Miéntras exista miseria, habrá rebeldía…

Splende il sole questa mattina a Santiago e finalmente l’aria è calda, ancor di più si scalderà nel corso della giornata.
Il concentramento è alle 10 in Plaza Italia, come d’abitudine. Anche il percorso, mi dicono, è abbastanza comune. Dalla piazza si risalirà la Alameda, si passerà di fronte alla Moneda e si arriverà alla calle Echaurren. Il percorso è autorizzato; nella piazza, dicono gli organizzatori, ci sarà “un acto”, un evento per il quale verrà allestito uno scenario, cose così. A leggerlo dai giornali, tutto sembra molto tranquillo.

Una delle prime immagini in piazza, invece, è di un giornalista con caschetto e maschera antigas appesi allo zaino. I numeri sono bassi, secondo uno studente universitario. Mi dice che normalmente la piazza è completamente piena così come il parco. Un elemento in più per pensare che sarà tutto tranquillo. Inizio a scattare qualche foto, mi dice di fare occhio, dai balconi dei grattacieli fanno foto per identificare i manifestanti. Gli dico che sono di passaggio qui, che ho più timori rispetto alla manifestazione, mi dice che sarà tranquilla, cioè, disturbi ce ne saranno, sempre ce ne sono, ma non sembra preoccupato.

Iniziano a comporsi gli spezzoni, tra i quali quello della Confech, Cordinamento degli studenti universitari, quello dell’Aces e del Cones, organizzazioni studentesche delle scuole superiori. C’è il Colegio de profesores, i funzionari del ministero dell’Istruzione, i lavoratori dell’istruzione, ma anche il Transantiago, i lavoratori del trasporto pubblico, che domani sarà al centro di una giornata di azioni e di autoriduzioni. Ci sono gli striscioni per una Patagonia libera dalle centrali idroelettriche, perché proprio oggi verrà discusso (e rifiutato) il progetto HidroAysén, uno (dei molti) che prevede la costruzione di centrali energetiche altamente invasive, che implicano devastazione dell’ambiente e dispersione dei popoli originari che vi risiedono.

C’è una murga (suppongo), una scimmietta di peluche con un fazzoletto rosso, un bandierone lunghissimo sotto cui marciano tanti ragazzi e ragazze; la composizione è eterogenea, i numeri ballerini. Tra gli 80 mila ed i 100 mila partecipanti, secondo gli organizzatori, 45 mila secondo le forze dell’ordine.

La marcia è la seconda dell’anno, contro la Riforma educativa di Michelle Bachelet, la accusa degli studenti è duplice: da un lato, averla costruita senza consultare gli attori del mondo dell’istruzione, studenti in primis, e dall’altro di essere, minima, priva di veri contenuti. Gli striscioni dicono che finché si tratterà del solito modello, imbellettato alla bell’e meglio, non ci sarà tregua per il governo. Quello che vogliono gli studenti è un sistema pubblico, gratuito, e che tale diritto sia garantito costituzionalmente. Quello che propone la Bachelet è che le Università che ricevono finanziamenti pubblici facciano meno selezione tra i propri studenti. Resta in piedi tutto il resto: un’università costosa, divisa per classi, che costringe giovanissimi a lavorare e studiare, e giovani a pagare debiti ingenti. Non sono parole, sono le vite dei cileni che frequento, Coni, che ricorda come il periodo più rilassato della sua vita sia stato quello in cui studiava senza lavorare, sono la quotidianità che si fa pesante, quando, durante una cena tra amici qualcuno dice di aver scoperto che il rimborso delle tasse non arriverà, perché hanno iniziato a scalarti il debito dell’Università.

Il corteo sfila tranquillo, arriva davanti alla Moneda. Due ragazzi stanno attaccando un cartello. Chiedo che cosa rappresenti la foto, è un documentario, che uscirà a Luglio, sulla cultura prima del golpe, in particolar modo sui libri, il loro costo e la loro diffusione. Sono studenti anche loro, sono guide, certezze, serenità, per me.La foto rappresenta un rogo di libri proibiti, dei numerosi avvenuti durante la dittatura; lunga la lista dei libri proibiti che avevo visto nel museo della memoria. I giovani documentaristi mi raccontanto che prima del golpe il Cile era il paese dove si leggeva di piú, mentre oggi i libri sono tra i piú cari; che si marciava con i libri in mano, con “Il Manifesto”, oggi si marcia con il whiskey e le birre. Piú numeri che consapevolezza, spesso, sostengono. Molta disorganizzazione, nella preparazione e nelle azioni. Chiedo che cosa pensano della marcia di oggi, sono un po’ ossessionata dalla necessitá di prefigurarmi scenari e capire come comportarmi. Mi avevano detto che gli scontri sono al fondo, piccoli gruppi che si staccano dal corteo. Confermano, mi dicono che saranno alla fine del corteo. Mi fanno vedere un edificio in lontananza, lí finisce il corteo, tra circa cinque minuti. Dico che avevo letto dell’atto e che mi sembrava sarebbe stata tranquilla, dicono che l’atto alla fine non si fa mai e che tranquilla é tranquilla. Proseguiamo, manca poco, ma ora sono serena. Inoltre i miei accompagnatori hanno con sé l’attrezzatura e questo mi rassicura sulla posizione defilata che assumeremo. Ma mi sbaglio.

All’incrocio tra la Alameda e calle Latorre inizia a cambiare qualcosa. Un gruppo di compagni e compagne deve essere già in fondo alla via laterale, stazioniamo un po’ nell’angolo accanto ad un uomo con occhiali da sole e zainetto da montagna. Un “sapo”, un infiltrato che, indubbiamente, sa fare male il proprio lavoro. Ugualmente poco discreto e mal mimetizzato un suo collega, divenuto spiacevolmente famoso nel corso della giornata. Infastidito dai tentativi innocui di cacciarlo dal corteo, ha reagito estraendo una pistola e inseguendo un manifestante. Questo al nostro angolo, invece, viene fotografato, perché subodori di essere stato riconosciuto, mentre circola la voce tra i manifestanti. Siamo nelle retrovie, iniziano a calare giù alcune capuchas, mentre una fila di uomini fa ordinatamente pipì vicino ad un muro. Proseguiamo dritti verso gli sbirri, un po’ di compagnx stanno retrocedendo, non a mani vuote.

Il mio accompagnatore, che chiameremo Feluco, come la mascotte dei mondiali, cosí giusto per essere attuali, mi dice che al momento la strategia poliziesca è quella della distanza, si evita il corpo, a corpo, si reprime da lontano.

Sorpassiamo anche gli sbirri e ci mettiamo alle loro spalle. Da qui vediamo partire la prima carica, ci sono due guanacos, idranti della grandezza di un pullman, completamente rivestiti da grate ed uno per i gas, mezzo dal dubbio design che diffonde acqua e lacrimogeni. Partono verso i manifestanti che rispondono e retrocedono. Torniamo indietro, verso il nostro angolo. Nello slargo dove dei ragazzi facevano pipì, ora c’è un ragazzo a terra, circondato da personale della Croce Rossa. La situazione è tranquilla, ma l’aria è acre per i lacrimogeni. Hanno un altro sapore quaggiù, sanno più di urticante, bruciano la trachea e gli occhi, come se ce li si strofinasse dopo aver spezzettato un peperoncino. Ma siamo ancora nell’angolo, mentre si ricompone, imponente, lo schieramento delle forze dell’ordine. All’improvviso siamo nel posto sbagliato e quando iniziano a volare le prime pietre, che atterrano non troppo lontano da noi, ci muoviamo. I disordini, in generale, sono appunto molto disordinati. I gruppi vengono dispersi e gli scontri si spostano spezzettandosi.

Proseguiamo sull’alameda; un cestino arde alla fermata del bus mentre per le strade ancora si aggira gente che va a lavoro o per i fatti suoi, ma che è comunque estranea alla marcia. Tutto prosegue, nessuno ha paura, si ride.

Le strade iniziano ad essere chiuse con transenne e piccole barricate infuocate. Arriva un lanciagas, al centro della strada, nello spartitraffico, e la gente avvisa i compagnx che lo costringono a retrocedere tra le urla di approvazione di tutti i presenti. Lui spara il suo gas ma fa retromarcia.

Si attacca e si difende la strada anche dall’altro lato della piazzetta, davanti alla Chiesa. Ci avviciniamo ad un’altra piccola barricata in fiamme, che oltrepassiamo. Iniziano ad avanzare i mezzi alle nostre spalle, spazzano via le transenne e avanzano ancora. Non corriamo fino a che il guanaco ed il suo getto non ci convincono a farlo. Svoltiamo in una strada laterale, il guanaco prosegue dritto e per un attimo ci sentiamo al sicuro. “Vienen los pacos!”, urlano. Stanno caricando dal fondo della strada in cui abbiamo svoltato. A piedi.

Sono circa le tre di pomeriggio e l’aria cambia un po’. Non è più l’ora della distanza, è l’ora degli arresti arbitrari, delle manganellate gratuite, utili a sfogare i pacos e necessari perché i giornali possano titolare “90 arresti”, all’indomani.

Quando parte la carica non scappiamo via ma camminiamo (relativamente) sereni verso gli sbirri. La gente si allinea alla parete, dichiarando estraneità con il proprio corpo stretto a quello degli altri, e con la propria schiena incollata al muro o alla porta di un negozio; ciò nonostante afferrano un ragazzo, molto giovane e lo portano via, mentre un’attivista dei diritti umani gli chiede il suo nome. È imponente e rutinario il servizio medico-legale di assistenza. Il livello dello scontro è alto, se una manifestazione di 100 mila persone con annessi incidenti viene considerata piccola dai suoi partecipanti ed i giornali scrivono che si è conclusa “senza maggiori incidenti”. Piccolezze, minuzie. Feluco scatta foto per documentare l’arresto, proseguiamo, altri fermi stanno facendo per le strade. Alle nostre spalle avanzano i mezzi, gli sbirri a piedi ci invitano a proseguire, alle loro spalle, un guanaco spegne ciò che resta di una barricata.

La marcia è finita, defluiamo verso la stazione centrale. Nuovamente, in lontananza, si vedono i mezzi dei pacos. Chiedo che succede e Feluco mi spiega che è normale, sempre gli incidenti proseguono davanti a questa facoltà, che è “La” statale, nel mezzo delle decine di private.

La gente è assiepata sui cancelli della stazione a guardare lo spettacolo. Gli studenti e le studentesse sono barricate nell’università, i pacos fuori con i loro mezzi. Cimitero di sedie davanti all’entrata, che vengono lanciate ai pacos, poi riprese e riutilizzate per barricare il cancello. Cani, tanti cani, che abbaiano ai mezzi, saltano a bocca aperta verso il getto d’acqua. I compagnx di tanto in tanto escono ed attaccano i mezzi, poi rientrano. C’è molto sostegno, in questa fase, fuori. Il problema, per gli sbirri, è questo. “Pacos culiado”, un equivalente di “Sbirri merde” è la frase più ascoltata del giorno, l’odio verso di loro è generalizzato, profondo. Così si trovano costretti a fronteggiare pure i sostenitori esterni, i solidali o simpatizzanti, o semplici spettatori. Qualcuno è attivo e ricevono pietre da entrambe le parti. Allora si compattano ed avanzano verso lo spartitraffico per intimare ai curiosi di andarsene, cosa che avviene mentre altri giovanissimi li bersagliano. Si chiudono a testuggine, sollevano gli scudi mentre il pubblico dà il suo giudizio ai lanci, come fosse una partita di baseball. Troppo corto, troppo lungo, riprovaci ancora. I guanacos lanciano il loro getto anche da questa parte, innaffiando malcapitati autobus, taxi ed auto private. Gli scontri proseguono anche sul fianco dell’università, qualcosa brucia fuori e i pacos caricano e vengono caricati anche da li. L’aria si riempie di nuovo di gas, si svuotano le recinzioni della stazione, tutti risalgono verso l’altra entrata sputando e tossendo. Qualcuno maledice l’uomo dei limoni, dov’è quando serve? Quando l’aria si fa più respirabile si torna alle recinzioni e si continua a guardare. Un autobus si ferma per far scendere i passeggeri, in un momento ben animato. “Noooo!” Si dispera la gente “spostati” gli urlano. È unanime la reazione, è eterogenea la composizione del pubblico. Appare l’uomo dei limoni, 200 pesos, carissimi. Si comprano lo stesso, per il gas a venire. Intanto la polizia sta diventando nervosa, un paio di carabineros girano per la stazione, controllano zaini, invitano ad uscire, allontanano dalle recinzioni e dall’angolo; iniziano a chiudere il lato della strada su cui affaccia l’università, immagino sia per preparare l’ultima offensiva.

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Quando ripasso di qua tutto è sereno, pulito. La stazione del metro è aperta. Santiago, che non si è mai fermata davvero, è tornata la solita di sempre.

Santiago è la solita di sempre, perché frequenti sono gli scontri, perché l’odio alle forze di polizia è esteso e generalizzato, perché la repressione non ha fatto paura nemmeno ai tempi della dittatura, perché gli scontri si sono fatti anche durante la messa del Papa, perché si sono fatti anche Venerdì dopo la partita del mondiale, vinta.

È un’attitudine nello stare in strada, è una certa identificazione dei propri nemici, o forse, come dice il titolo di un documentario, “Miéntras exista miseria, habrá rebeldía…”

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