La Storia

Sono spaesata, in questo primo giorno a Santiago, e così mi lascio convincere a partecipare al Free City Tour, in mezzo a gringos turisti. Una passeggiata per il centro, con una guida che racconta la storia della città.
Ma come ho fatto a dimenticare che la storia sarebbe stata quella dei vincitori? Interessante, come sempre, ascoltare il discorso dominante ma l’indignazione non mi permette di reggere molto.

E’ una storia romantica, secondo la guida, quella che porta alla fondazione della capitale cilena. Pedro de Valdivia si innamorò di Inés Sùarez ma entrambi erano sposati e così decidono di abbandonare il Perù per andare ad esplorare il sud del continente, impresa a cui tutti avevano rinunciato, per sfuggire alle autorità che avrebbero condannato il loro amore. Giungono così nella valle dove sorge oggi Santiago del Cile, terra fertile e facilmente difendibile. Il tour parte dalla Piazza d’armi, dove venivano custodite le armi che più volte dovettero essere usate per difendere la nuova città dalle incursioni dei Mapuche. Racconta che Inés era una donna dal carattere forte, che taglio la testa a dei prigioneri Mapuche e che gli indigeni rimasero sorpresi da tanta crudeltà.

Non c’è condanna per la violenza della conquista spagnola, né accenni a chi abitasse prima questi luoghi. I Mapuche sono un popolo ancora esistente, se andate verso il Sud potete vederli ancora, con i vestiti tipici. Ancora c’è un contenzioso con lo stato, ammette, ancora c’è discriminazione. Questo è quanto, la complessità della storia riconfenzionata in modo da essere facilmente digeribile.

Passiamo davanti al museo della cultura pre-colombina, “il più bello di Santiago”, secondo lui, interessante per capire chi abitasse questi luoghi prima dell’arrivo degli spagnoli. Sono tanti i popoli originari, ammette ma la versione edulcorata non permette di andare più a fondo.

Ora ci dirigiamo alla Moneda, sono titubante, forse vorrei farlo da sola. Ma sono curiosa di sentire che cosa racconterà, poi voglio fargli qualche domanda sull’11 Settembre, quello in cui gli yankee sono criminali e non vittime. In realtà poi non dico nulla, la mia faccia è tra il basito e l’indignata, tanto che Felipe, così si chiama la guida-attore che ci è capitata, non si stupisce affatto quando dico che abbandono il tour.

Il palazzo della Moneda sorge in Piazza della Costituzione, e quindi Felipe attacca con l’indipendenza dalla corona spagnola. Poi l’11 Settembre. Tutti, qui, sembrano voler mettere le mani avanti. Prima di parlare del golpe, il bombardamento, il regime, bisogna contestualizzare, capire la situazione socio-economica, il contesto, appunto, per il quale si arrivo a quello che si arrivò. Continua a suonare stonato, come se si dovesse descrivere la Germania pre-nazista prima di parlare dei campi di concentramento. “Non è per giustificare, in nessuna misura, quello che è successo”, tuonano i dossier dei Comitati per la Verità. Comunque, la versione di Felipe è che la situazione era veramente difficile, c’era fame, molta gente scendeva in strada, e violentemente, per la fame, mancava tutto, davvero era insostenibile. “Qualcuno dice che si arrivò a quello si arrivò per resposabilità della CIA”, dice Felipe, sottolinea che gli aerei che bombardarono la Moneda erano cileni e che il Kalashnikov con cui si suicidò Allende era quello che gli aveva regalato “il suo amico” Fidel.

Il golpe è nelle mie letture da adolescente, nei romanzi di Isabel Allende, nella descrizione dei tentativi statunitensi di destabilizzare il governo, di rendere impossibile la vita al popolo, dell’esilio e la ricerca di protezione nelle ambasciate, nelle torture e il tentativo di rimanere umani scrivendo mentalmente storie, delle torture nello stadio, nell’ultimo discorso di Salvador Allende ai cileni.

Plaza de la Constituciòn è asettica, una statua di Salvador Allende in un angolo, protezioni, carabinieri e una ragazza che si sistema i capelli per una foto davanti alla Moneda. Nessun segno, nessun memoriale, nemmeno una targa ricorda quella mattina di Settembre.

Foto ricordo sfocata e i miei soliti problemi con lo zoom

Foto ricordo sfocata e i miei soliti problemi con lo zoom

Vorrei entrare, mi avvicino ai Carabineros che presidiano l’ingresso. Mi dicono che le visite sono solo di Domenica, che comunque si può visitare solo il patio. Per maggiori informazioni, fare il giro dell’isolato ed andare all’accesso sul retro, che poi sembra quello davanti, visto che affaccia su una della Avenidas principali di Santiago. Faccio il giro, altri sbirri, altri pre-filtraggi ma c’è gente in coda. Mi avvicino a un carabineros e gli chiedo delle visite, dove posso trovare maggiori informazioni sul palazzo….prima sembra che non ci siano informazioni da darmi, poi partiamo dall’ovvio, ovvero che quello è il palazzo del governo. Poi, finalmente, mi racconta la storia dell’edificio, le parti danneggiate dal bombardamento. Io faccio domande intelligenti, tipo quando è avvenuta la ricostruzione, tipo sorpresa che non l’avessero lasciato così com’era, in ricordo del Golpe. E certo perché Pinocho voleva avere la casa semidistrutta perché quarant’anni dopo un’ingenua idiota potesse vedere come avevano ridotto il palazzo.

Siparietti a parte, poco a poco, inizio a comprendere le lacerazioni ed i tabù intorno a quel tragico ventennio. Marcos, in Argentina, mi aveva preannunciato che il Cile è un paese spaccato, ancora in parte nostalgico, mai davvero giunto ad una lettura comune, ed unanime, di quegli anni. Ancora ci si può dire pinochetisti, ancora non si c’è timore nel prendere una posizione netta e ci nasconde dietro una sorta di equidistanza, si dice che bisogna guardare avanti, ma che sì, certamente, non deve risuccedere “nunca màs”. Il carabiniere dice di essere di centro-sinistra, che comunque un cambio secondo lui, in quell’epoca era necessario. Che alla sua famiglia, che era di destra, non arrivavano i pacchi di cibo, che invece al vicino comunista sì arrivavano. Che i sopravvissuti ancora faticano a parlare delle torture subite, e spesso sento dire che quasi ogni famiglia ha un membro che ha subito la repressione. Mi dice che non è possibile che il Palazzo della Moneda sia un luogo della memoria, che ce ne sono tanti in giro per Santiago ed il Cile, tanti come i luoghi in cui la violenza, le sparizioni, le torture, le fucilazioni furono effettuate. Ci sono targhe e memoriali davanti a Villa Grimaldi, nella Calle Londres 38, nello stadio Victor Jara, c’è il museo della Memoria e dei diritti umani.

Quest’ultimo, all’inizio, mi sembra nuovamente imbellettato e privato del suo potenziale terrifico. Ma quando oltrepasso i dossier dei Comitati per la verità e la giustizia e le foto che ricordano tutti i genocidi del mondo, l’allestimento smette di essere “Nazioni Unite” e organismi internazionali di pace e riconciliazione e racconta la storia.

Prima di tutto, i fatti. I giornali dell’epoca, che dichiarano l’avvenuto colpo di stato, che denunciano che è stato sventato un attentato dei marxisti che avrebbe fatto migliaia di morti, che dà conoscenza delle prime esecuzioni sommarie, decise dal Tribunale militare. La cronaca e le immagini di quell’undici settembre, la piazza presa dai soldati, Allende che esce a salutare i pochi accorsi, l’ultima volta che si vedrà vivo. L’ultimatum dei golpisti, l’ingresso nella piazza dei tank e le prime mitragliate sul palazzo. La gente che accorre, che scappa quando inizia l’offensiva. I giornalisti che si rifugiano nell’hotel, la loro stanza, da cui ancora trasmettono presa di mira dalle pallottole. Tutti miracolosamente illesi. L’arrivo degli aerei, l’incendio, la bandiera che prende fuoco, si rompe e vola via.

Poi, i disegni dei bambini. Che chiedono lavoro, pane e libertà, che disegnano cortei e cartelli che dicono “Adonde estàn?” oppure “Se va a caer”, dalle parole di un coro; chiedono, se gli si chiede che desiderio esprimerebbero, che se ne vada Pinocho, che torni il papà o un altro familiare, che ci sia lavoro e non ci sia tanta disuguaglianza in Cile. In alcuni casi è chiara la fede politica familiare, perché si chiamano Ernesto, Fidel, Vladimiro.

Ci sono i video sulle risposte collettive alla fame ed alla povertà, i pobladores che festeggiano Natale e Pasqua per i bambini, che organizzano giochi e piccoli regali. La “olla popular”, “pentola popolare”, ognuno porta qualcosa mentre le donne intervistate dichiarano che solo con l’unione si può far fronte alla situazione. I blitz nei poblados, gli uomini rastrellati, le testimonianze dei bambini, che raccontano del senso di impotenza e della voglia di tirare pietre. Le interviste ai passanti, “terribile”, dichiarano in molti. Una signora imbellettata, invece, candidamente, dissente. “Ci sono le armi”, dice, “bisogna fermarli”, sostiene. La visita di Giovanni Paolo II, che dice che l’amore deve vincere su tutto, mentre esplodono gli scontri nel parco dove si erano assiepate migliaia di persone. L’attentato a Pinochet, le dichiarazioni che dà subito dopo, mostrando la mano fasciata. Parla di ingerenze statunitensi, dell’attentato come dimostrazione della necessità di contrastare il terrorismo. Le testimonianze delle torture, un errore di traduzione fa sì che in inglese la donna, che sta raccontando che torturavano lei ed il suo compagno alternativamente, obbligandoli ad assistere, dica che solo dopo si rese conto di essere un’altra vittima della tortura. Ma la donna non dice questo, dice che solo dopo si rese conto di essere stata un altro “strumento” di tortura. La torturano davanti al suo compagno, di modo che egli possa assistere, impotente. E la donna è torturata ma il suo dolore, il suo corpo è lo strumento attraverso cui torturare il suo uomo. La “parrilla”, la “griglia”, così chiamavano i letti di ferro, senza materassi, sui quali stendevano le vittime prima di applicare la corrente elettrica, e dopo averli cosparsi d’acqua, perché conducesse meglio la scarica. Ci sono i disegni e le lettere che i bambini mandavano ai genitori in carcere, e viceversa, i ciondoli fatti con monete, pezzi di osso ricavati dal cibo, molliche di pane colorate. C’è la campagna per il referendum, i cartelli ed i volantini del sì e del no. C’è il video di una ragazza, a cui un poliziotto spara a distanza ravvicinata nel mezzo di una manifestazione, e poi spara un paio di colpi in aria, per impedire ai suoi compagni di avvicinarsi.

C’è la storia di Rodrigo Rojas Denegri e di Carmen Olga Quintana, fermati dalla polizia, brutalmente malmenati, cosparsi di benzina e bruciati in strada. Dopo mezz’ora li avvolgono in delle coperte e li portano sulle sponde di un fiume, dove li abbandonano. Carmen miracolosamente sopravvive, Rodrigo muore dopo pochi giorni per le ferite. Le testimonianze dicono che i due chiedessero di essere uccisi, per l’enorme sofferenza. E’ il 1986, sono i giorni di un grande sciopero nazionale, si inasprisce l’opposizione al regime. La versione ufficiale del governo è che gli sono esplose le bombe molotov che trasportavano. C’è un video di un corteo, forse proprio il funerale di Rodrigo, si grida il suo nome, lo si dice presente. “Quien lo matò?”, gridano i compagni, “El fascismo”, rispondono. “Quien harà justicia?”, chiedono. “El pueblo”, rispondono. Sono brividi, e lacrime.

Gli stessi brividi che ho sentito a Còrdoba, nel centralissimo Museo della Memoria. Il Centro di detenzione clandestina è nella piazza centrale della città, accanto alla Cattedrale, ed è proprio di questi giorni la sentenza che riconosce la complicità della chiesa alla dittatura. La gente cammina rapida, verso gli uffici o i negozi, così come doveva accadere quegli anni, mentre qualcuno si accalcava alle porte per chiedere notizie dei suoi cari.

82 casse di fotografie di indagati, arrestati, torturati, dispersi, giustiziati.

Alcuni prigionieri sono fotografati all’inizio della detenzione, negli occhi a volte l’angoscia, a volte la fierezza e la determinazione. Nelle foto successive, spesso, si intuiscono le torture, la desolazione, un rassegnato, intenso, dolore. A volte vi si legge sgomento, terrore. I figli, che spesso hanno conosciuto i propri genitori solo attraverso le foto ed i racconti, parlano in un video. Una donna descrive la foto di sua madre, le spalle curve, i capelli spettinati, ben diversa da come appare nelle foto di famiglia. È detenuta da un paio di giorni, la faccia è sofferente. Un uomo racconta di suo padre, che, nella foto, ha un sorriso beffardo. Non e’ la prima volta che lo arrestano, la tragedia privata diventa storia collettiva. Una stanza ricorda le donne incinte, alcune uccise con i figli che portavano in grembo. In Cile si ricordano anche coloro che lo divennero per gli stupri subiti. C’è la stanza degli oggetti, per restituire identità sottratte, insieme alla vita. Ci sono album che raccontano storie, uno lo scrive una compagna, raccontando la clandestinità, il parto e la fuga dall’ospedale, la detenzione del compagno, le visite al carcere della suocera e del bambino, mentre lei attendeva in un bar.

A Santiago è l’imponente quantità del materiale presentato ad emozionare, a Córdoba sono i luoghi stessi. Tutto è avvenuto qui dentro, lo dicono i muri, ancora visibili i fori delle pallottole. Sono queste le panche su cui raccontano i superstiti di aver passato le ore, questi luoghi sono ritratti nelle foto dei prigionieri bendati. Le loro parole descrivono gli spazi, tre gradini, quattro passi e la svolta a sinistra, le scale su cui si inciampava, bendati, mentre si veniva condotti e condotte nella stanza dell’affogamento.

È densa l’atmosfera, come se si fossero condensati qui tutti quei giorni e se li si prova ad ascoltare, riemergono. Come quando suona la campana, mentre si sta uscendo nel patio, la stessa che sentivano loro, che gli permetteva di ubicarsi nello spazio e nel tempo. O quando si scende in una stanza sotterranea ed è prepotente la voglia di fuggire via. Nel patio ci sono le celle, sui muri, incisi con le unghia o con qualche mezzo di fortuna il proprio nome o una straziante supplica, un inascoltato grido di aiuto.

Immagine

Siamo fatti di memoria, ma di una memoria che prende posizione, che non perdona e che inchioda i colpevoli ai loro crimini. I fascismi vanno estirpati tutti, sempre dovunque. Il fascismo non é un’opinione, é odio ed esclusione.

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2 thoughts on “La Storia

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