Un posto solo per sé

Qualche giorno fa, per caso, ho iniziato a leggere questo articolo di Leyla Vahedi. Leyla è una delle “pagine” di “Carta Straccia”, associazione di giovani donne che si occupa di promozione della cultura, sia essa cartacea, musicale, plastica o teatrale. A “Carta Straccia” sono affezionata, pur senza averla mai vissuta, come all’amica lontana ma presente che me l’ha fatta conoscere.

Leggere questo articolo è stato come assaporare il proprio piatto preferito, anzi l’ultimo boccone di una rara delizia; come quelle serate, o quei viaggi che lasciano un retrogusto preciso sulle labbra, che si sciolgono e moltiplicano in mille echi.
L’ho letto velocemente, come spesso mi capita di fare, e poi l’ho sentito continuare a scorrere.
L’ho raccontato, come fosse una favola, e ho ripensato a quelle illustrazioni dolcissime e tenere, a quel tavolo da pranzo che tutt* desideriamo, a volte senza nemmeno saperlo.

Sono cartoline sospese nel tempo le immagini della biblioteca, delle bibliotecarie e di quella panchina sotto l’albero, qualche ora prima del tramonto, il giallo del sole che attraversa il verde dei rami.

Ed oggi sono tornata a cercarlo e a rileggerlo. “Una piccola casa tutta per sé”, si chiama il libro che ci racconta Leyla.

Una casa fantastica, creata con una scatola di cartone, una tovaglia, o delle lenzuola stese ad asciugare in giardino. Una casa metaforica, perché non si tratta solo di un luogo fisico ma mentale.

Lo sviluppo dei bambini e delle bambine si articola attraverso due polarità, l’esplorazione e l’attaccamento. Entrambi sono bisogni evolutivamente necessari, l’esplorazione permette la conoscenza dell’ambiente ed il procacciamento delle risorse necessarie alla sopravvivenza, l’attaccamento, invece, massimizza le possibilità di sopravvivere per un cucciolo, quello di uomo, non in grado di scampare ai pericoli dell’ambiente.

Un bambino (o una bambina) “sicura” è in grado di esplorare il mondo che lo circonda ed al tempo stesso di chiedere conforto e protezione ad un adulto quando questo mondo diventa pericoloso.

Nel processo di sviluppo il bambino (o la bambina) deve poter fare esperienza di entrambe le cose, l’affetto ed il conforto e l’esplorazione. Quest’ultima non riguarda soltanto il mondo esterno, ma anche il proprio mondo interno, vale a dire le emozioni, i pensieri e gli stati d’animo, che si imparano a sentire e riconoscere dal dodicesimo mese in poi.

Un genitore sempre presente non permette al bambino di dirigere la sua attenzione verso di sé, lo distrae, lo confonde, rinomina le sue emozioni al posto suo e genera un’enorme confusione. Un bambino che non ha potuto esplorare il mondo fuori e dentro di sé è un bambino che non sa riconoscere le emozioni, i pensieri ed i comportamenti né degli altri, né di se stesso.

Quella casa solo per sé è per i bambini una porta verso il proprio mondo interiore, un viaggio che si fa da soli ma senza sentire la solitudine. L’adulto è lì accanto, ma non interviene, non interferisce. La sensazione è quella del risveglio da un incubo nel cuore della notte, quando, nella penombra si intuisce la figura di qualcuno che ci ama nella poltrona accanto al letto. La paura sparisce, perché i mostri non esistono più e perché c’è qualcuno pronto ad allontanarli durante il viaggio per mondi incantati.

Quella solitudine senza sentirsi soli è la più salutare delle esperienze, quelle case temporanee e segrete sono il rifugio di emozioni e pensieri, di sorrisi ricevuti ed immaginati, di mondi incantati, bellissimi o terribili. Per questo, dice le autrici Beatrice Schenk de Regniers e Irene Haas, quando vi accorgete di passare vicino di una di queste preziosissime case “camminate delicatamente, parlate gentilmente”. Ve ne saranno riconoscenti.

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