Nel tempo, del tempo

Gli psicologi e gli psicoanalisti parlano di insight quando si ha come una rivelazione, quando qualcosa fa click, quando tirando un filo, che appare annodato, questo si disincastra perfettamente ed è perfettamente srotolato.

Normalmente questi insight avvengono in seduta, ma poiché questo viaggio si sta rivelando un’autoanalisi continua, come quella di Freud ma senza bamba, possono avvenire nei luoghi e momenti più inaspettati ed inappropriati. Ad esempio quando Andrés mi sta mogiamente accompagnando al Terminal a comprare il biglietto per la partenza, sono in ritardo per il pranzo da Lorena e quindi un po’ tesa. Lui vorrebbe che mi rasserenassi, ma è più teso di me. Io faccio qualcuno dei miei show ma non sono dell’umore per tirarla per le lunghe.

Sto guardando fuori dal finestrino e non so per quali associazioni, lo capisco. È una questione di identità. Non c’entrano niente i punti di riferimento che, per definizione sono mobili e mutabili. È l’identità il problema. Tanto, tanto di quello che sono è frutto di un percorso condiviso. Non è, all’improvviso, lanciarsi in interessi altrui ed entusiasmarsene (e si, sono zi-zen ma sempre fino a un certo punto), è costruire insieme modi di vedere il mondo, portarseli dietro senza pensare all’altro ma avendocelo dentro. Sono state emozioni condivise e conoscenza dell’altro, è stato invitare qualcuno in quanto c’è di più prezioso, la propria essenza.

Sia chiaro, questo è qualcosa che facciamo quotidianamente, nelle piazze, nelle strade, in università, in fabbrica e nei quartieri.

Mi sono fatta prendere la mano, torniamo seri. Condividiamo costantemente pezzi di noi con chi ci circonda, la farmacista o il parrucchiere (primo passo di condivisioni inattese), conoscenti ed incontri. Certe volte questo darsi è un dono, come se un pezzo di sé possa essere un jolly, uno scarabeo che per l’altro diventa un pezzo utile a comporre la propria vita.

Capita che questi spazi siano la quasi totalità della vita di una persona, un mondo intero, di sapori, musiche, odori, pelle. Sono le scritte sui muri, gli odi e le storie raccontate dai film, la Storia, le zampe e l’aceto, il caffè che si fredda sul comodino e gli spaghetti mezzi crudi, i giornali del luogo in cui si è viaggiato e la rassegna stampa con la colazione davanti al pc. Gli scatti e le parole nel sonno, le torce e la sigaretta dopo essersi lavati i denti.

Sono un progetto, che finisce come i contratti a termine, l’amore ai tempi della precarietà. Sono abitudini che non si sa più a chi appartenessero in principio, e a chi apparterranno poi. A tutti ma a nessuno nello stesso modo, si mescoleranno con altri sonni, odori, sogni.

Quando ho capito questa cosa gli occhi si sono riempiti di lacrime, la sensazione di non potersi mai liberare della propria identità, quindi dell’altro. L’idea che non si possa smettere di essere se stessi e quindi, di essere l’altro. Con questa consapevolezza, dura e pesante, lasciavo Santiago. Di nuovo zaino in spalla, di nuovo sola, senza sapere ancora fino a che punto.

Poi le parole, i vortici, gli occhi che brillano, sorridono ed amano. Poi la vita, beffarda e crudele, gioca di nuovo. Ma in fondo, aveva di nuovo ragione lei.

Non smettiamo mai di cambiare, la nostra “identità” evolve, si arricchisce degli altri. Ed agli altri, a volte, deve dire basta. Tenersi aggrappati a ciò che si era, da soli e in due, è un tentativo di nascondersi, di non rischiare. E’ codardia. E la codardia non conosce limiti. Omette, distoglie lo sguardo, semina in più punti senza saper annaffiare mai.

E di nuovo, un piccolo insight. L’identità condivisa, quella che appariva così irrinunciabile è una chimera. E’ un’illusione. Bisogna darsi il permesso di poter riniziare a costruire, ci vuole tempo, perché gli altri penetrino dentro di noi, e spazio perché non sia sempre tutto pieno ed occupato.

E’ già tardi, ma è prepotentemente ora di riniziare a camminare. Da sola, principalmente. Mettere kilometri affettivi tra sé ed il proprio passato. Assumersi responsabilità. Ancora una volta a fare i conti con rabbia e delusione.

La stanchezza, a volte, rende il cammino impervio. A volte sembra di avere centinaia di strade percorribili e torna la fame di occhi, voci, storie, emozioni. Di vita.

Voglio dormire ancora un po’, poi davvero, ripartirò.

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