…y volverà…

Santiago, sole e cordillera, vento freddo e vino caldo. Non t’ho capita, Santiago, al principio. Mi hai forse spaventata, immensa e affollata, passi veloci e incuranti calpestando le tue ampie strade. Alienante,
de-umanizzante, vite che si sfiorano senza mai toccarsi, le emozioni inghiottite dal lavoro. Loculi le case, centinaia di persone nel “mismo” edificio, il portiere che non ti riconosce dopo cinque mesi, tre ascensori per edificio. La lavanderia a gettoni nell’ultimo piano, non c’è spazio per lavatrici e stendini. L’ora di punta, farsi spingere giù dalla metro per non esserne intrappolati, la carta di credito come chiave di una fittizia cassaforte, il timore diffuso di essere derubati, “occhio alle tue cose”, gli sguardi diffidenti verso chi cerca un’informazione. La carta d’identità per entrare in università, il libro degli ospiti per tutelare la sicurezza dei residenti, la palestra dell’edificio, le case fredde perché il riscaldamento non è previsto da nessuna parte, la rete wifi gratis in metro. Dieci ore di lavoro, più un paio per gli spostamenti, gli straordinari non pagati, l’alba, letteralmente, in ufficio, il fine settimana troppo breve per restituire una vita rubata. Schiavi del capitale, l’affanno della sussistenza, l’assenza dell’essenza della vita.

Non ti potrei amare, Santiago bella, anche se il sole sulla cordillera innevata mi fa tremare, anche se la tua storia è la mia storia, come quella di ogni luogo bagnato dal sangue dei compagni. Non ti ho voluto amare, Santiago mia, non voglio amare più perché mi prosciugano gli abbandoni, nonostante i semi che germogliano sotto pelle.
Ma “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce” ed un giorno qualunque, all’improvviso, mi sei scoppiata nel cuore.

Un tempo nel motivo della mia vita si inscrissero kairos e kronos, tempo interiore e tempo esteriore, oggi mi chiedo se non esista anche un topos geografico ed uno emotivo. Se i luoghi non siano dentro, oltre che fuori. Ero già in viaggio, Santiago querida, ero già in volo verso la mia vita, tra le mura delle mie fortezze, verso case che non so più in che modo mi appartengano e verso quelle che non mi apparteranno più o forse davvero non mi sono appartenute mai. È fatta di scelte la vita, beati quelli che sanno ancora farne, io non ne so fare più.

“Que tal tu dia?” mi chiede Carmen quando arrivo al Clinic. “Llegué a Santiago”, le dico. È stato allora che t’ho amato Santiago. Quando ho imboccato calle Maipu, ed il paesaggio umano e sociale è cambiato. Le strade che tornano ad essere fatte per essere vissute, si restringono, si colorano di graffiti, raccontano le storie delle case antiche che resistono alla riqualificazione ed alla speculazione. “Esta casa no se vende”, dice un cartello all’ingresso dell'”Espacio Cultural Gargola”, caffetteria, esposizione d’arte e spazio di aggregazione del Barrio Yungai. Qui si intrecciano storie, vite, progetti. Uno psicologo e la sua compagna parlano con il gestore, che restaura mobili che vende poi qui, qualcuno interviene dai tavoli vicini, come in una grande casa. Lo psicologo racconta del suo lavoro con adolescenti con problemi con le sostanze, i ragazzi che si sono uniti raccontano del loro progetto di cicloturismo, mentre io bevo un te’, tra le altre cose, al mango e disegno. Da un annetto hanno creato il Bicitur Yungay, pedalata per il quartiere alla scoperta dei murales che lo caratterizzano. Così come lo caratterizza il fatto che i vicini siano per lo più contenti e che nessuno si azzardi a rovinarli con scritte o affissioni varie.

Bicitur Yungay - friend version

Bicitur Yungay – friend version

Lorena e Julio organizzano queste passeggiate, raccontano dei murales, del loro contenuto politico, si tratti di mapuche o di donne e diritti riproduttivi, della simbologia, la versione ufficiale, per l’altra Julio pedala via. Ma non solo. Col tempo hanno creato rapporti con e tra i writers, si uniscono e collaborano con gli artisti, cercano di creare reti, legami tra di loro e con il quartiere. Il tour è per contributo volontario, perché non si vuole “discriminare nessun portafoglio” e parte del ricavato viene destinato agli artisti per l’acquisto del materiale, perché non si vuole “capitalizzare” i graffiti ed i loro esecutori. Casa loro (perché alla fine non ho fatto il tour ufficiale, ma ho trovato degli amici) è una specie di piazza che affaccia sulla piazza, piante alle finestre e gatti che si scaldano al sole. Ci sono sette gatti tra casa loro e quelle dei vicini, quei buoni vicini di un tempo, di cui si ha una copia delle chiavi di casa e a cui si può chiedere una cipolla o un po’ di sale. Ci sono le bici per il tour, incluse quelle con seggiolini per i bambini per garantire l’accessibilità anche alle famiglie. Ci passano i writers, a pranzo con i loro bimbi, gli amici che hanno una serigrafia istantanea, che organizzano laboratori e fanno stampe, istantanee, appunto, durante i cortei.

Lola - sullo sfondo il ilogo del Bicitur Yungay

Ma siamo ancora all’espacio Gargola, deve ancora arrivare Rosario, attivista del quartiere, della Junta Vecinal, principale promotrice del riconoscimento del quartiere come patrimonio culturale. Ci racconta del museo che stanno finendo di realizzare, del tour a piedi che fa lei, non indirizzato ai turisti, delle decine di tesisti e ricercatori che li visitano, della geografia sociale ed umana del barrio, delle feste che organizzano e che riempiono le strade. Del protagonismo dei vicini, della comunità che è il barrio, dei legami tra le persone, che fanno impiegare un’ora per comprare il pane, perché le strade sono luogo di incontro, di sosta, di socialità. Le piazze, dice, sono importanti per il quartiere, la gente le vive, le abita, le esige.

Espacio Cultural Gargola

Lascio questo luogo con i piedi leggeri, il contatto del Bicitur Yungay, un nuovo piano di viaggio. Pensavo di andar via Domenica, ma Lunedì voglio fare il tour e Martedì c’è la Marcha Estudiantil. Mercoledì voglio fare una cena per ringraziare tutte e tutti, Giovedì Andrés vuole portarmi sulla neve. E non ho nemmeno il tempo di sedermi a pensare ed ipotizzare un piano di viaggio, e poi Lorena mi propone di andare a fare tessuti e Domenica c’è una fiera delle pulci dei ciclisti, i writers faranno graffiti sui silos dove nel mentre c’è una gara di arrampicata.

E poi c’è la Santiago di notte, il “terremoto”, vino con gelato, granatina e qualcos’altro che non ricordo, il Borgogna, vino e fragole, Estela e le feste elettroniche, il the Clinic, bar di un giornale satirico che sbeffeggia la politica, il Tunnel, ex strip-club, che ha ancora il pavimento a quadretti luminosi ed i pali nel dancefloor; un gruppo di freaks che suonano “bella ciao”, lasciandosi correggere le note stonate (?), un albero su cui arrampicarsi in Plaza Brasil, la Piojera, i bicchieri allineati e la damigiana che innaffia il bancone.

L’affetto, gratuito e sostanzialmente immotivato, quello della cazuela di Miño, l’alba cantando Nicola di Bari con Rodrigo, entusiasta della sua nuova “prima” italiana, lui che la Sardegna, terra delle sue radici, non l’ha ancora mai vista. La piscola, diventata Pisco-sour, prima di mille accortezze di altri tempi. Gonzalo, che ancora non ho capito che c’entro con la Carrà, Carmen anche se sfuggente, Coni, il tempo ritrovato, per condividere pezzi di se’, e costruirne altri.

E così ti abbandono, Santiago mia querida, in tre ad accompagnarmi all’autobus, il cuore impazzito per l’intera giornata, l’ansia ad accompagnarmi in questa calda giornata, finalmente, d’autunno.

Non sono stata turista, Santiago, come tu fossi un’avventura di una notte, e nemmeno viajera, una tappa avventurosa nel mezzo del cammino. Sei stata mia, Santiago, ti ho trovato, ho assaggiato il sapore della vita con te, l’energia e le idee che scorrono in te e da cui avrei bevuto. Mi sono vista li, assetata per essere dissetata, innamorata per essere amata.

“Y no se va, no se va….”, mi cantavano. “Y volverá, volverá…”, ho risposto io. La strada scorre sotto di me, Santiago è già lontana. Santiago maledetta, che mi metti di fronte a una doppia despedida. Il viaggio prosegue, di nuovo cassetti all’aria, come rientrare a casa dopo un furto. E sedersi sul letto, guardarsi allo specchio e sentirsi un po’ vuoti. Un po’ soli, per l’assenza di ciò che hanno rubato, di ciò che non c’è più. Soli, come solo si può essere per rimettere ordine. Altre cose verranno, ma prima di tutto il silenzio.

Che stavi cercando di dirmi, Santiago, che dovrei riniziare da te? Che dovrei riniziare e basta? O che per riniziare non bisogna partire, ma restare?

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