La luna, il dito e il degrado di via Artom. Sulla fiaccolata di Mirafiori.

Sotto un cielo grigio, che solo per qualche ora smette di mandare pioggia, si è svolta a Torino la fiaccolata del comitato “Riprendiamoci il quartiere”. Il quartiere in questione è Mirafiori, quartiere operaio, nato per accogliere gli immigrati che dal Meridione e dal Veneto venivano a cercare lavoro, e trovavano l’alienazione della fabbrica e del quartiere dormitorio.

Mirafiori è sempre stato un quartiere difficile e tale si mantiene, nonostante la riqualificazione tentata per le Olimpiadi del 2006. Alla migrazione interna si è aggiunta, negli anni, la migrazione extracomunitaria ed i rom, spinti verso le periferie, relegati alla marginalità, condannati all’abitare i nonluoghi, dove niente rimane delle relazioni, della storia, delle identità.

Sono proprio i rom ad attirarsi le ire di (alcuni dei) residenti del quartiere, sono loro il principale simbolo del “degrado” che si vorrebbe combattere. Le accuse sono le più classiche, quelle di essere ladri e sporchi. Ci si potrebbe soffermare a lungo sull’economia rom, su come le società industriali abbiano reso superflue quelle che sono state le loro occupazioni tipiche, sulla difficoltà oggettiva di trovare lavoro per una delle etnie maggiormente stigmatizzate, in un paese dove il tasso di disoccupazione è il più alto da quando questo stesso, controverso, stato nazione esiste; allo stesso modo ci si potrebbe fermarsi a discutere di come si faccia a non essere sporchi se viene impedito il basilare diritto ad un tetto che non sia una baracca o un campo sorvegliato 24 ore su 24, di come anche gli stessi campi, riconosciuti ufficialmente come “slums”, baraccopoli, vengano istituiti coscientemente lontani da qualunque tipo di servizio, in luoghi malsani ed insalubri, luoghi che li condannano ad un’aspettativa media di vita di 47 anni. Il degrado di cui sono accusati i rom è di fare i loro bisogni in strada, e mentre li si accusa si guarda il dito e non la luna, come non accorgersi del degrado di una società che non garantisce nemmeno i servizi igienici ai suoi cittadini? Cittadini, non una parola a caso, perché oltre la metà dei rom che vivono in Italia hanno cittadinanza italiana. Non è il caso, questo è vero, dei rom di Mirafiori, che sono bosniaci, rifugiatisi in Italia dopo la guerra. Ad essere puntigliosi, la maggior parte dei rom che provengono dai paesi balcanici era cittadina della Repubblica Jugoslava, fatto che inceppa la rigida legislazione che regola le migrazioni; e così chi vuole e difende le frontiere non sa come rimpatriare chi proviene da uno stato che non esiste più.
Ancora, si potrebbe parlare dei progetti di integrazione, connessi innanzitutto alla scolarizzazione dei minori, in un paese dove l’istruzione gratuita ed il diritto allo studio sono in via di smantellamento da decenni, ma che torna ad essere imprescindibile se si tratta di rom. Che devono andare a scuola, non importa quanto lontano sia il campo o quanti sgomberi debbano subire in un anno scolastico. Intanto chi ne giova sono le associazioni, che a suon di progetti e fondi europei per l’integrazione si autosostentano e si garantiscono la propria sopravvivenza.

Di questo, si diceva, si potrebbe parlare. Ma in realtà il comitato di quartiere costringe a parlare di altro. Costringe a parlare dei processi di esclusione che ne stanno alla base, delle condizioni economiche e sociali che li causano e, soprattutto, delle risposte collettive che si potrebbero e dovrebbero dare.

Franco Basaglia si è occupato di una forma di esclusione diversa nella sua manifestazione ma simile nei sentimenti che generava e per i processi da cui era generata: la malattia mentale.

“Ogni società”, dice Basaglia, “la cui struttura sia basata su differenze strutturali, di classe e su sistemi competitivi, crea in sé aree di compenso alle proprie contraddizioni interne, nelle quali concretare la necessità di negare o di fissare in una oggettualizzazione una parte della propria soggettività”.

Questo è quanto accade agli internati degli ospedali psichiatrici, questo è ciò che accade ai rom di via Artom, agli immigrati. I manicomi, come i campi rom, sorgono nelle periferie, lontani ed invisibili, ricovero perfetto per l’aggressività, le violenze e le paure di chi li esclude.

La fiaccolata di via Artom non è un’iniziativa fascista, perché non sono i militanti fascisti a prendere l’iniziativa, benché non si lascino certo sfuggire l’occasione di aggregare intorno a sé il malcontento che pure serpeggia nei quartieri popolari in tempi di crisi. Il sentimento razzista che serpeggia è quello di chi vive le conseguenze senza comprendere le cause, di chi non conosce via d’uscita che non sia individuale alla propria personale crisi economica, è la mancanza di un’identità condivisa che permette di sapere chi si è, con chi allearsi e chi combattere. Se esiste la malattia mentale in questa società è perché questa stessa società è parte delle cause della malattia mentale, se esiste il “degrado” è perché questa stessa società lo produce, questo stesso sistema ha bisogno di quel “degrado” per continuare ad esistere. Quel “degrado” che, a conti fatti, non è altro che povertà, assenza di distribuzione della ricchezza, bisogni e diritti non garantiti. Questo bisognerebbe tornare a dire a chi si indigna per il “degrado”, che il “degrado” è prodotto inevitabile di questo sistema economico, ed è questo sistema economico che va combattuto e rovesciato.

Tra di noi, sottovoce ma costantemente, invece bisognerebbe chiedersi che fare. Perché il corteo che ostacola la fiaccolata non può bastare. Perché studiamo in centro, viviamo vicini al centro ed usciamo in centro, frequentiamo solo quelli che sono come noi. E intanto ci allontaniamo da chi è come noi, da chi, a volte più di noi, subisce questo sistema. E quando si sente solo, arrabbiato o rassegnato non ha altro sfogo che la retorica fascista, grillina o forconiana. La casta, la classe politica, le tasse, gli immigrati, l’Europa, i rom, il “degrado”.

I rom ed il “degrado” di via Artom sono un comodo capro espiatorio. La fiaccolata di via Artom è la possibilità di scaricare violenza ed aggressività su chi è più debole. Ma l’esclusione, dice ancora Basaglia, “il ritenersi in diritto di tagliar fuori dal proprio orizzonte un gruppo in cui localizzare il male del mondo, non può essere considerata alla stregua di un’opinione personale, accettabile quanto un’altra. Essa investe il modo globale dell’essere al mondo, è una presa di posizione generale: la scelta di un mondo manicheo dove la parte del male è sempre recitata dall’altro, dall’escluso”. E questo, anche senza accorgersene, è fascismo.

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