La cultura dello stupro e la roulette russa delle donne

Certi sabati mattina iniziano con una bottiglia d’acqua accanto, la testa pesante e la sensazione che uno in meno si poteva berne. Ma ci si distrae facilmente, una festa di compleanno, poca gente conosciuta, e così un po’ alla volta si fa amicizia, ci si scioglie, ci si avvicina. Capita pure di avvicinarsi molto con qualcuno, è pur sempre primavera, c’è il sole e c’è spazio, finalmente, per pensarsi di nuovo. E quindi ci si lascia andare, senza troppi pensieri, si parla, si cerca e si trova il contatto fisico e tutte quelle cose là. Ma intanto è già tardi, e la voglia prevalente è quella di stare da sola, di dormire, di fare domani le cose che non riesco a fare mai, leggere mail e notizie arretrate, scrivere. E quindi tanti saluti, magari alla prossima -e chi può dirlo! – ed a casa mi porto un’amica.

Semplice. Banale. Come il risveglio con la bottiglia d’acqua accanto e la testa pesante. Pesa, però, pure un pensiero. Che qualche settimana fa una donna è uscita a fare un aperitivo e non ha potuto scegliere il risveglio che voleva, fatto di una bottiglia d’acqua, la testa pesante e qualche “uno di meno potevo pure berne”, oppure di qualche ora in più a letto a ricordare pezzi della serata, a ridere di sé e degli incontri, e magari chiamare chi era con lei per sapere com’era andato il loro risveglio, o in alcuni casi, il loro ritorno a casa.

Ieri mi è successa una cosa banale. Ho salutato e sono andata via. Ad un’altra donna pochi giorni fa, poco distante da me, non è stato concesso. E’ stata violentata da un “frequentatore di bar con cui aveva condiviso qualche bicchiere”. Così dice il testo della convocazione del corteo. Non si sa molto altro di lei e in effetti poco importa. Potrebbe essere una giovanissima studentessa o una donna che lavora, una madre, una persona solare oppure introversa; potrebbe avere le gambe lunghe e una minigonna oppure una cresta punk e il culo grosso. Davvero non importa. Anche se spesso ci fanno credere il contrario. Quando una donna viene stuprata prima di tutto si iniziano a fare domande, bisogna capire com’è questa donna, forse è troppo bella, o troppo socievole, o forse troppo provocante nel modo di vestire o di affrontare gli uomini; potrebbe essere troppo spregiudicata o semplicemente fuori luogo, dove per fuori luogo intendo proprio che certi spazi e tempi sono preclusi alle donne, in quanto donne, e infilarcisi comunque significa in qualche modo prepararsi ad una tragedia annunciata. Oppure è andata troppo oltre, ormai si è esposta e non può cambiare idea, che qualcuno c’aveva fatto la bocca, come se un sì o un forse non fosse più revocabile, come se una volta pensato di averne voglia non si possa più dire che forse ci si era sbagliate, che in realtà da più vicino non mi piaci più così tanto, sei più brutto, più viscido e puzzi pure un po’.

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Lo stupro entra nella vita delle donne prestissimo. Ti mettono in guardia che sei ancora un po’ bambina, non ti devi fidare, ogni uomo è un potenziale stupratore e la strategia che si impara è di evitare le situazioni di pericolo. Occhio agli autobus di notte, vietato tornare a casa da sola nel buio della notte, vietatissimo l’autostop. E in tempi moderni, molta attenzione con il couchsurfing, con il car-sharing e con tutte quelle situazioni in cui ti trovi ad essere da sola con un uomo senza possibilità di chiedere l’intervento di qualcuno. Perché so lo sanno pure i muri che non si fa, che stai sfidando la sorte, che per una donna è sempre un po’ una roulette russa. O te ne tiri fuori, o giochi.

Ci sono due cose però. Innanzitutto, non è responsabilità mia. Non sono io che devo prevenire il possibile tentativo di stupro evitando di fare cose che potrebbero mettermi in pericolo. A nessuno deve nemmeno per sbaglio saltare in testa che mi può toccare se non ho chiaramente detto di sì. Nonostante ciò basta un attimo, a qualunque donna, per rievocare quel senso di paura e pericolo che mille volte ha provato quando tutta la loro identità, la loro storia, le loro passioni, ideali, ricordi, relazioni venivano annullate dal fatto di essere…Donna. Un bersaglio luminoso per combattimenti notturni.

L’altra cosa è che quella paura ce la teniamo. Camille Paglia, citata da Virginie Despentes, diceva che lo stupro “è un rischio inevitabile, è un rischio che le donne devono mettere in conto ed accettare di correre se vogliono uscire di casa e circolare liberamente. Se ti succede alzati, dust yourself e passa ad altro”. E questo cambia tutto.

Sì, abbiamo accettato di giocare alla roulette russa. Sì, abbiamo scelto di fare certi tipi di vite, abbiamo scelto di frequentare luoghi e tempi in cui rischiamo di essere stuprare.

Ma abbiamo pure capito che di questo stupro non saremo vittime silenziose.

Perché la violenza dello stupro prosegue pure dopo. Se giochi alla roulette russa, e parte il colpo, non devi dirlo a nessuno. Tu hai accettato di giocare, tua la colpa di quello che ti è successo, tuo lo scheletro nell’armadio che d’ora in poi t’accollerai, tuo il dolore, il trauma e la vergogna. “Poststupro il solo comportamento tollerato consiste nel rivolgere la violenza contro se stesse. Aumentare di venti chili, per esempio. Uscire dal mercato del sesso, dato che si è state sciupate, sottrarsi da sole al desiderio”.

La violenza non può essere rivolta verso l’esterno, verso l’aggressore, continua Despentes. “Un’impresa politica ancestrale, implacabile, insegna alle donne a non difendersi. […] Farci sapere che non c’è niente di più grave e  nello stesso tempo che non dobbiamo né difenderci né vendicarci. Soffrire e non poter fare nient’altro. E’ Damocle fra le cosce”.

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Lo stupro dice che l’uomo non può dominare il suo desiderio, che la donna è colpevole di suscitarlo in lui. Lo stupro dice che il potere è nel corpo dell’uomo, che prevarica, umilia e sovrasta quello della donna.

E’ per questo che allo stupro non possono rispondere solo le donne, è per questo che di stupro si deve parlare con gli uomini. Un sacco di tempo fa ho letto un bell’articolo, tradotto da Slavina ma scritto da un uomo che descriveva la cultura dello stupro ed andava oltre, proponendo piccoli, banali “esercizi” agli uomini, che proponeva di riflettere e cambiare abitudini e comportamenti nella vita quotidiana.

Questo non vuol dire delegare agli uomini anche la reazione alla violenza che essi stessi procurano, ma coinvolgerli perché solo in questo modo si può combattere.

Coinvolgerli perché oltre alla cultura dello stupro esiste una cultura del potere e della sottomissione, che è talmente dentro di noi, tutte e tutti, da non risparmiare relazioni, personali e politiche, che è presente anche nei luoghi in cui spereremmo di essercene liberate/i. E ce ne libereremo davvero solo quando diventerà un’urgenza anche per gli uomini, in primis per in nostri compagni.

E’ per questo che spero di vederne tanti, questo pomeriggio, al corteo contro la violenza sulle donne.

Il testo dell’appello qui

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One thought on “La cultura dello stupro e la roulette russa delle donne

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