Salta

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..°° Calle, Turismo y libertad

C’è un mondo in strada, un mondo che non entrerà mai nei musei, che spesso non entra nemmeno nelle narrazioni ufficiali ma di fatto accade ben poco nelle case, o accade troppo in poche stanze.
A prescindere da queste banalità, osservare e camminare per le strade racconta l’oggi quanto i musei racchiudono ieri. Le strade di Salta sono vissute da turisti, dagli artisti e dai lavoratori della strada, da viaggiatori e sicuramente da salteños che, però, non ho avuto modo di conoscere. La strada può essere ufficio, senza porte né orari, che apre quando se ne ha voglia e quando è necessario. Alcuni hanno la propria etica del lavoro: non si lavora la domenica, non si lavora più del necessario, il lavoro serve per vivere, che siano poche ore per poter impiegare il resto del tempo, semplicemente, a vivere. Le spese possono essere davvero poche, il cibo, gli ostelli, dei figli da mantenere, i trasporti. I vestiti non serve comprarli, gli ostelli sono pieni di cose dimenticate da gringos sbadati. Con qualche lavoretto o baratto ci si procura ciò che manca. L’efficiente progresso ed il discorso dominante a cui siamo abituati è una vita di sacrifici per un benessere futuro, una fila di rinunce aspettando un paradiso che (non) verrà. E intanto la vita se ne va, senza tempo per ciò che emoziona: gli altri. Mi dice che sembro libera Marcos, come me lo dissero Santi e Carmen, io che ho centinaia di catene, personali, familiari, sociali. Questo, o meglio il ritorno, sarà il momento della verità, si scoprirà quanta paura mi fa la libertà, se saprò sottrarmi al dover fare per essere (amata).

Daniél, il violinista

In strada avevo conosciuto Juan e Floro, artesanos, che stavano vivendo in una casa occupata, dove una giovane coppia affitta posti letto a 15 pesos. Un enorme acchiappasogni rende riconoscibile la casa, ma nessuno mi apre. Così voleva la Serendipity. Ma andiamo con ordine e torniamo alle strade, che ospitano, oltre ad artesanos, malabaristas (giocolieri), venditori e lustrascarpe, i turisti. Il turismo, si dice, sta cambiando il volto di Salta, la cortesia ed i sorrisi sono interessati, la cultura e la storia si fanno commercio, si moltiplicano negozi di artigianato moderno e bar tutti uguali. La differenza principale tra i callejeros ed i turisti è che i primi costruiscono relazioni, comunità, vincoli, solidarietà; i secondi ne sono spesso incapaci, non si guardano, non si incontrano, non lasciano spazio all’inatteso, troppo occupati a mettere bandierine sul percorso programmato. Non sempre, forse, si decide fino in fondo se essere turisti o viaggiatori. A Salta sono arrivata da turista, due notte in ostello e proseguire, ma gli incontri cambiano le cose, se si è pronti ad accogliere un pomeriggio al parco a prendere mate e sole. Liberarsi dallo stakanovismo del turista, creare legami, conoscere la cultura, la musica, le abitudini, che non entrano in un museo. Immaginarsi salteñi, rifiutare la maratona. Rivaluto la mia attitudine ai tempi di Rio, di cui non ho mai trovato l’anima, perché non la stavo davvero cercando. Nessuna carissima escursione, né la “vera esperienza da gaucho”, né il treno delle nubi, ma la possibilità di immaginarsi a restare.

..°° Serendipity

Con la parola Serendipity mi ero incontrata una decina d’anni fa, per un disco della PFM e per un incontro intenso ed, appunto, inatteso. La parola Serendipity deriva da Serendippo, antico nome dello Sri Lanka, dove è ambientata una favola, che narra di un re che manda i tre principi suoi figli a conoscere il mondo. Sono istruiti ma gli manca la saggezza dell’esperienza. I tre principi fanno scoperte inattese ed utili, trovano una cosa mentre ne stavano cercando un’altra, riuscendo a cavarsela in molte situazioni. Non è la fortuna degli stolti ma un’attitudine a incontrare ciò di cui si ha bisogno e che si desidera, tipica degli audaci e degli scaltri. Al tempo stesso, torna Kundera, sempre lui, e le sue coincidenze. Quelle che fanno sì che io accetti di fermarmi proprio nell’ostello che mi sta “vendendo” la ragazza alla Terminal di Salta, che nessuno mi abbia aperto alla casa dell’acchiappasogno; al tempo stesso convincono Anna Chiara a passare da Marcos, che vive nello stesso ostello, invece di andare a casa come era tentata di fare. E così entra una ragazza e ci salutiamo, mi sembra di notare una somiglianza ma in viaggio può capitare spesso. Ed invece è Anita davvero, ci abbracciamo e cambia il profumo dei giorni. Sono giorni di chiacchiere, condivisione, di racconti, di quello che sono, di come lo sono diventata, degli amori e delle pene, delle aspettative. Sono giorni di sole, pomeriggi al parco e mate amaro e dolce, giornate senza tempo, cucina, tagli di capelli e manualidades, risate, serenità e qualche emozione. Sono le marionette di Marcos per la pedonale, le canzoni della Mona e le chacareras, è un pomeriggio di primavera fuori stagione, prima che arrivino le nuvole.

Viaggiando come vagabonda, come mi direbbero i ragazzi della scuola, bisogna avere una strategia. Intendo dire, qualcosa che dica quando partire e quando restare, un segnale. Salta è inequivocabile. Mercoledì entrare alla Terminal mozza il fiato, non è oggi. Ma si stanno preparando le nuvole, discussioni accese intorno ad un tavolo ed a tre bicchieri di vino (ed uno di Fernet), discussioni che sono metacomunicazione, capirò poi.

La serata continua, io, Anita, Guille e la sua chitarra rock anni ’70 in giro per il centro, incontriamo il Mago che ci mostra i suoi trucchi. Ma vado a dormire triste, pensando che domani sarà ora di andare. Mi sveglio con la stessa sensazione, il cielo è grigio, l’aria è fredda. Non ci sono dubbi: è ora di andare.

..°° Musica

Ci sono delle costanti, come la cumbia, onnipresente ma meno prepotente che in Bolivia e poi ci sono le novità come Carlitos la Mona Jimenez, istituzione popolare, tanto da essere stato dichiarato patrimonio nazionale. La Mona suona tutti i Venerdì a Cordoba, dicono le statistiche che aumentino i furti all’approssimarsi dei concerti della Mona e del quartetto, perché i ragazzi dei quartieri fanno di tutto per mettere insieme i soldi del biglietto. Raccontano che dei ladri siano entrati in una casa per rubare ma che si siano resi conto dalle fotografie di essere entrati in casa della madre di Carlitos, e che abbiano desistito. Dicono che si siano seduti a chiacchierare con lei, tra le foto di Carlitos bambino. Molte canzone del quartetto parlano d’amore, ma anche della vita della gente del barrio, della povertà, della strada. Marcos ha una marionetta della Mona che riscuote grande successo. Mi racconta come è iniziata con le marionette. Era con un amico ad una fiera, faceva ancora l’artigiano. L’amico pure, ed aveva fatto delle marionette che però nessuno usava. Così, per noia o per caso, lui ha iniziato a muoverle e immediatamente si è formato il capannello di gente. Così ha iniziato a prodursi le sue marionette, con pezzi di legno trovati in giro, filo di ferro, comandi. Si fa aiutare per i vestiti, perché non sa cucire. Racconta che con l’amico si scherzava, all’idea di poter dividere il palco con la Mona, ma la realtà a volte supera la fantasia e quel palco l’hanno diviso come una foto testimonia, nonostante Marcos non ami le foto. Non è semplice tradurre culturalmente questo personaggio, mi faccio prestare le parole da un prezioso amico che dice che sembra Cocciante con vestiti più gay ma credo che forse solo la musica neomelodica a Napoli possa rendere l’idea. O almeno a me così viene da pensare.

..°° Storia e Pop Culture

Imparare la storia dalle persone e non dai libri espone ad errori ma permette di conoscere non solo ciò che accadde ma come venne e viene rappresentato. Complessa la storia di questo immenso e ferito paese, cautamente cerco di mettere insieme pezzi. Ascolto della dittatura, dei desparecidos e delle nonne che ancora li cercano, dei bambini rapiti e cresciuti nelle famiglie dei militari o di conniventi con la dittatura, della richiesta, ancora attuale, di “Juicio y Castigo”, ancora sui muri. Ho ascoltato di una legge che impone il test del DNA in casi sospetti, le implicazioni che comporta vedersi la vita distrutta, scoprire di aver amato e di amare i propri rapitori, il rifiuto della propria identità, l’accettazione, il dolore. Ho ascoltato dei centri di detenzione clandestina, luoghi dell’orrore a volte nel centro della città, come a Cordoba, ad un passo dalla Chiesa, nella piazza centrale, dove la vita continuava a scorrere, ignara o impotente. Ho ascoltato della crisi del 2001, la povertà ed il baratto, lo scambio di beni di prima necessità come mezzo di sussistenza. Ho ascoltato della classe medio-alta, che si lamenta, perché si fa una legge per regolarizzare le donne delle pulizie e loro erano abituati a questa moderna schiavitù; ho sentito dire che se sono i ricchi a lamentarsi non c’è da preoccuparsi, vuol dire che le cose vanno nella giusta direzione. Che sono loro a lamentarsi e ad essere danneggiati dalla “cacciata del dollaro”, dalla svalutazione della moneta che rende più caro viaggiare all’estero. “Todos con Kristina, si legge sui muri, ma non è così semplice. Ascolto della Ley de Medios, che per la prima volta ferma l’egemonia ed il monopolio della famiglia Clarin nell’informazione; perfino le cartiere erano loro. Ascolto delle Malvinas, con cui si può scherzare con un inglese, perché i popoli non paghino le colpe dei governi. Dell’istruzione, ancora troppo classista, dell’aborto ancora condannato se non in caso di stupro. Di Peròn, Menem, in un paese che ha nella sua storia recente una cinquantina d’anni di dittatura. E’ un paese complesso, dove sono tutti discendenti di europei, anche se il volto tradisce tratti indigeni. Ma questo è un altro paragrafo.

..°° Musei e Popoli Indigeni

In Bolivia esistono 36 popoli indigeni, e questa nozione non deriva solo dalla quantità di tempo passato in questo paese ma rivela anche in che modo i discorsi costruiscano la cultura. La retorica boliviana è quella dello stato plurinazionale e questa plurinazionalità è legittimata, per quanto non abbia cancellato le discriminazioni, passate e presenti, verso i popoli indigeni. In punta di piedi mi interrogo sull’Argentina ed i suoi popoli originari. I musei ne sono pieni, sia a Jujuy, quello delle culture indigene o il Vicente Lopez o il Pajcha o il MAAM ed il Museo di Antropologia di Salta. Ci sono i guaranì, i wichi, i popoli andini; ci sono vasi, tessuti, corredi delle tombe, perfino le mummie. Un passato glorioso, l’ambita antichità per il nuovo continente. Ciò che è antico è prezioso e degno di attenzione e così acquistano dignità turistica gli edifici che testimoniano la colonizzazione e, specularmente, le culture precolombine. Mi chiedo, con umiltà, che succeda fuori dai musei; tutti sono figli di europei, poliziotti e lavoratori della strada hanno più spesso tratti indigeni, solo prime impressioni, suscettibili di rettifica. Né i discorsi egemoni né le condizioni materiali sembrano rendere giustizia a questi popoli millenari, alla loro saggezza e spiritualità, al parto verticale e rispettato, alla medicina naturale dei curanderi, alla cosmovisione indigena che ricerca e pratica l’armonia con l’ambiente, venendo tacciati di pigrizia se non lo sfruttano intensivamente come fa l’uomo bianco, contaminando l’acqua del parco naturale Calilegua, al confine tra le province di Salta e Jujuy, o convincendo gli abitanti del Chaco ad accettare il disboscamento per installare coltivazioni di soia, che non diminuiranno la malnutrizione e che produranno profitti e qualche posto di lavoro ad alto tasso di sfruttamento. Con la complicità di Kristina, percHé il mondo che sogniamo, purtroppo, non è nemmeno qui.

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One thought on “Salta

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