Ma che freddo fa….

Alla domanda “Que tal está Iquique?” la donna seduta acanto a Don Mauricio risponde “Gelato”.

Un passo indietro. Don Mauricio non so esattamente chi è, è venuto a prendere una donna con cui ho fatto amicizia nel viaggio, grazie ad uno scambio di posti ed agli occhietti sorridenti di Fernando, suo figlio di circa un annetto. Mi accompagnano loro verso l’ostello dopo che li ho aiutati con i bagagli, o meglio il trasloco.

Dicevamo che la risposta è che Iquique è gelato. Confermano, quando entro all’ostello-scuola di surf (malauguratamente nessuno degli ospiti corrisponde allo stereotipo del surfista; ma dove sono gli stereotipi quando servono?). Confermano, dicevamo: sono i giorni più freddi dell’anno. Sono in maglietta, è l’una di notte ed in effetti dopo una mezz’oretta in terrazza è meglio mettere una felpa. Gelato.

Iquique è una specie di sosta per cambiare i cavalli, per avvicinare Puno a Santiago, per accorciare le distanze di questo immenso continente, dove in un paese, come il caso del Cile, può essere contemporaneamente primavera inoltrata, onde che si infrangono sulle tavole dei surfisti, e rigido inverno, in quello che descrivono come l’incantevole sud, dove gli spagnoli faticarono ad avventurarsi; forieri di civiltà, esportatori di progresso, dovettero arrendersi al clima inospitale ed alla resistenza mapuche.

Cambia il paesaggio risalendo il Cile lungo la costa; sembra di avanzare in una lingua di terra, a ponente il Pacifico e la costa rocciosa, a levante il deserto e le sue montagne. Questo paesaggio, con qualche variazione, mi accompagnerà fino ad Iquique.

II deserto

A principio la terra è scura, nera la costa, neri i cerros; arida e desertica, in lontananza il paesaggio umano fa pensare alla mineria, con i suoi impianti di raffinazione dei metalli, di scarico di scarti di lavorazione. Avrei voluto fare almeno due tappe in questa zona, Antonfagasta, per la guerra del Pacifico, con la quale la Bolivia perse l’accesso al mare, e Chuqicamata, dove ci sono le miniere.

Il Pacifico

Il Cile è il maggior esportatore di rame, proveniente dalle zone che un tempo erano boliviane. Le miniere sono importanti per l’economia del paese, ma ciò che mi fa desiderare questa deviazione, che non farò, sono, di nuovo i racconti del Ché.

È qui che avviene l’episodio rappresentato ne “I diari della motocicletta”, quando il Ché scaglia una pietra contro i caporali. Nei suoi appunti scrive di “una bellezza senza grazia, imponente e glaciale”, non indifferente alle “vite dei poveri eroi dimenticati di questa battaglia, in cui muoiono miseramente fra le mille trappole che la natura tende in difesa dei propri tesori, senza altro ideale che non sia ottenere il pane quotidiano”.

La guerra del Pacifico, e la seguente ridefinizione dei confini, invece, continuano ad essere centrali nella costruzione identitaria e politica dei cittadini di entrambi i paesi e nel rapporto tra loro.

A Casa del tio Pancho, lo choffer guaranì che venne a prendermi a Santa Cruz, lo diceva la porta. “Diritto al mare”, c’era scritto, sul legno di una casa autocostruita nella rurale Gutierrez.

In Cile ne parla per primo Felipe, la già citata guida del Free City Tour; ammette che non corre buon sangue col popolo boliviano, sostiene che “loro ancora portano risentimento per quella storia del mare”, e lo fa con l’arroganza tipica dei forti con deboli. Racconta ai turisti che da tempo vanno avanti le trattative tra i due governi, che secondo lui il governo cileno tratta per tenere buono quello boliviano ma che mai si arriverà a cedere il mare.

Rafael, che conosco in ostello e con cui vado a pranzo al mercato di Iquique, ribadisce che il Cile è un paese diviso e che questa è la versione della destra, dei pinochetisti. Secondo lui, e la gente di sinistra, va restituito il mare alla Bolivia, vanno riconosciute le proprie responsabilità e riparate le proprie colpe. Non riesco ad immaginare, però, gli abitanti di questa ipotetica “salida al mar” diventare improvvisamente boliviani, poveri e discriminati come purtroppo avviene, tanto in Cile quanto in Argentina.

Il mare di Iquique, invece, è il mare dei surfisti. È bassa stagione, e vedo forse un Iquique più vera. Passeggiare per le sue strade vuol dire poter scegliere il paesaggio: voltando la testa da un lato si opta per le montagne ed il deserto, dall’altro per il mare. Gioco a perdermi e finisco vicino al porto, attraverso la strada per scattare qualche foto al mare, alle spalle dei venditori di pesce, che provano a vendermi la loro mercanzia. “No”, li interrompe uno di loro, “viene a fotografare gli uccelli”. Oltrepasso i banchi del pesce e li vedo, gli uccelli. Sono tantissimi, sono pellicani dal becco lungo e striato. Accanto a loro prendono il sole un paio di leoni marini. Mi sembra di essere al circo o allo zoo, non qui, a due passi dalla strada e dai grattacieli.

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La natura meravigliosa e terribile, qui dove l’ultimo terremoto è di pochi mesi fa. A Iquique, come a Santiago, le parole raccontano le sfumature e la normalità della terra che trema. C’è l’allerta tsunami, e l’allarme, più grave, quindici minuti per raggiungere il cerro. C’è il terremoto, ed il “temblor”, il tremore, suo fratello minore meno spaventoso e più comune. Faccio a tempo a sentirne uno poco prima di lasciare Iquique. Non ci facciamo mancare niente.

Se di Valparaiso mi era piaciuta il suo non essere imbellettata ad Iquique questo vale ancor di più. A parte la piazza centrale, tirata a lucido, il resto sono costruzioni in legno, dalla pittura scrostata o scolorita, come una maglietta preferita, lavata troppe volte e quindi stinta, anche se qui, ad onor del vero, non piove mai.

A volte le costruzioni ricordano delle navi, per via delle piante che ricordano la prua, delle finestre e delle porte che ricordano quelle di una barca, dei balconi che ricordano il ponte di una nave.

Nel mio ostello vivono un paio di argentini, qualche cileno ed una colombiana. Tania ed il suo ragazzo sono in viaggio da qualche mese, hanno comprato una macchina e stanno conoscendo il Cile; poi andranno verso il Perù, tutto lungo la costa, fino a Cartagena, casa di lei. Lei lavora in un ristorante, lui nel l’ostello e così proseguono il viaggio. Tania mi regala un quaderno, fatto a mano, dove hanno trascritto poesie sudamericane. “Antologia di poesia errante”, l’hanno chiamata. C’è Chester, supposto esperto della vita e dalla burla altezzosa e Santiago, bersagliato dal fuoco incrociato del suddetto Chester, e della “negra”, responsabile portorichegna, che dissimula così ben altri intenti. C’è il già citato Rafael, skate sottobraccio mentre passeggiamo per la città. Lavora in una pompa di benzina, ma è appassionato di storia. Mi parla della “urbis eterna”, della Pompei descritta da Plinio il vecchio, di Concepcion, di come venne conquistata ed attaccata dai mapuche. Di come Pedro de Valdivia rapì il figlio di uno dei Cacique, le autorità indigene, per minacciare i mapuche. Di come quest’ultimo divenne stalliere, perse la paura di questi esseri “mezzi uomini, mezzi cavalli” ed imparò l’arte della guerra. Di come torno tra la sua gente e preparò un’offensiva e sferrò un attacco agli spagnoli. Di come vennero sconfitti e giustiziati: impiccati, squartati. Ricorda i nome dei casique che organizzarono la resistenza agli spagnoli, Caupolican, Lautaro, Colocolo, di cui oggi le strade di Concepcion portano il nome. “La storia è lì”, dice, “ma nascosta”. Racconta di come venne ucciso Pedro de Valdivia, quando si spinse a sud alla ricerca dell’oro. Oro che gli venne fatto ingoiare, fuso, per saziare per sempre la sua sete di ricchezza, la sua avidità, la sua ingordigia.

Mi accompagna all’autobus, io in taxi, lui in skate. E quando sto per salire sul taxi inizia a cantare “No se va, no se va, no se va….”. Sono basita, la melodia è quella famosa di un coro di tifosi ma com’è possibile? Mi assicura che non gliel’ho raccontato, che non ha letto semenella dal pc dell’ostello. Ormai sono diventata così zen e fiduciosa in degli improbabili piani di un imperscrutabile destino che la prendo come una piccola magia, un soffio di poesia, un filo, tenuto tra la punta delle dita e lanciato in aria, dove si srotola lentamente. Ogni curva un pezzo del cammino, sconosciuto ciò che vi si nasconde dietro ma indissolubilmente inscritto nel medesimo cammino.

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