Ed è solo Sabato notte…

(Premessa: anche Córdoba avrà un disegnetto, al momento è incompleto e impresentabile. Impresentabile lo resterà ma mi è presa voglia di disegnare. Il disegnetto darà ordine a questo post).

Un mate, per iniziare. Passandosi il mate si condividono le prime chiacchiere, poi le strade. Mili mi accompagna in giro per il centro, e intanto racconta. Ma a Córdoba arrivo già preparata dai racconti di Marcos.

La Cañada è uno dei luoghi caratteristici di Córdoba, un canale che un tempo segnava il confine ovest della città. Oggi è un quartiere ricco di bar culturali ma ospita anche la fiera degli artigiani ed una “casa tomada”, una casa presa dagli artigiani. Ho sentito varie storie, dell’occupazione contro la speculazione e dei tentativi di sgombero con un incendio o con le squadracce. Non ricordo come le chiamano ma di fatto è pratica frequente utilizzare semi criminali che fanno giustizia sommaria con l’aiuto e su mandato della polizia. Dell’incendio sento anche un’altra versione, cioè d una candela che appicca il fuoco e si propaga ai libri custoditi poco lontano. Di fatto sembra che prima ci fosse una casa ed ora c’è una tettoia, un paio di tende e si sta costruendo. Il lunedì si lavora, il martedì ci sono i laboratori di serigrafia, il mercoledì di percussioni. È uno spazio giovane ma pieno di entusiasmo. Quando passo di li mi fermo a chiacchierare con Matias, artigiano dalle mille esperienze. Mi accompagna in giro per il centro, al mercato (sempre i mercati come specchio dei luoghi) e mi racconta dei suoi viaggi, della famiglia guarani con cui è rimasto un anno, del sentiero per giungere alle rovine ed entrare gratis dopo le cinque in Perù, di un amico che aiuta a costruire una casa nella sierra. Dice che faranno le empanadas, in realtà troviamo una zuppa, che mangiamo quando già si sta montando la fiera. Lui ha ben poco, gli hanno rubato lo zaino, ci fermiamo a comprare del filo di metallo per fare dei fiori da vendere mentre si passeggia, o da scambiare con una sigaretta o qualcosa da bere. Mi fa vedere il suo “ufficio”, il luogo dove mette il panno per vendere. O meglio gli uffici perché di pomeriggio il sole si sposta e lui pure, attraversando la strada. Ci fermiamo a salutare gli altri che lavorano. Tra le migliaia di braccialetti ed orecchini, simili spesso tra loro, nella feria si vedono creazioni originali: giocattoli in legno, spade e fucili, vestiti, tessuti. C’è musica nella fiera, pagliacci, bambini col primo accenno di rasta e la murga che, mi spiega Matias, è un genere di musica che consiste nel cantare testi ironici su motivi conosciuti. C’è una mezza rissa e tentativi pacifisti di fermarla. C’è la banda della Cañada, ritmi in levare e tanta fricchettonaggine. “Tana”, mi sento chiamare. “Tana” è come chiamano le italiane in Argentina. “Tana”, mi dice Chamba, che in realta si chiama Salvador, è di San Salvador, viveva nella calle San Salvador e poi c’è n’era un’altra, che completava le “quattro volte Salvador” ma non la ricordo più. Chamba pure ha mille storie da raccontare, dei cocktail fruttati che ti stendono sotto il sole dei Caraibi, delle detenzioni lampo che sembrano villeggiature, con i poliziotti che vanno a recuperanti cibo e ti comprano artesania. Mi chiede com’è la situazione in Italia e quando sto per iniziare a lamentarmi dice “così è per chi ha sempre avuto il letto e poi si ritrova a terra. Chi è sempre stato a terra, invece…”. Ma ora mi sta chiamando perché sono da sola Matias è in giro, ci si inizia a chiedere che si fa stasera. Matias voleva andare ad un concerto rock, o meglio fuori perché nessuno ha i soldi per entrare. Io confesso che voglio andare a sentire la Mona e in qualche modo li convinco. Prima però andiamo a recuperare del cibo, c’è una pizzeria qui dietro che gli regala sempre pizza. Nel mentre passano dei giovani cordobesi a cui scrocchiamo delle sigarette, anche se fumo solo io. Quattro ne chiede, noi siamo tre, ed una per il bambino che da questo momento io porterò in grembo. La ragazzina con cui parliamo sogna di partire in viaggio dopo la promozione, è all’ultimo anno. “Lavora un anno, risparmia e compra un biglietto per il Messico”, le dice. “È più facile scendere che salire”, le dice. Vive de la calle, le dice, non en la calle. Artesania, giocoleria, così si sopravvive. Noi europei l’università e i soldi di mamma e papà.

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Ripartiamo, cerchiamo un colectivo e qualcosa da bere, compriamo del liquore al dulce de leche per il bambino, ci rassegniamo a prendere un taxi; il tassista ci chiede se abbiamo dei documenti, c’è un posto di blocco che ferma tutti i taxi, poi arriviamo al barrio. Il tassista ci dice le strade da evitare al ritorno, la polizia presidia il palazzetto dello sport, ci sono nastri di plastica per il prefiltraggio. Lasciamo l’artesania di Matias al chiosco che vende choripan, il piatto tipico di Córdoba e ci inmergíamo nella zarria cordobese. Voglio andare avanti, come al mio solito e li perdo dopo tre passi. Sono sola, senza cellulare, che comunque mi servirebbe poco e volevo giusto evitare questa situazione. La Mona canta “yo también estuve preso” io vago e mi fogo e mi dispero un po’ ma li ritrovo. Qui si palesa la mia incapacità di ballare, il mio senso del ritmo in latinoamerica è insistente, ci prova una ragazza, poi un ragazzo, faccia di uno che non vorrei far arrabbiare. Continua a dirmi che “si sente”, la musica, e “no” continua a ripetermi. A un certo punto sorprendo un tipo ad indicarmi ed a ridere. Senza speranza. Pensiamo di lanciarmi sul palco per chiedere una canzone, esito, discutiamo con due tipe (nemmeno loro vorrei farle arrabbiare), Chamba mi da della cagasotto. Il concerto finisce, parliamo con un musicista, chiediamo la scaletta che non c’è ed usciamo. Mangiamo un choripan, Matias regala un braccialetto all’uomo del chiosco per il favore ricevuto. Con Chamba parliamo dei complessi sulla magrezza, maledetto occidente, dell’età che avanza. Mi dice di non lamentarmi di nessuna delle due cose, che l’età è esperienza e che è bello avere esperienza.

Ritorniamo verso il centro, Matias prova a vendere senza successo e con scarsa convinzione qualche fiore; non sappiamo che ora è mentre siamo seduti sul muretto della Cañada. Non ho il cellulare, non abbiamo orologi, è una bella sensazione. Lo saluto e vado a dormire. Ed è solo Sabato notte…

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