San Josè, Chiquitania

L’essenziale deve essere invisibile agli occhi, ma porto con me ben più dell’essenziale ed il superfluo pesa. Sono scettica rispetto alla possibilità che un mototaxi carichi e trasporti me, il mio zaino da 50 litri con annesso sacco a pelo ed un sacchetto. Il giovane conducente non si scompone e mi porta ad una pensione.

San Jose’ de Chiquito, che negli anni è cresciuto molto, rimane piccino. Un pueblo a metà tra l’antica vita del campo e la “modernità” portata dal turismo. Le ricerche della Chiesa durano un paio di minuti, ci vuole poco a trovarla. La particolarità di San Jose’ è che si tratta dell’ unica chiesa in pietra tra quelle delle missioni. Ho la fortuna di vederla mentre cala il sole, si staglia nitida, elegante, le sue luci che rompono l’oscurità. Il museo è semi-chiuso, perché dentro c’è un concerto, è l’ultima giornata del Festival di Musica Barocca e Rinascimentale. Rimango un po’ ad ascoltare, senza troppe emozioni e disturbata, a tratti, da un giovane del pueblo. Sì, Guido, c’avevi ragione tu, sono molestosos i boliviani.

Mi fermo a cenare aspettando l’inizio del concerto successivo, sperando in una qualche emozione.
L’entrata dell’ensemble Louis Berger è una processione festosa, i suoni sono allegri e non convenzionali, rispetto all’eleganza algida della musica sacra. Il direttore dell’ orchestra racconta e spiega. Il museo di San Javier contiene molti strumenti musicali originali in condizioni più o meno buone e con molta determinazione hanno ottenuto di poterne fare delle copie, riproduzioni. La funzione delle copie è duplice, non permettere che si perda la memoria con il deteriorarsi degli originali e restituire il suono antico, sporco e genuino della musica che venne prodotta. Due sono i personaggi chiave di questo storico obiettivo, il padre Piottr, che ha ricercato, ristudiato e ricreato i lavori di un geniale (dicono) compositore, Domenico Zipoli.
Quello che ci aggiunge l’ensemble è far risuonare questa musica così come era stata pensata. Non ci sono voci basse tra gli indigeni e così si usa un grande strumento a fiato per riprodurre suoni bassi, non c’era la possibilità di costruire trombe e così si usano trombe marine. Il direttore ce ne spiega l’origine. L’aggettivo marino deriva da una contrazione di “mariano”, perché lo suonavano le suore tedesche nelle celebrazioni per la Vergine Maria. Non rilievo lo stesso divertimento, che condivido con il direttore, nel pubblico, quando ci spiega che, all’epoca, era malvisto che le suore suonassero la tromba.
La tromba marina sembra uno strumento a corde, ma si suona con un archetto e sfrutta la cassa di risonanza che amplifica i colpi che una parte di legno produce. Lui l’ha spiegato meglio di cosi, tant’è che il pubblico era sorpreso a sapere che si trattava di uno strumento a fiato, a corde, a percussione.
Il concerto finisce, in processione, sul piazzale antistante alla Chiesa, l’orchestra esce di scena suonando, portandosi dietro perfino un piccolo organo a pedali.

A San Jose’ ci sono due musei quello della Chiesa, con le pitture murarie originali e quello antropologico, sulle culture ayorea e chiquitana. Il museo è minuscolo, ma molto interessante come ripete Carolina. Carolina è una volontaria, restauratrice formatasi proprio qui a San Jose’, innamorata del suo pueblo e del suo lavoro, anche se lavora nell’ostello che condivide il patio con il museo.

Mi mostra la parte chiquitana, la maschera del bianco indossata a Carnevale, i bastoni degli anziani, le foglie intrecciate di Sao’, con le quali si costruiscono ventagli per il fuoco e per le estati altrettanto infuocate.
Della cultura ayorea c’è un marsupio in garabata per trasportare i bambini, dei sandali in legno, utensili per il campo, frecce e lance, ornamenti di piume di uccelli, azzurre e rosse, e di pelle di tigre, che ancora abitano la zona. Zona rinomata anche per il legno, robles quello usato dai chiquitani, chituriki e cuchi dagli ayoreo. Gli ayoreos hanno mantenuto un po’ più a lungo il vestito tradizionale, fatto di garabata’, simile al filo con cui si intrecciano braccialetti, ma già non lo usano più. I chiquitanos usavano il tipoi, mi tornano in mente i balli alla Tekove, specie il sarao, che scopro essere di queste parti.

Chiedo delle forme organizzative chiquitane, oggi l’autorità massima è l’alcalde, prima era il Casique Mayor. È una forma di governo rappresentativa ed elettiva, con varie cariche minori. Per la prima volta, intorno alla prima festa del paese, è stata eletta una donna tra i Casique. Le autorità si riuniscono di domenica, nella “Casa del bastón”, dove fanno riunione e festa, bevendo aguardiente, acqua e distillato. Vado a cercarli, ma, sfortunatamente, è chiuso.

San José è anche ricca di bellezze naturalistiche e storiche, come il parco archeologico di Santa Cruz la vieja, immerso in un parco naturale. Mi avventuro a piedi, sono solo due km, nei quali sopporto la paura dei cani, delle vacche, delle tigri e delle vipere. Il paesaggio è bellissimo e ripaga della paura. In ogni caso, per il ritorno, mi faccio tirar su da una benestante famiglia cruceña che mi riporta, nel suo bel SUV dai sedili in pelle, a San José. La chiacchierata è sulle bellezze naturalistiche della Bolivia, della pericolosità di Santa Cruz, colpa, sostengono, dei brasiliani (sono venuti tutti quelli cattivi), dei colombiani, anzi no, i colombiani no, quello è più che altro narcotraffico, ed i collas. Insomma, cruceños brava gente. Poi passiamo vicino ad una vecchia casa del pueblo, ormai abbandonata. Si nota la maniera di costruire tipica, fango, paglia, rami di legno. La signora la indica alla famiglia, “vedi, dice che erano cosi le case prima”. Sono così, signo’, “sono”. E in quella paglia si annidano le vinchugas, che trasmettono il chagas. Tantissimi da queste parti ce l’hanno, si trasmette anche da madre a figlio o figlia. È la malattia più comune, cronica. Non si guarisce dal chagas, che finisce per attaccare il sistema cardiocircolatorio, può costringere a Un pace-maker. Non è un interessante segno dei tempi che furono, è ancora un grido d’accusa, non solo ai vostri soldi ma anche alla vostra ignoranza.

Eat the rich, bianchi, rossi o a pallini.

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