Machu Picchu for dummies

Viaggiare può essere estenuante, emozionante, gratificante e una serie di altri aggettivi che terminano in -ante. Viceversa essere turisti è frustrante ed annichilente. In alcuni luoghi è difficile essere viaggiatori e non turisti, ed è ovviamente il caso di una delle meraviglie del mondo, Machu Picchu.

La porta d’ingresso é Cusco, capitale dell’impero inca. L’offerta turística é enorme: musei, escursioni, una discreta quantita’ di siti archeologici.

Inoltre sono i giorni che precedono l’Inti Raymi, la festa del sole, una sorta di Capodanno Inca. C’é uno spettacolo di suoni e luci, i fuochi artificiali. Dopo un paio di giorni c’è una sfilata, la señora dell’ostello la chiama “la serenata”, con balli, carri allegorici. Non mi godo tutto questo movimento e mi infastidisce anche un po’ la calca asfissiante.

Una scritto accanto al mio ostello dice “Tourism is colonisation” ed ovviamente Cusco mescola modernità capitalista e povertà antiche. Il pranzo al mercato, che pure è pieno di turisti e di artesanía a loro indirizzata, costa dai quattro ai cinque soles, nei ristoranti per gringos anche cinquanta.

La città’, circondata dalle montagne, è affascinante. Le chiese, la cui architettura rivela l’identità indigena, splendono nella notte, la pietra illuminata che si staglia nell’oscurità. Una vista che, insieme all’altitudine, toglie il respiro.

A Cusco si pianifica la salita al Machu Picchu. Gli ostelli e le agenzie offrono pacchetti di due o più giorni, in bici, in treno.

Faccio la snob e penso di poter fare tutto da sola. Poi scopro che i treni, andata e ritorno, costano 110 dollari. In Sudamérica tutti i prezzi oltre una certa soglia, inaccessibile per la maggior parte della popolazione, diventano in dollari. L’alternativa al treno è una lunga combinazione di bus, fino a Hidroeléctrica, da li si cammina, o si prende un treno, 26 dollari per quaranta minuti. Torno ai tour, 105 dollari, riduzione studenti, due giorni una notte, incluso un pranzo, una cena, una colazione, l’ingresso, la guida, il treno. Qui c’è la mia truffa, dato che il treno sparisce. Dice la polizia ad una ragazza italiana che incontro, che bisogna sempre controllare quello che scrivono perchè promettono una cosa e vendono un’altra. Insomma, io di truffe non ne manco una e nemmeno delle più originali.

Facciamo un confronto con Andrés che ha comprato solo il trasporto in minivan. Il risparmio è di circa quaranta dollari rispetto a quello dell’agenzia.

Tra l’altro il cibo dei ristoranti convenzionati è poco e mediocre, cosi come la guida che ci tocca che genera l’ilarità del gruppo, per la sua incredibile capacità di eludere le domande che ci invita a fare.

Spennatura a parte l’avventura Machu Picchu regala emozioni, gioie e fatiche.

Ti passano a prendere in ostello, si forma il gruppo di una quindicina di persone e si inizia a salire, benche’ il Machu Picchu sia decisamente piu’ basso di Cusco. Questo perche’ il minivan sale la montagna e poi riscende, raggiungendo gli oltre 4000 metri. La sensazione è di essere in un documentario o di essere l’inviata di Licia Coló. Strada tortuosa su montagne verdi e gialle, un massiccio innevato all’orizzonte. Poi, dopo una curva, nuvole in varie tonalità di azzurro sulle montagne scure di fronte.

Dopo poco si inizia a scendere, il paesaggio cambia. La strada si restringe, termina l’asfalto. Passiamo ponti stretti, siamo su uno stretto strapiombo senza protezione alcuna. Il fiume scorre centinaia di metri piu’ in basso, ingrossato dai ruscelli e dai rigagnoli provenienti dai ghiacciai.

Un paio di volte sussulto quando la natura si impone prepotente agli occhi ed alla mente. Gli psicologi (non tutti, solo quelli fighi) dicono che tra le funzioni della neocorteccia, ultima evoluzione del cervello umano, ci sia la capacita’ di contemplare, provandone piacere, il bello. Credo si tratti di questo.

Tornando alla discesa, il paesaggio cambia e diventa selva, vegetazione di luoghi caldi, palme, banani, alberi sottili ed alti decine di metri. Al fondo della valle, Hidroeléctrica, da dove parte la passeggiata a piedi, costeggiando il fiume e la ferrovia.

Il gruppo perde pezzi, si compone e scompone durante il tragitto. Alla fine rimaniamo io, Margot, Andrés, el Chino (mai avrà un nome) e sua moglie. Andrés, argentino, italiano d’origine e di passaporto, è infaticabile, chiacchiera, fa sketch, ci fa ridere; Margot ha solo vent’anni, un fidanzato argentino e uno scudo di Buenos Aires tatuato sulla schiena. Sta per tornare in Francia dopo dieci mesi in Argentina. É innamorata come, ne sono sempre più convinta, solo a vent’anni, del suo ragazzo, di tutto quello che ha vissuto e costruito, di una vita solo sua, dell’ebrieta’ che dà farcela da soli. É impulsiva e testarda, dà giudizi netti, irremovibili, crudeli (poveri peruviani tutti brutti) ma è la veemenza dello gioventù e mi intenerisce.
Siamo rimasti indietro, osservo che tra poco sara’ buio; dalle indicazioni del tour operator ad un certo punto troveremo una casa verde, dobbiamo prendere a destra e da li manca solo una mezz’oretta. Accendiamo una lanterna (iPhone umilia decathlon, la mia non mi illumina nemmeno la punta dei piedi) e facciamo l’inventario del nostro kit d’emergenza: abbiamo acqua, qualche felpa, un accendino per accendere il fuoco. Il tono della conversazione è ironico ma davvero in questo momento non sappiamo dove siamo, a che distanza dagli altri e dal resto del mondo. Qui ci sono solo binari, bosco e montagne ed il suono del fiume. Qui la giovane e coraggiosa donna torna fragile e non ci sarà verso di rasserenarla fino all’ingresso ad Aguas Calientes, nonostante nel cammino incontriamo una casa in cui ci sono dei ragazzi a far festa, un camping, la casetta verde. Decidiamo di cantare per distrarci un po’ e poiché mi lamento di non conoscere canzoni argentine da cantare, la scelta ricade su “Con te, partirò”, versione spagnola di cui nessuno conosce il testo. E così arriviamo ad Aguas Calientes, il fiume tuona tra le montagne, la valle è immersa nell’oscurità e la nostra dissacrante processione ne rompe l’incanto. Andrés brandisce il cellulare da cui fuoriesce la voce di Bocelli (ironie della sorte), accanto a lui io e Margot, intorno a noi tre o quattro tenerissimi cani ed in fondo il chino e sua moglie.

Gli altri sono già in piazza da un pezzo, ci accompagnano negli ostelli. Io sono con Stratos, il greco, ed Oliver, che ha fatto una scommessa con i suoi amici. Se si farà una foto vestito da Indiana Jones accanto al Macchu Picchu vince 1000 dollari. Fumiamo una sigaretta con Stratos, gli confido le mie scarse e partidarie conoscenze del greco e gli insegno la traduzione in italiano. Gliela scrivo su un foglietto e gli chiedo di fare lo stesso.

La cena è, dicevamo, cara e mediocre ma ci dà la possibilità di ironizzare sulla speculazione in atto alle nostre spalle. Il culmine dopo cena, quando andiamo a bere un Pisco Sour: ci fanno accomodare, scherziamo sul fatto che sedersi è incluso nel prezzo; chiediamo di farci una foto ad una cameriera, con risultati pessimi e immaginiamo che ci verrà fatta pagare. Ci sembra ci abbiano ascoltati quando ci portano il conto: 8 soles per il servizio.

Durante la cena ci spiegano le opzioni per il giorno seguente: si può salire e/o scendere a piedi o in autobus. Uno sportivo sale in quarantacinque minuti, gli altri un’ ora e mezza-due. La pendenza è discreta, a meno che non si voglia fare la strada dell’ autobus, più lunga, due ore. Quello che si dimenticano di aggiungere è che sono scale, quasi tutte scale. Alcuni sono scaloni alti, “qualcuno” deve alzare parecchio le ginocchia per salirli. A Tiwanaku mi avevano detto che era una forma di sacrificio, braccia incrociate sul petto e ginocchia che vi si avvicinano, in una sorta di ripetuta e faticosa genuflessione. L’altra opzione è l’autobus, una ventina di dollari andata e ritorno. Nulla da aggiungere.

Bisogna iniziare a camminare alle 4.30 per essere in cima in tempo per vedere l’alba. In tutta onestà, se non si hanno velleità spirituali o mistiche e si hanno dieci dollari da buttare, si può pure salire in autobus. Anche se non si può negare che tutte quelle persone, che marciano in fila indiana, immerse in un buio profondo rotto solo da qualche lanterna, emanano una certa magia. Le montagne che appena si intuiscono o che risplendono nel buio sono uno spettacolo inenarrabile. Anche i momenti in cui, invece, stavo per sputare il cuore, sono indimenticabili ma meno piacevoli. Il punto è che l’obiettivo è arrivare in cima prima del sorgere del sole e quindi man mano che aumentava la luce io, alternativamente, mi intristivo e mi rassegnavo. Non ce l’avrei fatta a vedere questo momento così ricercato e, letteralmente, sudato. La mia stupidità mi precede ed i miei compagni di avventura mi spiegano, senza infierire, che non ci siamo persi nulla, che “la salida del sol” è da dietro la montagna e quindi non dovevamo essere in cima per le prime luci ma per questo momento.

Non si tratta soltanto di una meraviglia della natura ma anche della sagacia dell’ ingegno umano: quando il sole oltrepassa la montagna, i primi raggi si infilano nella finestra del tempio del sole e vi si riflettono. Mi godo lo spettacolo dall’alto perché Andrés mi ha preso sulle spalle per ovviare agli inconvenienti tecnici derivanti dalla statura in dotazione.

Di Machu Picchu, in realtà non ho capito granché a causa della guida economica che abbiamo a disposizione. Ci fa vedere i terrazzamenti dedicati all’agricoltura, ribadisce che coltivavano tremila varietà di patate. Poi quando Andrés gli chiede se usavano la moneta o il baratto dice che scambiavano i loro prodotti per le patate e, data la nostra perplessità, aggiunge che era solo un esempio. Appropriato e fantasioso, verrebbe da dire. Ci molla li da soli dopo un’oretta e allora esploriamo autonomamente, origliando le guide altrui.

Scopriamo cosi la casa del re con bagno annesso (solo per lavarsi, per il resto si usavano pozzi che venivano poi chiusi quando erano pieni), la casa a due piani della principessa, i mortai per macinare i cereali, ricavati nelle stesse pietre, la casa del condor (a terra la testa, in verticale le ali, in picchiata la postura), il sistema idrico.

Nella sua breve visita guidata, la nostra guida ci aveva mostrato le varie aree (coltivazione, spiritualità, abitazioni), la chakana metà in pietra, metà disegnata dall’ombra.

Non abbiamo molto tempo, con il ritorno in giornata alle undici bisogna iniziare a scendere, perché c’è da ripercorrere a piedi sia la scalinata d’accesso al Machu Picchu, sia le due ore e mezza fino ad Hidroeletrica.

Non abbiamo tempo, quindi, per la montagna Machu Picchu e per la Puerta del sol, ma ne abbiamo per dare da mangiare a un lama, guardare le rovine dall’alto e andare al Puente inca. Al ponte inca sì arriva dopo un sentiero corto e stretto a strapiombo sulla selva. In realtà il ponte è chiuso e si intuisce alle sue spalle l’originaria continuazione. C’è ancora molto da scoprire e proprio in questi mesi si sta scavando un nuovo sentiero. Potrei saperne di più se la guida non avesse risposto alle domande con la sua classica modalità “Dove vai?” “Porto cipolle”.

Iniziamo la discesa solo io e Andrés, Margot ha il treno, gli altri li abbiamo persi da un pezzo. Voliamo giù per le scale perché abbiamo un nuovo obiettivo: farci un bagno nel fiume.

L’acqua è gelata ma fuori si sta benissimo, ci laviamo via tutta la fatica della salita, finalmente ci sediamo e riposiamo un attimo. È dalle quattro e mezza del mattino che saliamo e scendiamo scale, camminiamo in salita ed in discesa. Machu Picchu era una zona di riposo per il re, perché lo portavano a braccio su una lettiga, ma per chi lo portava e per chi oggi lo visita, è un discreto esercizio fisico.

Accanto a Machu Picchu c’è Weyna Picchu, salendo si ha una vista aerea spettacolare sul sitio archeologico. Entrare ha un costo, il sentiero è ben faticoso ma, in realtà, non ci si fa venire nemmeno il dubbio perché è prenotato fino ad Agosto.

Machu Picchu è davvero un’esperienza, non sono le rovine in sé ma tutto ciò che lo circonda. La natura, innanzitutto. E poi l’avidità umana; “l’appetito vien mangiando”, dice Stratos riferendosi all’ingordigia degli operatori turistici che oltrepassano qualunque buon senso.

La constatazione è che questo mare di denaro che circonda questa meraviglia del mondo non torna alla popolazione ma arricchisce chi ha avuto la possibilità di crearsi un’occupazione intorno ad essa. Il Salar de Uyuni in Bolivia, il deserto di San Pedro de Atacama e ancor più l’isola di Pasqua in Cile, il Macchu Picchu in Perù sono meraviglie che molti degli abitanti di questi paesi non avranno mai la possibilità di conoscere.

“Ni la tierra, ni las mujeres somos territorio de conquista”, dice una scritta sui muri boliviani.

È l’eterno scontro tra la cultura capitalista, che pratica lo sfruttamento intensivo della terra, che redistribuisce le terre a patto che vengano coltivate e la cosmovisione dei popoli originari, che utilizzano la natura con profondo rispetto e moderazione. Ciò che è necessario, chiedendo permesso al dio del monte prima di andare a cacciare, come fanno i guarani.

Un cartello all’ingresso di Machu Picchu avverte che è un luogo sacro, che si verrà espulsi e segnalati all’ambasciata in caso di atti osceni. Eppure il primo atto osceno è la speculazione, la mercificazione di un luogo sacro, l’invasione dei mercanti al tempio. “Tourism is colonisation”, è perdita di identità ed esclusione.

Se la meraviglia del mondo fosse la specie umana ed il sistema economico in cui vivesse, allora sì, sarebbe un’altra storia.

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