tempo, ma essa nega anche ogni relazione tra il tempo e la vita”.

Quando l’amore è un istante senza domande, è poesia che sospende il tempo. Quando l’amore è il senso ed è l’assenza del bisogno. Per ognuno di questi istanti, ad ogni sfumatura che essi prendono nella quieta frenesia dei giorni. Per ogni forma di amore e per ogni forma di bellezza. Per ogni istante senza tempo e per ogni emozione senza nome.

Come t’amo – Elizabeth Barrett Browning

Come t’amo? Lascia che ne conti i modi.
T’amo con la profondità con la vastità e l’altezza che l’anima mia può attingere
quando mi sento smarrita oltre i confini dell’Essere e della Grazia ideale.
E così t’amo, nelle più piccole cose d’ogni giorno, alla luce del sole e a quella delle candele.
T’amo liberamente come gli uomini che lottano per la Giustizia;
e puramente come quelli che rifuggono la lode.
T’amo con la passione che ponevo un tempo nelle pene e con la fede della fanciullezza.
T’amo con quell’amore che mi pareva perdere, con i santi che ho perduto
T’amo con il respiro,, i sorrisi, le lacrime di tutta la mia vita!
se Dio vorrà, T’amerò ancor di più dopo la morte.

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