…morimos para despertar en el sueño del otro

Non ho avuto il piacere di conoscere Elio Ortiz durante i miei mesi nelle terre guaranì, ma ho sempre sentito parlare di lui, complice anche la recente uscita del film “Ivy Maraey”, in cui recita.

Elio Ortiz era un guaranì isoseño, vale a dire la zona della Bolivia che confina con il Paraguay. E’ stata una figura importante per tutto il popolo guaranì, con il suo lavoro di recupero, diffusione e condivisione della cultura, della tradizione e della cosmovisione guaranì.

Ha scritto vari libri e saggi, per bambini ed adulti, in guaranì ed in castigliano, molti a quattro mani con Elías Caurey. Il più conosciuto, e riconosciuto, probabilmente, il “Dizionario etimologico ed etnografico della lingua guaranì parlata in Bolivia”. Questo lavoro non soltanto raccoglie e trascrive le parole della lingua guaranì, ma le inserisce in un contesto socio-culturale. Oltre all’etimologia se ne spiega l’utilizzo, il significato condiviso, si tratti della festa comunitaria dell’arete guazu o degli usi del cupecì (albero diffuso nel Chaco) nella farmacopea tradizionale.

La modernità, poco a poco, sta raggiungendo anche gli angoli più isolati del mondo ed è così che il popolo guaranì si trova ad essere esposto ad una doppia minaccia; da un lato l’eredità di una decennale discriminazione, che significava punizioni per il semplice fatto di parlare la propria lingua e che portava a nascondere la propria identità, dall’altra una cultura occidentale e consumistica allettante ma ingannatrice.
Il rischio di perdere la propria identità e cultura, per l’uno o l’altro motivo, è reale e può essere combattuto solo attraverso la conoscenza, la condivisione e l’orgoglio per la propria appartenenza culturale.

Ed il primo veicolo della cultura è senza dubbio la lingua, anch’essa a rischio di estinzione se non valorizzata. Per questo verso la fine degli anni ’80 vennero creati i primi progetti di bilinguismo, perché l’istruzione pubblica parli la lingua del territorio, perché essa venga preservata e tramandata ed al tempo stesso perché coloro che nella vita quotidiana utilizzano principalmente il guaranì possano continuare a farlo in tutte le istituzioni dello stato (oggi) plurinazionale. Il progetto di bilinguismo prese il nome di “Tata Endi”, “il fuoco che mai si spegne”, il fuoco che rimane sotto la cenere, che le donne ogni mattina riattizzano, per potervi porre la “caldera”, la teiera. Il Tata Endi è diventato metafora del popolo guaranì, che nonostante la strage di Kuruyuki ha continuato ad esistere, a lottare, ad alimentarsi sotto la cenere, a resistere. Così la lingua, dimenticata, nascosta, è tornata ad ardere.

Il lavoro di Elio Ortiz, quindi, è stato soprattutto politico, poiché da sempre la lingua è laboratorio di annientamento dell’oppresso, tentativo di cancellarlo, di assimilarlo, di renderlo innocuo e debole, come la storia dimostra (è il caso del Paese Basco durante il regime franchista, senza andare troppo lontano né dover uscire dall’Europa, né andare troppo indietro nel tempo). Politico perché ogni passo di protagonismo, ogni voce guaranì che si alza, è un passo in avanti nel processo di autodeterminazione.

In un’intervista Elio Ortiz parla del doppio lavoro di ricerca degli intellettuali guaranì, verso l’interno, la propria comunità ed al tempo stesso verso l’esterno, alla ricerca di quella interculturalità che, per Elio Ortiz è inevitabile ed arricchente, perché il guaranì non odia il “karai”, il bianco, benché questo per secoli, ed ancora attualmente, sia stato il peggior oppressore.

Ed è così che descrive “Ivy Maraey”, una storia di interculturalità. Il film di Juan Carlos Valdivia racconta la storia di un viaggio, desiderio di un regista occidentale di conoscere la cultura guaranì, per poterne fare un film, ricerca di quanto di più “indigeno” ed “incontaminato” si possa ritrarre, ricerca, soprattutto, di se stesso. Elio Ortiz lo accompagna percorrendo il Chaco, visitando ed incontrando amici, conoscenti e parenti, descrivendo l’accoglienza ed al tempo stesso la diffidenza guaranì. E’ un viaggio attraverso le differenza, le curiosità e le paure che sono inevitabili (ma non per questo dovrebbero spaventarci) quando si incontra il nuovo, il diverso.

Il giovane gringo vaga alla ricerca di un film, di risposte e forse, soprattutto, della Tierra Sin Mal. Nella cosmovisione guaranì la Tierra Sin Mal è un luogo fertile, dove tutto cresce, un luogo puro dove fermarsi, un luogo ricco di frutti e di pace, il luogo, in definitiva, a cui tutti e tutte siamo destinate. In una scena del film si ascoltano queste parole: “Moriamo per vivere, moriamo per volare, moriamo per vivere, moriamo per sognare, moriamo per brillare, moriamo per svegliarci nel sogno dell’altro”.

Immaginando Elio nella sua Tierra sin Mal, immaginandolo svegliarsi nei nostri sogni, soprattutto in quelli che non avvengono di notte, ma che indirizzano le nostre giornate.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...